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Inquinamento da Pfas in Veneto: si va verso il maxi processo

Dopo l’udienza di ieri, possibile la riunione dei procedimenti aperti nei confronti della società Miteni, ritenuta l’origine dell’inquinamento tra le province di Vicenza, Verona e Padova

13.10.20

Francesca Cicculli
Silvia Pittoni

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Inquinamento
Pfas
Veneto

Dal 2016 c’è una zona rossa nel Nord-est tra le province di Vicenza, Padova e Verona perché contaminata da sostanze altamente tossiche sversate nel terreno e nelle acque, conosciute con il nome di Pfas. La contaminazione, secondo le indagini, è partita dalla Miteni di Trissino, un’azienda chimica del vicentino fondata nel 1964, ora fallita, situata su una zona che alimenta la seconda falda acquifera più estesa d’Europa, grande quanto il Lago di Garda. Tuttavia tutto il distretto conciario della zona è da tempo sotto la lente d’ingrandimento delle autorità ambientali come Arpa e Ispra.

La falda rifornisce gli acquedotti di 21 comuni delle tre province, ma anche molti pozzi privati. Per anni, circa 350 mila persone hanno bevuto acqua contaminata senza saperlo: è uno dei peggiori casi di inquinamento in Italia.

Ieri, 12 ottobre, si è svolta la seconda udienza del processo che vede imputati tutti i dirigenti della Miteni fino al periodo 2013-2014, rappresentanti della Mitsubishi e dell’ICIG, il gruppo tedesco di proprietà lussemburghese, che nel 2014 ha acquistato l’azienda. I manager sono accusati a vario titolo di disastro innominato e di aver avvelenato le acque con gli Pfas, sostanze perfluoralchiliche.

Nell’udienza di ieri, il giudice Roberto Venditti ha accolto la richiesta della Procuratrice di Vicenza Orietta Canova di rinviare il dibattimento in attesa di formulare la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati in altri due filoni di indagini appena conclusi. Uno è quello relativo all’inquinamento da GenX e C6O4, iniziato nel 2012. Il terzo filone riguarda invece la bancarotta fraudolenta: l’azienda avrebbe aggravato il dissesto finanziario omettendo la contabilizzazione degli oneri ambientali relativi alla bonifica. La prossima udienza si terrà il 30 novembre. L’intenzione della Procura è quello di arrivare, il prossimo anno, a un unico maxi processo che riunisca i procedimenti riguardanti l’inquinamento delle acque prima e dopo il 2013.

Cronistoria di un inquinamento

Gli Pfas sono utilizzati per impermeabilizzare tessuti, piatti di carta e pellicole alimentari, o per rendere antiaderenti le pentole, ma con effetti altamente tossici sulla salute umana. La loro presenza nel sangue dura per più di dieci anni e, scrive una ormai importante letteratura scientifica, può portare a malattie cardiovascolari, tiroidee, ma anche tumori, ipertensione e ipercolesterolemia. 

Nonostante gli sversamenti siano partiti già dalla fine degli anni Sessanta, le prime notizie di inquinamento da Pfas in Veneto emergono solo nel 2013, quando il Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Ministero dell’Ambiente pubblicano i risultati di una ricerca effettuata sui principali bacini fluviali italiani.

Nel 2014 è stato presentato un primo esposto alla Procura di Vicenza, archiviato subito dopo. Secondo l’avvocato Edoardo Bortolotto, che al processo in corso rappresenta alcune parti civili, questo è accaduto perché nessuno, dalla magistratura alla Regione Veneto, conosceva gli effetti di queste sostanze sulla salute.

La gravità della situazione è emersa solo quando la Regione ha iniziato gli screening di massa a dicembre 2016. Da questi, infatti, è risultato che la contaminazione si estendeva ben oltre la zona di origine: le analisi del sangue rivelano livelli altissimi di Pfas soprattutto tra i più giovani. Prendono vita così vari comitati sul territorio, tra cui le Mamme NoPfas, determinate a portare il problema sui tavoli della politica nazionale. Le richieste sono soprattutto due: chiedere la bonifica completa di acque e terreni contaminati e fissare limiti alla produzione delle sostanze contaminanti. Grazie anche all’operato dei comitati, nel 2017 è stato presentato un secondo esposto in procura, corredato da perizie epidemiologiche e ambientali, che ha fatto aprire le indagini e dato avvio all’azione processuale.

