12.02.24
Dopo l’aggressione all’Ucraina del 2022, in Europa molto si è discusso di come ottenere l’indipendenza energetica dalla Russia. E, in effetti, nonostante i timori e le difficoltà iniziali, i risultati sono arrivati. Tutte le rilevazioni parlano di una drastica riduzione delle importazioni, tanto a livello europeo quanto in Italia, e molti sono i progetti che mirano a una ulteriore diminuzione nei prossimi anni.
Meno noto, però, è che dietro il gas che riscalda le case di italiani ed europei quest’inverno, voltate le spalle a Mosca, ci sia un’altra storia decisamente problematica dal punto di vista dei diritti umani.
È quella dell’Azerbaijan, Paese che nel settembre 2023 ha perpetrato la pulizia etnica – come è stato definito l’esodo forzato degli armeni anche dal Parlamento europeo con una risoluzione adottata il 5 ottobre 2023 – di oltre centomila armeni del Karabakh. Questa regione, a stragrande maggioranza armena dal punto di vista etnico, è dalla fine dell’Unione Sovietica riconosciuta come Azerbaijan, ma è stata conquistata dagli armeni nel ’94 e rioccupata dagli azeri nel 2020 e poi presa definitivamente dall’esercito di Baku nel 2023.

Qui il dittatore Ilham Aliyev ha celebrato lo scorso anno il suo ventennio di dominio incontrastato; un ruolo, questo, che ha ereditato direttamente dal padre, Heydar Aliyev, al potere quasi ininterrottamente dal 1969, quando venne eletto Primo segretario dell’allora Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaijan, fino alla sua morte nel 2003.
L’inchiesta internazionale sul regime di Aliyev
Questo editoriale è parte di #TheBakuConnection, l’inchiesta di 40 giornalisti di 15 testate internazionali coordinata da Forbidden Stories sul regime della famiglia Aliyev. Dal 2014, l’organizzazione internazionale del Consiglio d’Europa ha versato in Azerbaijan 23 milioni di euro per programmi di sviluppo. I giornalisti azeri che hanno cercato di svelare la corruzione nel Paese sono finiti in carcere. Il progetto porta avanti le loro inchieste.
Il Tap e le lezioni dimenticate
Da Muammar Gheddafi a Saddam Hussein, da Tayyip Erdogan a Vladimir Putin, il supporto europeo e americano alle dittature si è spesso rivelato un’operazione azzardata, quando non un vero e proprio boomerang. La vicinanza con l’Azerbaijan e il suo dittatore potrebbe aggiungersi alla lista.
Roma infatti, in questa storia, ha giocato e gioca un ruolo di primo piano. In principio fu il Tap, il Gasdotto Trans-Adriatico che, dopo una lunga e contestata gestazione all’inizio del millennio, è stato realizzato fra il 2016 e fine 2020, anno in cui è entrato in funzione. Oggi è la seconda fonte del gas importato dall’Italia. La dipendenza energetica riguarda anche i prodotti petroliferi. Risultato: oltre il 30% di tutte le esportazioni del Paese caucasico – in primis proprio idrocarburi – arriva in Italia.
Al di là di gas e petrolio, a cementare le relazioni fra Roma e Baku sotto il governo Meloni c’è Leonardo, che ha annunciato di aver «firmato un contratto per la fornitura del C-27J Spartan (un aereo da trasporto militare, ndr) nell’ambito della visita di una delegazione azera in Italia alla presenza di rappresentanti dei Ministri della Difesa dei due Paesi», si legge nel comunicato stampa della società controllata dallo Stato italiano. «La collaborazione tra Italia e Azerbaijan – prosegue la nota – si estende anche ai prodotti dell’industria della Difesa grazie al prezioso contributo offerto dal gruppo di lavoro del ministero della Difesa italiano».
Guido Crosetto, infatti, a gennaio 2023 è stato in visita ufficiale a Baku per rafforzare le «relazioni tra Azerbaijan e Nato e tra Azerbaijan e Unione europea», ha detto Crosetto. Il quale ha aggiunto: «Tale obiettivo è condiviso anche dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni». L’accordo si inserisce in un «ampio programma di ammodernamento delle Forze Armate azere che guardano con sempre maggiore interesse ai prodotti dell’industria italiana».

