05.10.26
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Il governo della Slovenia, il 27 agosto scorso, ha posto il veto su una dichiarazione congiunta dell’Unione europea e dei suoi 27 Stati membri che riguarda il progetto di insediamento israeliano E1 in Cisgiordania. Nei giorni precedenti il governo israeliano aveva dato il via alle gare d’appalto per la costruzioni di 1.200 delle 3.400 abitazioni parte del progetto, ennesima colonia illegale nei territori palestinesi.
Il documento è stato poi pubblicato come comunicato dell’Alto Rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas. Nel testo si legge che procedere con il progetto E1 «danneggia profondamente la prospettiva di una soluzione con due Stati».
In breve
- La Slovenia ad agosto ha messo il veto su una dichiarazione dell’Ue che criticava E1, un insediamento illegale di Israele che contribuisce a rendere impraticabile la soluzione dei due Stati
- A fermare i voti contrari alle politiche del governo di Tel Aviv negli ultimi 16 anni era stato il governo dell’Ungheria di Orbàn. Ora è stata la Slovenia
- Dopo il voto di marzo, il governo di Lubiana ha rotto con la sua diplomazia precedente. Questo cambio di rotta è avvenuto a seguito di una serie di operazioni sospette condotte da aziende di ex soldati israeliani
- Un’inchiesta giornalistica e una giudiziaria hanno rivelato la presenza di un gruppo di uomini d’affari della società di cybersecurity Black Cube il cui scopo era raccogliere registrazioni dei vecchi funzionari governativi sloveni
- Il materiale è stato pubblicato online da un sito anonimo per screditare il governo allora in carica. Alcuni dipendenti dell’azienda si erano finti investitori britannici pronti a finanziamenti illeciti
- Membri del governo uscito sconfitto alle urne avevano denunciato pressioni esterne per fare in modo che la Slovenia non sostenesse l’accusa di genocidio depositata dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia
Prima di agosto, il ruolo di esprimere veti su temi controversi che riguardavano Israele è stato ricoperto da Viktor Orbàn. Il suo governo, in carica dal 2010 al 2026, già dal 2021 bloccava le risoluzioni che condannavano il governo israeliano per la violazione dei diritti umani dei palestinesi o per violazioni del diritto internazionale.
Il cambio d’orientamento della Slovenia allarma l’opinione pubblica per il significato che ha per l’Europa e per il modo in cui è avvenuto: «È ora che l’Ue analizzi le interferenze straniere di Israele, in modo simile a come l’Europa si comporta con la Russia – ha commentato su European Correspondent Ana Bojinović Fenko, professoressa di relazioni internazionali all’Università di Lubiana –. Dobbiamo capire che un governo che fa melina o chiude un occhio non funziona»,.
La rottura post elezioni 2026
Tone Kazjer, ministro degli Esteri del governo di centro-destra di Lubiana eletto a marzo, ha motivato il veto affermando che la dichiarazione dell’Ue «non avrebbe apportato alcun valore aggiunto in questo momento». In realtà, la decisione di Lubiana segna una netta rottura diplomatica con il passato.
Fin dai tempi della ex-Jugoslavia, leader dei Paesi non-allineati, è esistito un legame speciale con la Palestina: appoggio internazionale, più del 40% degli studenti stranieri con visto di studio in Jugoslavia erano palestinesi, primo ufficio dell’Olp in Europa.
Questo rapporto è continuato anche con la Slovenia – indipendente dal 1991 e membro dell’Ue dal 2004 – che è stato finora uno dei Paesi più attivi nella difesa dei diritti dei palestinesi dopo il 7 ottobre 2023. Tanto che il 4 giugno 2024, il Parlamento sloveno ha votato e approvato la proposta di riconoscimento dello Stato palestinese presentata dal governo e nell’estate 2025 ha imposto, prima in Ue, un embargo totale alla vendita di armi a Israele. Tema sul quale Robert Golob, premier dell’epoca, sosteneva che «a causa dei disaccordi e delle divisioni interne, l’Unione europea si rivela impotente».
