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La rete dell’oligarca Vardanyan: beneficenza, istruzione e lobby pro-famiglia

Chi è il potente uomo d'affari proprietario di una delle banche dello scandalo del Laundromat

#OperazioneMatrioska

01.04.19

Gianluca Paolucci
Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

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Oligarchi
Politica
Russia
Ultradestra

Eventi di beneficenza alla presenza di George Clooney. Oligarchi russi sotto sanzioni americane. La rete mondiale dei movimenti per la famiglia. Il processo per corruzione a Luca Volontè. L’elemento che tiene insieme queste storie tanto distanti è l’infinito network di relazioni del banchiere armeno, con passaporto russo, al centro dello scandalo Troika Laundromat: Ruben Vardanyan.

Contatti a livello mondiale che sono un patrimonio dal valore incalcolabile. Ex Ceo della banca di investimenti privata Troika Dialog e una carriera dirigenziale iniziata a 23 anni, Vardanyan è passato per i board di oltre 30 fra banche e società, senza contare quelle anonime aperte in paradisi fiscali e riconducibili a lui o alla stessa Troika Dialog. Non ci sono accuse a carico di Vardanyan. Però è un fatto che durante la sua direzione sia stato avviato un sistema opaco per far circolare il denaro dalla Russia all’Europa via offshore.

La banca d’affari

Alcune di queste hanno versato circa 3,2 milioni di euro in conti correnti suoi o dei suoi familiari. «È difficile descrivere quanto fosse confuso il materiale pubblicato: imprecisioni grossolane, informazioni fuori contesto, interpretazioni e pure invenzioni», ha scritto Vardanyan sul suo sito dopo l’uscita dell’inchiesta sulla Troika Laundromat, pubblicata dal centro di giornalismo Occrp. Non ci sono accuse a suo carico. Però è un fatto che durante la sua direzione (2006-2012, anno della fusione con Sberbank) sia stato avviato un sistema opaco per far circolare il denaro dalla Russia all’Europa via offshore.

La replica: imprecisioni grossolane

«Non è corretto» misurare le attività della banca con le regole antiriciclaggio di oggi, scrive ancora Vardanyan che sottolinea come l’istituto abbia «sempre operato nella legalità e nella trasparenza». Di casa in passato al vertice di Davos e in tempi più recenti alle Ted Conference, ha sempre predicato la necessità del dialogo e dell’istruzione. Uno dei centri di cui è supervisor, il Dialogue of Civilizations Research Institute (Doc), è molto vicino al Congresso mondiale delle famiglie (Wcf) la cui ultima edizione si è chiusa ieri a Verona.

«Informazioni fuori contesto, interpretazioni e pure invenzioni»

Fondato a Berlino nel 2002, Doc si presenta come una «piattaforma indipendente» che promuove un mondo «giusto e sostenibile senza conflitti». Dal 2003 organizza ogni anno il Forum di Rodi, kermesse a cui partecipano oltre 300 tra imprenditori, politici, diplomatici, uomini della finanza provenienti da oltre 50 Paesi. Nel 2017 c’è stato Brian Brown, presidente del Wcf nonché ideatore del meeting internazionale delle famiglie, così come nel 2011 è apparso Larry Jacobs, direttore esecutivo dell’associazione, deceduto nel 2018.

I legami con i pro-life

Uno dei fondatori di Doc è Vladimir Yakunin, legato a doppio filo con l’universo pro-life. Ex presidente della società ferroviaria nazionale russa, da sempre vicino a Putin, La Stampa ha già raccontato che suo figlio Andrey, in Italia, sta realizzando un resort di lusso in un castello in Umbria insieme a Vardanyan. I due si incrociano anche all’interno del fondo Gorchakov, struttura con un budget da 2 milioni di euro creata dall’ex presidente russo Medvedeev per coinvolgere la società civile nella diplomazia russa. Nel 2014 il Wcf doveva tenersi a Mosca. A marzo dello stesso anno, però, sono arrivate le sanzioni degli Stati Uniti agli oligarchi vicini a Putin come risposta all’annessione russa della Crimea. Tra loro c’era anche Yakunin.

Gli affari con l’oligarca Vladimir Yakunin

Tra gli effetti immediati di queste misure c’è stata la sospensione del meeting, rimpiazzato da una versione “light” solo con soldi russi. Yakunin è stato tra gli sponsor principali. A Mosca tra gli altri rappresentanti italiani c’era Luca Volontè, già presidente del gruppo Ppe al Consiglio d’Europa, con la sua Fondazione Novae Terrae. Come riporta Notizie ProVita, voce principale del Congresso di Verona, all’evento l’ex parlamentare ciellino diceva che «la corruzione delle democrazie dipende anzitutto dai soprusi dei governanti, quali i matrimoni omosessuali e le unioni civili».

Il meeting a Mosca e soldi a Volontè

Ironia della sorte Volontè è oggi a processo per corruzione internazionale a Milano. In primo grado è stato assolto dall’accusa di riciclaggio. Secondo la procura, la sua Novae Terrae – attraverso lo stesso sistema di “lavatrici” qui esaminato – nel 2013 avrebbe incassato 2,4 milioni di euro da quattro società.

I bonifici azeri passati attraverso Danske Bank

Altri soldi, sempre offshore, sono andati alla società della moglie, la Lgv srl. Scopo dei bonifici, arrivati dalla filiale estone della Danske Bank, è quello di spingere la bocciatura nel 2013 in seno al Consiglio d’Europa del rapporto Strasser, relazione sui prigionieri politici azeri. A pagare sarebbero stati uomini legati alla famiglia Alyiev, al potere in Azerbaijan dalla fine della fine dell’Unione sovietica. Chiusa l’esperienza politica, a Volontè restano il popolo pro-life e i meeting internazionali cui prende parte anche con la nuova casacca della Fondazione CitizenGo.

Il 16 maggio del 2022 la Corte di Appello di Milano ha giudicato prescritto il reato di corruzione.

Crediti

Autori

Gianluca Paolucci
Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

Editing

Redazione Irpi

In partnership con

La Stampa

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