In un’interrogazione parlamentare depositata nel settembre 2023, i deputati del Pd Piero Fassino, Stefano Graziano, Andrea De Maria e Giuseppe Provenzano hanno chiesto al ministro Crosetto se la vendita rappresenti una violazione della legge 185 del 1990, che regolamenta l’export di armi e impedisce – tra il resto – lo scambio commerciale con Paesi in guerra, sotto sanzione o che violano i diritti umani. Dal ministero della Difesa non è al momento pervenuta alcuna risposta.
Ai rapporti commerciali si aggiunge il supporto diplomatico dell’Italia che, in controtendenza rispetto al progressivo allontanamento di molti Paesi europei e degli Usa stessi dalla dinastia Aliyev, ha deciso di dare a Baku un ruolo centrale nel Piano Mattei.
Quest’ultimo, la cui attuazione è prevista da un decreto-legge in vigore dall’inizio di febbraio, ha lo scopo di «rafforzare la collaborazione tra l’Italia e Stati del Continente africano». Il ruolo dell’Azerbaijan in questo quadro? Rifornire l’Italia, il cui nuovo ruolo dovrebbe essere quello di Paese hub per la distribuzione di idrocarburi nel resto dell’Europa. La loro provenienza è sia nordafricana sia, appunto, azera, attraverso il Tap.
La repressione interna
Viene spontaneo chiedersi se, dopo l’esito catastrofico dei rapporti con Mosca, abbia senso nutrire un’altra dittatura che, fra l’altro, sempre più sembra guardare a Vladimir Putin. Mentre le relazioni fra Russia e Armenia sono ai minimi storici, Baku trova una sponda fondamentale a Mosca, come testimonia il fatto che il presidente russo sia stato fra i leader mondiali a congratularsi con Aliyev (e a parlare di progetti di collaborazione futuri) a seguito della vittoria alle elezioni-farsa del 7 febbraio dove il presidente azero in carica si è affermato con il 92% dei voti.
Tanto più che la russa Gazprom è tornata a fornire gas russo alla società statale azera Socar per compensare le richieste crescenti dei partner europei: anche l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri Josep Borrell, rispondendo a un’interpellanza parlamentare a inizio 2023, ha detto che «la Commissione sta guardando attentamente» a questa rinnovata collaborazione. L’Azerbaijan è libero di importare il gas dalla Russia, visto che il Paese non applica le sanzioni, ma questo aiuta la macchina bellica russa che si alimenta con gli introiti del gas. E c’è persino il rischio che possa entrare in Europa, violando le sanzioni, passando proprio dall’Azerbaijan.
Le guerre del Karabakh
1921: Con l’occupazione dei sovietici, il Nagorno-Karabakh diventa una regione autonoma affidata al soviet dell’Azerbaijan, nonostante il 94% della popolazione sia armeno. Inizia la questione del Nagorno-Karabakh
1988: Con le aperture di Mikhail Gorbaciov a Mosca, aumentano le manifestazioni per chiedere che il Nagorno-Karabakh torni sotto il soviet armeno. Scoppiano pogrom contro gli armeni in città azere. Gli armeni lasciano le città azere
1992: Con la fine dell’Unione Sovietica, scoppiano le tensioni tra le ex repubbliche sovietiche di Armenia e Azerbaijan per controllare il Nagorno-Karabakh. Da allora non è mai stato siglato un vero accordo di pace
1994: Fine della prima guerra del Karabakh, con il cessate-il-fuoco di Bishkek. L’Armenia occupa la regione e sette territori a questa adiacente, abitati in precedenza da una popolazione a maggioranza azera, che è costretta a fuggire. Nasce una Repubblica indipendente filo armena e non riconosciuta. Inizia la fase del “conflitto congelato”, a bassa intensità
2016: Scoppia la guerra dei quattro giorni, tra il 2 e il 5 aprile. Baku comincia a riconquistare terreno. Prove generali delle offensive che sarebbero arrivate anni dopo
2020: Il 27 settembre inizia l’offensiva azera per occupare la regione. Dura 44 giorni e i morti sono settemila. Le regioni adiacenti tornano sotto il controllo di Baku e il territorio del Nagorno-Karabakh viene diviso, preludendo al ritorno a una situazione così come era stata definita all’inizio dell’URSS
2022: Tra il 12 e il 14 settembre ci sono scontri fra i due Paesi, questa volta non in Karabakh ma lungo il confine fra i due Stati. A dicembre comincia l’isolamento della popolazione armena che abita la regione, che provocherà una crisi umanitaria e migliaia di sfollati
2023: Il 20 settembre capitola la Repubblica indipendente dell’Artsakh. Oltre 100 mila armeni del Karabakh fuggono in pochi giorni e si rifugiano in Armenia
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Eppure a leggere le dichiarazioni di ministri recatisi a Baku lo scorso anno – dal già citato Crosetto ad Adolfo Urso, il ministro del Made in Italy che ha presenziato alla firma di un nuovo accordo tra AnsaldoEnergia e Azerenerji, il più grande produttore di energia elettrica azero – sembra che non ci sia alcun timore nei riguardi dell’alleato azero.
