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In Bosnia Erzegovina, tra piombo nel sangue e investimenti occidentali

A Vareš, in Bosnia Erzegovina, trecento persone sono risultate positive a contaminazione da piombo. Una miniera gestita da compagnie occidentali viene indicata come il principale responsabile

29.05.26

Tommaso Siviero

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La strada per salire a Vareš si snoda tra i versanti stretti della valle del fiume Stavnja, nella Bosnia Erzegovina centrale. All’ingresso della città la statua di un minatore jugoslavo si staglia fiera di fronte alla scritta «Costruzione della miniera di Vareš – 1958».

Vareš si trova a più di 800 metri di altitudine e a un’ora di viaggio dalla capitale Sarajevo, incastonata su un altopiano allungato tra i monti Perun e Zvijezda. Sulle loro pendici piene di abeti rossi e pascoli si trovano gli altri villaggi che fanno parte della municipalità.

La natura è splendida e dà un’impressione di calma e lentezza. Ma dallo scorso dicembre gli abitanti di queste zone sono in preda all’ansia: le analisi del sangue di centinaia di residenti sono infatti risultate positive al piombo.

«È la più grossa crisi di salute pubblica che io abbia mai visto in Bosnia Erzegovina» dice Davor Šupković. Presidente dell’associazione Fojničani, una Ong che si occupa di difesa dell’ambiente, Šupković ne ha viste tante di crisi, ma nessuna come a Vareš, spiega.

Nel 2023, una miniera di piombo, argento e zinco ha aperto sul territorio della municipalità – abitanti e attivisti hanno velocemente connesso le due cose, incolpando le attività estrattive dell’avvelenamento da piombo.

L’inchiesta in breve

  • Circa 300 abitanti della cittá di Vareš, in Bosnia Erzegovina, sono risultati contaminati dal piombo, 64 con livelli particolarmente allarmanti. Secondo gli abitanti, la responsabilità per la crisi va cercata nella miniera di argento, piombo e zinco operata dal gigante canadese DPM Metals
  • DPM Metals ha acquisito la miniera nel 2025 e nega che ci sia una connessione tra le attività minerarie e l’avvelenamento da piombo. Ma la polvere alzata dai camion che trasportano i fanghi di scarto attraverso il paese potrebbe essere il vettore di contaminazione, spiegano i residenti
  • Le attività minerarie sono iniziate nel 2023 con il sostegno diplomatico e finanziario di alcuni paesi occidentali, il cui ruolo è stato fortemente criticato da Mary Lawlor, relatrice speciale per i difensori dei diritti umani presso le Nazioni Unite
  • In particolare, la Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo ha proseguito con la vendita della propria quota di azioni a DPM nonostante un contenzioso aperto presso la Banca stessa da un gruppo di attivisti che legavano l’inquinamento di alcune falde acquifere con metalli pesanti alle operazioni estrattive

L’emergenza sanitaria è solo l’ultimo capitolo di una storia iniziata con la ripresa dell’estrazione mineraria a Vareš ad opera della compagnia britannica Adriatic Metals che ha riattivato due siti minerari nelle vicinanze di Vareš. Nel 2025 la compagnia è stata acquisita dal colosso canadese DPM Metals.

I primi test per verificare la presenza di piombo sono stati finanziati proprio da DPM Metals BH, il ramo bosniaco di DPM Metals, e condotti in modo indipendente dal Centro per la Salute di Vareš, l’istituzione municipale in carica della salute pubblica dei cittadini, a dicembre. Visti i risultati, i test sono stati allargati ad altri cittadini.

220 persone in totale sono ad oggi risultate positive al piombo tra Vareš e altre località vicine. A queste si sono aggiunte, spiegano attivisti locali, circa 100 persone che hanno fatto i test privatamente e che hanno scoperto anche loro di essere contaminate. 

«Tutte le persone testate finora sono risultate positive, tra cui cinque bambini sotto i sei anni di età», spiega Šupković. «È per questo che pensiamo che questa crisi possa essere molto più grande di quanto sappiamo ora».

