Guardare Srebrenica dall’alto è come guardare dentro un pozzo. A seconda delle condizioni di luce, vedi di più o di meno. A Srebrenica puoi guardare fino a dove decidi di voler vedere.
C’è la città prima della guerra, con le sue miniere e le sue terme, che per lavoro o per turismo portavano qui uomini e donne da tutta l’ex Jugoslavia. E lo vedi nel vecchio hotel e nelle terme, entrambi abbandonati, che aspettano degli investimenti che non arrivano mai. C’è l’orrore della guerra degli anni Novanta: assedio, fame, rifugiati, vittime civili. E la vedi, oggi, in un borgo quasi disabitato che ha vissuto anni di gloria. Ma che ti concede pochi motivi per restare. C’è l’orrore del genocidio del luglio 1995, con le sue responsabilità locali e nazionali. E lo vedi in ogni singola lapide del memoriale di Potocari.
Ma c’è anche qualcosa che non si vede, eppure c’è, intrecciato per sempre al passato, al presente e al futuro di Srebrenica.
Una delle risposte che mancano, a trent’anni dal genocidio, è quella delle responsabilità internazionali.
Perché quella di Srebrenica non è mai stata solo una storia bosniaca. Lo dimostrano due date, unite da un filo rosso. Un filo che parte da New York, nel 1993, e torna a New York, nel 2024, passando da Srebrenica e dalla corte dell’Aja, nei Paesi Bassi. Perché è alle Nazioni Unite, come istituzione e come concetto, che questa storia ci riporta.
In breve
- A trent’anni dal genocidio, tra le risposte che mancano ci sono anche quelle legate alle responsabilità internazionali. Perché quella di Srebrenica non è mai stata solo una storia bosniaca
- Cosa avrebbe potuto fare di diverso il battaglione olandese di caschi blu Onu a Srebrenica? Quali sono le responsabilità del tenente colonnello Karremans che li guidava? E quali quelle della catena di comando sopra di lui? Le risposte non le abbiamo
- Srebrenica, nei Paesi Bassi, è stata al centro di inchieste, polemiche e prese di posizioni ufficiali. Il governo ha chiesto scusa, sia ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, sia ai caschi blu, per le inadempienze dell’Onu e degli stessi Paesi Bassi
- Ma le responsabilità internazionali toccano anche la Serbia, che ha inviato gruppi paramilitari in Bosnia, la Grecia e i suoi volontari di estrema destra che combatterono in Jugoslavia, e la Russia, da sempre contraria al riconoscimento Onu del genocidio
- Il genocidio di Srebrenica è stato infine riconosciuto dall’Onu nel 2024. A promuovere l’iniziativa, Rwanda e Germania. Il doppio standard di Berlino è evidente: da un lato si batte per Srebrenica e, dall’altro, non riconosce il genocidio in corso a Gaza. Come è possibile?
- La Germania può farlo perché il genocidio è diventata una categoria politica, abbandonando quella criminale e penale che le appartiene
La prima data è quella del 16 aprile 1993, quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vota all’unanimità la risoluzione 819 che dichiara Srebrenica «zona protetta». Ormai dal 1992, la città era piena di rifugiati (60mila persone), essendo l’unico centro a maggioranza musulmana della regione. Nel testo si chiede di considerarla «una zona sicura che deve essere libera da qualsiasi attacco armato o altro atto ostile».
Inoltre, la risoluzione chiede la fine degli attacchi delle unità paramilitari serbo-bosniache contro la città e il loro ritiro dalla zona, chiede l’interruzione delle forniture militari ai serbi di Bosnia da parte di Belgrado e, al segretario generale Onu, «al fine di monitorare la situazione umanitaria nella zona sicura, di adottare misure immediate per aumentare la presenza dell’Unprofor a Srebrenica e nei dintorni».
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Fermiamoci un momento, ricordando questa sigla: Unprofor. Poi, andiamo alla seconda data. Stessa città, stesso edificio, anno 2024. Dal Consiglio di Sicurezza Onu, passiamo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il 23 maggio approva la risoluzione che istituisce l’11 luglio come giornata di riflessione e commemorazione sul genocidio di Srebrenica. Ben nove anni dopo il primo tentativo, in sede di Consiglio di Sicurezza, fallito per il veto della Russia.
