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In Italia utilizziamo poco e male i fondi per il dissesto idrogeologico: l’esempio dell’Emilia Romagna

Dal 2015 al 2025 l'Emilia-Romagna è stata colpita più volte da alluvioni e frane. Sul fiume Marecchia, i fondi Pnrr hanno protetto un'opera che serve l'agricoltura ma non riduce il rischio inondazioni

24.07.26

Matteo Chiani

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A maggio 2023, l’Emilia-Romagna è stata investita da alluvioni particolarmente violente che hanno causato la morte di 17 persone, oltre 20mila sfollati e quasi nove miliardi di danni. Un evento simile si era già verificato nel febbraio 2015 a Santarcangelo di Romagna, in provincia di Rimini. 

A settembre 2024, invece, le piogge intense hanno fatto esondare quattro fiumi, tra cui il Lamone, allagando diversi comuni della Romagna.

In breve

  • Sul fiume Marecchia, a Rimini, una traversa costruita negli anni Ottanta per irrigare i campi ha rotto l’equilibrio del corso d’acqua, accelerandone l’erosione
  • Nel 2018 la struttura inizia a cedere, ma la Regione non riesce a sbloccare per tempo i fondi stanziati d’urgenza per ripararla: l’anno dopo la traversa crolla del tutto
  • Per ricostruirla, a questo punto la Regione utilizza oltre un milione di euro di fondi Pnrr destinati alla riduzione del rischio idrogeologico
  • Le nuove controbriglie costruite con i fondi europei, però, non risolvono l’erosione del fiume: proteggono la stessa traversa che secondo diversi esperti ne è la causa
  • L’Emilia-Romagna, segnata costantemente da frane e alluvioni, non riesce ancora a intervenire sulla prevenzione strutturale, confermando il dato nazionale della Corte dei Conti: solo il 22 per cento dei fondi per il dissesto viene davvero speso

Ogni volta che il fango ha invaso la Romagna, una parte della politica ha insistito sull’eccezionalità dell’evento climatico e sulla necessità di concentrarsi sull’emergenza, ma nel dibattito pubblico sono emerse anche critiche sulla prevenzione, sulla gestione del territorio e sui ritardi negli interventi.

La natura eccezionale della pioggia è solo metà della storia. L’altra metà è nascosta nei cassetti degli uffici pubblici, dove la prevenzione viene spesso rimandata per lentezze burocratiche, scelte politiche poco acute, che intervengono comunque solo dopo l’emergenza.

«Con la catastrofe del 2023 abbiamo avuto decine di migliaia di frane in più. È stata una sorpresa per tutti», spiega G. un dipendente del servizio tecnico di bacino della Regione Emilia-Romagna, l’ufficio che affianca, a livello regionale, le cinque Autorità di bacino distrettuali nazionali. «Le frane si sono formate perché non era mai caduta così tanta acqua. Però anche perché il territorio non era assolutamente predisposto. Se un territorio viene gestito male, l’acqua arriva troppo in fretta dove non deve arrivare». 

G. si occupa di mappare le aree soggette a dissesto idrogeologico e osserva come le opere di mitigazione realizzate in passato si rivelino ormai inadeguate: «Le opere fatte 40 anni fa sono tutte in malora. Gli abitati, già franati 150 anni fa, sono di nuovo a rischio».

Alfonsine, provincia di Ravenna, dove a luglio 2023 si è generato un tornado dal diametro di 1,5 chilometri. Questo comune in provincia di Ravenna si trova tra la strada statale Adriatica e il fiume Senio, affluente del Po, un’area fertile per l’agricoltura eppure tra le più soggette ai tornado in Europa, che aumentano di intensità a causa della crisi climatica © Francesco Arrigoni

Negli anni, in Romagna come altrove, la risposta all’emergenza è migliorata, ma non la prevenzione strutturale: il rapporto della commissione tecnico-scientifica della Regione, pubblicato nel dicembre 2023 dopo l’alluvione di maggio, aveva già raccomandato interventi strutturali di riduzione del rischio, come l’ampliamento degli spazi di divagazione dei fiumi. Raccomandazioni non sempre attuate. Lo confermano sia la Corte dei Conti sia il Tavolo interministeriale sul dissesto, secondo cui la percentuale dei pagamenti effettivi sui fondi stanziati per la sicurezza del territorio si ferma tra il 22 e il 24 per cento. 

Il caso del fiume Marecchia, in provincia di Rimini è, in questo senso, l’archetipo perfetto di questo fallimento strutturale.

