• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login
irpi media

Salute mentale e carcere: le crepe di un sistema che fallisce

Una diagnosi psichiatrica ignorata, nessuna terapia, nessuna visita. Moussa Ben Mahmoud aveva 28 anni ed era in custodia cautelare nel carcere di Marassi, a Genova. È morto dopo un tentato suicidio. La sua storia rivela le falle di un sistema penitenziario che abbandona i più fragili, soprattutto se migranti

16.07.25

Laura Ghiandoni

Argomenti correlati

Carcere
Giustizia
Liguria
Migranti
Salute

Il 79esimo detenuto che, nel 2024, si è tolto la vita dentro un carcere italiano si chiamava Ben Mahmoud Moussa, per gli amici semplicemente Moussa. 

Aveva 28 anni, capelli scuri, occhi profondi e neri. Arrivava dalla Tunisia. A Genova era conosciuto come pizzaiolo: per anni ha lavorato tra i locali del porto, dove era diventato una presenza familiare. Ogni mattina preparava l’impasto con cura, lo lasciava lievitare con attenzione, poi, insieme ai colleghi, attendeva le comande. Era un lavoro duro, ma lui lo faceva con passione.

La sua vita sembrava andare avanti con il ritmo costante di un treno: binari precisi, tappe quotidiane. Finché, un giorno, tutto è deragliato.

L’inchiesta in breve

  • Moussa, 28 anni, tunisino, con una diagnosi di disturbo schizotipico, entra nel carcere di Marassi il 26 ottobre 2024. Nonostante fosse già seguito dal Centro di salute mentale della Asl 3 di Genova, la sua condizione psichiatrica non viene segnalata né presa in carico dal carcere
  • Il Piano regionale ligure per la prevenzione del suicidio prevede la valutazione dei detenuti fragili, ma nel caso di Moussa non viene attivato alcun protocollo: nessun colloquio psicologico, nessuna terapia, nessuna sorveglianza speciale
  • Dall’ingresso in carcere alla morte, la documentazione sanitaria di Moussa è piena di omissioni. Anche dopo segnalazioni da parte del giudice, non viene mai visitato da uno psichiatra
  • Moussa trascorre oltre due settimane in cella senza ricevere cure né poter comunicare con familiari. Una richiesta del fratello di condividere la cella viene ignorata. L’isolamento aggrava la sua fragilità psicologica
  • Il 12 novembre Moussa tenta il suicidio. Viene rianimato e portato in ospedale, dove muore tre giorni dopo. La sua morte rappresenta il fallimento di un sistema carcerario incapace di proteggere i più vulnerabili, soprattutto se con background migratorio
  • In Italia i detenuti con disturbi mentali spesso non accedono a strutture adeguate come le Rems. Il carcere, invece di curare e rieducare, diventa luogo di abbandono. Nel 2024 i suicidi in carcere sono saliti a 88, e i più colpiti restano i detenuti stranieri

Il 26 ottobre 2024, Moussa entra nel carcere di Genova Marassi. Non è la sua prima volta, ma sarà l’ultima. Il 12 novembre viene trovato in condizioni gravissime dopo aver tentato il suicidio. Trasportato d’urgenza all’ospedale San Martino, morirà tre giorni dopo.

Quella di Moussa è la storia di un detenuto fragile, che non ha ricevuto le cure di cui aveva bisogno. Aveva un passato segnato dall’uso di sostanze e una diagnosi psichiatrica, ma questo non è bastato a far attivare le misure di prevenzione previste per chi è a rischio suicidio.

In carcere, la sua condizione mentale è peggiorata, e il suo diritto alla salute non è stato tutelato. La sua morte è un esempio del fallimento del sistema penitenziario italiano, soprattutto nella gestione dei detenuti più vulnerabili e con background migratorio. Chi conosceva Moussa non riesce ad accettare l’idea che si sia tolto la vita. Dalla Tunisia, la sua famiglia si chiede: «Chi lo ha ucciso?». Anche i colleghi pizzaioli del porto non sanno darsi pace.