Fermiamoci di nuovo, questa volta ricordando una parola: genocidio.
Il battaglione olandese di caschi blu
Srebrenica, luglio 1995. Da più di due anni, il compito di proteggere la zona spettava alla Unprofor. Si tratta di una una missione dei caschi blu creata dalla risoluzione n. 743 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 febbraio 1992, per «creare le condizioni di pace e sicurezza necessarie per raggiungere una soluzione complessiva della crisi jugoslava».

Unprofor non era riuscita a fermare i combattimenti, che anzi erano saliti di intensità. Il comando nel 1995 era da un anno del generale francese Bertrand de Sauville de La Presle. Dopo anni di vaghe minacce mai realizzate da parte delle Nazioni Unite e della Nato, le forze della Repubblica Serba di Bosnia avevano capito che nessuno sarebbe intervenuto per fermarle: il 6 luglio iniziò così l’attacco a Srebrenica, dove Unprofor era entrata il 18 aprile 1993. La missione Onu non era riuscita né a garantire l’ingresso degli aiuti umanitari né a disarmare delle armi pesanti i contendenti. O almeno quelli dell’esercito dei Serbi di Bosnia.
Più di due anni dopo il suo arrivo a Srebrenica, il contingente Unprofor di turno il 6 luglio 1995 era il DutchbatIII, abbreviazione di “battaglione olandese III” perché era la terza volta che i Paesi Bassi mandavano sul campo i loro uomini. Il suo comandante era il tenente colonnello Thomas Jakob Peter Karremans, detto Thom.
I fatti
Tra il 9 e l’11 luglio 1995, unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, guidate dal generale Ratko Mladić, assediarono la città di Srebrenica.
Circa 15mila uomini e ragazzi cercarono rifugio in quella che fu chiamata la Marcia della morte fra Srebrenica e Tuzla e solo seimila riuscirono a salvarsi, scappando attraverso boschi e villaggi su strade accidentate e sentieri fangosi, percorrendo oltre cento chilometri.
Quando entrarono in città, i militari di Mladić separarono i maschi rimasti tra i 12 e i 77 anni da donne, bambini e anziani, apparentemente per essere interrogati. In realtà vennero uccisi e sepolti in fosse comuni in operazioni diverse che durarono dal 12 al 16 luglio 1995. Le truppe serbo-bosniache, in alcuni casi, dissotterrarono i corpi per nasconderli in fosse comuni differenti.
Per la commissione diretta da Tadeusz Mazowiecki (ex relatore speciale della Commissione delle Nazioni unite sui diritti umani), ne vennero uccisi almeno 8.372 mentre, secondo alcune fonti vicine ai sopravvissuti, sarebbero almeno 10.700 i musulmani bosniaci trucidati.
Dopo alcuni scontri armati, il conflitto era iniziato il 6 aprile 1992, dopo che a ottobre 1991 il Parlamento nazionale della Bosnia ed Erzegovina aveva proposto di distaccarsi dalla Yugoslavia. Tra febbraio e marzo 1992 si tenne un referendum, che portò alla vittoria della mozione indipendentista, spinta dall’anima croata e dei bosgnacchi (come venivano chiamati i musulmani di Bosnia) e osteggiata dai serbi. Questi ultimi, come conseguenza del referendum e del riconoscimento internazionale dello stesso, proclamarono la nascita di una Repubblica dei Serbi di Bosnia ed Erzegovina (presidente Radovan Karadzic) e formarono un esercito su base etnica. Il comando del quale venne affidato a Ratko Mladić.
Nel 1993, per via dell’alto numero di sfollati presenti, Srebrenica era stata dichiarata dalle Nazioni unite “zona protetta”, dopo un’offensiva militare serba che aveva portato a un accordo: la smilitarizzazione delle forze bosniache della città in cambio della protezione delle Nazioni Unite.
A luglio 1995, era di turno un contingente militare Onu olandese con il compito di difendere la città. Secondo le analisi e le testimonianze più diffuse, l’offensiva militare per la pulizia etnica della città era stata decisa dai vertici politici e militari dei serbi di Bosnia – con il placet di Belgrado – per annientare l’anomalia che rappresentava Srebrenica. Si andava, infatti, verso la pace che avrebbe sancito i confini della repubblica dei serbi di Bosnia, e Srebrenica era l’unica città a maggioranza musulmana all’interno del territorio serbo.