«In due anni, la magistratura ha conferito incarichi di consulenza e aspettato i risultati degli esami epidemiologici. Nel frattempo, ha svolto indagini autonome che si sono concluse a inizio 2019 con la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati», racconta l’avvocato Bortolotto. 

Il processo è partito lo scorso 8 giugno con la costituzione di 226 parti civili tra cui comitati, associazioni e 41 lavoratori della ex Miteni. Proprio il 9 ottobre, per la prima volta l’Inail ha inserito, tra le malattie professionali, l’elevata concentrazione di Pfas nel sangue, riconoscendo a due lavoratori «una menomazione dell’integrità psicofisica». Secondo la Cgil, che ha raccolto le denunce degli operai, si tratta di un importante passo per richiedere eventuali benefici previdenziali ed estendere il riconoscimento del danno ad altri lavoratori per situazioni aziendali analoghe. Le parti civili coinvolte nel processo chiedono principalmente che i responsabili dell’inquinamento vengano puniti con la detenzione, poiché è stato dimostrato che i vertici dell’azienda hanno nascosto e non rivelato subito l’entità e la gravità dell’inquinamento. Un ritardo che, per l’avvocato, ha sostanzialmente determinato l’aggravarsi e l’estendersi a una platea molto vasta della contaminazione del sangue e delle acque.

Il precedente della DuPont

È noto, infatti, che la Miteni abbia avuto continui scambi di informazioni medico-scientifiche con la DuPont, azienda statunitense basata in Ohio che aveva studiato e brevettato l’utilizzo degli Pfas e che era a conoscenza dei potenziali rischi di queste sostanze. La stessa DuPont, dopo una class action avviata negli Stati Uniti nel 2001 grazie al lavoro del legale Robert Billot, è stata poi condannata a risarcire alla cittadinanza 300 milioni di euro: 70 di questi furono poi utilizzati per una indagine epidemiologica indipendente che concluse come alcuni composti Pfas, in particolare quelli a “catena lunga”, avessero «proprietà cancerogene e di interferenti endocrini provocando così ipercolesterolemia, coliti ulcerose, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene».

«Purtroppo da noi vi è stato un silenzio assoluto su questi studi che la Miteni conosceva» spiega Bortolotto a IrpiMedia. «Abbiamo le prove – continua il legale – che i tecnici dell’azienda spesso si recavano negli Stati Uniti o avevano contatti diretti con i tecnici della DuPont, però tutto questo è stato ignorato dalle autorità che avrebbero dovuto vigilare». Nel frattempo, inoltre, l’azienda è fallita: «Cosa che avevamo previsto perché non si sarebbe mai fatta carico delle decine di milioni di euro necessari per bonificare l’area inquinata e dei costi utili a purificare l’acqua», sostiene l’avvocato.

Tra bonifiche, tutela della salute e lavoro

Negli ultimi anni, infatti, sono stati installati filtri ai carboni attivi per far arrivare acqua pulita nelle abitazioni, e si sta procedendo a costruire nuovi acquedotti. La bonifica, invece, non è ancora partita. L’istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra) stima un danno da 136 milioni di euro con i terreni vicini all’azienda che andrebbero bonificati sia dagli Pfas sia da altri composti chimici, come gli GenX e C6O4, sversati dalla stessa azienda dal 2012.

La vicenda GenX e C6O4

Dal 2012, l’ICIG è stata autorizzata a produrre nell’azienda di Trissino sostanze chiamate GenX e C6O4. Rispetto agli Pfas, che hanno 8 atomi di carbonio, queste nuove molecole sono a catena ridotta, con 6 o 4 atomi di carbonio.