La nuova vita, l’amore. Poi la dipendenza e il carcere

«Moussa era una persona estremamente socievole, benvoluto da molti. Amava la vita, aveva una gioia contagiosa, era sempre pronto a scherzare e a ridere», racconta a IrpiMedia Yosri, suo fratello. Tuttavia, alcune cicatrici del passato non si erano del tutto rimarginate: «In Tunisia vedevamo i nostri genitori lottare per garantirci il necessario: cibo, vestiti. Siamo venuti qui (in Italia, ndr) per aiutarli. È stato un viaggio che non augurerei a nessuno, affrontato su un barcone dove si doveva resistere, senza acqua né cibo. Non lo rifarei».

In Italia, Moussa vive con uno dei fratelli e, nel tempo libero, si rende utile aiutando amici e parenti. «Stava bene, finché non si è innamorato di una donna che lo ha fatto entrare nel mondo della droga», spiega Yosri.

Quell’amore che Moussa aveva tanto desiderato si trasforma in un incubo. Il ragazzo inizia ad assumere stupefacenti fino a quando, il 31 maggio 2022, aggredisce la compagna e viene richiesto l’intervento della polizia. All’arrivo degli agenti si dà alla fuga e nell’inseguimento un agente resta ferito.

Il 2 giugno viene arrestato ed entra per la prima volta nell’istituto penitenziario di Genova Marassi.

Nel documento chiamato “diario del paziente” – parte della documentazione sanitaria penitenziaria che registra in modo dettagliato il percorso clinico del detenuto – il 14 giugno viene riportata una visita psichiatrica.

Il medico dell’Azienda sanitaria locale (Asl) 3 di Genova, che si occupa dell’assistenza sanitaria a Marassi, descrive Moussa come un ragazzo tranquillo, senza sintomi di natura psicotica. Vengono comunque segnati i precedenti episodi di intossicazione da alcol, ma viene esclusa la necessità di psicofarmaci.

Ascolta il podcast di Newsroom

Nei tre giorni successivi a questa prima visita, però, le condizioni di Moussa peggiorano. Le guardie chiedono l’intervento del medico per un episodio di grave autolesionismo.

Viene richiesta una nuova visita psichiatrica, anche perché il ragazzo appare molto ansioso. Moussa rifiuta la visita, ma lo psichiatra decide comunque di prescrivergli gli psicofarmaci. Intanto viene accettata la richiesta di rilascio del ragazzo, avanzata dal suo avvocato. Il suo procedimento penale resta aperto, ma Moussa può tornare al suo lavoro da pizzaiolo. Inizia a essere seguito dal Centro di salute mentale (Csm) dell’Asl 3 di Genova.

Nel frattempo, il tribunale del capoluogo ligure chiede d’ufficio una perizia psichiatrica per Moussa. L’8 luglio 2022, gli viene diagnosticato «un grave disturbo di personalità schizotipico», una malattia disabilitante, al punto che, secondo il medico, le capacità di intendere e di volere sono «scemate grandemente». 

A ottobre dello stesso anno, il direttore del Dipartimento di tutela della salute in ambito penitenziario dell’Asl 3 di Genova invia una lettera al direttore della Casa circondariale di Genova Marassi, informandolo che a Moussa è stato diagnosticato un disturbo psichiatrico e che sta seguendo una terapia a base di psicofarmaci. A metà dicembre, l’Asl conferma che Moussa sta rispettando la terapia ed è regolarmente seguito dal centro di salute mentale.

La lettera del 7 ottobre 2022 relativa allo stato di salute di Moussa che il Dipartimento di tutela della salute in ambito penitenziario dell’Asl 3 di Genova invia al carcere di Genova Marassi. È specificata la diagnosi psichiatrica e la terapia assunta dal ragazzo
La lettera del 7 ottobre 2022 relativa allo stato di salute di Moussa che il Dipartimento di tutela della salute in ambito penitenziario dell’Asl 3 di Genova invia al carcere di Genova Marassi. È specificata la diagnosi psichiatrica e la terapia assunta dal ragazzo

Un anno dopo, l’8 settembre 2023, Moussa commette una nuova aggressione: ruba un cellulare minacciando il proprietario. Viene fermato dalle forze dell’ordine, si apre un secondo procedimento penale e il giudice dispone una ulteriore perizia psichiatrica.

Piero Casciaro, ex-avvocato difensore di Moussa, racconta: «Gli episodi che sono stati rubricati come rapina erano legati alla patologia mentale. Moussa a volte aveva la paranoia di essere perseguitato e per questo motivo toglieva con violenza il telefono di mano alle persone, perchè temeva di essere ripreso con la videocamera, ma ovviamente non era così».