Dopo uno dei processi più lunghi della storia e dopo una lunga latitanza dei protagonisti, nel 2021 sono arrivate le sentenze del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, istituito dalla Nazioni unite nel 1993 e poi, vista la nascita della Corte penale internazionale, sostituito dal Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali. L’8 giugno è stata emessa la sentenza definitiva nei confronti di Ratko Mladic, confermando la condanna all’ergastolo per quello che è stato riconosciuto come il genocidio avvenuto a Srebrenica.
Anche Radovan Karadzic è stato condannato all’ergastolo. Sono state condannate in totale 21 persone per i delitti commessi a Srebrenica, con pene tra i 13 anni e l’ergastolo.
Ad oggi, sono circa 6.700 i corpi di persone che sono state identificate e sepolte nel Memoriale di Potocari. La Commissione internazionale per le persone scomparse, però, parla di oltre settemila vittime. Il 23 maggio 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha proclamato l’11 luglio Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.
La cronologia degli eventi nel genocidio di Srebrenica
Le date e i fatti che, dalla primavera del 1992, hanno portato fino al massacro del luglio 1995.
Per la commissione diretta dall’ex relatore speciale della Commissione delle Nazioni unite sui diritti umani, Tadeusz Mazowiecki, furono almeno 8.372 i musulmani bosniaci trucidati a Srebrenica. Ad ucciderli furono le unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, guidate dal generale Ratko Mladić e appoggiate dai paramilitari del gruppo Škorpioni.
Maggio 1992 – Srebrenica
Le truppe serbo-bosniache non riescono a conquistare Srebrenica, unica città della Bosnia orientale a maggioranza musulmana.
Gennaio 1993 – Bratunac
Le truppe dei musulmani di Bosnia attaccano le cittadine a maggioranza serba di Bratunac e Kravica nel tentativo di creare un corridoio logistico.
Marzo 1993 – Srebrenica
La controffensiva serba isola Srebrenica, che diventa il rifugio dei musulmani della zona, arrivando a ospitarne 60mila. Ad aprile, viene dichiarata “zona protetta” dall’Onu, che invia un contingente militare.
Gennaio 1995 – Srebrenica
La tensione tra i residenti è sempre più alta: situazione umanitaria disastrosa, accuse all’Onu e al governo dei musulmani di Bosnia a Sarajevo di non fare abbastanza. Vengono trasferiti gli ultimi difensori militari della città.
6 luglio 1995 – Srebrenica
Senza difese militari, l’enclave musulmana si affida al contingente Onu, sotto il comando del tenente colonnello olandese Thom Karremans. Non ottiene sostegno aereo e ordina di non sparare ai serbi.

Il cosiddetto “brindisi della vergogna” tra il Generale serbo Ratko Mladic (primo a sinistra) e il comandante del contingente Onu in Bosnia, l’olandese Thomas Karremans (centro), il 12 luglio 1995 a Potocari (Bosnia ed Erzegovina) © Wikipedia
9 luglio 1995 – Srebrenica
I serbo bosniaci, non trovando resistenza, ricevono l’ordine di prendere tutta la città. Fiumi di profughi si riversano nelle strade di Srebrenica, implorando l’aiuto dell’Onu o tentando la fuga.
10 luglio 1995 – Srebrenica
La Nato tenta un bombardamento delle postazioni serbe, ma si ferma, per la scarsa visibilità e per le minacce dei serbi di assassinare i caschi blu olandesi oramai loro prigionieri.
11 luglio 1995 – Potocari
La popolazione civile è nelle mani dei militari serbi. I caschi blu evacuano, dopo aver ricevuto garanzie dai serbi, le donne vengono trasportate in autobus verso un luogo sicuro, una colonna di profughi tenta la fuga.
12 luglio 1995 – Srebrenica
Più di ottomila uomini musulmani tra i 13 e i 70 anni vengono massacrati – dal 12 al 16 luglio 1995 – e sepolti in una prima serie di fosse comuni, poi riaperte per spostare in un secondo momento i corpi in altre fosse vicine.