Il piombo è un metallo neurotossico. Una volta assorbito entra nel sangue e si distribuisce nei tessuti. Nei bambini può causare danni cognitivi permanenti, riduzione del quoziente intellettivo, difficoltà di apprendimento e disturbi comportamentali; in adulti può provocare neuropatie, anemia, danni renali e aumento della pressione sanguigna.

Vista della cittadina di Vareš, Federazione, Bosnia centrale. Situata a circa 50 km a nord-est di Sarajevo, Vareš è conosciuta in BiH per la lunga tradizione mineraria che tuttora ne segna la storia e l’economia
Vista della cittadina di Vareš, Federazione, Bosnia centrale. Situata a circa 50 km a nord-est di Sarajevo, Vareš è conosciuta in BiH per la lunga tradizione mineraria che tuttora ne segna la storia e l’economia © Camilla de Maffei

Inizialmente la popolazione di Vareš ha accolto positivamente l’arrivo della miniera, sperando portasse lavoro e sviluppo. Ma con il passare del tempo sono iniziati a vedersi i primi segnali di allarme: episodi di inquinamento legati alle attività estrattive riconosciuti dai tribunali bosniaci, denunce di attivisti e attiviste contro attività irregolari, fino a inchieste giornalistiche che hanno sollevato dubbi su possibili episodi di corruzione.

Se il sostegno di una parte della popolazione è iniziato a vacillare, quello di alcune ambasciate occidentali e della Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo, attori chiave nell’apertura e nell’espansione della miniera, non è mai venuto meno.

Non solo, chi protesta è diventato un bersaglio: nel rapporto preliminare pubblicato il 20 giugno 2025 dopo una visita in Bosnia Erzegovina, Mary Lawlor, relatrice speciale dell’ONU per i difensori dei diritti umani, ha scritto di essere «inorridita» dal trattamento dei difensori ambientali nel paese.

Sottolinea in particolare come gli attivisti «siano presi di mira», come vengano messi di fronte alla scelta di «interrompere il loro attivismo o di affrontare lunghe e costose cause legali SLAPP avviate da aziende straniere e locali nel tentativo di metterle a tacere».

Oggi, con i risultati dei test sul piombo, la pressione aumenta. Non solo sulle autorità locali, a cui viene chiesto di agire velocemente per proteggere la popolazione, ma anche sulle imprese e sulle rappresentanze diplomatiche che hanno sostenuto l’espansione mineraria a Vareš.

Polvere e piombo

Dal centro di Vareš bastano quindici minuti per salire in macchina al villaggio di Pržiči. È una delle località dove risiedono la maggior parte degli abitanti testati finora per la presenza di piombo.

A poche centinaia di metri da orti, frutteti e arnie che abbondano nei giardini degli abitanti del villaggio si trovano due dei principali indiziati per la crisi sanitaria.

Il primo è l’impianto di flottazione di DPM Metals, dove l’argento, il piombo e lo zinco vengono separati dai materiali di scarto. Qualche centinaia di metri a est, all’estremità opposta del villaggio, si trova invece la vasca di scarico dove i fanghi esausti della lavorazione vengono trasportati per essere stoccati.

Mario Mirčić è il presidente del Consiglio di Comunità di Pržiči, il livello più basso di autogoverno territoriale in Bosnia Erzegovina. Il consiglio ha il compito di rappresentare i residenti di fronte al Comune e può proporre iniziative dei cittadini, assemblee e pareri su piani urbanistici e infrastrutture. 

A 62 anni, Mirčić è tra gli abitanti positivi per la presenza di piombo nel sangue. «Quando nel 2013 sono cominciate le esplorazioni geologiche eravamo contenti» spiega.

La lunga e ricca storia mineraria di Vareš si è interrotta con il conflitto degli anni ‘90, e da allora la cittadina è sprofondata in una gigantesca crisi economica. Mirčić, come molti altri, sperava che l’inizio degli scavi avrebbe portato di nuovo quella ricchezza economica.

La storia delle miniere di Vareš

Vareš ha una lunga storia mineraria che inizia almeno dai tempi dei Romani, anche se resti preistorici fanno pensare che possa risalire anche a molto prima.