In questa occasione, Moussa viene rilasciato, ma ha l’obbligo di firma.

All’inizio di novembre arriva il responso della seconda perizia psichiatrica, ed è identico al primo: Moussa è solo parzialmente capace di intendere e di volere, a causa di un disturbo schizotipico. Il mese successivo, il magistrato di sorveglianza di Genova dispone quindi la misura della libertà vigilata – come previsto per i detenuti con vizio parziale di mente – della durata di un anno e mezzo.

La libertà vigilata

La libertà vigilata è una misura di sicurezza personale non detentiva prevista dall’articolo 228 del Codice penale italiano. Viene applicata a persone considerate socialmente pericolose con l’obiettivo di prevenire nuovi reati e favorire il loro reinserimento sociale.

Chi è sottoposto a questa misura deve rispettare precise prescrizioni comportamentali, come: l’obbligo di dimora in un luogo determinato; l’obbligo di reperibilità e di firma periodica in commissariato; il coprifuoco in determinati orari, il divieto di frequentare luoghi o persone specifiche; l’obbligo di seguire una terapia clinica o psichiatrica e l’impegno a svolgere un’attività lavorativa o formativa. Queste condizioni sono indicate in un provvedimento formale del giudice.

In caso di violazione delle prescrizioni, il magistrato può disporre misure più restrittive, fino al ritorno in carcere.

Per Moussa cambiano le regole di vita: deve rimanere in casa dalle 22:00 alle 6:00 del mattino, senza potersi allontanare da Genova; è tenuto a presentarsi al commissariato almeno una volta alla settimana e deve mantenere contatti regolari con il centro di salute mentale, seguendo con assoluta puntualità terapie, colloqui, controlli e tutte le prescrizioni stabilite dai medici curanti. Ma Moussa non è costante con la partecipazione agli incontri con il centro.

Casciaro spiega: «Il magistrato di sorveglianza, informato dal centro di salute mentale delle inadempienze di Moussa, avrebbe dovuto fissare un’udienza per valutare l’aggravamento della misura, al fine di disporre l’inserimento del ragazzo in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems)». Tuttavia, nessuno ha mai avviato questa procedura.

Santo Rullo, psichiatra, conferma a IrpiMedia: «Chi commette un reato ed è affetto da un disturbo psichiatrico, per ricevere le cure e il supporto adeguati, dovrebbe essere inserito in una Rems. Lì può seguire un percorso terapeutico e, solo dopo le cure, essere sottoposto a una nuova valutazione sia clinica sia sulla sua pericolosità sociale».

Le Rems

Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) sono strutture sanitarie che accolgono persone con disturbi mentali autori di reati, quando ritenute socialmente pericolose. Offrono un trattamento terapeutico-riabilitativo in alternativa agli ex ospedali psichiatrici giudiziari. Sono gestite dal Sistema sanitario nazionale, tramite i Dipartimenti di salute mentale delle Asl.

Attualmente in Italia ci sono circa 688 posti disponibili nelle Rems, di cui 654 effettivamente occupati. Le strutture operative sono 31, distribuite su tutto il territorio nazionale.

Il 25 per cento degli ospiti delle Rems è composto da stranieri. L’81 per cento di loro proviene dal carcere.

In Liguria ci sono attualmente due Rems operative: Villa Caterina a Genova Prà, con una capacità di circa 20 posti, e la Santa Maria a Calice al Cornoviglio (La Spezia), anch’essa con 20 posti disponibili.

Le Rems in Italia affrontano numerose criticità che ne limitano fortemente l’efficacia. Il problema più urgente riguarda le liste d’attesa, con circa 700 persone in attesa di un posto e tempi medi di ingresso che superano i dieci mesi, arrivando talvolta a oltre un anno. 

A complicare ulteriormente la situazione c’è l’invio inappropriato di pazienti: spesso la magistratura dispone l’ingresso in Rems per persone con disturbi della personalità antisociale, che non necessitano di cure psichiatriche ma solo di contenimento, sottraendo risorse a chi ha bisogno di reale assistenza terapeutica. 