Quando la bufera arrivò, Karremans era già in un vicolo cieco. I bombardamenti aerei che dall’anno prima la Nato aveva effettuato sulle posizioni dell’esercito dei serbi di Bosnia nell’area di Sarajevo avevano esacerbato gli animi del comandante Ratko Mladić e del leader politico Radovan Karadžić. Quando iniziò l’operazione militare, il battaglione olandese era già soggetto a un blocco logistico da parte dei serbi e si trovava a corto di carburante, cibo, equipaggiamento e munizioni. Inoltre, un terzo dei suoi uomini era in congedo e le forze serbe non ne consentivano la sostituzione, lasciando Karremans con soli 400 uomini.
Il brindisi della vergogna di Karremans
Consapevole di non essere in grado di fermare da solo un possibile attacco serbo, Karremans riponeva tutte le sue speranze nel possibile intervento delle forze aeree Nato. I caschi blu rimasti ripararono nel loro quartier generale a Potočari, tre chilometri da Srebrenica. Per anni è rimasto visibile il blocco di cemento dove c’era ancora la sigla dell’Onu e del battaglione.
I residenti di Srebrenica che non avevano tentato la fuga verso Tuzla si diressero verso Potočari, chiedendo rifugio presso la base Onu. Sono le drammatiche ore descritte dal film capolavoro Quo Vadis, Aida?, della regista Jasmila Žbanić. La protagonista è ispirata alla figura reale del traduttore locale che lavorava per l’Onu, Hasan Nuhanović. La pellicola documenta non solo come gli olandesi parteciparono alle operazioni di separazione degli uomini dalle donne e bambini, ma anche di come cacciarono dalla base gli uomini che vi avevano trovato rifugio. Tutto questo, diranno negli anni a venire diversi caschi blu presenti in quei giorni, per rispettare gli accordi fatti con i serbi di Mladić, mostrarsi collaborativi e non dare loro pretesti per non rispettare l’intesa raggiunta.
L’accordo tra Mladić e Karremans, infatti, in teoria, prevedeva di evacuare con dei pullman donne e minori e di disarmare e interrogare gli uomini. Non andò così.
Cosa avrebbe potuto fare Karremans? In fondo, anche questa è una delle risposte che manca.
Le regole di ingaggio della missione erano chiare e stabilivano che le forze di peacekeeping potevano usare la forza solo per autodifesa e che l’intervento nei combattimenti era vietato a tutte le truppe, Onu e Nato. Allo stesso tempo, però, il punto 10 della risoluzione n. 743 richiedeva che tutte le parti garantissero la sicurezza della Forza di Protezione, del personale Onu e di altre organizzazioni internazionali. Altrimenti si bombardava.
Ed è quello che, anche se con colpevole ritardo, avvenne a Sarajevo assediata. Non sapremo mai come sarebbe potuta finire nella capitale: cosa sarebbe successo se non ci fossero stati i raid aerei. I bombardamenti non hanno fermato l’assedio, ma hanno forse impedito un destino più brutale per la città. A Srebrenica la copertura aerea non arrivò, Karremans la chiese, ma gli venne rifiutata. La versione ufficiale è per «motivi di visibilità», ma in molti dichiararono che probabilmente gli attacchi vennero fermati dopo che Mladić minacciò di giustiziare 50 membri del Dutchbat III che ormai erano disarmati e in ostaggio. Karremans a quel punto cedette.

Per decenni, la foto che ritrae Karremans mentre brinda con il generale Mladić è stata vista come una forma di complicità. Al tenente colonnello olandese è stata addebitata una pessima gestione della situazione, anche in termini di immagine. In realtà la catena di comando era molto più lunga di Karremans, che era in una situazione più grande di lui.
Non venne sparato un colpo, Karremans si fidò delle parole di Mladić che mentì, dicendo di voler solamente interrogare gli uomini di Srebrenica. Ne sterminarono più di ottomila, invece. Karremans e i suoi uomini non spararono un colpo, andarono via. Ci sono foto e video che lo ritraggono impaurito quando Mladić lo accusa di aver richiesto i bombardamenti aerei alla Nato, mentre risponde: «Io sono solo il pianista. Non sparate al pianista». Poco dopo – ci sono i video anche di questo – accetta da Mladić una lampada da tavolo come dono per la moglie. E abbandona la base.
