Entro il 2026, a 50 chilometri dalla costa del Golfo di Aqaba, nel cuore dell’Arabia Saudita, sorgerà Trojena. Una smart city montana che promette di diventare una delle mete sciistiche più esclusive al mondo. Nel bel mezzo del deserto.
Selezionata per ospitare i Giochi invernali asiatici del 2029, Trojena si prospetta come una fusione di tecnologia, lusso e natura. Parte del futuristico progetto Neom – definito «la terra del futuro» e «un mondo ispirato dall’immaginazione» – al momento è ancora un cantiere, ma assicurerà ai visitatori di tutto il mondo un inverno perfetto: temperature sotto lo zero, 36 chilometri di piste da sci, resort extra lusso e neve per tutta la stagione. Anche se di fiocchi dal cielo ne cadranno ben pochi.
Circondata dal deserto, Trojena sarà infatti realizzata esclusivamente con l’utilizzo di neve artificiale, più correttamente definita come «neve tecnica» o «programmata», prodotta con acqua e aria attraverso l’utilizzo di generatori e lance sparaneve.
Se può sembrare surreale pensare a una località sciistica circondata dalla sabbia, oggi, in Italia, il 90% delle piste sono innevate artificialmente.
L’inchiesta in breve
- L’Italia è il Paese alpino più dipendente dalla neve programmata, con il 90% delle piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%) e Germania (25%)
- Demaclenko e TechnoAlpin sono le due aziende leader del settore. Entrambe altoatesine, con sede rispettivamente a Vipiteno e a Bolzano, dominano il mercato della neve programmata, garantendo la possibilità di sciare anche quando non cadono fiocchi naturali
- In passato si faceva ricorso alla neve programmata solo come supporto alle nevicate naturali. Oggi, a causa del cambiamento climatico, le precipitazioni nevose non sono sufficienti a coprire le piste. Così, la neve programmata serve a garantire l’inizio della stagione sciistica già ai primi di dicembre
- La produzione di neve programmata ha un costo, sia in termini energetici che di prelievo idrico. L’impianto di innevamento dell’Alpe di Mera, in Piemonte, preleva 400 mila litri d’acqua all’ora dal Sesia, un fiume che a febbraio 2023 aveva perso l’80% della sua portata
- L’inverno, così, non sembra più essere una stagione dettata dalle condizioni climatiche, bensì un’esperienza turistica da garantire a tutti i costi
La neve programmata è diventata un prodotto così comune da rientrare nel sistema internazionale di classificazione della neve stagionale al suolo e ha una sua propria categoria: MM, ovvero Machine Made.
«Oggi bisogna avere l’innevamento (artificiale, nda) anche ad altissima quota per garantire qualità del prodotto e sicurezza delle piste», spiega a IrpiMedia Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione nazionale esercenti funiviari (Anef). Una necessità che sta facendo la fortuna di un pugno di aziende italiane specializzate nella sua produzione.
Domino altoatesino
Demaclenko e TechnoAlpin sono le due aziende leader del settore. Entrambe altoatesine, con sede rispettivamente a Vipiteno e a Bolzano, dominano il mercato della neve tecnica, garantendo la possibilità di sciare anche quando non sarebbe possibile.
Cannoni sparaneve operativi sulle piste di Obereggen, nelle Dolomiti del Sud Tirolo, a 2.315 metri © Alessandra Tranquillo
«Costruiamo gli impianti di innevamento e i generatori di neve più innovativi ed efficienti al mondo, creando inverni magici che arrivano puntuali, ogni volta», dichiara Demaclenko sul proprio profilo Instagram.
Parte del gruppo High Technology Industries (Hti) – che comprende anche aziende produttrici di funivie, gatti della neve e software per la gestione dei comprensori sciistici – nel 2023 l’azienda di Vipiteno ha registrato un fatturato di 63 milioni di euro, con utili per 2,7 milioni, più del doppio rispetto all’anno precedente. «HTI è l’unica realtà al mondo in grado di fornire l’impianto di risalita, la neve sulla pista e il gatto delle nevi», racconta Davide Centazzo, Area manager di Demaclenko, in un’intervista con IrpiMedia. «Se ci dai una montagna, ti costruiamo una stazione sciistica. Siamo gli unici al mondo a poterlo fare».