Si rileva inoltre un forte squilibrio tra la popolazione straniera e quella italiana: circa il 25 per cento dei ricoverati è di origine straniera, con un’alta percentuale proveniente dal carcere (81 per cento contro il 34 per cento degli italiani), spesso senza diagnosi psichiatriche pregresse. 

A tutto ciò si aggiunge una carenza cronica di personale sanitario: mancano medici, infermieri e psicologi, mentre i pazienti presentano quadri clinici complessi, come nel caso di rifugiati con disturbo post-traumatico da stress o soggetti con comportamenti aggressivi. 

Infine, le Rems soffrono di una disomogeneità regionale e di un contesto normativo frammentato: molte strutture operano ancora in via provvisoria, con differenze significative nell’organizzazione e nei criteri di accesso. Per questo motivo, la Corte costituzionale e il legislatore hanno sollecitato una riforma organica che definisca in modo uniforme il funzionamento di queste strutture e tuteli i diritti fondamentali dei pazienti.

Il fratello di Moussa racconta: «Nessuno sapeva della malattia e lui non ne parlava con nessuno. Non l’aveva accettata». E continua: «Se prendeva le sue medicine stava bene, se invece non le prendeva stava male, provava diffidenza per tutti e per tutto. Mi diceva di vedere cose che non esistevano, la malattia gli causava pensieri paranoici».

In Moussa si manifesta presto lo stress provocato dallo stigma e dalla discriminazione legati alla salute mentale. La malattia diventa un tabù, perché chi ne è colpito teme di essere considerato “diverso” o di essere emarginato dalla società.

Lo psichiatra Rullo sottolinea a IrpiMedia: «Lo stigma è il risultato di un pregiudizio comune nel credere che chi soffre di una patologia psichiatrica non possa essere curato e non possa guarire. È falso, ma questa credenza errata ha molteplici effetti.

Da una parte causa una maggiore difficoltà nell’accesso al percorso di trattamento per il paziente, d’altra parte il paziente rischia di fare suo questo pregiudizio e di farsi condizionare. Questo lo porta a isolarsi e più rimane isolato, meno viene compreso nei propri bisogni e nelle proprie difficoltà. Lo stigma, secondo l’Organizzazione mondiale per la sanità, è una delle più grandi barriere che separa il paziente dalla guarigione e la società dall’essere realmente inclusiva».

La seconda detenzione e la diagnosi psichiatrica sottovalutata

Le condizioni di Moussa peggiorano ulteriormente. A ottobre 2024, minaccia con un coltello una persona per prendergli il telefono. Il caso viene rubricato di nuovo come rapina e il ragazzo è condotto nuovamente in carcere a Marassi.

Da questo momento in poi, la sua storia imbocca una strada senza ritorno.

L’ingresso nel penitenziario genovese avviene nonostante Moussa sia sottoposto alla misura della libertà vigilata e nonostante la struttura carceraria fosse stata informata, alcuni mesi prima, dall’Asl 3 della sua diagnosi psichiatrica.

Nello stesso giorno, Moussa si sottopone alle visite mediche regolari che spettano a tutti i detenuti all’ingresso del carcere. Il medico che lo accoglie compila la scheda sanitaria: viene fatto riferimento agli atti di autolesionismo del 2022, riportando i dati contenuti nelle cartelle cliniche relative alla prima detenzione.

Tuttavia, non sono indicati né la diagnosi psichiatrica né il percorso terapeutico avviato presso il Centro di salute mentale, ancora in corso. Non viene nemmeno menzionata la parziale incapacità di intendere e di volere, già rilevata nelle perizie, né l’obbligo di assumere farmaci antipsicotici.

Al contrario, a completamento della scheda, il medico scrive a penna: «Nessuna terapia». Aggiunge che durante il colloquio emerge un abuso di sostanze, e annota: «Si segnala al Serd», il Servizio per le dipendenze. Il ragazzo firma il consenso al trattamento sanitario.

La newsletter  mensile  con le ultime inchieste di IrpiMedia

Iscriviti

Ma la segnalazione al Serd non avrà seguito e sarà solo una delle gravi mancanze compiute da chi, prima e durante l’ingresso in carcere avrebbe dovuto verificare la condizione giuridica e sanitaria di Moussa in modo completo, e segnalarla ai vari comparti. Disattenzioni che costeranno la vita al tunisino.