Rapporti controversi e scuse pilatesche
L’indignazione globale e nazionale portò alla nomina di una commissione d’inchiesta nei Paesi Bassi. I lavori durarono sette anni e venne condotta dall’Istituto olandese per la documentazione di guerra. Venne redatto il rapporto Srebrenica: un’area “sicura”, pubblicato il 10 aprile 2002, che portò alle dimissioni del primo ministro olandese Wim Kok. Il rapporto di 3.400 pagine criticò gli alti comandi politici e militari dei Paesi Bassi, accusandoli di negligenza per non aver impedito il massacro.
Le conclusioni furono durissime: la missione non era stata preparata adeguatamente; non vi fu alcun coordinamento tra il ministero della Difesa e quello degli Affari Esteri; il contingente non ricevette mezzi sufficienti per portare a termine la missione; mancavano un’adeguata potenza di fuoco e controllori di volo per coordinare attacchi aerei; il personale non olandese incaricato del supporto aereo si rifiutò di prestare aiuto come richiesto da Karremans.
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Secondo il rapporto, i Paesi Bassi e l’Onu non hanno fatto il loro dovere.
In seguito, il rapporto venne definito da alcune organizzazioni non governative «controverso», al punto che il 4 dicembre 2006, il ministro della Difesa olandese Henk Kamp ha conferito una onorificenza ai soldati del Dutchbat III, che scatenò una reazione immediata e furiosa da parte dei sopravvissuti, dei parenti delle vittime e anche della diaspora bosniaca.
Nel giugno 2007 un’associazione di parenti delle vittime del massacro ha presentato una denuncia al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia contro il governo dei Paesi Bassi e le Nazioni Unite per la loro negligenza nel massacro. I militari, con Karremans in testa, hanno sempre detto che la responsabilità non era loro ma di chi li aveva lasciati da soli.
Nel 2019, la Corte suprema dei Paesi Bassi, su iniziativa dei sopravvissuti e di associazioni olandesi, stabilì che le responsabilità c’erano ed erano enormi. Per la massima istanza giuridica olandese, i militari del contingente non solo non riuscirono a fermare il massacro di ottomila persone, ma addirittura ebbero una parte di responsabilità, per una quota indicativa del 10 per cento delle vittime, con l’espulsione dalla loro base di 350 uomini che vi si erano nascosti e furono invece consegnati a morte certa.
Nell’anniversario della carneficina di quell’anno, il ministro della Difesa olandese, Kajsa Ollongren, si recò in Bosnia ed Erzegovina per domandare, per la prima volta, scusa a nome della sua nazione. Con la premessa, però, che «i soli responsabili sono le truppe serbo-bosniache» e che «il governo olandese condivide la responsabilità» del «fallimento della comunità internazionale nel fornire adeguata produzione alla popolazione di Srebrenica».
Che fine ha fatto Thom Karremans
Il ritorno in patria di Karremans e del Dutchbatt non fu facile. Il diretto superiore, generale Hans Couzy, dichiarò di aver avuto dei dubbi sull’idoneità di Karremans, nonostante un’esperienza in Libano: un uomo forse inadatto a sorvegliare una zona così a rischio e che stava attraversando una grossa crisi coniugale.
Nel 1998 Karremans pubblicò la sua versione dei fatti nel libro Srebrenica, who cares?, negando ogni responsabilità sua e del proprio battaglione in quello che è passato alla storia come il massacro di Srebrenica. In tutti i processi nei quali è stato chiamato in causa, prima come testimone (Tribunale penale per la ex Jugoslavia, a l’Aja) e poi come imputato, Karremans ha sempre negato di aver saputo che i mussulmani abbandonati a Srebrenica erano destinati al massacro.
Nel 2010 Hasan Nuhanovic, l’interprete che assistette Karremans e Mladić nelle trattative, e i familiari dell’elettricista Rizo Mustafić, che lavorava per il Dutchbat, denunciarono Karremans e due dei suoi collaboratori per genocidio e crimini di guerra, accusandoli di aver consegnato i loro familiari ai Serbi. Dopo tre anni di indagini, il Pubblico ministero olandese dichiarò i tre militari non perseguibili, nonostante le dichiarazioni dell’ufficiale medico Ger Kremers e dello storico Christ Klepp. Il primo dichiarò di aver visto portare via degli uomini musulmani con Karremans e di avergli sentito dire «non finirà bene per loro». Il secondo ha intervistato decine di veterani del battaglione che hanno dichiarato di saper benissimo quel che stava per accadere a Srebrenica.
