La mattina del 14 gennaio 2022 la nave Mare Doricum dell’armatore italiano Fratelli d’Amico arriva davanti alle spoglie coste desertiche del Perù, in prossimità del golfo di Ventanilla, vicino la capitale Lima. Si posiziona poco a largo da La Pampilla, la raffineria della multinazionale spagnola Repsol, per scaricare il contenuto di quasi un milione di barili di greggio che la compagnia energetica aveva acquistato a San Paolo, in Brasile. L’imbarcazione si posiziona a largo della costa e iniziano le operazioni di messa in sicurezza della nave: per poter scaricare il petrolio tramite un sistema di pompe sottomarine che collegano l’impianto a terra con le petroliere in arrivo, bisogna prima di tutto rendere stabile l’imbarcazione.
In breve
- Gennaio 2022: dopo un incidente durante la fase di scarico del petrolio, una nave ormeggiata allo stabilimento di Repsol sversa tonnellate di greggio nel mare, andando a contaminare le acque e le spiagge
- All’inizio l’azienda sottostima l’impatto dello sversamento, solo dopo l’ente statale del Perù afferma che sono stati contaminati oltre 10mila metri cubi di territorio
- L’evento blocca le attività dei pescatori locali che allo stesso tempo chiedono una compensazione e la pronta bonifica dell’area
- Dopo anni, i pescatori denunciano l’inattività dello Stato, troppo lento nel ristabilire la loro quotidianità e indifferente alle loro esigenze di compensazione
- Dal canto suo, Repsol offre compensazioni alle singole persone ma a un prezzo inferiore di quanto sarebbe il guadagno annuo che hanno perso i pescatori, stando alle associazioni locali che si sono occupate del caso
- I pescatori sono combattuti: prendere i soldi dall’azienda, non sufficienti ma necessari per sopravvivere, o andare avanti con le azioni legali?
Lo si fa con due ancore e cinque boe dell’impianto di Repsol che sono collegate con dei cavi alla poppa e alla prua, così da bilanciare sia la forza delle onde che quelle dei venti. Una volta assicurata la posizione, l’equipaggio rilascia due tubi verso il fondale per connettersi al bocchettone che porterà il petrolio alla raffineria.
Inizia lo scarico quello stesso giorno e arrivati al pomeriggio del 15 gennaio già 620mila barili sono stati scaricati.
Ma durante tutto questo tempo i cavi di una boa sono stati disposti malamente e la pressione del vento, che è stata leggera ma costante durante tutta l’operazione, rompe uno dei collegamenti. «Appena ci si accorge di una cosa del genere bisognerebbe subito fermare le operazioni» dice Cesar Salerno Rodriguez, perito navale sentito per indagare sull’evento.

Al contrario, le operazioni sono continuate e la nave lentamente è finita sempre più fuori asse fino a causare il distacco di uno dei tubi che stavano scaricando il petrolio verso la raffineria. Nel giro di pochi minuti, viene a galla una macchia nera e l’odore si fa sempre più forte. Nove minuti dopo il distacco finalmente viene forzata la chiusura dei tubi di scarico, ma ormai oltre 12mila barili di greggio sono stati sversati nel mare.
La dimensione del disastro è stata aggravata anche dalla pressione eccessiva con cui veniva trasferito il petrolio, non conforme ai regolamenti, che ha causato un’enorme fuoriuscita in pochissimo tempo. Ma non finisce qui. In un goffo tentativo di spingere il petrolio rimasto nella tubatura sottomarina dove era attaccata la Mare Doricum verso l’impianto, la raffineria de La Pampilla decide di far pompare acqua nel condotto.
