30.01.26
Ziad Rida ha ereditato insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle circa dieci ettari di uliveti e terreni agricoli nel villaggio palestinese di Qusra, 15 chilometri a sud-est di Nablus. Per generazioni, la sua famiglia ha coltivato grano, lenticchie e ceci. Ma nel 2009, i coloni israeliani hanno occupato la cima della collina accanto. «Hanno iniziato a impedirci l’ingresso nell’area. Abbiamo cercato di rimuovere le barriere, ma sono tornati con la protezione dell’esercito – ricorda Rida –. Hanno piantato viti e hanno continuato a espandersi, prendendo sempre più terra».
Lungo le colline ondulate a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata, filari e filari di vigneti piantati dai coloni tracciano il paesaggio roccioso, riempiendo le colline terrazzate di viti disposte in modo uniforme. Questa regione nel nord della Cisgiordania è diventata una delle principali aree dove si produce vino. È anche una di quelle dove l’occupazione è più violenta: Qusra è stata ripetutamente presa di mira da attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. L’11 ottobre 2023, quattro palestinesi sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione dei coloni e un successivo raid dell’esercito. Il giorno seguente, durante il corteo funebre per le vittime, i coloni israeliani hanno aperto il fuoco sui partecipanti uccidendo un padre e suo figlio.
L’inchiesta in breve
- In Cisgiordania e nelle alture del Golan l’industria vitivinicola è uno strumento della violenta occupazione israeliana. I coloni aggrediscono i palestinesi con il sostegno anche dell’esercito. Le cantine e le aziende agricole si ingrandiscono con il sostegno dello Stato
- Il complesso di insediamenti di Shiloh, tra Ramallah e Nablus, è stato fondato negli anni Settanta ed è diventato un punto nevralgico per favorire l’occupazione di terreni agricoli palestinesi. La cantina Shiloh, la più grande della zona, ha ricevuto più di 1 milione di aiuti pubblici nell’ultimo decennio, nonostante il furto dei terreni sia contro la legge internazionale. Ai palestinesi sono state sottratte le risorse idriche per destinare l’acqua alle coltivazioni dei coloni
- Nelle alture del Golan, i vigneti dei coloni sono (almeno) 1.320 ettari. Più difficile stimare l’estensione delle coltivazioni nei territori occupati della Cisgiordania. L’ong Kerem Navot ne ha identificati 1.300 ettari e segnala un aumento delle espropriazioni di terreni
- I vini dell’occupazioni finiscono anche nei Paesi dell’Unione europea, principale partner commerciale di Israele. L’Italia nel 2022 ha importato bottiglie per un valore di circa 950mila euro; nel 2024 per circa 600mila euro. Rispondendo alle nostre domande, il rivenditore italiano Vinum Vini ha precisato che l’importazione di vini della cantina dei coloni israeliani Shiloh «è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete»
- Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine, non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei
Terra occupata, risorse sottratte ai palestinesi
Negli ultimi due anni, oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, tra cui almeno 213 bambini. Migliaia di altri palestinesi sono rimasti feriti in attacchi, spesso coordinati, compiuti dall’esercito israeliano o dai coloni. La zona di Nablus è tra quelle che ne registrano il numero più alto. Con l’escalation della violenza dei coloni, la terra palestinese viene confiscata e assorbita dagli insediamenti in espansione. La coltivazione della vite per l’industria vinicola israeliana è diventata uno strumento efficace di espropriazione che fornisce opportunità economiche ai coloni e impedisce ai palestinesi di tornare alle loro terre.
Il complesso di insediamenti di Shiloh, situato in posizione strategica tra Ramallah e Nablus, ha svolto un ruolo centrale nell’appropriazione delle terre. Da quando è stato fondato alla fine degli anni Settanta su terreni sottratti ai villaggi palestinesi di Qaryut eTurmus Ayya, Shiloh è diventato unpunto nevralgico per la creazione di nuovi avamposti – insediamenti che sebbene ufficialmente illegali secondo la legge israeliana, spesso sono di fatto sostenuti dallo Stato, che ne fornisce infrastrutture, protezione militare e strumenti per la retroattiva legalizzazione – che hanno favorito l’avanzata dei coloni nei terreni agricoli circostanti.