Un giornalista olandese coniò l’espressione “Karremans-gevoel” (il sentimento di Karremans) per definire un atteggiamento passivo e d’ignavia simile a quello che lo stesso tenne di fronte a uno dei massacri più gravi del secondo dopoguerra.
Dopo essersi ritirato dall’esercito, Karremans e sua moglie si trasferirono nel sud della Spagna, in parte a causa delle minacce di morte ricevute nei Paesi Bassi. Resta quello che scrisse nel suo libro di memorie, i problemi e i dilemmi che lui e i suoi uomini affrontarono durante i sei mesi trascorsi in Bosnia e i sei giorni di guerra. Nel libro, Karremans esprime la sua opinione sulla mancanza di sostegno da parte dei politici olandesi all’epoca. Si sentiva costretto dai politici olandesi a combattere con le mani dietro la schiena. Da allora non ha più rilasciato interviste.
Nel giugno 2022, invece, l’allora primo ministro dei Paesi Bassi, Mark Rutte, chiese scusa agli 850 veterani del contingente di pace Dutchbat III. I militari furono insigniti della medaglia di bronzo al valore e Rutte fece ammenda di fronte a truppe chiamate a eseguire un «compito impossibile», senza mezzi e formazione adeguati. Le famiglie delle vittime definirono «pilatesca» la decisione, che contraddiceva quanto stabilito nel 2019 dalla stessa Corte suprema dei Paesi Bassi.
Il filo rosso che stiamo seguendo, però, non passa solo dai Paesi Bassi, ma anche da Grecia e Russia. Perché non è solo quella delle responsabilità delle Nazioni Unite la risposta che manca, ma anche quelle legate al coinvolgimento di altri Paesi, durante e dopo il genocidio.
Solo Dio e i greci dalla nostra parte
In Grecia, il 16 luglio 2021, Antonis Mitkos pubblica una fotografia sulla sua pagina Facebook. Lo ritrae in uniforme militare, a braccetto con il comandante serbo-bosniaco Ratko Mladić. Secondo il post di Mitkos, la foto è stata scattata l’11 luglio 1995. A Srebrenica.
Mitkos venne nominato nel 2005 in un documento trapelato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij) dell’Aia come uno dei dieci “volontari” greci presenti all’epoca nella zona di Srebrenica. Il caso fu deferito alle autorità greche, che avviarono un’indagine durata sei anni. Nel 2011, in una sentenza di sole sette pagine, un giudice istruttore dichiarò che non vi erano prove sufficienti per procedere. Nessuno dei dieci è mai stato accusato in relazione alle proprie attività a Srebrenica. Il giornalista greco Stavros Tzimas è stato il primo a denunciare l’esistenza del documento del Tpij. A suo dire, il Tribunale «ha sbagliato nel pensare di ottenere aiuto dalla magistratura e dallo Stato greco», perché troppo legati alle autorità serbe.
Nel 1993, quando gran parte del mondo aveva già iniziato a considerarlo un criminale di guerra, il leader politico serbo-bosniaco Radovan Karadžić fu accolto come un eroe ad Atene, su invito dell’allora arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Serafeim. «Abbiamo solo Dio e i greci dalla nostra parte», dichiarò in quell’occasione Karadžić, condannato nel 2016 per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra.
I giornalisti greci seguivano all’epoca le attività dei loro compatrioti impegnati nei combattimenti in Bosnia e i giornali pubblicavano i numeri di telefono che i greci potevano chiamare se volevano arruolarsi. Si stima che fino a cento cittadini greci combatterono in quella guerra, la maggior parte dei quali come membri della Guardia volontaria greca, un’unità integrata nell’esercito serbo-bosniaco e guidata da ufficiali serbi.
L’unità aveva una propria insegna: l’aquila bicipite di Bisanzio. Tra di loro c’erano membri di quello che all’epoca era un gruppo di estrema destra chiamato Alba dorata, che sarebbe poi diventato il terzo partito più grande nel parlamento greco, prima che un tribunale lo dichiarasse un’organizzazione criminale e ne incarcerasse i leader.
Almeno quattro membri della Guardia volontaria greca hanno ricevuto da Karadžić la medaglia d’onore dell’Aquila bianca. Nel corso degli anni sono emerse prove del coinvolgimento dell’unità in crimini di guerra, tra cui uccisioni organizzate su larga scala e il trasporto forzato di musulmani bosniaci verso la morte.