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Ma l’idea non funziona, anzi: i dispositivi nello stabilimento segnalano che durante l’operazione il livello di petrolio nei depositi si sta abbassando. Dall’impianto, altri 1200 barili scendono nei condotti e si disperdono nel mare. In una prima stima fatta da Repsol, lo sversamento sarebbe stato pari a 0.16 barili e avrebbe contaminato un’area di 2.5 metri quadrati. In realtà, dopo le indagini dei periti navali, lo sversamento viene quantificato in quasi 14mila barili di greggio, oltre 2 milioni di litri, l’equivalente di una piscina olimpionica.
Secondo la ricostruzione dell’evento realizzata dalla testata peruviana Epicentro TV, Repsol ha contravvenuto ai regolamenti di sicurezza che avrebbero potuto impedire quello che è stato il più grande sversamento di petrolio nella storia peruviana. Inoltre, la reazione della compagnia all’emergenza è stata «tardiva» e «inadeguata», a detta del capitano della Mare Doricum. Solo sei ore dopo il guasto all’ormeggio, la multinazionale petrolifera ha inviato uno specialista. Ma il danno era già fatto.
Oggi, a tre anni dall’incidente, i giornalisti della rivista Late sono tornati sulle coste del golfo di Ventanilla verificando che le spiagge e le acque sono ancora inquinate, e le centinaia di pescatori che lavoravano tra Lima e Callao hanno perso i propri mezzi di sostentamento.
Un villaggio distrutto
Miguel Núñez è a capo dell’Associazione per i pescatori “fondatori”, gli armatori e portuali artigianali di Bahía Blanca (ASPEFAEA in spagnolo), ma vive allevando maiali e suonando la sua arpa andina alle feste tradizionali. Un tempo era pescatore nel distretto di Ventanilla, in provincia di Callao, vicino a Lima. Ma dal 15 gennaio 2022, il suo mare dove trascorreva le prime ore della mattina si è tinto di nero.
Ventanilla è una zona costiera dove migliaia di persone vivono con meno di 112 euro al mese. Quando Núñez arrivò nella baia, 14 anni fa, pensava di poter fare una buona vita grazie alle opportunità che offriva il mare. I guadagni erano alti per lui, ricorda. In una giornata fortunata, un pescatore poteva guadagnare in media 120 euro al giorno vendendo il pesce direttamente nel quartiere. Con questi soldi riusciva a sfamare i suoi sei figli e a mandarli a scuola.
«Sono diventato pescatore per necessità. Quando mi sono trasferito a Ventanilla non c’era ancora molto lavoro. Alcuni amici mi hanno incoraggiato a pescare e da lì abbiamo iniziato a offrire i prodotti ai vicini. Si guadagnava bene», dice il nativo di Ayacucho mentre cammina verso Cavero, una delle spiagge più colpite dal disastro di tre anni fa. Oggi Cavero è ricoperta di rottami e silenzio. Non è rimasto nulla della vita di un tempo: sono scomparsi i bagnanti, i pescatori, i commercianti di strada con i loro rumori.
La sabbia, con il suo colore argilloso e le sue varie tonalità a seconda dell’umidità, si riesce a malapena a intravedere, nascosta tra i rifiuti e i corpi senza vita di animali disseminati sulla spiaggia. Vicino alle rocce si vedono ancora delle canne, alcuni pescatori continuano la loro attività nonostante il divieto imposto dopo lo sversamento.

«La spiaggia era fangosa, ma la consistenza era diversa, come se fosse lava – ricorda Miguel Núñez riportandoci al giorno dell’incidente – Non sapevamo cosa fosse. Alcuni compagni ci avevano avvertito, ma in quel momento non immaginavamo potesse essere così grave. Solo a mezzogiorno il comune e le autorità ci hanno comunicato che c’era stata una fuoriuscita di petrolio. Già allora potevamo vedere gli animali – soprattutto gli uccelli – sporchi di fango, ma non erano ancora morti, così alcuni di noi hanno iniziato a pulirli. Il lunedì successivo siamo andati da Repsol a protestare per farci spiegare cosa era successo», racconta Núñez.