Il core business di Demaclenko è la vendita di generatori di neve e impianti di innevamento, e la fetta più grande del mercato non si trova in Italia: dei 63 milioni di ricavi, ben 44 provengono dall’estero.
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Uno dei progetti più significativi del 2023 è stata la fornitura di impianti di innevamento per il Myler Mountain Resort in Armenia, un comprensorio sciistico in grado di ospitare 5.200 persone.
Il business è destinato a crescere: nelle previsioni sull’esercizio del 2024, l’azienda afferma che «grazie alla buona stagione invernale e al riscaldamento globale, che renderanno l’innevamento sempre più importante, Demaclenko è fiduciosa che i propri clienti continueranno a investire».
I numeri di TechnoAlpin sono ancora maggiori. La società bolzanina ha chiuso il 2023 con un fatturato di 222 milioni di euro e un utile di oltre 14 milioni, in costante incremento rispetto agli anni precedenti.

Nel bilancio l’azienda nota che il mercato degli impianti di innevamento ha mantenuto tassi di crescita stabili nella stagione 2023/2024 e prevede un trend in aumento anche per la prossima, soprattutto per i mercati dell’Est Europa e dell’Oriente.
TechnoAlpin ha creato la neve per le ultime tre olimpiadi invernali, Pechino 2022, Pyeongchang 2018 e Sochi 2014. I suoi cannoni sono in grado di sparare neve fino a 35 gradi sopra lo zero, grazie a una tecnologia che consente di produrla a prescindere dalle condizioni esterne. L’azienda è già al lavoro per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, dove l’inverno sarà, ancora una volta, creato artificialmente.
Neve a tutti i costi
Valsesia, Monterosa. Una lunga lingua di neve bianca si snoda tra le terre brulle dell’Alpe di Mera-Scopello, in Piemonte. Siamo a fine gennaio e solo ora è arrivata la prima, esigua nevicata dell’anno.
Il progetto #PadroniDellaNeve
Questa è la seconda puntata di #PadroniDellaNeve, un progetto d’inchiesta transnazionale sull’impatto dell’industria dello sci sulle montagne italiane e francesi alla vigilia di Milano-Cortina 2026, realizzato con il supporto di Journalismfund Europe.
«Quando ero piccolo, la gestione degli impianti era un’attività principalmente artigiana. Si aspettava la nevicata dal cielo, poi si aprivano gli impianti, ci si metteva a battere le piste e si vendevano i biglietti», racconta Andrea Colla, direttore amministrativo di Monterosa 2000 Spa, che si occupa della gestione degli impianti valsesiani. Oggi, invece, «abbiamo aperto la stagione invernale a inizio dicembre, esclusivamente grazie ai sistemi di innevamento programmato».
La società — posseduta in maggioranza dalla Regione Piemonte tramite Finpiemonte partecipazioni Spa – è stata costituita nel 1996 con lo scopo di rilanciare la stazione sciistica di Alagna Valsesia, e oggi gestisce gli impianti di risalita della valle e la funivia del Sacro Monte di Varallo.
Per le prime settimane di questa stagione si è quindi sciato solo su neve tecnica. Fino a gennaio, quando qualche fiocco naturale ha iniziato a coprire il fondo nevoso sparato dai cannoni.
Il direttore Colla sottolinea come sia il terzo anno di fila che la stagione inizia in modo un po’ travagliato. Le perturbazioni autunnali non scaricano più neve copiosa come quarant’anni fa, il clima rimane piuttosto caldo fino a dicembre inoltrato e quindi le stazioni devono avviare la stagione facendo ricorso all’innevamento programmato.