Sandro Libianchi, presidente dell’associazione Co.n.o.s.c.i. (Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane) commenta: «Il caso potrebbe dipendere da un problema di comunicazione tra giustizia e sanità. I medici in carcere spesso non hanno accesso a perizie o documenti utili del fascicolo giudiziario, e quindi faticano a valutare correttamente la salute dei detenuti».

Poiché è risaputo che il rischio di suicidio in carcere è 25 volte più alto rispetto a chi vive in libertà, il giorno stesso del suo ingresso Moussa, come tutti i nuovi detenuti, è stato sottoposto alle procedure previste dal Piano regionale della Liguria per la prevenzione dei comportamenti suicidari e degli atti autolesivi negli istituti penitenziari per adulti.

Questo percorso ha lo scopo di prevenire eventuali tentativi di suicidio, basandosi sul principio della foreseeability (prevedibilità), ovvero la capacità di anticipare rischi e conseguenze legati a decisioni cliniche o interventi medici.

Tra le misure previste al momento dell’accoglienza in carcere, una delle più importanti è l’identificazione delle persone più vulnerabili, che vengono sottoposte a una valutazione specifica del rischio suicidario. Se viene rilevata una condizione di fragilità, il piano prevede un monitoraggio continuo della vita detentiva, con l’obiettivo di riconoscere tempestivamente eventuali momenti critici e prevenire conseguenze gravi.

Nel piano della Regione Liguria, è indicato che «la presenza di patologie, in particolare se gravi, invalidanti o a prognosi infausta, nel corso della detenzione costituisce una variabile stressogena da monitorare adeguatamente».

Nel carcere di Genova Marassi, l’ingresso di una persona detenuta dovrebbe essere accompagnata da un’attenta valutazione del rischio suicidario, secondo le misure previste dal Piano regionale della Liguria. Le procedure prevedono che il nuovo giunto venga accolto in ambienti idonei e sottoposto a visita medica entro 24 ore. Se emerge un rischio autolesivo o suicidario, dovrebbe attivarsi un percorso strutturato che coinvolge un team multidisciplinare, con l’obiettivo di garantire protezione, ascolto e presa in carico del detenuto fragile
Nel carcere di Genova Marassi, l’ingresso di una persona detenuta dovrebbe essere accompagnata da un’attenta valutazione del rischio suicidario, secondo le misure previste dal Piano regionale della Liguria. Le procedure prevedono che il nuovo giunto venga accolto in ambienti idonei e sottoposto a visita medica entro 24 ore. Se emerge un rischio autolesivo o suicidario, dovrebbe attivarsi un percorso strutturato che coinvolge un team multidisciplinare, con l’obiettivo di garantire protezione, ascolto e presa in carico del detenuto fragile

Nonostante la procedura sia ufficiale ed esista sulla carta nella maggior parte degli istituti penali italiani, l’Italia figura tra i Paesi europei con il tasso suicidario più elevato, nell’ultimo rapporto Space I, redatto nel 2023 dal Consiglio d’Europa con l’Università di Losanna.

Secondo il report Morire di carcere di Ristretti Orizzonti – rivista e osservatorio sul mondo penitenziario – nel 2021 si sono registrati 59 suicidi nelle carceri italiane. Nel 2022 il dato è ulteriormente peggiorato, raggiungendo un nuovo record con 84 casi. Nel 2023 si è osservata una lieve diminuzione, con 70 suicidi, ma nel 2024 il numero è tornato a crescere, arrivando a 88. Nei primi mesi del 2025, i casi segnalati sono già vicini a quota 40.

Moussa rifiuta il colloquio necessario per valutare il rischio suicidario. Nonostante fosse già stato segnalato un disturbo mentale, nel suo fascicolo restano vuote le sezioni dedicate alla necessità di una «visita psichiatrica» e di un «sostegno psicologico». Anche la voce «Sert interno» non viene compilata, nonostante Moussa avesse dichiarato di fare uso di sostanze stupefacenti. La casella relativa al «secondo colloquio psicologico» rimane anch’essa in bianco.