Oltre 2000 tonnellate di greggio fluttuavano tra le acque prima che il mare mare le trasportasse verso 48 spiagge tra Callao e Lima. I danni si sono estesi su 8.940.061 metri quadrati: un’area venti volte superiore alla Città del Vaticano è stata contaminata dal petrolio. L’Organismo de Evaluación y Fiscalización Ambiental (OEFA), ente nazionale che supervisiona il rispetto delle leggi a livello ambientale e gli annessi casi di compensazione, ha avviato 16 procedure amministrative sanzionatorie nei confronti della compagnia petrolifera.
La maggior parte dei procedimenti accusa l’azienda in base alla non conformità delle azioni preventive, alle mancate risposte tempestive all’incidente, e alle informazioni false che Repsol avrebbe dato alle autorità dopo il disastro. Cinque di questi procedimenti hanno portato a multe per un totale di 16 milioni di euro. Secondo l’OEFA, contattata da Late, la compagnia petrolifera avrebbe già pagato la somma, ma mancherebbero altri 17 milioni di euro, derivanti da sette ulteriori multe. A questo si potrebbero aggiungere i risultati di altri tre casi ancora aperti, ha detto l’agenzia.
Il peggior disastro ecologico mai registrato nel mare del Perù
«Era domenica quando un mio amico di Chancay mi chiamò e mi avvertì di non andare al lavoro perché tutto Pasamayo era pieno di petrolio. Ad essere sincero, non gli credetti. Dovevo vederlo con i miei occhi e così ho preso la macchina. L’intera area dove di solito pescavo era una spessa chiazza di petrolio», ricorda Germán Melchor, presidente dell’Associazione dei pescatori artigianali di Serpentín e Tomycalín.
Melchor lavorava nella provincia di Huaral – a Lima, fuori dall’area metropolitana. L’inquinamento del petrolio di Repsol è arrivato fino a lì, a quasi 50km di distanza. Melchor è alto, con capelli grigi e barba: gli si alza la voce quando parla del disastro, la rabbia è ancora fresca. Racconta di quando è andato a verificare le voci degli altri pescatori. Arrivato sul posto ha subito capito che il suo lavoro era in pericolo. Il mare era ancora lì, ma era denso e morto.
Melchor all’epoca era un pescatore informale, la sua attività non era registrata nei registri pubblici peruviani e non era autorizzata dal Ministero della Produzione. La catastrofe ambientale lo ha costretto a formalizzare la sua attività: ha fondato la sua associazione con altri pescatori e insieme hanno ufficializzato la loro denuncia alle autorità.
Le organizzazioni Conciencia Marina e WWF hanno aiutato Melchor e molti altri a registrarsi, condizione indispensabile per chiedere un risarcimento a Repsol. Ma per evitare procedimenti legali dalle persone colpite, la multinazionale spagnola ha offerto compensazioni a ciascuno di loro separatamente.
Melchor è stato fra quelli che hanno accettato. Racconta che Repsol ha offerto 8600 euro, come pagamento una tantum a ogni pescatore con una barca che accettasse di rinunciare alle vie legali. A posteriori, Melchor si è pentito di aver accettato, perché l’indennizzo non era all’altezza delle perdite sostenute. È convinto che si sia trattato di uno stratagemma della compagnia petrolifera e che dovrebbero continuare a protestare. «Abbiamo trascorso quattro mesi a negoziare con Repsol insieme con l’Ufficio del Mediatore ma Repsol ha imposto la sua cifra. Molti di noi hanno firmato quel documento, ma abbiamo accettato le loro condizioni per necessità. Se non avessimo firmato, ora saremmo nel mezzo di un processo. E come avremmo sostenuto le nostre famiglie?»