La sua è così diventata una sorta di attività industriale, dove prima si vende il prodotto tramite accordi con le agenzie e i tour operator e poi bisogna garantire al cliente l’apertura dell’impianto nel momento in cui lo desidera. Ovvero per il ponte dell’Immacolata o al più tardi per Natale. «Non si può più fare come un tempo, quando si stava in attesa della neve con il naso per aria, oggi la neve bisogna produrla», chiosa Colla.
Grazie a un nuovo sistema di innevamento, quest’anno si è potuto sciare anche sulla storica pista tra Mera e Scopello, una pista rimasta chiusa per oltre un decennio che scende con un dislivello di 500 metri per oltre due chilometri. Per garantire l’innevamento a 700 metri sul livello del mare, la stazione preleva 400 mila litri d’acqua all’ora direttamente dal fiume Sesia.

Il sistema di innevamento dell’Alpe di Mera è firmato TechnoAlpin. L’azienda afferma di essere riuscita, con questo progetto, a fissare «nuovi standard in fatto di innovazione tecnologica e sviluppo sostenibile».
L’entusiasmo nella valle è palpabile. «Tira fuori la tua tuta da sci fluo, gli occhiali da sole oversize e i colori più sgargianti del tuo guardaroba per una giornata all’insegna del divertimento retrò sulle piste dell’Alpe», recita un post su Facebook. E mentre i turisti ballano all’après ski sulle note di Settimana bianca, i cannoni sparaneve lavorano a pieno ritmo, trasformando l’acqua del fiume Sesia in un bianco tappeto sciabile.
Il progetto, però, ha anche destato scetticismo. A febbraio 2023, la Regione aveva dichiarato lo stato di emergenza per siccità e il Sesia mostrava di aver perso l’80% della sua portata.
«Quest’anno c’è stata pochissima neve. Bisognava salire oltre i 1.800 metri per trovarla. Eppure c’è questa idea di continuare a innevare senza considerare minimamente i costi ambientali», denuncia Alice Ravinale, consigliera regionale del Piemonte in quota Alleanza Verdi e Sinistra.
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Il progetto dell’Alpe di Mera è costato circa 3,8 milioni di euro, di cui 2,5 milioni finanziati dalla Regione Piemonte. Il quadro climatico, però, è impietoso. Secondo i dati di Legambiente, la temperatura media dell’Alpe di Mera è aumentata di 2,1°C negli ultimi 50 anni, rendendo sempre più difficile il mantenimento della neve naturale. Arpa Piemonte ha confermato poi un progressivo calo delle portate fluviali: il Sesia, a Palestro, ha registrato nel dicembre 2024 un deficit del 53% rispetto alla media storica, con l’innevamento naturale che è ormai meno della metà della norma climatica.
In risposta a un’interrogazione presentata nel 2023 in Consiglio Regionale, la Regione ha giustificato l’investimento, sottolineando che l’esposizione a nord della stazione permette alla neve prodotta con i cannoni di mantenersi per tutta la stagione invernale anche a bassa quota. E che, nonostante il Sesia sia in secca, il prelievo d’acqua è compatibile con «l’equilibrio del bilancio idrico».
Dipendenti dalla neve artificiale
Quello dell’Alpe di Mera è solo uno dei tanti casi in cui il ricorso all’innevamento programmato è fondamentale per garantire il funzionamento delle piste da sci. Secondo il report NeveDiversa di Legambiente, l’Italia è il Paese alpino più dipendente dalla neve artificiale, con il 90% delle piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%) e Germania (25%).
Nessuno può più fare a meno di quello che è a tutti gli effetti l’oro bianco delle montagne.
«L’innevamento programmato garantisce la stagione sciistica. Senza, oggi, non potremmo sciare, perché le condizioni nivologiche non sono più idonee», racconta Giovanni Brasso, presidente di Sestriere Spa, la società che gestisce la Via Lattea, uno dei più grandi comprensori sciistici d’Europa.
Come riportato sul sito ufficiale, uno dei fattori principali che attira gli sciatori sulla Via Lattea è senza dubbio l’impianto di innevamento programmato, per il cui rinnovamento sono stati spesi quasi dieci milioni.