La scheda “nuovo giunto” di Moussa del 26 ottobre 2024, al suo secondo ingresso in carcere, resta quasi completamente vuota. Nonostante la diagnosi psichiatrica e la terapia a base di psicofarmaci, per lui non viene richiesto un sostegno psicologico né attivata alcuna misura straordinaria di sorveglianza
La scheda “nuovo giunto” di Moussa del 26 ottobre 2024, al suo secondo ingresso in carcere, resta quasi completamente vuota. Nonostante la diagnosi psichiatrica e la terapia a base di psicofarmaci, per lui non viene richiesto un sostegno psicologico né attivata alcuna misura straordinaria di sorveglianza

Di conseguenza, non viene attivata alcuna misura straordinaria di sorveglianza: né la «grande sorveglianza», che prevede un monitoraggio continuo da parte della polizia penitenziaria, né l’«attenta sorveglianza», applicata a Genova Marassi nei casi che richiedono un’attenzione particolare da parte degli psicologi.

Il 28 ottobre, il ragazzo va all’udienza di convalida dell’arresto, davanti alla giudice di turno Pastorini. La reazione di Pastorini è immediata: invia una mail certificata all’istituto penitenziario, segnalando che «il soggetto ha assunto un comportamento di totale assenza di alcun coinvolgimento e partecipazione», specificando che la segnalazione è fatta «ai fini di un’eventuale visita di carattere psichiatrico e quant’altro ritenuto».

Ma nel pomeriggio dello stesso giorno, Moussa rifiuta nuovamente la visita con lo psicologo. Sulla sua scheda, le caselle riguardanti la necessità di una visita psichiatrica o di un sostegno psicologico restano ancora una volta vuote. Nessuna spunta. Nessuna indicazione. Non viene barrata nemmeno la casella «Sert interno», né vengono adottate misure custodiali. 

Dopo quest’ultimo tentativo di sottoporre Moussa a visita psicologica, non ce ne saranno altri. Lui non incontrerà mai uno psicologo. Non verrà sottoposto alla visita psichiatrica suggerita dal giudice e nessuno esperto di salute mentale lo incontrerà mai, nonostante la sua condizione di fragilità. Moussa viene «completamente abbandonato a se stesso», come scrive l’avvocato Casciaro nella denuncia presentata alla procura di Genova, su mandato dei familiari del ragazzo.

Per il legale, nel carcere «si è ignorato completamente il suo stato di salute psichica, il suo pregresso tentativo di suicidio, la sua astinenza dalle droghe, i suoi comportamenti aggressivi verso gli altri detenuti».

Il 29 ottobre 2024, Moussa attira infatti l’attenzione dei medici per un «evento critico», che nel linguaggio tecnico dal sistema penitenziario, è un fatto da segnalare. Il medico di turno viene chiamato dalla polizia penitenziaria per verificare le condizioni di Moussa in seguito a un episodio di riferita «colluttazione» con un altro detenuto. 

Secondo ciò che viene scritto sul diario del paziente, il tunisino si trova in uno stato di «agitazione psicomotoria», e «colpisce il blindo plurime volte» – il blindo è la pesante porta di ferro della cella, con la piccola finestrella che serve al personale di polizia per guardare dentro il vano –. Secondo il medico non ci sono quindi «le condizioni per la visita».

Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o un tuo conoscente ha pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 oppure via internet, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13:00 alle 22:00.

Poche ore dopo il comportamento del paziente risulta, nello stesso documento, misteriosamente «adeguato e tranquillo». Il medico propone una terapia farmacologica, ma Moussa la rifiuta. Da quel momento il ragazzo non verrà più monitorato.

Sul suo diario sanitario, per i successivi 14 giorni, non compariranno segnalazioni o informazioni. Nella cartella clinica non verranno indicati né eventi critici, né visite mediche di alcun tipo, a esclusione di una lastra al torace che poi si rivelerà appartenere a un altro detenuto con lo stesso nome di battesimo.

Moussa resterà in cella senza la possibilità di parlare con un amico o un familiare, nonostante uno dei suoi fratelli, Youssef, si trovi nello stesso carcere e abbia chiesto agli agenti di poter condividere la cella con lui. La richiesta, respinta verbalmente, verrà ignorata, lasciando il ragazzo in uno stato di profonda solitudine.

Abbiamo chiesto alla Asl 3 di Genova come mai Moussa non è stato seguito come detenuto a rischio suicidio. L’azienda sanitaria ha scelto di non rilasciare dichiarazioni, in considerazione del procedimento penale in corso presso la Procura di Genova.