Per esempio, nell’ottobre 2003, quando un ex combattente greco fu arrestato per spaccio di droga, durante una perquisizione del suo appartamento venne ritrovata una busta contenente fotografie di cadaveri sfigurati di soldati e civili, oltre a foto di lui stesso in posa con altri combattenti. Secondo quanto riportato dal quotidiano Kathimerini, la polizia greca avrebbe allegato al fascicolo del caso una nota in cui si affermava che le fotografie sarebbero state oggetto di «un’indagine speciale». Non è chiaro se questa indagine sia mai stata condotta o se le fotografie siano mai state parte di altre indagini successive.

Complessivamente, solo tre dei dieci documenti del Tpij pubblicati da Tzimas sono stati oggetto di indagine da parte delle autorità greche. Tra questi, quelli che riguardavano proprio Mitkos, che era il comandante della Guardia volontaria greca. Le indagini sugli uomini della Guardia volontaria greca si sono svolte tra il 2005 e il 2011. Per nessuna delle persone coinvolte si è mai arrivati a sentenza. Altre risposte che continuano a mancare.
Grazie per il “no” russo
Resta da raccontare della Russia, da sempre dalla parte della Serbia. Non si può parlare del livello internazionale delle risposte che mancano a trent’anni dal genocidio di Srebrenica senza parlare del suo ruolo. Mosca ha contribuito a livello internazionale, per anni, a bloccare la definizione di «genocidio» per Srebrenica.
L’ultimo episodio, prima della capitolazione, è stato l’8 luglio 2015, alla vigilia del ventesimo anniversario, quando il Consiglio di sicurezza Onu discusse una risoluzione che avrebbe chiamato gli eventi di Srebrenica con il loro nome: un atto di genocidio ai danni della popolazione musulmana.
La risoluzione sembrava vedere d’accordo tutti i Paesi e avrebbe dato alle Nazioni unite un’occasione simbolica per riconoscere le proprie inadempienze. Ma la Russia pose il veto, con la motivazione che la bozza era un «documento distruttivo», che addossava le colpe esclusivamente alla comunità serba. A dirlo fu l’ambasciatore russo all’Onu, Vitalij Čurkin, scomparso nel 2017.
Gli Scorpioni serbi
Un’altra domanda su Srebrenica senza ancora risposta è quella relativa al coinvolgimento diretto del governo di Belgrado nel genocidio, anche attraverso l’operato del gruppo paramilitare serbo degli Scorpioni.
Il gruppo venne fondato nel 1991 dai fratelli Alexander, e Slobodan Medić, che scelsero il nome in omaggio alla loro pistola preferita, la Vz61 Skorpion. A finanziarlo fu l’allora capo dei servizi d’intelligence jugoslavi (poi serbi) Jovica Stanišić, che voleva delle unità capaci di “bonificare” situazioni considerate troppo complesse per i militari regolari. Debuttano nella battaglia di Vukovar nel 1991, sono presenti a Srebrenica, e prendono parte anche a operazioni nella guerra in Kosovo nel 1999. Ufficialmente, vennero riconosciuti dal ministero serbo solo nel 1995, dopo il genocidio, e la linea di difesa delle istituzioni serbe è sempre stata quella che agivano da cani sciolti.
Molti membri del gruppo sono stati condannati per i loro crimini. Uno, in particolare, è stato ricostruito durante il processo del Tribunale penale Internazionale per l’ex Jugoslavia contro Slobodan Milosevic, ex presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia e presidente della Serbia. In un’udienza del giugno 2005, viene mostrato un filmato girato dagli stessi Scorpioni nel quale alcuni membri del gruppo giustiziano sei giovani di Srebrenica, in seguito alla caduta dell’enclave bosgnacca (bosniaco musulmana), nel luglio 1995. Le immagini sono inequivocabili, ma il leader degli Scorpioni Medić non mostrerà alcun rimorso. Al contrario, si giustificò dicendo che i suoi uomini avevano avuto vittime in famiglia per colpa dei bosgnacchi e che ne aveva perso il controllo.