In primo luogo, i coloni occupano le cime delle colline. Poi, i loro avamposti vengono collegati a insediamenti più grandi, creando corridoi che isolano le comunità palestinesi e aprono la strada all’annessione della Cisgiordania.
A Qaryut, Shaher Musa ricorda la prima volta che i terreni del suo villaggio – compresi quelli intestati a suo nonno, durante il periodo ottomano – furono confiscati per piantare un vigneto. Era il 1996, poco dopo l’inizio del primo dei sei mandati di Benjamin Netanyahu alla guida del governo israeliano.
C’è stata una manifestazione, ma è stata repressa violentemente dall’esercito e attaccata dai coloni. «Tutte le proteste e i documenti ufficiali che abbiamo presentato non sono serviti a nulla – dice Musa –. Le ambizioni dei coloni erano sostenute dal governo e dall’esercito. L’intera area è stata rasa al suolo con i bulldozer. È stata livellata e piantata a vigneto».
Durante la seconda Intifada, nei primi anni 2000, i coloni e l’esercito israeliano hanno impedito ai palestinesi di accedere ai loro terreni agricoli, che sono stati poi occupati dagli stessi coloni. L’espropriazione dei contadini palestinesi risale a decenni fa. Dal 1967, Israele ha sequestrato più di 200mila ettari della Cisgiordania – oltre un terzo del territorio – privando i palestinesi della loro terra e dei loro mezzi di sussistenza. Ma anche prima, durante la Nakba del 1948, i palestinesi hanno perso circa il 78% della Palestina storica. Circa 750mila palestinesi sono stati espulsi o sono fuggiti, la maggior parte dei quali erano agricoltori.
Per approfondire

Il peso del settore vitivinicolo nell’economia dell’occupazione
In tutta la Cisgiordania, l’appropriazione delle terre ha subito un’accelerazione negli ultimi due anni. A Qaryut, secondo il consiglio del villaggio, gli abitanti sono stati privati di quasi il 90% delle loro terre. I coloni hanno anche preso il controllo delle sorgenti del villaggio, una delle quali è stata trasformata in una piscina. Mentre gli agricoltori palestinesi sono privati delle loro risorse, gli avamposti vengono rapidamente collegati alle reti idriche ed elettriche. A est di Shiloh, la compagnia idrica nazionale israeliana ha installato un grande serbatoio d’acqua in mezzo a vasti vigneti.
La regione di Nablus ospita attualmente quattro aziende vinicole che esportano in tutto il mondo: Shiloh, Gva’ot, Har Bracha e Tura. Anche una grande azienda agricola, Meshek Achiya, coltiva olive e uva da vino su terreni confiscati ai palestinesi.
L’Amministrazione civile della Cisgiordania – l’unità militare responsabile dell’attuazione della politica civile di Israele nella regione occupata – dal 2008 in avanti ha emesso diversi ordini di sfratto, mai eseguiti, affinché liberasse i terreni palestinesi che l’azienda aveva confiscato illegalmente. Tra il 2014 e il 2022, l’azienda ha comunque ricevuto circa 100mila metri cubi di acqua all’anno dall’Autorità idrica israeliana, diventando uno dei maggiori consumatori di acqua per l’agricoltura degli insediamenti in Cisgiordania.
Oltre all’irrigazione fornita dallo Stato, i viticoltori coloni ricevono generosi sussidi, sovvenzioni e agevolazioni fiscali nella Cisgiordania occupata. Secondo i dati del ministero dell’Economia e dell’industria israeliano condivisi dall’organizzazione Peace Now, solo la cantina Shiloh, la più grande azienda vinicola della zona di Nablus, ha ricevuto più di un milione di euro di finanziamenti governativi nell’ultimo decennio. Una nota del 2018 dello stesso ministero riporta la notizia di un piano autorizzato dall’Autorità israeliana per gli investimenti dal valore complessivo di 19 milioni di shekel (circa 5 milioni di euro) per la cantina Shiloh e altre due aziende vinicole.