Il rischio idrogeologico in Italia

L’Italia è un Paese fragile. Secondo il quarto Rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico, presentato a luglio 2025, il 94,5 per cento dei comuni italiani è esposto ad almeno un rischio naturale tra frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Le aree a pericolosità da frana coprono ormai più di 69mila chilometri quadrati, il 23 per cento del territorio nazionale, il 15 per cento in più rispetto al 2021. Nel Paese sono censite oltre 636mila frane, circa un quarto delle quali con dinamica rapida e alto potenziale distruttivo. 

Sono 5,7 milioni le persone che vivono in aree a rischio frana, di cui 1,28 milioni in zone a pericolosità elevata o molto elevata. A questo si aggiungono 582mila famiglie, 742mila edifici, quasi 75mila imprese e 14mila beni culturali esposti nelle aree più pericolose. Sul fronte alluvioni, la popolazione a rischio nello scenario di pericolosità media sale a 6,8 milioni di abitanti, l’11,5 per cento del totale, con Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Liguria tra le regioni più esposte.

Dietro questi numeri, una storia fatta di tragedie. Sulle Alpi è avvenuta quella più nota della recente storia italiana: il 9 ottobre 1963, tre anni dopo la costruzione di una diga sul fiume Vajont, al confine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, una frana dal monte Toc si abbatté nello specchio d’acqua artificiale, provocando un’onda che travolse la valle del Piave e uccise 1.917 persone.

Il 5 e 6 maggio 1998, colate di fango dai versanti del monte Pizzo d’Alvano, in provincia di Avellino, sommersero i paesi limitrofi, uccidendo 160 persone. Nel 2011 il sindaco di Sarno, uno dei comuni colpiti, fu condannato a cinque anni per omicidio colposo plurimo.

Il 3 luglio 2022, il giorno dopo la giornata più calda mai registrata su una vetta della Marmolada, un pezzo di ghiacciaio si staccò dai versanti del gruppo montuoso: la valanga uccise 11 persone.

L’ultima tragedia risale al 25 gennaio 2026: il versante meridionale dell’altopiano di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è collassato insieme alle abitazioni, costringendo 1600 persone a lasciare le proprie case. Il versante occidentale era già franato nel 1997, anche per la cattiva gestione del sistema fognario.

Le cause del dissesto: la mano dell’uomo

Il Marecchia nasce sull’Appennino tosco-romagnolo e scorre fino alla costa di Rimini attraversando un bacino che, secondo G., è «in forte erosione».

Cristiano Guerra, geologo, presidente dell’ordine di San Marino e professore a contratto dell’università di Bologna spiega a IrpiMedia che «Negli anni Sessanta e Settanta nella piana della valle si estraeva materiale dall’alveo (letto, ndr) del fiume per costruire gli hotel a Rimini. Estraendo, l’alveo si abbassava e l’acqua si velocizzava».

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Negli anni Ottanta, venne invece costruita una traversa idraulica a Ponte Verucchio, una sorta di piccola diga, larga quanto il fiume, affidata in gestione dalla Regione Emilia-Romagna al Consorzio di Bonifica della Romagna (Cbr), ente pubblico economico di diritto privato, con nel consiglio d’amministrazione soci delle principali organizzazioni agricole, come Cia, Coldiretti e Confagricoltura.

Lo scopo dell’opera era prettamente economico: bloccare il deflusso dell’acqua per consentire la derivazione e la deviazione dell’acqua in due canali usati per irrigare i campi.

Questa traversa ha rotto l’equilibrio naturale del fiume: impedisce ai depositi alluvionali di arrivare a valle con effetti anche gravi, tra cui una riduzione del 50 per cento della ricarica delle falde acquifere della zona. Più il fiume scava in profondità, più mette a rischio le sponde e la traversa stessa.

Ad Alfonsine, provincia di Ravenna, durante il tornando di luglio 2023, il vento ha raggiunto la velocità di 290 chilometri orari. Lungo il suo percorso, di circa 15 chilometri, ha allettato colture, sradicato centinaia di alberi e distrutto alcuni edifici. 14 persone sono rimaste ferite
Ad Alfonsine, provincia di Ravenna, durante il tornando di luglio 2023, il vento ha raggiunto la velocità di 290 chilometri orari. Lungo il suo percorso, di circa 15 chilometri, ha allettato colture, sradicato centinaia di alberi e distrutto alcuni edifici. 14 persone sono rimaste ferite © Francesco Arrigoni

Già nel 2016, tramite il Contratto di Fiume Marecchia e una segnalazione dell’allora sindaca di Verucchio, erano stati lanciati allarmi sulla situazione di grave instabilità della traversa causata dall’erosione. Vennero richiesti interventi strutturali di difesa degli argini, mai eseguiti. La Regione rispose che il fiume andava lasciato libero di muoversi; che per le case a rischio crollo si sarebbe fatta solo «sorveglianza idraulica» durante le piene e per la protezione degli argini rimandava a un tavolo tecnico e a nuovi fondi futuri. 