Ai dubbi sull’opportunità politica di rivolgersi a Baku si aggiunge il fronte delle violazioni interne sui diritti umani. In Azerbaijan è in corso la repressione dei media indipendenti, il Paese è uno degli ultimissimi Paesi al mondo per la libertà di stampa stando agli indici internazionali, e i media internazionali sono spesso intimiditi e attaccati dalla presidenza. Si veda ad esempio il caso di Alexander Lapshin, blogger con cittadinanza ucraina, russa e israeliana, per il quale nel 2021 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato le autorità azere colpevoli di tortura e di tentato omicidio in una prigione a Baku.
Carceri, quelle azere, dove i prigionieri politici sarebbero oltre duecento, secondo le stime di diverse organizzazioni indipendenti. Contestare il potere è reato, le elezioni sono una farsa. Fuori dal Paese, si moltiplicano gli scandali internazionali legati alle finanze e ai patrimoni internazionali della famiglia Aliyev, nascosti in casseforti offshore.
Una parabola, la loro, che dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica e la guerra perduta con l’Armenia nel 1994 – marcata anch’essa da una doppia pulizia etnica, che colpì tanto la popolazione azera che gli armeni – ha visto corrispondere il boom nell’export di gas e petrolio a un riarmo esponenziale, e quindi alla riconquista del Karabakh. In tutto questo, non sono mancate le sperimentazioni di nuove e micidiali armi, basti citare i droni suicidi Harop di produzione israeliana impiegati da Baku in questo contesto fin dal 2016.
La diplomazia del caviale, in Italia e in Vaticano
L’Italia è stata terreno assai fertile per la “diplomazia del caviale” di Baku, una strategia che, grazie alla corruzione di politici e diplomatici, ma anche accademici e giornalisti, ha mirato a proteggere ed espandere gli interessi della dittatura all’estero. Il caso più noto, certificato dall’esito processuale, è quello di Luca Volontè e delle tangenti pagate dall’Azerbaijan a membri del Consiglio d’Europa.
Per mezzo milione di euro, Volontè ha orientato il voto del proprio gruppo parlamentare per fare in modo che votasse contro l’approvazione di un rapporto sulle condizioni di 85 prigionieri politici che avrebbe danneggiato l’immagine di Azerbaijan. Lo ha stabilito l’11 gennaio 2021 la decima Sezione Penale del Tribunale di Milano, che ha condannato Luca Volontè a quattro anni di carcere. Il reato di corruzione internazionale è poi finito in prescrizione nel 2022.
Ombre sulle fondazioni: tra diplomazia del caviale e ingerenze di potenze estere
Era il 2014 quando il New York Times titolava: «Potenze straniere comprano la propria capacità di condizionare nei think tank». Un’inchiesta del quotidiano newyorkese, si legge, «ha scoperto che più di una dozzina di importanti gruppi di ricerca di Washington hanno ricevuto decine di milioni di dollari da governi stranieri in anni recenti mentre facevano pressioni su funzionari pubblici del governo degli Stati Uniti per adottare politiche che spesso riflettono le priorità dei donatori. I soldi stanno sempre più trasformando quello che un tempo era l’industria dei pensatoi in un braccio per le operazioni di lobbying dei governi stranieri su Washington».
L’Azerbaijan, tra il 2014 e il 2016 almeno, avrebbe foraggiato diversi europarlamentari, anche attraverso le loro fondazioni o i loro gruppi di interesse, per poter influenzare le loro decisioni sulle sanzioni da comminare o meno ai danni del regime della famiglia Aliyev. Per quanto riguarda l’Italia, lo ha stabilito in primo grado il Tribunale di Milano nella sentenza a carico dell’ex eurodeputato Luca Volontè e della sua Fondazione Novae Terrae. Indagini in corso riguardano anche importanti politici di diversi partiti in Germania che fanno parte di gruppi di consulenza, organizzazioni di lobby e in alcuni casi fondazioni.