La spiaggia di Chacra y Mar si trova nel distretto di Chancay, a Huaral. Prima del disastro era piena di bagnanti che prendevano il sole sulla sabbia argillosa mentre si godevano del pesce cucinato nei ristorantini, o cevicherías, in riva al mare. Ora, nell’area rimangono solo gli scheletri dei locali ormai chiusi con le loro insegne ingiallite dal sole. I gazebi in legno con il tetto in fibra di palma, che in tempi migliori ombreggiavano i ristoranti e i loro avventori, sono abbandonati e i filamenti che pendono sfilacciati dal tetto danno un tocco spettrale al posto, soprattutto durante l’inverno di Lima, quando la nebbia copre il panorama.
Il poco colore che si distingue sulla spiaggia è quello dei resti di giocattoli e di altri oggetti di plastica restituiti dal mare.
Come le spiagge vicine, Chacra y Mar è chiusa al pubblico a causa del disastro di Repsol. Delle 48 spiagge inquinate, 25 erano frequentate. Oggi il regolamento comunale vieta anche solo di avvicinarsi a questi posti, ma nell’area alcuni pescatori, noncuranti del divieto, entrano con le loro reti per tentare la fortuna. Devono portare da mangiare alle loro famiglie, anche se il pesce che possono pescare è probabilmente pieno di sostanze tossiche.
Gloria Paredes affonda le ciabatte nella sabbia di Chacra y Mar mentre osserva alcuni pali di legno ancora piantati sulla riva. Indossa un cappello, una camicetta rosa e una gonna blu. Tiene per mano il figlio di 7 anni, che richiama l’attenzione della madre con dei piccoli lamenti. Suo marito e suo genero sono pescatori e la famiglia dipende ancora da questa attività. L’inquinamento non li spaventa più di tanto: «La fame è più importante», dice. Non dà importanza ai cartelli di divieto e continua a pescare il pesce contaminato.
«Peschiamo ancora per sopravvivere. Da tre anni ormai non c’è più molto lavoro. Mio marito pesca qui con le reti e poi io lo vendo. Prima mangiavamo anche noi il pesce che prendevamo, ma da un anno e mezzo non lo facciamo più, per via dell’inquinamento del sito. E poi ci sono persone che non vogliono comprare per lo stesso motivo. Però cosa possiamo fare?» conclude, mentre con un gesto stringe la mano del bambino per farlo calmare.
Nel marzo 2023, il Congresso della Repubblica peruviano ha stilato un rapporto sul caso Repsol. Secondo il documento, la compagnia spagnola e la sua raffineria sono responsabili della catastrofe e sono tenuti a risarcire le vittime. Secondo le conclusioni del Congresso, le autorità competenti nella valutazione dei danni – ministero dell’Ambiente, ministero della Produzione – dovrebbero formare una commissione che «avvii un processo di valutazione economica» per i danni che lo sversamento ha causato.
Tuttavia, il documento non è di carattere vincolante perché l’organo legislativo non ha il potere di sanzionare e ad oggi, a tre anni dal disastro ambientale, non esiste uno studio ufficiale di valutazione dei danni economici.
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Le organizzazioni che hanno seguito il caso ribadiscono che questa negligenza da parte dello Stato peruviano aiuta Repsol.
«Abbiamo realizzato uno studio di valutazione e abbiamo stimato che il risarcimento si dovrebbe aggirare intorno ai 2700 euro mensili per ogni pescatore. Tuttavia, la compagnia ha condotto un altro studio in maniera autonoma e ha stimato che il risarcimento possa essere molto inferiore» dice Alejandro Chirinos, sociologo della ong CooperAcción, una delle prime organizzazioni che si sono prese carico delle dispute legali dei pescatori contro l’impresa.
«Abbiamo avuto trattative molto tese nel 2022 e nel 2023, con la partecipazione dell’Ufficio dell’Ombudsman [ufficio incaricato di investigare sulle accuse avanzate dai cittadini verso aziende e autorità nazionali, ndr] e con le persone colpite. La compagnia ha poi offerto anticipi mensili di 3.000 soles, poco più di 700 euro, per famiglia».