I dati del ministero dell’Agricoltura israeliano mostrano che i territori occupati nel 1967 sono diventati importanti regioni vinicole. Nelle alture del Golan siriano si stima che ci siano 1.320 ettari di vigneti. Tuttavia, secondo Noa Maoz, viticoltore del Consiglio israeliano delle uve e del vino (che vive nelle alture occupate del Golan), questi dati non riflettono ancora l’estesa piantumazione avvenuta negli ultimi tre anni.
In Cisgiordania, determinare l’estensione totale dei vigneti dei coloni è molto più difficile. Le regioni vinicole israeliane si estendono oltre la Linea Verde – la linea di confine tracciata nel 1949 tra Israele e i Paesi arabi confinanti (Egitto, Giordania, Siria, Libano) – e non fanno distinzione tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e le sue colonie. Tuttavia, secondo un rapporto commissionato dal Consiglio delle uve e del vino – associazione di categoria che rappresenta i viticoltori e le cantine israeliane fondata nel 1963 – dopo le alture del Golan, la seconda regione vinicola più grande di Israele sono le colline della Giudea, che si estendono anche sui territori occupati della Cisgiordania.
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Dror Etkes, ricercatore israeliano che da oltre vent’anni monitora l’attività degli insediamenti e ha fondato l’ong Kerem Navot, avverte che i dati ufficiali sottostimano la reale portata della viticoltura dei coloni in Cisgiordania. «Ci sono molti casi di appropriazione di terreni che non vengono segnalati. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’espansione», afferma indicando il suo database, che mappa circa 1.300 ettari di vigneti dei coloni in Cisgiordania. Le sue immagini aeree documentano la graduale espropriazione subita dai contadini palestinesi nel corso dei decenni, le cui terre sono state confiscate dai coloni, rase al suolo e ripiantate con viti.
La cantina Shiloh, situata all’ingresso dell’omonimo insediamento, è stata fondata nel 2005 dall’avvocato e uomo d’affari messicano Mayer Chomer. Amministratore delegato e capo enologo è Amichai Lourie, originario di Boston. Secondo il sito web dell’azienda vinicola, «la produzione aumenta ogni anno». Attualmente produce circa 500mila bottiglie all’anno, di cui circa la metà viene esportata.
Un centro visitatori inaugurato di recente ospita matrimoni ed eventi, offrendo visite guidate e degustazioni di vini in quello che viene descritto come «un ambiente sofisticato e sereno». Una mappa del mondo appesa alla parete del centro evidenzia le esportazioni verso più di una dozzina di Paesi in Europa, Nord e Sud America e Asia orientale. I vini della cantina Shiloh sono disponibili in vendita in Italia. Uno dei rivenditori di questo prodotto, Vinum Vini, rispondendo alle domande di IrpiMedia, ha precisato che «l’importazione di vini è avvenuta solo nel 2021» e che la decisione di intraprendere quella collaborazione commerciale «è stata presa sulla base di informazioni incomplete». «Riconosciamo la nostra responsabilità per questo errore e ce ne rammarichiamo sinceramente», conclude l’azienda.

Trarre profitto dalle terre occupate illegalmente
Oggi esistono più di 300 aziende vinicole israeliane che producono circa 45 milioni di bottiglie di vino all’anno. Secondo l’Istituto israeliano per l’esportazione, quelle di vino sono raddoppiate nell’ultimo decennio. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande, assorbendo circa idue terzi delle esportazioni di vino israeliano, seguiti dall’Unione europea. Sebbene l’Italia non sia tra i principali importatori, secondo il portale dell’Unione europea nel 2022 le importazioni hanno raggiunto un valore di quasi 950mila euro.