È l’onda lunga della “Diplomazia del caviale”, la strategia attuata dal regime di Baku per comprarsi i voti favorevoli di alcuni europarlamentari intorno al 2010. Il sistema per il pagamento delle tangenti, la Lavanderia azera, è stata indagata da Occrp e ha innescato, oltre al processo italiano, l’introduzione della figura del titolare effettivo nel registro imprese scozzese, il congelamento di diversi conti finanziari collegati alla vicenda nel Regno Unito, la chiusura nel 2019 delle filiali baltiche e russe della Danske Bank a seguito di verifiche antiriciclaggio su operazioni sospette dal valore di circa 3 miliardi di dollari, una multa da 20 mila euro a una deputata tedesca a cui stanno facendo seguito nuove indagini ancora in corso.
Joseph Muscat, l’ex primo ministro maltese costretto alle dimissioni nel 2020 per la vicinanza di alcuni membri del suo staff a personaggi sotto indagine per l’omicidio di Daphne Caruana Galizia, dopo aver lasciato il governo – riporta The Shift – è entrato in un think tank finanziato dal governo azero, il Nizami Ganjavi International Center, portandosi dietro critiche simili a quelle che riguardano Renzi e i suoi rapporti con l’Arabia Saudita.
La fondazione di Matteo Renzi, Open, è ora sotto indagine con l’accusa di essere stata impiegata per presunti finanziamenti illeciti. Nel 2015, due anni dopo che Minniti aveva lasciato l’organizzazione, anche Icsa era finita in mezzo alle indagini sulla Cpl Concordia, la cooperativa accusata di aver corrotto l’allora sindaco di Ischia nei lavori di metanizzazione dell’isola. Il processo si è chiuso in appello con l’assoluzione per tutti gli imputati con formula piena. Icsa, secondo Il Fatto quotidiano, era stata indagata per aver ricevuto donazioni dalla Cpl Concordia.
Ricorrono, negli anni, le accuse a varie organizzazioni o media internazionali di aver “coperto” il regime sotto una patina di normalità. È toccato anche alla BBC, quando a fine 2022 ha mandato in onda il documentario Meraviglie dell’Azerbaijan, sponsorizzato dalla compagnia petrolifera BP e sostenuto da una donazione della famiglia presidenziale, ricorda OpenDemocracy.
Poco noto, ma per nulla trascurabile, è poi il ruolo che il Vaticano ha giocato nei piani di Baku. Ancora una volta, milioni di euro riversati da Baku a Roma, ma questa volta, ufficialmente almeno, per progetti culturali. Restauri di chiese, opere d’arte, catacombe, sia in Italia che in Francia, finanziati dalla Fondazione Heydar Aliyev, gestita direttamente dalla famiglia del dittatore.
Investimenti milionari e tanti progetti non troppo trasparenti – se si pensa all’ammontare non reso pubblico di alcuni di questi progetti – spacciati per diplomazia culturale e religiosa, ma determinanti in un’operazione di ripulitura dell’immagine di una dittatura che la Santa Sede si ostina a definire, in tanti comunicati e documenti, tollerante e rispettosa delle minoranze religiose.
Fa pensare il recente, condivisibile rifiuto del Vaticano a una sponsorizzazione di Leonardo all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Perché allora si accettano donazioni e investimenti da una dittatura armata che, oltre a comprare armi dalla stessa Leonardo, compie crimini contro l’umanità dentro e fuori dai suoi confini (da attacchi a giornalisti in esilio fino a presunti crimini di guerra), peraltro contro una minoranza cristiana come quella armena?
Un semplice sguardo ad alcuni dei punti culminanti nelle relazioni fra Vaticano e Baku non può che destare sospetti.
Nel febbraio 2020, la vicepresidente Mehriban Aliyeva, moglie del dittatore, viene ricevuta in Vaticano e insignita dell’Ordine Papale dei Cavalieri-Ordine di Papa Pio IX (Dama di Gran Croce dell’Ordine Piano). Da prima ancora di diventare first lady svolge funzioni importanti per la politica del soft power di Baku, in particolare nel settore dello sport (ad esempio il ruolo nel Comitato olimpico azero) e della cultura (dalla presidenza della fondazione intitolata al fondatore dell’Azerbaijan, il padre di Aliyev, fino a progetti di ristrutturazione di monumenti storici).