Le sorti della città sono sempre state legate all’andamento delle miniere: quando l’impresa mineraria è fiorita sotto l’impero asburgico, Vareš si è allargata, per poi esplodere sotto la Jugoslavia socialista.

A quei tempi si diceva che a Vareš ci fossero più lavoratori che persone. Un’esagerazione, ma in effetti, su 24.000 abitanti, più di 8000 erano direttamente assunti per lavorare in miniera.

Con l’inizio della guerra in Bosnia Erzegovina del ‘92 si fermano gli scavi e rimangono fermi per non riprendere nemmeno con la fine del conflitto. Vareš vede un declino economico enorme che si riflette nell’emigrazione di massa della popolazione. Ad oggi, secondo dati della municipalità citati in uno studio di Adriatic Metal, sono circa 5000 gli abitanti della municipalità.

Ma finora, dice, «la comunità locale non ha ancora visto nessun beneficio». E oggi è la salute dei suoi abitanti ad essere a repentaglio. 

La vasca di stoccaggio è stata inaugurata ufficialmente nell’aprile del 2025. Per alcuni mesi, decine di camion al giorno hanno attraversato il villaggio tutti i giorni trasportando i fanghi di scarto dell’impianto di flottazione alla vasca di stoccaggio, fino all’apertura di una nuova strada che oggi permette ai camion di aggirare il villaggio. Con i camion, attaccata alle ruote, è arrivata la polvere, colpevole secondo Mirčić dell’avvelenamento.

Mario Mrčić. Presidente del consiglio comunitario locale, nel villaggio di Pržiči situato nei pressi di Vares. Mario si batte perché Adriatic Metal risponda alle domande e ai dubbi dei cittadini coinvolti dalle attività minerarie
Mario Mrčić. Presidente del consiglio comunitario locale, nel villaggio di Pržiči situato nei pressi di Vares. Mario si batte perché Adriatic Metal risponda alle domande e ai dubbi dei cittadini coinvolti dalle attività minerarie © Camilla de Maffei

Si tratta di particelle microscopiche generate dalla frantumazione e dalla lavorazione dei minerali. Durante la flottazione, il materiale grezzo estratto dai due siti minerari attivi nei dintorni di Vareš viene macinato fino a diventare quasi impalpabile per separare i metalli dai residui. I fanghi esausti, una volta asciugati, rilasciano questo sottilissimo particolato che durante il trasporto si alza dai camion.

«Per mesi la polvere si è accumulata su ogni superficie, sui frutti, sui davanzali delle finestre. Quando entravo in casa era necessario sbattere le scarpe con forza perché si attaccava alle suole ed era difficile da staccare». 

Queste particelle restano sospese a lungo nell’aria e vengono facilmente trasportate dal vento e inalate. Se contengono metalli pesanti come il piombo, diventano un potenziale vettore di esposizione cronica per la popolazione residente.

Se siano davvero le operazioni minerarie di oggi ad aver causato l’attuale crisi rimane una domanda aperta, tuttavia l’esposizione al piombo, un metallo pesante e neurotossico, è un serio rischio per la salute umana secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che riporta che «non si conosce alcun livello di esposizione al piombo che sia privo di effetti nocivi». 

Se sono circa 300 in tutto le persone contaminate, tra i 220 campioni analizzati dal Centro per la salute di Vareš 64 superano il valore di 3,5 microgrammi di piombo per decilitro di sangue. Questa soglia è stata indicata dal Consiglio degli epidemiologi statali e territoriali negli Stati Uniti come quella per identificare soggetti e comunità a rischio di avvelenamento da piombo. Valori simili (4 µg/dL per gli uomini e 3 per le donne) sono utilizzati anche in Germania.

DPM Metals, contattata da IrpiMedia, ha rilasciato una dichiarazione in cui sostiene che «sulla base dei risultati finora disponibili al pubblico e verificati in laboratorio, non è stato possibile stabilire un nesso causale tra le attività di DPM Metals BH e gli elevati livelli di piombo nel sangue riscontrati in alcuni residenti di Vareš. Le analisi condotte finora non hanno inoltre evidenziato alcun collegamento tra le attività di DPM e la presenza di piombo nell’aria o nella polvere».