Nel luglio 2022, lo Stato peruviano aveva identificato un totale di 10.186 persone colpite dallo sversamento. Il censimento era stato realizzato grazie all’Istituto nazionale di protezione civile (Indeci) e ai comuni di Ventanilla, Aucallama, Chancay, Santa Rosa e Ancón. Nel marzo dello stesso anno, l’azienda aveva concesso alle vittime anticipi di compensazione fino a 700 euro, in base a un accordo con il governo peruviano. Ma Chirinos afferma che, nel dicembre 2022, la compagnia petrolifera ha iniziato a proporre accordi privati per pagamenti simbolici una tantum ai pescatori delle associazioni registrate tra le vittime.

Melchor La testata d’inchiesta IDL–Reporteros ha rivelato nell’aprile 2023 che più di 8.000 vittime avevano firmato accordi con Repsol, spinte dalla paura di non essere più ricompensati se avessero portato il loro caso in tribunale. Il pagamento offerto da Repsol era stato deciso dalla sola azienda e non era contrattabile: tra i 14mila e i 17mila euro, per ogni capofamiglia. «I termini di questo accordo, in pratica, erano “se vuoi, andremo in tribunale, ma perderai tutto e aspetterai troppo a lungo”. In questo modo Repsol ha portato molte persone a rinunciare al diritto di chiedere una vera e propria compensazione davanti a un giudice», dice Chirinos.
In questi mesi, l’organizzazione sta proponendo di revocare questi accordi con dei ricorsi. Nel marzo 2023, Luis Herrera (presidente dell’Associazione di pescatori Artesanales de las Playas de Chancay y del Norte Chico) ha firmato uno di questi accordi con Repsol.
Come altri suoi colleghi, afferma che l’azienda ha fatto pressioni per indurli a non portare avvocati il giorno della firma. Repsol nega questa accusa e afferma che le persone interpellate dalla compagnia hanno preso la decisione in maniera del tutto autonoma e con tutta l’assistenza legale che volevano. I pescatori come Herrera riconoscono che, se non avessero firmato, la loro richiesta di risarcimento oggi sarebbe più forte.
«È stata una questione di pressione da parte dei miei colleghi. Non sapevamo se saremmo riusciti a mantenere le nostre famiglie. Era impossibile non firmare». Così hanno firmato, come la quasi totalità degli altri membri dell’associazione. In tutta la vicenda, secondo Herrera, lo stato non ha fatto abbastanza. «Non ci hanno consigliato né aiutato a capire se la proposta di Repsol fosse corretta. Oggi il mare è ancora contaminato ma lo stato non fa nulla».
Per questo non è convinto che si possa dire che la firma degli accordi sia stata volontaria. Dello stesso avviso è Luis Garrido, pescatore del distretto di Ancón, Lima, un’altra zona interessata dal disastro ambientale, e uno dei 2000 marittimi colpiti in quell’area. Come decine di suoi colleghi, Garrido ha firmato un accordo privato con Repsol. «Abbiamo accettato sicuramente per necessità, ma anche per ignoranza, sui regolamenti e sulle leggi». Secondo Garrido «questo contratto e le sue condizioni sono stati redatti unilateralmente da Repsol. Siamo stati costretti a firmare: prima aspettavamo 30, 40, 50 giorni per un bonus, mentre eravamo incapaci di andare in mare, nella precarietà più totale» continua. I risultati dei vari rapporti statali mostrano la persistenza della contaminazione da petrolio.
«Noi stessi vediamo questa contaminazione sulle spiagge. Lo Stato però non fa pesare su Repsol i suoi rapporti ambientali e, in pratica, nessuno si fa carico dei danni. Siamo impotenti», conclude. Su questo, il ministero della Salute peruviano precisa che nessuno dei suoi enti può effettuare la sorveglianza sanitaria nelle aree colpite. Secondo la versione ministeriale, l’OEFA deve prima stabilire che le spiagge siano nuovamente accessibili, ma a tre anni dalla fuoriuscita i danni si vedono ancora.