Pochi mesi dopo quella visita di Aliyeva, a settembre 2020, scatta l’aggressione di Baku contro gli armeni del Karabakh, 44 giorni di guerra che hanno lasciato sul campo migliaia di morti. Quindi, e siamo a gennaio 2023, c’è stata l’inaugurazione dell’ambasciata azera in Vaticano, a seguito di una serie di visite della coppia presidenziale da Papa Francesco. E ancora una volta, a settembre, una nuova aggressione di Aliyev e la pulizia etnica della popolazione armena indigena del Karabakh.
L’amarezza di tanti prelati e credenti armeni nei confronti del Vaticano, come ci raccontano diverse fonti che per parlare liberamente chiedono di rimanere anonime, è il sintomo di una vicenda che ha visto la Santa Sede assai silenziosa su questo conflitto, sempre lasciato in secondo piano o citato in comunicati e annunci blandi e generici («tacciano le armi e si compia ogni sforzo per trovare soluzioni pacifiche», diceva il Papa il 20 settembre 2023), che è difficile non mettere in relazione con le donazioni milionarie di cui sopra.
Mentre la Francia, in primis – in piena crisi diplomatica con l’Azerbaijan – ma anche Germania, USA e istituzioni europee, oltre che sempre più organizzazioni internazionali, denunciano continue violazioni dei diritti umani e il pericolo imminente di una nuova guerra che investa il territorio armeno e potrebbe espandere ulteriormente gli altri conflitti in corso, Roma sembra guardare altrove. Eppure, secondo analisti come Zvi Barel di Haaretz, questo contesto è legato alla situazione in Israele, Iran, oltre naturalmente alla Russia e all’Ucraina, per non parlare delle questioni territoriali aperte nella vicina Georgia in seguito all’occupazione russa.
Difensori della cristianità?
Se è comprensibile l’urgenza di trovare alternative energetiche alla Russia, stupisce però il cortocircuito ideologico che ha trasformato l’Azerbaijan in un alleato. Soprattutto se si pensa a come questo governo ami rappresentarsi come baluardo dell’identità cattolica e della cristianità.
Il cambio di atteggiamento è particolarmente stridente nel caso di Giorgia Meloni. Nel 2016, quando era candidata sindaco di Roma, diceva che era una follia far entrare nell’Unione europea la Turchia, principale alleato dell’Azerbaijan che non riconosce il genocidio degli armeni del 1915. Sui social, Meloni ha però smesso di commemorare l’anniversario del genocidio armeno, che cade il 24 aprile, dal 2021, all’inizio della sua ascesa verso Palazzo Chigi.
I dubbi restano anche guardando ai suoi alleati di governo. Che fine hanno fatto, viene da chiedersi, gli interventi del vicepremier Matteo Salvini in supporto alla causa armena non appena è nato il nuovo governo? Il nulla, almeno a giudicare i fatti che non sono seguiti alle promesse. Se solo lo scorso novembre Palazzo Chigi è stato illuminato di rosso per ricordare i cristiani perseguitati, il silenzio del governo sulla cancellazione della minoranza armena dal Karabakh non ha acceso neppure un lumicino da quelle parti.
Si è passati, senza apparente soluzione di continuità, da anni di veemente propaganda – non priva di tratti xenofobi – di questi stessi partiti contro la Turchia, alleata prossima a Baku e determinante nei suoi recenti attacchi contro gli armeni, a una vicinanza tanto stretta che gli europei di calcio del 2032, senza che nessuno batta ciglio, saranno ospitati da Ankara e Roma congiuntamente. Ma ancora una volta, in tutta evidenza – al pari dell’alleato Viktor Orban, fedelissimo di Aliyev e di Erdogan – l’Italia di Meloni dimostra tutta la sua disponibilità ad applicare quegli stessi “doppi standard” denunciati per anni con strepiti e proteste dai partiti che oggi ci governano.
L’autore di questo articolo, Simone Zoppellaro, è giornalista e ricercatore che da anni segue le vicende che riguardano Armenia e Azerbaijan. È autore dei libri Armenia oggi (2016) e Il genocidio degli yazidi (2017) e collabora con la fondazione Gariwo.