La compagnia non ha voluto rispondere a domande relative a quanti dipendenti fossero stati allontanati o ricollocati per concentrazioni troppo alte di piombo nel sangue. Ha anche ignorato le domande relative a eventuali test sulla presenza di metalli pesanti effettuati sui fanghi di scarto trasportati attraverso Pržići e stoccati nella vasca di scarto.

IrpiMedia ha ricevuto una relazione dell’Amministrazione federale per gli affari di ispezione redatta a seguito di una visita a Vareš tra il 22 e il 24 dicembre 2025 per analizzare le cause dell’avvelenamento da piombo. Nella relazione viene chiarito come le misurazioni commissionate dalla stessa compagnia mineraria in diverse località abbiano mostrato che le polveri sedimentate raccolte contenevano diversi metalli pesanti.

I dati si riferiscono in particolare ad alcune misurazioni effettuate ad agosto e ottobre 2023, nelle quali arsenico, cadmio e piombo sono stati rilevati nelle polveri sedimentate in diverse località, tra cui la scuola elementare di Vareš, il corso d’acqua Zagarski (un affluente del fiume Stavnja) e il villaggio di Pržići.

È da notare che nel 2023 la miniera era ancora in costruzione, e che dopo quella data non ci sono più riferimenti alle polveri sedimentate – il report non specifica se è perché le misurazioni hanno mostrato mancanza di inquinanti o se le misurazioni sono state interrotte. 

La relazione sottolinea inoltre che durante la visita, mentre l’impianto di frantumazione del minerale era in funzione, gli irrigatori utilizzati per abbattere le polveri non erano operativi. Secondo quanto dichiarato da DPM agli ispettori, gli irrigatori verrebbero attivati secondo necessità in base alla capacità produttiva.

Un uomo impiegato da DPM Metals ha accettato di parlare con IrpiMedia, chiedendo che fosse garantita l’anonimità. «Sono certamente preoccupato per la salute mia e della mia famiglia, ma al momento sto ancora cercando di capire quale sia la situazione».

Anche lui, come molti altri, dopo la pubblicazione dei primi risultati ha deciso di sottoporsi alle analisi privatamente – lui e gli altri membri della sue famiglia sottoposti alle analisi sono risultati positivi.

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L’uomo ha raccontato di non sapere se la crisi sia effettivamente legata alle operazioni di scavo attuali, dicendo che la compagnia mineraria sostenga le responsabilità vadano cercate altrove. «Anche io penso potrebbe essere legata all’eredità storica delle miniere di Vareš. Certo che non starò qua a capire di chi possano essere le responsabilità: ripeterò i testi ogni tre mesi, e se dovessi vedere il livello di piombo aumentare me ne andrei subito».

Il sostegno dell’occidente

Nel giugno del 2023 Paul Cronin, allora direttore di Adriatic Metal, accoglieva a Vareš diversi rappresentanti diplomatici venuti a vedere il procedere dei lavori di riapertura delle miniere. In quel mese veniva effettuata, secondo la relazione annuale di Adriatic Metal pubblicata il 28 marzo del 2024, l’estrazione dei primi minerali dal sito di Rupice.

«Questa visita è un riconoscimento del nostro modo di lavorare ad Adriatic, caratterizzato dall’impegno per lo sviluppo dei giovani talenti, la sicurezza sul lavoro, la comunità e l’attività mineraria europea sostenibile» diceva Cronin in un comunicato distribuito alla stampa. 

Al momento della visita, però, un gruppo di attivisti aveva già presentato una denuncia per presunto inquinamento del fiume Bukovica, principale fonte idrica della città di Kakanj.

La denuncia era stata presentata per la prima volta il 15 agosto del 2022 da un gruppo di 103 cittadini e cittadine riuniti nel gruppo Parco Naturale della Trstionica e Boriva presso la Banca europea di ricostruzione e sviluppo (Bers). La Bers nell’ottobre del 2020 aveva acquisito il 2.6% delle azioni di Adriatic Metal per un totale di 2.84 milioni di euro.