È difficile determinare quale percentuale dei vini esportati provenga dalla Cisgiordania occupata e dalle alture del Golan siriano, poiché né Israele né l’Ue raccolgono questi dati. Francesca Albanese, relatrice speciale della Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina e nei territori arabi occupati, nel rapporto di luglio 2025 Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, scrive: «I prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie, invadono i mercati globali attraverso i grandi rivenditori, spesso senza alcun controllo». Albanese aggiunge che per evitare il boicottaggio o reazioni negative dei consumatori, «le aziende mascherano l’origine dei prodotti» con varie strategie.
Nel 2011 il centro di ricerca sull’occupazione israeliana Who Profits scriveva nella conclusione di un rapporto che «tutte le principali aziende vinicole israeliane utilizzano uve provenienti dai territori occupati nei loro vini». Mentre le uve provenienti dalle alture del Golan vengono utilizzate apertamente, il rapporto ha rilevato che le aziende vinicole che si rifornivano di uve dai vigneti della Cisgiordania utilizzavano vari metodi per nasconderne l’origine.
Nel luglio 2024, il Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (Cig) ha delineato gli obblighi degli Stati di «astenersi dall’intrattenere rapporti economici o commerciali con Israele in relazione al territorio palestinese occupato» e di «adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento» degli insediamenti illegali. Nonostante questi chiari obblighi, il commercio che sostiene l’espansione coloniale dei coloni è continuato senza sosta e quello del settore del vino è solo uno dei campi nei quali questi obblighi non vengono rispettati.
La guerra contro Gaza – che gruppi per i diritti umani, esperti delle Nazioni Unite e le principali autorità del diritto internazionale hanno definito un genocidio – e le crescenti richieste di boicottaggio dei prodotti israeliani, non hanno avuto un impatto significativo sull’industria vinicola. Nel 2024, le importazioni di vino italiano si sono avvicinate al valore commerciale di 600mila euro.
«Le esportazioni verso l’Europa non hanno risentito in modo significativo delle tensioni degli ultimi anni», ha affermato Mark Gershman, responsabile del settore vinicolo presso l’Istituto israeliano per l’esportazione. Ha aggiunto che «mentre alcuni mercati specifici hanno registrato una stagnazione o un leggero calo negli ultimi tempi, altri mercati nuovi sono in crescita».
L’Ue, il principale partner commerciale di Israele, ha adottato diverse politiche volte a distinguere tra i confini internazionali riconosciuti di Israele e i territori occupati dal 1967. Il primo passo è stato compiuto nel 2004, quando agli esportatori israeliani è stato richiesto di fornire i codici postali indicanti il luogo di produzione, in modo che i prodotti provenienti dagli insediamenti non ricevessero un trattamento preferenziale nell’ambito dell’accordo commerciale Ue-Israele.
Questo approccio è stato rafforzato nel 2012, quando l’Ue ha cercato di garantire che gli accordi tra i due Paesi non si applicassero alla Cisgiordania occupata o alle alture del Golan. Nel 2015, l’Ue ha richiesto con una nota un’etichettatura chiara dei prodotti provenienti dagli insediamenti. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha rafforzato questo approccio nel 2019, stabilendo che gli Stati membri devono garantire un’etichettatura distinta per i prodotti provenienti dagli insediamenti, che non possono essere commercializzati come “Made in Israel”.
Il ruolo del boicottaggio commerciale in Sudafrica nella fine dell’apartheid
L’avvocato generale della Corte di Giustizia Europea, Gerard Hogan, ha paragonato già nel 2019 il caso del boicottaggio dei prodotti sudafricani durante l’apartheid alla situazione in Cisgiordania.
«Il diritto dell’Ue richiede che, per un prodotto originario di un territorio occupato da Israele dal 1967, venga indicata l’origine del prodotto da un insediamento israeliano, se così fosse, un consumatore ragionevole potrebbe scegliere di non acquistare vino israeliano o cosmetici prodotti su territorio palestinese per considerazioni etiche. Proprio come molti consumatori europei si opponevano all’acquisto di beni sudafricani prima dell’apartheid del 1994, i consumatori di oggi potrebbero opporsi, per motivi simili, all’acquisto di beni provenienti da un determinato paese perché, ad esempio, non è una democrazia o perché persegue particolari politiche o politiche sociali che quel consumatore trova discutibili o addirittura ripugnanti».