Le difficoltà maggiori per i detenuti con background migratorio

Numerosi studi evidenziano come la solitudine incida profondamente sulle persone detenute che arrivano a compiere gesti estremi. Una ricerca pubblicata su The Lancet nel 2021 ha analizzato 77 studi condotti in 27 Paesi, prendendo in esame un totale di 35mila casi a livello globale.

I dati raccolti mostrano chiaramente che l’isolamento rappresenta uno dei principali fattori di rischio per il suicidio in ambito carcerario. In particolare, la mancanza di contatti con l’esterno — come visite da parte di familiari o amici — può aggravare il disagio psicologico, fino a sfociare, nei casi più gravi, in un atto autolesivo irreparabile.

Abbiamo iniziato a raccontare come si vive in carcere in Italia. Ora vogliamo andare più a fondo. Sostienici, diventa member.

Scopri MyIrpi
Regala MyIrpi

Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.

Segnala

Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.

Questa condizione potrebbe essere affrontata con misure concrete da parte della direzione degli istituti penitenziari. Per le persone più vulnerabili, facilitare l’accesso alle telefonate e incentivare visite regolari — anche tramite videochiamata — contribuirebbe in modo significativo a ridurre il rischio di suicidio.

«C’è tanta solitudine all’interno delle carceri» – commenta a IrpiMedia la psicologa Giamila Salemme – I detenuti possono contare solo su amicizie fugaci. Spesso vengono trasferiti tra istituti diversi, perdendo ogni legame». Aggiunge: «Purtroppo, molte persone con patologie mentali finiscono in carcere pur avendo bisogno di cure e controlli specializzati. I posti disponibili nelle Rems sono pochissimi e la maggior parte dei detenuti resta all’interno degli istituti penitenziari seguita dall’area sanitaria interna, ma senza continuità di cura». 

E prosegue: «Molti detenuti che hanno compiuto un viaggio di migrazione portano con sé traumi profondi legati alle perdite subite. Investono denaro e speranze per partire, lasciando i familiari, ma a volte il viaggio li separa definitivamente da loro. Inoltre, il sistema carcerario non dispone di abbastanza mediatori interculturali per affrontare le barriere linguistiche».

In Italia, su circa 62mila detenuti, 20mila sono persone con un passato migratorio. Secondo l’associazione Antigone, il 44 per cento di loro è in carcere per reati minori. Molti di questi casi potrebbero essere gestiti con misure alternative, come la libertà vigilata, evitando così di aggravare anche il sovraffollamento carcerario. Secondo i dati raccolti dalla stessa organizzazione, circa il cinquanta per cento dei suicidi in carcere è compiuto da persone con background migratorio. Anche se non sempre è possibile sapere il nome delle vittime, di solito si conosce la loro nazionalità: secondo il report di Antigone sono in larga parte nordafricani.

Per chi ha una rete sociale meno solida sul territorio italiano, il percorso di accesso alle chiamate con i familiari e gli amici spesso è più tortuoso. Francesca Rapanà, impegnata nello sportello di orientamento giuridico e segretariato sociale dell’istituto penitenziario di Padova per Ristretti Orizzonti, racconta: «Per poter comunicare con un familiare, anche solo per una telefonata, i detenuti devono dimostrare, attraverso documenti certificati, l’identità della persona con cui vogliono parlare. È necessario presentare la certificazione dell’intestazione della linea telefonica, ma non solo. Nel caso di chi voglia contattare i propri familiari all’estero, serve una traduzione del documento, con relativa vidimazione da parte del consolato. In alcuni Paesi, però, l’intestazione della linea telefonica semplicemente non esiste e il consolato può impiegare del tempo per vidimare il documento». E conclude: «La persona proveniente dall’estero per parlare con un parente finisce a volte con l’aspettare mesi».

Alberto Rizzerio, presidente di Antigone Liguria, conferma: «Nell’istituto penale di Genova Marassi, più della metà dei detenuti ha un passato migratorio. A maggio, su 697 persone detenute, 372 erano di origine straniera. Per molti di loro, il carcere rappresenta un doppio isolamento: oltre alla perdita della libertà, devono confrontarsi con regole, abitudini e codici culturali diversi, spesso lontani da quelli del proprio Paese d’origine. Un ulteriore fattore di vulnerabilità». 