I cittadini avevano fornito abbondante documentazione a sostegno delle accuse al Meccanismo indipendente di responsabilità dei progetti, Ipam nell’acronimo inglese, l’organo indipendente della Bers che consente a individui e comunità colpiti da progetti finanziati dalla banca di presentare reclami per violazioni delle sue politiche ambientali e sociali.

Il gruppo accusava Adriatic Metal di aver inquinato il fiume Tristionica, aver svolto lavori senza aver ottenuto i permessi necessari, aver abbattuto alberi all’interno della zona protetta del parco naturale, e aver messo a repentaglio diversi habitat protetti.

Il 27 marzo del 2023, dopo una revisione dei documenti sottoposti e una visita a Vareš, l’Ipam aveva ritenuto il reclamo valido, facendolo passare alla fase di valutazione nel merito delle accuse. La stessa documentazione è stata in seguito depositata presso il tribunale cantonale di Mostar. 

Contenziosi legali

Da quando Adriatic Metals è arrivata a Vareš, il suo nome è comparso più volte nelle aule di tribunale. L’azienda ha citato per diffamazione Hajrija Čobo, insegnante e fondatrice di un gruppo ambientalista, dopo che questa aveva denunciato l’inquinamento del fiume Bukovica, fonte idrica di Kakanj. Secondo Frontline Defenders, la causa aveva i tratti di una SLAPP, una querela temeraria contro la partecipazione pubblica. Il tribunale di Kakanj ha respinto la causa nel giugno 2024.

Čobo aveva presentato insieme ad un gruppo di altri cittadini di Kakanj una denuncia penale, accusando la società di aver scaricato rifiuti minerari in una località nella municipalità e di aver operato senza autorizzazioni adeguate. Ispezioni ministeriali hanno confermato alcune irregolarità.

Basando il parere sulla documentazione sottoposta dagli attivisti, a dicembre 2024 il tribunale cantonale di Mostar ha annullato un permesso di sfruttamento per carenze nella valutazione del rischio di inquinamento della Bukovica. Poche settimane dopo, il Ministero ha rilasciato una nuova autorizzazione. Il contenzioso è ancora aperto.

Non sono mancate nemmeno le controversie sul fronte forestale. Per aprire il corridoio ai camion tra i siti minerari e l’impianto di flottazione sono stati abbattuti centinaia di alberi che appartenevano alla foresta pluviale della Trstionica, un’area protetta. Per questo motivo, nel 2025 un tribunale ha multato la compagnia circa 7500 euro.

Sullo sfondo, resta il nodo delle concessioni. Un’inchiesta del centro investigativo CIN pubblicata nel 2018 ha rivelato che i diritti minerari di Vareš sarebbero stati concessi a un prezzo largamente inferiore al valore stimato, con una perdita per le casse pubbliche di circa 2,5 milioni di euro.

Nonostante questo, la visita di giugno a Vareš vedeva tra i presenti l’ambasciatore britannico Julian Reilly, l’ambasciatore norvegese Olav Reinertsen, la vice ambasciatrice statunitense Deborah Mennuti e la direttrice dell’ufficio della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo in Bosnia ed Erzegovina Manuela Naessl.

In risposta all’iniziativa diplomatica, diverse organizzazioni ambientaliste – tra cui Eco BiH Network, la Coalizione per la protezione dei fiumi, il Centro Aarhus, il Network per la protezione della Natura e l’Alleanza per le Foreste – inviarono il 16 giugno una lettera aperta alle ambasciate presenti.

Nella lettera gli attivisti chiedevano come interpretare il sostegno diplomatico al progetto alla luce delle proteste civiche e delle segnalazioni di rischio ambientale e domandavano se fosse un segnale per dire agli attivisti di tenersi lontani dai loro investimenti.

«Non siamo ancora così impoveriti, almeno nello spirito, che le miniere siano diventate la nostra linfa vitale. Sappiamo benissimo che il nostro futuro non è nella deforestazione e nello scavo di montagne, ma nell’Unione Europea, che mette al primo posto la protezione della natura e la conservazione della diversità biologica. Pertanto, vi chiediamo apertamente: il vostro sostegno a tali “investimenti” è una vostra questione personale o la posizione dei Paesi che rappresentate? Vi preghiamo di dare una risposta diretta e schietta, perché intendiamo porre la stessa domanda ai governi dei Paesi da cui provenite, nonché agli organi dell’Ue a Bruxelles», si legge nella lettera.