Ancora oggi non è stato possibile stabilire il ruolo delle sanzioni commerciali nella fine del regime di apartheid in Sudafrica, ma degli anni Ottanta nel Paese africano prima arrivò il Movimento di Consumatori con appelli a “non acquistare merci sudafricane”, cui seguirono le sanzioni economiche e l’’Anti Apartheid Movement (Aam) trasformò il boicottaggio in una campagna per sanzioni economiche più ampie, chiedendo alle aziende di ritirare gli investimenti dal Sudafrica, un mercato chiave per paesi come il Regno Unito che decise l’espulsione del Sudafrica dal Commonwealth nel 1961, aumentando il suo isolamento internazionale. La pressione esercitata da consumatori, aziende e governi creò difficoltà economiche significative per il Sudafrica, rendendo il mantenimento del regime sempre più insostenibile.
Le sanzioni economiche contribuirono a indebolire il regime e a creare un contesto favorevole per i cambiamenti che, con la liberazione di Nelson Mandela, portarono alla fine dell’apartheid e all’abolizione delle leggi segregazioniste nel 1991 e alle prime elezioni democratiche nel 1994.

Per molti esperti di diritto internazionale, tuttavia, le misure di etichettatura non sono sufficienti a costituire la risposta giuridica necessaria quando il commercio è legato a insediamenti illegali. «È come se si scrivesse “realizzato con lavoro minorile” su un prodotto e poi si spiegasse che spetta al consumatore decidere se acquistarlo o meno – afferma François Dubuisson, professore di diritto internazionale all’Université Libre de Bruxelles (Ulb) –. Si tratta fondamentalmente di una sorta di politica simbolica volta a salvare le apparenze».
Data l’illegalità degli insediamenti, Dubuisson sostiene che questi prodotti dovrebbero essere vietati tout court. Non sarebbe una novità: dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, l’Ue ha agito rapidamente per vietare le importazioni dai territori occupati dalla Russia.
Eppure Israele continua a beneficiare di una politica di eccezione che gli consente di violare sistematicamente il diritto internazionale nell’impunità più totale. «Anche quando la legge impone l’etichettatura dei prodotti, questa non viene applicata – afferma Nazeh Brik, ricercatore dell’organizzazione per i diritti umani Marsad, che ha pubblicato un rapporto sull’industria vinicola dei coloni nelle alture del Golan siriano –. La posizione dei Paesi europei e occidentali non è sorprendente. La questione dell’occultamento dei prodotti e delle loro fonti è molto marginale rispetto al loro sostegno allo sterminio del popolo palestinese».
Un rapporto del 2020 dell’European Middle East Project (EuMep) ha rilevato che solo il 10% dei vini prodotti nella Cisgiordania occupata e nelle alture del Golan sono stati venduti nell’Ue con etichette corrette. Durante la nostra indagine non abbiamo trovato un solo caso di etichettatura corretta tra le centinaia di bottiglie esaminate nei negozi europei. Molti rivenditori e importatori non hanno risposto alle richieste di commento o di intervista, come alcune fonti istituzionali, tra cui l’Osservatorio del mercato vitivinicolo dell’Ue e i portavoce delle direzioni generali della Commissione per il commercio e l’agricoltura.
Le bottiglie della cantina Jerusalem vendute come “Made in Israel” riportano indirizzi che non corrispondono al loro effettivo sito di produzione nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, nel sud della Cisgiordania. I documenti del registro delle imprese israeliano suggeriscono che l’azienda potrebbe utilizzare l’indirizzo di un impianto di imbottigliamento e la sua registrazione amministrativa per nascondere la vera origine dei suoi vini e potrebbe beneficiare ingiustamente di un trattamento preferenziale.
L’Ue e le autorità doganali, i rivenditori, gli importatori e la cantina Jerusalem non hanno risposto alle richieste di commento.