In risposta a Late, Repsol ha dichiarato di aver fatto la sua parte per le azioni di bonifica dei territori contaminati e che avrebbe già attuato opere di risanamento così da contribuire alla stabilizzazione dell’ambiente colpito. Allo stesso modo, Repsol ha sostenuto che l’azienda «ha esercitato il proprio diritto di difesa in procedimenti amministrativi e giudiziari di fronte alle sanzioni avviate da varie autorità peruviane» e che, ad oggi, ha pagato quasi 20 milioni di euro.
Inoltre, riguardo i risarcimenti dati ai singoli pescatori, la compagnia sottolinea che siano conformi all’analisi fatta dall’azienda basandosi sull’occupazione di ogni persona e sui relativi redditi. Il conto finale, secondo l’azienda, si aggira intorno ai 23mila euro a persona più un importo aggiuntivo per le riparazioni delle imbarcazioni e delle attrezzature da pesca.
Tuttavia, in un report di maggio 2024 compilato da diverse organizzazioni, tra cui CooperAcion, si sottolinea come Repsol non abbia effettivamente rimediato ai danni causati. «I 18 piani di riparazione presentati al ministero dell’energia e delle miniere (Minem) sono stati tutti rifiutati».
Secondo il report infatti i piani contengono «informazioni approssimative, insufficienti e, in alcuni casi, completamente errate». Ancora oggi si possono trovare grumi di petrolio mescolati alla sabbia quando si cammina per le spiagge nel distretto di Aucallama, a Huaral.
Uno studio delle Nazioni unite ha dimostrato che il mare peruviano rimarrà inquinato per sedici anni a causa dello sversamento. Tuttavia, diversi pescatori, come Miguel Núñez – che non hanno firmato un accordo di pagamento con Repsol – sono fiduciosi di poter portare il caso in tribunale e di raggiungere organismi sovranazionali, come la Corte interamericana dei diritti umani. «Bisogna considerare che sono passati tre anni da quando è successo. Dobbiamo essere pazienti. Sia lo Stato che la Repsol credevano che fossimo dei ‘poveretti’ che non avrebbero chiesto giustizia. Grazie a Dio sono un uomo di mille mestieri, faccio di necessità virtù», dice Núñez.
Ancora oggi rifiuta di firmare con Repsol un accordo da 16mila euro con cui la multinazionale spera di bloccare sul nascere una causa legale. Dei suoi 240 colleghi membri dell’ASPEFAEA, Núñez dice che 150 però hanno ceduto all’offerta.
Dopo l’esperienza con Repsol, il Congresso della Repubblica ha approvato in ottobre 2024, la creazione di un unico registro consolidato delle persone colpite dagli sversamenti e dalle perdite di petrolio. La relazione introduttiva del disegno di legge sottolinea come, in questo modo, i risarcimenti saranno gestiti correttamente in caso di eventi futuri simili.

Miguel Núñez saltella tra le rocce della spiaggia di Cavero dove sa che alcuni suoi colleghi continuano a pescare quello che possono, la necessità è più forte dei divieti del comune. Tra i rifiuti sparsi sulla sabbia, dice di sentirsi privilegiato per il fatto di avere altri lavori che gli permettono di guadagnarsi da vivere. Sulla spiaggia, osserva attentamente i vari oggetti portati dal mare. A volte, dice, trova dei pezzi di legno riutilizzabili e quelli che giudica buoni li raccoglie per costruire le arpe andine, uno strumento che si suona ai funerali per intonare un ultimo saluto a una persona cara. E Núñez, come tanti altri, ha suonato il suo addio al mare.
* Questa ricerca è realizzata grazie al sostegno di Investigative Journalism for Europe (IJ4EU). Un progetto di Late. Ricerca: Marta Montojo, Ana Bazo Reisman, Cullen Munger, Federica Bordaberry.
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