Alcuni membri degli Scorpioni verranno condannati per questi assassinii, ma le sentenze emesse nel corso degli anni dai tribunali serbi, dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia non sono mai arrivate a dimostrare che l’unità fosse collegata alle istituzioni statali serbe durante il genocidio di Srebrenica. Molti membri della macchina istituzionale serba – che per anni ha manovrato e finanziato gli Scorpioni e altre unità paramilitari – non hanno mai dovuto rispondere delle loro azioni. Una storia che Jasmina Tesanovic racconta magistralmente nel libro Processo agli Scorpioni.
L’organizzazione ultranazionalista serbo-bosniaca Alternativa Orientale (Istočna Alternativa) voleva una statua per Čurkin nel centro di Srebrenica, ma l’indignazione generalizzata ha bloccato l’operazione. Una sua statua è stata comunque eretta nella parte orientale di Sarajevo, quella a maggioranza serba. Il busto di Čurkin reca la scritta in russo: «Grazie per il no russo» (Spasibo za russkoe net).
In generale, media russi come Sputnik e Russia Today ospitano spesso opinioni di studiosi, giornalisti e politici che negano il genocidio di Srebrenica e diffondono teorie del complotto. Oltre a negare l’entità del genocidio e a contestare il numero delle vittime in Bosnia ed Erzegovina, viene spesso citata Srebrenica come genocidio che permetterebbe all’Occidente di intervenire in Ucraina, con il pretesto di prevenire un simile massacro. Il comune denominatore è sempre quello di un complotto occidentale che trama e interferisce con gli affari dell’oriente slavo-ortodosso.
Tra chi ha citato il massacro di Srebrenica (senza però usare il termine genocidio) relativamente al conflitto in Ucraina c’è anche Vladimir Putin che, nel 2019, ha affermato che una «nuova Srebrenica» avrebbe potuto avere luogo se i «nazionalisti ucraini» fossero entrati nelle zone controllate dai ribelli.
Doppio standard
Mi nismo genocidan narod, «Noi non siamo un popolo genocida»: questo è stato il motto con il quale il governo serbo e quello di Banja Luka (capitale della Repubblica dei Serbi di Bosnia) hanno fatto pressione in tutto il mondo, il 23 maggio 2024, per far bocciare la risoluzione A/78/L.67/Rev.1 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La risoluzione sanciva l’11 luglio come Giornata internazionale di commemorazione del genocidio di Srebrenica.
Le vittime di Srebrenica avevano già ottenuto il riconoscimento del genocidio dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, nel 2004. Da allora era iniziata la battaglia dell’attuale governo della Bosnia ed Erzegovina per ottenere anche il riconoscimento delle Nazioni Unite, anche a parziale ricomposizione del dramma dell’impotenza dei caschi blu del tempo. Come detto, nel 2015, il tentativo naufragò, in Consiglio di Sicurezza. Nel 2024, invece, l’Assemblea ha votato: 84 voti a favore, 19 contrari e 68 astenuti, più una ventina di Paesi che non si sono presentati.
Il giorno del voto, era volato a New York addirittura il presidente serbo Aleksandar Vučić, avvolto dalla bandiera serba, mentre il ministro degli Esteri di Belgrado, Marko Đurić, minacciava la comunità internazionale sostenendo che un voto favorevole avrebbe portato venti di guerra nella regione. Non sono riusciti a fermarla.
Chi ha presentato quella risoluzione? Due Paesi. Il Rwanda, che a sua volta, nel 1994, è stato teatro di un genocidio. E, soprattutto, la Germania.
Il suo comportamento è quello che fa più riflettere perché è un doppio standard. Da un lato, Berlino si batte per riconoscere il genocidio avvenuto a Srebrenica, già definito come tale dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia. Dall’altro, nega il genocidio in corso a Gaza, nonostante le posizioni della Corte penale internazionale, erede proprio del Tpij.
Come può, la Germania, reprimere duramente il dissenso interno rispetto alla sua posizione sul genocidio a Gaza, arrestando manifestanti ogni giorno, ma sostenere per Srebrenica – come è giusto – il fatto che un genocidio sia diverso da un massacro, perché risponde a tutti i criteri che l’Assemblea generale dell’Onu ha sancito nella Convenzione sul Genocidio del 1951?
Può farlo perché il genocidio – il più odioso tra i crimini d’odio, di guerra e contro l’umanità – è diventata una categoria politica, abbandonando quella criminale e penale che le appartiene.