Un rapporto pubblicato nel 2025 da Oxfam, in collaborazione con oltre 80 organizzazioni della società civile, ha documentato come gli esportatori israeliani eludano deliberatamente le normative mescolando i prodotti provenienti dagli insediamenti con merci prodotte all’interno dei confini riconosciuti di Israele, oppure indicando indirizzi fittizi all’interno di Israele per ottenere un trattamento commerciale preferenziale. Nel frattempo, le aziende che etichettano chiaramente i propri prodotti come provenienti dagli insediamenti possono ricevere un risarcimento dal ministero delle Finanze israeliano per la perdita delle esenzioni doganali.
Nel settembre 2025, dopo due anni di massacri a Gaza, la Commissione europea ha annunciato una proposta per sospendere l’accesso preferenziale di Israele al mercato dell’Ue, una mossa che comporterebbe circa 227 milioni di euro di dazi doganali aggiuntivi all’anno.
La proposta, ad oggi, non è mai andata avanti.

Tra politica, messianesimo e business
L’importanza dell’industria vinicola israeliana va ben oltre il suo valore economico. Secondo un rapporto dell’agenzia di consulenza Herzog Strategic commissionato dal Consiglio delle uve e del vino, il settore offre un «contributo sostanziale al rafforzamento degli insediamenti e del patrimonio agricolo ebraico», svolge un ruolo chiave nello sviluppo del «turismo rurale» e promuove le relazioni con l’estero, in particolare attraverso la partecipazione di Israele a concorsi enologici internazionali.
In un episodio di settembre 2024 di Kosher Terroir – un podcast che racconta della «crescita globale incredibile del vino kosher» a cui stiamo assistendo, si legge in descrizione – Vered Ben-Sa’adon, cofondatrice della cantina Tura, nata nei Paesi Bassi, ha descritto come alla fine degli anni Novanta lei e suo marito abbiano piantato dei vigneti vicino a Nablus con l’obiettivo esplicito di colonizzare la terra.
«Se hai l’agricoltura, puoi avere centinaia di ettari di terra», ha spiegato. Ha poi raccontato al conduttore Simon Jacob (che promuove l’acquisto di vino israeliano come «uno dei modi migliori per sostenere Israele») che uno dei suoi figli, recentemente tornato dai combattimenti a Gaza, ora aiuta nella cantina. Secondo Ben-Sa’adon, circa la metà della produzione di Tura viene esportata, e ci sono piani per aprire un nuovo centro visitatori nell’insediamento di Rehelim, a sud di Nablus, costruito su un terrenoconfiscato al villaggio palestinese di As-Sawiya.
Nell’ottobre 2023, Bilal Saleh, un contadino palestinese, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla moglie e ai figli mentre raccoglieva olive nella sua terra ad as-Sawiya. L’assassino è stato identificato come Shuvael Ben-Natan, un colono di Rehelim, poi ucciso mentre combatteva in Libano. I discorsi funebri al suo funerale hanno raccontato che aveva attaccato i palestinesi, bruciato case a Gaza e cercato vendetta contro «le donne e i bambini palestinesi».
Nonostante si trovi in un insediamento noto per la sua violenza e considerato illegale dal diritto internazionale, Tura ha ricevuto premi da prestigiosi concorsi come il Decanter World Wine Awards. Decanter ha anche assegnato medaglie ad altre cantine con sede in alcune delle zone più violente della Cisgiordania, tra cui Shiloh e Gva’ot nella regione di Nablus, e La Forêt Blanche nelle colline a sud di Hebron, fondata da un colono israeliano condannato per l’omicidio di tre palestinesi.
In un articolo sulla cantina Shiloh pubblicato sul sito web di Decanter, la zona è descritta come un «paradiso della vinificazione» senza mai menzionare che si trova su un territorio occupato dove i palestinesi subiscono aggressioni sistematiche, espropriazioni, sfollamenti e cancellazioni.