Secondo quanto dicono gli attivisti, alla lettera non è mai arrivata una risposta da parte delle istituzioni coinvolte.

Sul sito dell’ambasciata inglese si legge come il personale diplomatico inglese sia concentrato «sulla realizzazione di riforme che possano migliorare la qualità della vita e le opportunità per i cittadini di questo Paese».

L’ambasciata norvegese dice di avere come compito principale il promuovere gli interessi e i valori della Norvegia e di rafforzare relazioni bilaterali positive con la Bosnia Erzegovina. La Banca europea per lo sviluppo e la ricostruzione afferma come missione generale quella di «investire per cambiare vite», focalizzandosi su una crescita sostenibile e sulla prosperità attraverso il sostegno a un settore privato ben funzionante e a riforme economiche.

Azra Berbić, avvocata, è attivista per la Fondazione ACT, un’organizzazione ecologista di base a Sarajevo. «La nostra gente sta perdendo fiducia nell’Ue proprio a causa dell’ipocrisia che stiamo vivendo. Per decenni noi, i nostri governi, i nostri politici siamo stati criticati per corruzione, nepotismo e mancanza di stato di diritto. Ma ora che queste compagnie minerarie vengono qui, sfruttano proprio questa mancanza di stato di diritto per fare le cose più facilmente e velocemente. Per il profitto», spiega.

L’avvocata sottolinea che non esistono ad oggi casi provati in tribunale di corruzione a Vareš, ma aggiunge che «ci sono molte cose che non sono logiche, e che fanno venire dubbi».

La relatrice speciale Mary Lawlor durante la sua visita in Bosnia Erzegovina, in una sala conferenze all’interno dell’edificio della Delegazione dell’Unione Europea, aveva presentato le sue conclusioni preliminari del viaggio.

Lawlor si era rivolta direttamente alle ambasciate statunitense, britannica e norvegese, invitando il personale diplomatico a riflettere sugli effetti dei loro comportamenti sul fragile stato di diritto in Bosnia Erzegovina e sulla partecipazione democratica della cittadinanza.

Intervistata da IrpiMedia, Lawlor dice con amarezza di non essere stupita dalla situazione. «Quando si tratta di grossi interessi economici, e in particolare degli interessi delle compagnie minerarie con sede nelle loro giurisdizioni, le ambasciate si schiereranno sempre con le compagnie minerarie».

Il profitto

Il 3 settembre del 2025 Dundee Precious Metals, la compagnia canadese che oggi sotto il nome DPM Metals gestisce la miniera di Vareš, completa l’acquisizione del 100% delle azioni di Adriatic Metals. L’affare è venuto a costare in totale 1.13 miliardi di euro.

Durante l’acquisizione anche le azioni della Bers sembrano essere state vendute a DPM Metals, nonostante il reclamo fosse aperto e la stessa IPAM avesse ritenuto le accuse degli attivisti credibili. Il reclamo è, al momento della pubblicazione di questo articolo, ancora aperto. 

Non è chiaro se la Bers abbia ottenuto un profitto dalla vendita, e nel caso questo profitto a quanto ammonti. In una risposta ad IrpiMedia, la Bers ha rifiutato di commentare, spiegando come «per principio, la Bers non divulga informazioni dettagliate sulle singole partecipazioni azionarie, sui termini delle transazioni o sui rendimenti finanziari».

Rispetto al reclamo aperto, la Bers ha commentato che «qualora la verifica individui aree di non conformità, la Banca valuterà e attuerà le opportune azioni gestionali in linea con le proprie procedure, comprese, ove necessario, misure correttive».

C’è un altro aspetto interessante che lega la Bers alla miniera di Vareš e alla compagnia inglese Adriatic Metal. Eric Rassmussen, che tra il 2013 e il 2022 è stato Responsabile globale delle risorse naturali per la BERS, nel 2024 veniva nominato direttore non-esecutivo di Adriatic Metal. 