I due giorni di ritardo che hanno distrutto la traversa

Ma la natura non aspetta i tempi dei tavoli tecnici. L’8 marzo 2018, il Cbr segnala alla Regione un parziale crollo della traversa. Trattandosi di un’opera strategica per la viabilità e per l’agricoltura, la Regione Emilia-Romagna si muove d’urgenza: secondo documenti ottenuti da IrpiMedia, il 28 luglio 2018 viene approvato l’assestamento di bilancio che stanzia 500mila euro per la messa in sicurezza dell’opera. Il Cbr redige a tempo di record il progetto esecutivo per i lavori sull’opera da 850mila euro (co-finanziandone 350mila).

Il progetto è stato approvato il 18 settembre 2018 dal Consorzio. Poi, per oltre un mese, non è successo niente. 

Il 2 novembre 2018, Monica Guida, allora responsabile del Servizio difesa del suolo della Regione, invia una lettera perentoria via pec all’Agenzia regionale per la sicurezza del territorio e la protezione civile (Astpc), guidata da Mauro Vannoni. La missiva ammonisce i dirigenti: per poter impegnare i 500mila euro ed evitare che vadano persi, è assolutamente necessario ricevere il parere tecnico dell’Astpc sul progetto esecutivo entro il 12 novembre 2018.

Il parere dell’Agenzia viene invece firmato e protocollato il 14 novembre 2018. Due giorni di ritardo che costano carissimo: le risorse d’urgenza stanziate dalla legge regionale decadono e non possono essere conservate a bilancio per l’anno in corso. 

Contattata da IrpiMedia, l’Agenzia regionale sostiene di aver adottato «tutte le possibili azioni per cercare di rispettare il termine» del 12 novembre. La colpa del ritardo, per l’ente regionale, è attribuibile alla ricezione tardiva del progetto da parte del Consorzio — avvenuta l’8 novembre — che ha lasciato agli uffici regionali «solo due giornate lavorative» per l’istruttoria.

Secondo l’Agenzia questo ritardo «non ha comunque compromesso il conferimento degli atti necessari al Servizio Gestione della Spesa consentendo di impegnare i fondi per i primi mesi dell’annualità successiva», cioè il 2019. 

La Giunta regionale approva infatti una nuova delibera per riassegnare le risorse e affidare nuovamente i lavori. Ma ormai il tempo è scaduto. Prima che il cantiere possa materialmente partire, le piogge eccezionali del 13 maggio 2019 gonfiano il fiume. La traversa di Ponte Verucchio, privata di qualsiasi intervento di consolidamento a causa dei ritardi burocratici autunnali, crolla completamente. Il progetto urgente da 850mila euro approvato solo due mesi prima diventa inutile. 

Quando la traversa crolla, l’erosione parte dal canyon e risale verso monte, come scritto da Arpae nel 2016. Nasce così un paradosso: la stessa opera che ha favorito l’erosione del fiume, bloccandone i sedimenti, è oggi anche ciò che la contiene, perché senza di essa l’incisione continua a risalire verso monte, mettendo a rischio le sponde e il ponte sulla provinciale.

Per questo la Regione è costretta a intervenire subito e a novembre 2019 la struttura crollata è già stata, in parte, ripristinata.

Un tratto del fiume Marecchia, in località Verucchio (Rimini), nel 2018 e nel 2019

I fondi europei: un salvagente bucato

Dopo il crollo della traversa, la Regione prepara un progetto molto più imponente e costoso: la costruzione di due nuove briglie protettive lunghe 70 metri ciascuna, per bloccare l’erosione del fiume. I lavori, costati 1.371.040 euro si concludono alla fine del 2022. 

Il 10 gennaio 2023 l’allora vicepresidente della Regione con delega alla difesa del suolo e alla protezione civile, Irene Priolo, inaugura l’opera dichiarando: «L’intervento è stato realizzato grazie a un importante finanziamento della Regione».