Il ritrovamento di queste sostanze in Veneto risale a giugno 2018, dopo altri rilevamenti di Arpav, quando ormai l’azienda era fallita e la loro produzione terminata. È stato dimostrato che anche queste molecole hanno contaminato le acque e il sangue della popolazione.
Nei territori interessati, dal 2017 risulta una presenza ridotta di Pfas, mentre rimane una residua concentrazione di GenX e di C6O4. «Queste sostanze si trovano praticamente ovunque nell’area di interesse, sono disciolte all’interno dell’acqua della falda sotto gli impianti, si trovano su tutti i terreni superficiali, sui terreni profondi, sotto le porzioni dell’argine del bosco che è a fianco della Miteni, si trova assorbita su tutti i terreni a causa dell’innalzamento e abbassamento del livello di falda», ha raccontato la procuratrice Canova in commissione Ecomafie, lo scorso 22 luglio.

Sulla contaminazione da GenX e C6O4 è probabile che a essere chiamata in causa sia anche Regione Veneto, la quale aveva concesso l’autorizzazione per la produzione delle sostanze senza poi verificare, sostiene ancora Bortolotto, la presenza di ulteriori contaminazioni. 

Oltre alla conclusione del procedimento giudiziario, le parti civili stanno lottando per ottenere una normativa nazionale che fissi dei limiti allo scarico di Pfas. Limiti che sono stati già definiti dalla Regione Veneto. Anche a livello europeo si è arrivati a un accordo preliminare che prevede limiti Pfas a 0.1 microgrammi al litro, in tutta Europa.

I limiti allo scarico degli Pfas

Il Ministero dell’Ambiente a settembre ha presentato un Collegato Ambientale che poneva limiti nazionali per gli Pfas troppo alti e che non includeva tutti i tipi di Pfas presenti nelle acque venete. Dopo aver letto questa bozza di disegno di legge, le Mamme NoPfas hanno chiesto di essere ascoltate dal Ministro dell’Ambiente. Sono state ricevute il 6 ottobre, a Roma, dal capo della segreteria tecnica Tullio Berlenghi, dagli avvocati Carruba e Pecopo, e da Marco Ciarafoni, capo della segreteria del Sottosegretario di Stato Morassut. Il comitato è stato rassicurato sul fatto che la bozza non è definitiva. L’iter parlamentare durerà circa un anno e prevede l’istituzione di un tavolo tecnico, al quale le mamme potranno partecipare. «Che sia davvero solo un anno e non di più, perché ne sono già passati sette», spera una delle Mamme. A questo tavolo, il Comitato vuole che ci sia collaborazione attiva tra le varie parti coinvolte: Regione Veneto, Ministero dell’ambiente, ISS, ISPRA e Confindustria, «per trovare una soluzione insieme percorribile che non chieda la chiusura delle aziende, ma imponga soluzioni alternative sostenibili». «Non vogliamo – concludono – essere messi davanti al bivio lavoro-salute. Non vogliamo chiedere alle aziende di chiudere, ma chiediamo un lavoro sicuro. Non vogliamo alzare muri, ma partecipare e consigliare alcune soluzioni». Per le Mamme è fondamentale che i limiti che verranno fissati per gli Pfas vengano decisi sulla base di ricerche scientifiche che garantiscano la sicurezza delle persone, e non per motivi economici.

Le Mamme no Pfas a Roma il 6 ottobre 2020 © Francesca Cicculli

«L’Italia – conclude Bortolotto – ha una storia di gravissimi disastri ambientali, non è più possibile che periodicamente sia epicentro e vittima di inquinamenti così gravi, che poi alla fine colpiscono i soggetti più deboli. Vogliamo che questo processo sia uno spartiacque tra un’Italia vecchia, quella dei disastri ambientali e di una mancata sensibilità su questi temi, e un’Italia nuova dove questo non succeda mai più».

Crediti

Autori

Francesca Cicculli
Silvia Pittoni

Editing

Luca Rinaldi

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