In aggiunta a questo, durante l’Eurovision 2026, la tv pubblica slovena ha deciso di boicottare la manifestazione per la partecipazione d’Israele, trasmettendo al suo posto un film sulla Palestina. Era aprile 2026.
Eppure, dopo le elezioni amministrative che si sono tenute a marzo 2026, il quadro è cambiato: il Partito democratico sloveno (Sds) di Janez Janša, politico di lungo corso che è stato premier già per tre volte, seppur con meno voti, ha ottenuto l’incarico di formare il nuovo governo, in carica da giugno. E si è schierato immediatamente a fianco di Israele.
Il caso Black Cube
Sei giorni prima del voto, la rivista slovena Mladina ha pubblicato un’inchiesta nella quale ha rivelato che nel corso del dicembre 2025 Janša– all’epoca leader dell’opposizione di destra – avrebbe incontrato alcuni dipendenti della società di intelligence israeliana Black Cube.
Un mese prima delle elezioni, continua l’inchiesta, la Black Cube avrebbe inviato alcuni suoi dipendenti sotto falsa identità allo scopo di farli incontrare con membri dell’allora governo Golob: si sarebbero spacciati per investitori di un fittizio fondo britannico pronti a operazioni poco lecite. L’operazione avrebbe avuto lo scopo di registrare segretamente i funzionari governativi e successivamente diffondere i filmati su un sito anonimo, accusando così la maggioranza di corruzione.
I video sono effettivamente stati pubblicati dal sito anti-corruption2026.com, con l’intento di fomentare le accuse di corruzione contro il governo.
«Il fatto che in questo caso la sorveglianza clandestina e le intercettazioni telefoniche coinvolgano un’agenzia di intelligence privata israeliana indica qualcosa di profondamente preoccupante – era stato il commento del premier Golob –. Non si tratta di un semplice episodio, ma di un fatto che solleva seri dubbi sull’integrità dei processi democratici in Slovenia».
Per approfondire
A viaggiare in Slovenia sono stati l’amministratore delegato dell’azienda Dan Zorella insieme ad altre persone, in prevalenza ex membri dell’Israeli defense forces (Idf), l’esercito israeliano.
Un’indagine condotta dalle forze dell’ordine slovene, ripresa da altri media internazionali dopo lo scoop di Mladina, ha confermato la presenza degli uomini d’affari di Black Cube in Slovenia e ha messo nero su bianco che l’obiettivo delle visite sarebbe stato condurre «attività di sorveglianza segreta e intercettazioni telefoniche», riporta Politico.
Check Point e le pressioni delle «grandi potenze»
Le avvisaglie del cambio di orientamento si erano già viste prima del risultato delle urne. Il 12 marzo 2026, infatti, l’allora premier Golob ha annunciato che la Slovenia non si sarebbe unita con altri Paesi euroei alla causa depositata dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia (Cig) contro Israele per genocidio. La decisione ha sorpreso media, opinione pubblica, colleghi di partito e attivisti.
«Mi rammarico profondamente che la proposta non abbia ottenuto il sostegno necessario – disse Tanja Fajon, ministra degli Esteri slovena del tempo –. Come Socialdemocratici abbiamo sostenuto la proposta, poiché crediamo che il rispetto del diritto internazionale e la protezione dei civili siano un nostro dovere». La stessa ministra definì il dibattito in Consiglio dei ministri, tenutosi a porte chiuse, «estremamente emotivo e intenso» e aggiunse: «È chiaro che queste pressioni ci sono, ne siamo tutti oggetto da parte delle grandi potenze».
La proposta di istituire una commissione d’inchiesta parlamentare su eventuali interferenze esterne sulle ultime elezioni in Slovenia è stata bloccata e respinta più volte in Parlamento (con il terzo stop registrato a fine settembre 2026), scatenando forti proteste e tensioni tra le opposizioni e la maggioranza.