Alla sua seconda detenzione, Moussa rimane in carcere per più di due settimane senza assumere le medicine per curarsi, in astinenza da droghe, senza contatti con amici o familiari.

Martedì 12 novembre, tenta il suicidio nella sua cella. L’agente di polizia penitenziaria di turno interviene subito, con l’aiuto di due detenuti, e lo libera. Quando arriva il medico, Moussa è a terra: prova a rianimarlo e chiama immediatamente un’ambulanza. Viene trasportato all’ospedale San Martino, dove morirà tre giorni dopo, il 15 novembre.

Il diritto alla salute negato

In Italia esistono leggi che regolano il trattamento sanitario dei detenuti. La legge n. 354 del 1975 stabilisce che ogni persona in carcere ha diritto alle stesse cure garantite a chiunque altro. L’articolo 11 prevede che sia il Servizio sanitario nazionale (Ssn) a fornire l’assistenza, anche attraverso terapie accessibili solo fuori dal carcere, quando necessario.

Tuttavia, queste tutele spesso non vengono rispettate. Lo scorso anno, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia almeno sei volte per violazioni della Convenzione europea dei Diritti umani, in particolare dell’articolo 3, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti.

Non è la prima volta che l’Italia viene richiamata. Già nel 2013, con la sentenza Torreggiani, la Cedu aveva denunciato le gravi conseguenze del sovraffollamento carcerario. E a marzo di quest’anno, una nuova condanna ha riportato il problema al centro: riguarda Simone Niort, un ragazzo sardo di 28 anni, rimasto in carcere per cinque anni nonostante soffrisse di un grave disturbo psichiatrico.

In quel periodo ha tentato il suicidio più volte. Secondo la Corte, la detenzione ha contribuito in modo diretto al peggioramento della sua condizione mentale.

Anche sul fronte delle condizioni igienico-sanitarie emergono gravi carenze. L’Associazione Luca Coscioni ha chiesto alle Aziende sanitarie locali (Asl) che gestiscono gli istituti penitenziari di fornire i report obbligatori sulla salute nelle carceri. Su 102 Asl interpellate, solo 66 hanno risposto. Tra quelle che non hanno ancora fornito il documento c’è l’Asl 3 di Genova.

Per cercare di colmare alcune lacune, il ministero della Giustizia ha istituito, nel novembre scorso, un corpo di medici della polizia penitenziaria. Una nuova struttura sanitaria parallela, nata con l’obiettivo di garantire un’assistenza più efficace, ma che rischia di sovrapporsi al Ssn senza risolvere i problemi alla radice.

Nel frattempo, i suicidi in carcere continuano ad aumentare. Mentre si annunciano soluzioni come l’ampliamento delle strutture penitenziarie per garantire qualche centimetro in più a ogni detenuto, persone come Moussa – affette da una patologia psichiatrica riconosciuta – restano rinchiuse in cella, senza cure e senza accesso a una Rems, dove avrebbero potuto ricevere un trattamento adeguato.

Il carcere, così com’è oggi, tradisce la sua funzione rieducativa e diventa spesso luogo di abbandono e sofferenza. Finché non si troverà una via d’uscita efficace, soprattutto per i casi più fragili, la domanda che si fanno ancora oggi gli amici di Moussa – che lo hanno visto vivere, ammalarsi e peggiorare – resta più che legittima: «È stato ucciso?»

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Laura Ghiandoni

Editing

Francesca Cicculli

Fact-checking

Francesca Cicculli

Con il supporto di

Foto di copertina

© Awakening/Getty

Condividi su

Potresti leggere anche

#Carbonio
Feature

Città, periferie, isole: come i luoghi cambiano il carcere e le vite dei detenuti

03.10.25
Morelli, Pasotti
#Srebrenica30
Feature

Da Srebrenica a New York: il filo rosso che lega le Nazioni Unite al concetto di genocidio

20.08.25
Elia
#Carbonio
Podcast

Carbonio - il podcast

01.08.25
Morelli, Pasotti
#Sorveglianze
Inchiesta

Il governo vuole criminalizzare la lotta sociale

09.07.25
Bagnoli, Carrer

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube

Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}