Nel 2020 Rassmussen commentava positivamente l’investimento della BERS in Adriatic Metal, affermando che «le attività minerarie responsabili dell’azienda rappresentano un buon esempio per il settore in Bosnia ed Erzegovina».

Online non si trovano specifiche rispetto a regolamenti interni alla BERS rispetto a conflitti di interessi validi per ex dirigenti del settore investimenti che entrano a far parte di società partecipate, e la BERS, contattata da IrpiMedia, ha declinato di rilasciare informazioni sul tema. 

Nel frattempo, a Vareš, i cittadini lamentano che il benessere economico che si aspettavano ancora non si sia visto.

Durante la cerimonia di inaugurazione ufficiale della miniera nell’aprile del 2024 l’allora sindaco di Vareš, Zdravko Marošević, aveva rilasciato un’intervista a Reuters, sottolineando i benefici che l’apertura della miniera aveva portato alla cittadina. Tra gli esempi portati dal sindaco quello dell’asilo di Vareš che, a rischio chiusura per la mancanza di bambini fino a due anni prima, in quel momento aveva una lista d’attesa.

Ma, poco più di un anno dopo, parlando al consiglio municipale nel luglio 2025, la direttrice dell’asilo Nikolina Erlbek, ha presentato una realtà ben diversa. Secondo Erlbek l’asilo si trovava sull’orlo della chiusura: i dipendenti erano stati pagati l’ultima volta ad aprile 2025 e gli ultimi contributi versati nell’ottobre 2024.

«Qualcosa si è mosso», dice Mirčić, «ma i benefici sono molto al di sotto delle aspettative che avevamo per questa miniera». I rischi e le conseguenze dell’estrazione sono invece sotto gli occhi di tutti, e non colpiscono solo la salute.

Mirnes Ajanović e sua moglie Dženana hanno un allevamento con una cinquantina di capre a diversi chilometri dalla località della miniera e delle infrastrutture di DPM. Vendono formaggi, burro, e creme per il viso di produzione caprina al mercato di Vareš, Breza e Sarajevo
Mirnes Ajanović e sua moglie Dženana hanno un allevamento con una cinquantina di capre a diversi chilometri dalla località della miniera e delle infrastrutture di DPM. Vendono formaggi, burro, e creme per il viso di produzione caprina al mercato di Vareš, Breza e Sarajevo © Camilla de Maffei

Diverse persone che lavorano nel turismo hanno raccontato di aver notato una netta diminuzione nel numero di visitatori da quando la notizia del piombo è stata resa pubblica. Dario Dodik, propietario del ristorante Mlin di Vareš, ha dichiarato ad IrpiMedia di aver avuto 85% meno clienti durante il weekend da dicembre in poi. 

Anche agricoltori e allevatori della zona hanno visto una perdita economica. Mirnes Ajanović e sua moglie Dženana hanno un allevamento con una cinquantina di capre a diversi chilometri dalla località della miniera e delle infrastrutture di DPM. Vendono formaggi, burro, e creme per il viso di produzione caprina al mercato di Vareš, Breza e Sarajevo. 

«Abbiamo voluto anche noi fare dei test per capire se il latte delle nostre capre fosse avvelenato. Fortunatamente è risultato negativo, ma in ogni caso quando i clienti scoprono che veniamo da Vareš si preoccupano» spiega Mirnes. 

A Vareš oggi non si discute in astratto di sviluppo o investimenti stranieri. Si discutono i risultati di analisi del sangue e della salute dei cittadini. E delle responsabilità delle ambasciate norvegese e inglese, della Banca di sviluppo europeo e decine di altri investitori esteri nella creazione di una tremenda crisi sanitaria.

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Crediti

Autori

Tommaso Siviero

Editing

Giulio Rubino

Fact-checking

Giulio Rubino

Foto di copertina

All’ingresso della città di Vareš, Federazione, Bosnia
centrale. La statua di un minatore jugoslavo si staglia fiera di fronte alla scritta «Costruzione della miniera di Vareš – 1958» © Camilla de Maffei

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