Una nota del Dipartimento della protezione civile del 15 dicembre 2021, inviata all’allora presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, e all’allora direttrice dell’Astpc, Rita Nicolini, rivela però un’altra storia: l’intervento di Ponte Verucchio era già stato inserito nella missione 2, componente 4 del Pnrr, dedicata alla «gestione del rischio di alluvione e alla riduzione del rischio idrogeologico».

La Regione, quindi, non avrebbe speso un euro di bilancio proprio: l’opera sarebbe infatti stata finanziata per 1,1 milioni con fondi europei e per il resto con un non meglio specificato fondo del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (Mit), a causa dell’aumento dei costi di lavoro. Contatta da IrpiMedia, la Regione non ha risposto in merito.

Il meccanismo di finanziamento che ha permesso tutto questo — costruire le nuove briglie senza spendere un euro di bilancio regionale — è stato utilizzato anche altrove, dove si è deciso di investire i soldi del Pnrr per i “progetti in essere”, ovvero già previsti e in alcuni casi avviati.

La Regione ha semplicemente preso lavori già decisi e li ha fatti rientrare nel bilancio del Pnrr. Così li ha rendicontati in fretta a Bruxelles, liberando risorse regionali da spendere altrove. L’allora ministro per il Pnrr, Raffaele Fitto, ha ammesso che questo meccanismo nazionale ha drogato i numeri della spesa, portando con sé problemi di ammissibilità e il rischio concreto di non finire i lavori entro la scadenza europea di giugno 2026. 

I fondi del Pnrr per il dissesto idrogeologico

L’Italia è un territorio attraversato dalle catene montuose delle Alpi e degli Appennini, dove il dissesto idrogeologico si è spesso trasformato in tragedia. Per questo motivo il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha previsto una misura per la gestione del rischio alluvioni e la riduzione del rischio idrogeologico.

Fino a dicembre 2023 all’investimento erano destinati 2,487 miliardi di euro: 1,287 miliardi gestiti dal ministero dell’ambiente e 1,2 miliardi dal Dipartimento della protezione civile (Dpc). I fondi del ministero sono stati investiti quasi interamente su «interventi già previsti e già avviati per cui è semplicemente cambiata la fonte di finanziamento», spiega Luca Dal Poggetto, analista di Openpolis. I fondi del Dpc, invece, hanno finanziato per un terzo interventi in essere e per il resto nuovi interventi.

Il 27 luglio 2023 l’allora ministro per gli affari europei Raffaele Fitto ha annunciato una verifica sull’investimento. Nella seconda delle revisioni del Pnrr approvate dall’Ue, i fondi del Ministero dell’ambiente sono stati riallocati verso l’investimento gestito dal Commissario straordinario per la ricostruzione di Emilia-Romagna, Marche e Toscana — prima il generale Francesco Figliuolo, poi, dal 2025, Fabrizio Curcio. I fondi gestiti direttamente dal Dpc sono invece rimasti invariati.

I due filoni hanno avuto esiti opposti: secondo Openpolis, a febbraio 2026 l’investimento del Commissario straordinario è tra gli ultimi per avanzamento della spesa, mentre quello del Dpc è tra i primi dieci.

Degli oltre 400 milioni di euro riallocati per gli “interventi in essere” (il 16 per cento del totale), oltre la metà — 225,9 milioni — riguarda opere sugli Appennini, che attraversano 15 regioni. Di questi, il 37 per cento (83 milioni) è andato a Toscana ed Emilia-Romagna; nessun euro è stato destinato a Campania e Puglia.

Studi scientifici dicono che la popolazione, il sistema di allarme e le infrastrutture non sono predisposte all’occorrenza di futuri tornado. Le normative sull’edilizia devono essere adattate ai tornado, gli abitanti devono essere preparati all’occorrenza, e le amministrazioni devono considerare la pericolosità dell’evento © Francesco Arrigoni

I fondi Pnrr sul Marecchia sono stati utilizzati per costruire due nuove briglie che servono a proteggere dall’erosione la traversa del Consorzio di Bonifica, le stesse strutture che, come abbiamo raccontato, deviano l’acqua del fiume verso i canali di irrigazione, a beneficio dell’agricoltura intensiva della zona e che, secondo i verbali tecnici di Arpae e del Contratto di Fiume, sono la causa principale del grave e progressivo fenomeno di incisione dell’alveo a valle.

I soldi della prevenzione ambientale, cioè, sono finiti per puntellare proprio l’opera che sta alterando la dinamica naturale del fiume.

Tra gli interessi che potrebbero spiegare perché la Regione abbia scelto di destinare i fondi europei per il dissesto idrogeologico a un’opera così impattante sull’equilibrio del fiume c’è quello del settore agricolo.