Contattato per un commento, Decanter ha dichiarato che «sta attualmente rivedendo le sue politiche e procedure interne relative ai vini prodotti in territori con uno status giuridico controverso o delicato. Poiché tale revisione è ancora in corso, non siamo in grado di rispondere alle domande specifiche sollevate». La cantina Shiloh ha affermato di «operare nel pieno rispetto della legge israeliana, in modo trasparente e responsabile».
In risposta a una richiesta di commento, le aziende vinicole Tura, Har Bracha e La Forêt Blanche non hanno risposto, mentre il cofondatore dell’azienda vinicola Gva’ot, Elyashiv Drori, ha respinto le accuse secondo cui la sua azienda vinicola sarebbe stata fondata su terreni occupati. «Gli arabi sono arrivati in questa terra come nomadi e in seguito come conquistatori», ha scritto, aggiungendo che la terra «era stata promessa da Dio al popolo ebraico». Una risposta che si colloca nella tradizione delle giustificazioni religiose e nazionaliste per l’insediamento, tipiche di alcune correnti della destra radicale israeliana.

Il vino israeliano: una storia coloniale
Le radici coloniali dell’industria vinicola israeliana non risalgono al 1967, ma possono essere fatte risalire agli albori del sionismo. Alla fine del XIX secolo, il barone Edmond de Rothschild, membro francese della famiglia di banchieri Rothschild e forte sostenitore del sionismo, acquistò dei terreni in Palestina e importò viti francesi, nella speranza di creare opportunità economiche per i coloni ebrei.
I ricercatori israeliani Ariel Handel e Daniel Monterescu osservano che questo sforzo di modernizzare la viticoltura nelle colonie ebraiche si basava sull’idea del vino come agente di cultura e progresso. Nonostante i notevoli investimenti, il progetto fallì, poiché i vitigni francesi si adattavano male al clima e al suolo locali e i vini non riuscirono a conquistare i mercati esteri.
«Israele non era noto per il vino fino all’inizio degli anni Novanta, con la fondazione della cantina Alture del Golan», afferma Handel. Il vino, spiega, è diventato uno strumento per ridefinire l’immagine del Golan «non come territorio occupato, luogo di guerre, luogo di sangue, ma piuttosto come “l’Europa in Israele”… È diventato un luogo di turismo e di buon gusto».
Il vino ha svolto un ruolo così importante nella normalizzazione dell’occupazione delle alture del Golan che il modello viene ora riprodotto dai coloni in Cisgiordania. «Hanno iniziato a promuovere la Cisgiordania come la Toscana: vino e formaggio, bed and breakfast», osserva Handel.
Una storia secolare
Come in gran parte del Mediterraneo, la vite è coltivata in tutto il territorio della Palestina storica. La vite è citata centinaia di volte nella Bibbia e i siti archeologici conservano antichi torchi per la pigiatura dell’uva. Le comunità cristiane ed ebraiche hanno sempre prodotto vino, già da molto prima dell’arrivo dei coloni sionisti.
Fadi Batarseh lavora come enologo presso la cantina Cremisan, fondata nel 1885 dai monaci salesiani. «Anche prima della nostra fondazione, molte famiglie cristiane producevano vino in casa», racconta Batarseh seduto nel suo ufficio che si affaccia sugli antichi terrazzamenti della valle di Cremisan, tra Gerusalemme e Betlemme.
L’uva rimane uno dei frutti più coltivati in Palestina. Sebbene la coltivazione dell’uva da vino sia diminuita sotto il dominio islamico, gli agricoltori hanno continuato a coltivare uva da tavola e a preservare le varietà locali. Queste uve vengono consumate fresche e trasformate in uva passa, melassa, aceto e dolci, mentre le foglie vengono raccolte per essere utilizzate in una varietà di piatti locali.
Formatosi in enologia a Udine, Batarseh ha fatto parte di un team che ha mappato i vitigni autoctoni della Palestina. «Abbiamo effettuato l’analisi genetica e abbiamo scoperto che esistono 21 genotipi diversi, quattro dei quali adatti alla produzione di vino: tre bianchi e uno rosso», spiega. Nel 2008, Cremisan ha iniziato a produrre vini da queste varietà autoctone – Dabouki, Hamdani-Jandali e Baladi – che hanno poi ricevuto premi internazionali. Sulla scia del successo di Cremisan, la cantina israeliana Recanati ha lanciato nel 2014 un vino simile utilizzando uve acquistate da un agricoltore palestinese vicino a Betlemme.