A innevare le piste da sci della Via Lattea ci sono ancora una volta i cannoni di TechnoAlpin, grazie a un rapporto consolidato da anni che Brasso dice «funzionare molto bene» e assicura piste in condizioni perfette per l’intera stagione.
Fame d’acqua
«La neve artificiale nasce come una tecnica di supporto alle nevicate», racconta Michele Freppaz, professore di Nivologia dell’Università di Torino. «Veniva utilizzata in tratti di pista particolarmente ripidi in cui c’era il passaggio di tanti sciatori. Invece adesso è cambiato proprio tutto. Oggi la neve tecnica viene usata per innevare totalmente le piste e per permettere l’apertura degli impianti sciistici a inizio dicembre quando c’è il massimo dell’affluenza e, di conseguenza, dell’indotto».
Il ricorso ai sistemi di innevamento programmato come soluzione tecnologica per garantire la stagione sciistica, tuttavia, non è sempre possibile.
Secondo la biologa Anna Giorgi, direttrice dell’Università della Montagna (Unimont), «l’utilizzo dei cannoni che sparano la neve presuppone sostanzialmente tre condizioni essenziali: la disponibilità di acqua, la disponibilità di energia e un turismo che sia continuo, e quindi non quello delle seconde case». Senza dimenticare l’importanza della quota. Per tutte le località che non riescono a garantire queste condizioni non ha senso fare investimenti nella neve programmata ed è necessario cercare altri modi per renderle competitive.
Anche perché il costo della produzione è elevato. «La neve ha un costo al metro cubo», spiega l’ingegner Brasso della Via Lattea. «Quindi, per ogni metro cubo di neve, quelli bravi spendono 3,5 euro, quelli meno bravi, 4 euro. I fenomeni, meno di 3,5 euro. Ma i fenomeni non esistono».
La produzione di un metro cubo di neve dipende da vari fattori: approvvigionamento idrico, potenza di pompaggio, laghi di accumulo e innevamento. Tenendo conto di tutte le condizioni, secondo TechnoAlpin le riviste di settore stimano il costo fra 3,5 e 5 euro al metro cubo di neve. Innevare un chilometro di pista può costare anche 30 o 40mila euro
Anche il consumo energetico è significativo. Secondo uno studio dell’Università di Torino, nella stagione 2019/2020 il fabbisogno complessivo di energia delle stazioni sciistiche piemontesi che hanno partecipato all’indagine (il 67% degli impianti della regione) è stato di 24 GWh. Il 42% del consumo viene assorbito dalla produzione di neve, mentre la parte restante serve al funzionamento degli impianti di risalita.
Con l’innevamento programmato, così, l’inverno non sembra più essere una stagione dettata dalle condizioni climatiche, bensì un’esperienza turistica da garantire a tutti i costi. E chi possiede le tecnologie e le risorse per ricrearlo potrà dettare le regole in questo nuovo scenario.
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Riceviamo e pubblichiamo
L’azienda TechnoAlpin ha risposto alle domande di IrpiMedia spiegando di avere circa 2.400 clienti in tutto il mondo, di cui 200 in Italia, e di coprire una quota di mercato globale pari al 60%.
«È importante spiegare che l’innevamento non è direttamente collegato al cambiamento climatico – spiegano dall’azienda -. Anche se il cambiamento climatico influisce sull’attività delle aree sciistiche non è il motivo principale dietro agli investimenti negli impianti di innevamento. L’attuale mancanza di neve naturale non è un fenomeno nuovo causato dai cambiamenti climatici: anche in passato ci sono stati inverni con poca neve o in cui la neve è arrivata solo molto tardi. Solo in passato i turisti accettavano impianti di risalita chiusi e piste mal preparate. Oggi gli sciatori si aspettano piste aperte e perfettamente preparate da Natale a Pasqua. Gli operatori puntano quindi a pianificare meglio la stagione e a soddisfare le esigenze sempre più elevate degli ospiti. Innevamento garantito e qualità delle piste sono tra i principali criteri per la scelta dell’area sciistica».