Nella Valmarecchia l’agricoltura è intensiva, e i due canali alimentati dalla traversa costituiscono una risorsa idrica su cui il settore fa ampio affidamento, come ha specificato l’Agenzia regionale per la sicurezza del territorio e la protezione civilea IrpiMedia: la nuova traversa è stata posizionata «circa 260 metri più a monte rispetto alla struttura crollata, per proteggere le pile del ponte della SP14 (la strada provinciale che rischiava di crollare dopo la distruzione della traversa, ndr) e garantire l’alimentazione stabile dei canali irrigui».

Le opere realizzate servirebbero però anche a «stabilizzare il profilo d’equilibrio del fiume nel tratto subito a valle» della traversa.

L’Emilia-Romagna aveva davanti un’occasione più unica che rara: usare la liquidità del Pnrr per interventi veri di rinaturalizzazione e riequilibrio dei fiumi. Ha scelto invece di rifinanziare in fretta vecchie infrastrutture irrigue e opere di cemento locali. Per l’Agenzia regionale gli interventi eseguiti «dimostrano comunque un’attenzione riguardo le problematiche del fiume Marecchia e la mitigazione del rischio idrogeologico».

Agricoltura intensiva e inquinamento chimico del fiume Marecchia

Come abbiamo già raccontato, la traversa alimenta due canali necessari all’irrigazione dei campi della Valmarecchia, caratterizzata da un’agricoltura intensiva, che però contribuisce anche a inquinare le falde che il fiume dovrebbe alimentare. Uno studio pubblicato nel 2007 dalla regione Emilia-Romagna attribuisce l’origine dei nitratri non agli allevamenti, per lo più assenti nel territorio riminese, ma ai concimi chimici usati nei campi, che dalla superficie raggiungono le acque sotterranee nell’area di  Santarcangelo

I dati dell’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), aggiornati a ottobre 2024, confermano il fenomeno. I dati sono stati analizzati da un gruppo di giornalisti provenienti da diversi Paesi europei —  per esempio Facta, per l’Italia e Datadista, per la Spagna —  per mappare la condizione degli acquiferi dell’intero continente europeo e i rischi che stanno affrontando. 

La conoide del Marecchia — il deposito di sedimenti accumulato nella pianura dal fiume nel tempo, che funziona come una spugna naturale in cui si infiltra e si accumula l’acqua sotterranea — rientra tra quelle in pessime condizioni, sia quantitativamente sia qualitativamente. Le conoidi limitrofi, per esempio del fiume Savio, del fiume Ronco-Montone e del fiume Lamone, sono in pessimo stato qualitativo, ma in buono stato quantitativo, dove l’eutrofizzazione causata da fertilizzanti è sopra il limite legale, o vicina al limite, e in crescita.

Sulla stessa falda si somma così una doppia pressione: da un lato la traversa ne riduce la ricarica naturale, come abbiamo raccontato, dall’altro l’agricoltura che quella stessa traversa irriga ne peggiora la qualità con i nitrati.

L’eterno ritorno dell’emergenza

Un rapporto della Corte dei Conti sulla gestione dei fondi per la mitigazione del rischio idrogeologico conferma un problema strutturale: l’Italia fatica a spendere le risorse destinate alla prevenzione.

Nei diversi cicli di programmazione dei fondi europei di coesione, la percentuale dei pagamenti effettivi rispetto alle risorse stanziate per il dissesto non supera quasi mai il 25-30 per cento, anche a distanza di un decennio dalla loro disponibilità.

A complicare il quadro c’è la frammentazione delle banche dati — Rendis per la pianificazione, Bdap per il monitoraggio dei contratti, ReGiS per il Pnrr, Sigrian e Dania per gli usi irrigui — che non comunicano tra loro e producono disallineamenti che rendono difficile una visione d’insieme. A questo si aggiunge la scarsa capacità tecnica di molti piccoli comuni di progettare interventi pronti per essere realizzati: alcuni preferiscono attendere l’alluvione successiva, per accedere alle procedure semplificate e ai finanziamenti legati alla «somma urgenza».

Finché la politica continuerà a privilegiare i tagli di nastro e la narrazione dell’evento climatico “eccezionale”, piuttosto che investire nella manutenzione ordinaria dei fiumi e nella prevenzione strutturale, il territorio continuerà a franare. 

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Crediti

Autori

Matteo Chiani

Editing

Francesca Cicculli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

Foto aerea dell’alluvione di maggio 2023 dell’Emilia Romagna © Antonio Masiello/Getty

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