Secondo Handel e Monterescu, le due figure responsabili dell’approvvigionamento di uve autoctone per Recanati erano Shivi Drori, biologo molecolare dell’Università Ariel e co-fondatore della cantina Gva’ot, entrambe situate negli insediamenti della regione di Nablus, e il suo studente Yakov Henig, proveniente dal blocco di insediamenti di Gush Etzion vicino a Betlemme, che ha utilizzato i suoi contatti con gli agricoltori palestinesi per individuare le uve autoctone. Intervistato da Handel, Henig ha anche ricordato di aver trovato «uva selvatica» tra le rovine dei villaggi palestinesi distrutti. Ha detto che è stato allora che ha capito che lo strumento migliore per trovare varietà autoctone per il suo progetto di ricerca con Drori era una mappa delle centinaia di villaggi palestinesi spopolati e distrutti durante la Nakba del 1948, che ha causato lo sfollamento forzato di più della metà della popolazione indigena della Palestina.
I viticoltori coloni si presentano come pionieri che stanno «riportando in auge la produzione vinicola dopo 2.000 anni» e «rivitalizzando» le tradizioni vinicole bibliche. Molti di loro sono allineati con l’estrema destra messianica, combinando l’ultranazionalismo con la convinzione che la terra sia stata loro donata da Dio, negando i diritti dei palestinesi e presentando la supremazia ebraica come un disegno divino.
La produzione vinicola, afferma Monterescu a IrpiMedia, «ha una risonanza culturale e religiosa molto profonda. Quindi è sia un mezzo di espansione e di appropriazione della terra, ma ha anche un indice di radicamento religioso», diventando parte di una narrativa nazionalista di redenzione della terra volta a colmare il percepito «divario di 2.000 anni tra l’esilio e il ritorno sionista».
Gli agricoltori palestinesi che hanno mantenuto in vita i vitigni endemici erano diventati i «custodi» dell’antica conoscenza viticola, spiega Monterescu. Ma una volta che le cantine israeliane si sono assicurate l’accesso all’uva, gli agricoltori palestinesi «sono diventati superflui. Non hanno più bisogno di loro, perché hanno già preso l’uva», dice. «Ora ci sono decine di aziende vinicole locali che commercializzano varietà autoctone come «antiche uve bibliche di Israele».
Mentre i vini degli insediamenti circolano liberamente, i prodotti palestinesi sono sottoposti a rigorosi controlli. «Non possiamo importare o esportare nulla liberamente – racconta Canaan Khoury, produttore di vino del villaggio palestinese di Taybeh, nella Cisgiordania occupata –. Ci costa di più portare il vino dalla cantina al porto che dal porto a Tokyo, a causa dei controlli di sicurezza aggiuntivi e delle restrizioni. Per ogni spedizione ci sono nuove regole che gli israeliani ci impongono».
Le difficoltà vanno ben oltre la spedizione: «Abbiamo subito confische di terreni da parte dell’esercito e continui attacchi dei coloni – continua Khoury –. Attaccano i vigneti. Troverete filari di viti di età diverse perché ogni volta che i coloni arrivano, tagliano alcune viti e noi dobbiamo reimpiantarle. Non ci è nemmeno permesso accedere alla nostra fonte d’acqua. Gli israeliani rubano la nostra acqua e ce la vendono in quantità limitate».
Nonostante queste difficoltà e l’incertezza per il futuro, Khoury continua a curare i suoi vigneti, raccogliere l’uva con la famiglia e produrre vino. «Continuiamo a produrre di più e a costruire nuove strutture – dice con un sorriso amaro –. Scherziamo dicendo che li stiamo facendo per i coloni, affinché vengano a prenderli da noi».
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