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Armi autonome: la corsa all’oro dopo il vertice Nato di Ankara

Fondi pubblici e capitali privati stanno alimentando la crescita della defence tech statunitense. Ecco chi scommette sulle aziende che sviluppano sistemi d'arma autonomi, un settore sempre più vicino al mondo Maga

27.07.26

Laura Carrer
Davide Del Monte
Andrea Daniele Signorelli

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«C’era un sacco d’amore nella stanza, un sacco di unità». L’8 luglio l’agenzia di stampa Reuters riporta questa dichiarazione di Donald Trump all’uscita dell’incontro a porte chiuse tra i rappresentanti dei Paesi membri della Nato ad Ankara, in Turchia. Eppure da quando è stato rieletto presidente degli Stati Uniti, Trump ha chiamato l’Alleanza transatlantica «tigre di carta», si è lamentato per il fatto che «non fosse con noi» durante la guerra israelo-statunitense contro l’Iran, ha minacciato l’integrità territoriale della Danimarca, Paese membro, reclamando per gli Stati Uniti il controllo sulla Groenlandia. E nel frattempo ha ridotto il coinvolgimento dell’esercito degli Stati Uniti nei sistemi di difesa europei.

Nel vertice Nato 2025 a L’Aja, nei Paesi Bassi, il presidente degli Stati Uniti aveva spinto affinché gli alleati si impegnassero a raggiungere entro il 2035 una spesa militare pari al 5% del Pil, asticella poi rivista al 3,5% con altri 1,5% per spese connesse alla sicurezza.

Ad Ankara, è stato ribadito l’obiettivo, insieme a «oltre 44 miliardi di euro di nuovi appalti», destinati prima di tutto a contenere la potenziale minaccia della Russia, si legge nella dichiarazione a conclusione del summit. Questi investimenti sono stati la ragione principale delle parole d’amore di Trump, che esce da questo vertice più forte e soprattutto più ricco di prima.

L’inchiesta in breve

  • Il vertice di Ankara della Nato l’8 luglio si è concluso con parole d’amore di Donald Trump per i suoi alleati europei, nonostante i dissapori degli ultimi mesi. Il motivo è il ruolo fondamentale che hanno le start-up statunitensi del settore della defence tech nell’accaparrarsi contratti pubblici, anche per programmi della Nato
  • La francese Anthea Sas se la dovrà vedere con due colossi americani, Palantir e Anduril, per l’affidamento di una gara per modernizzare il sistema con cui la Nato gestisce le operazioni aeree, integrando in tempo reale le informazioni provenienti dalla sorveglianza
  • Le start-up della defence tech vengono sostenute finanziariamente sia dai fondi gestiti da società che amministrano patrimoni – come BlackRock, Vanguard e State Street – sia da venture capitalist che puntano a guadagnare vendendo le loro quote al momento giusto, come Founders Fund del fondatore di Palantir, Peter Thiel
  • Helsing è una delle società della defence tech europea che ha attirato più interessi degli investitori internazionali. Riceve anche fondi pubblici europei per programmi in consorzio con università. Uno studio rivela quanto sia complesso per gli atenei collaborare con chi fa ricerca con l’obiettivo di produrre  armi autonome

Infatti, mentre i Paesi dell’Europa si interrogano su un possibile futuro privo della protezione Usa, la Nato continua a promuovere gare d’appalto in cui società statunitensi della defence tech, specializzate nello sviluppo di tecnologie per la difesa, assumono un ruolo sempre più centrale.

Questa partita è un affare anche per la stessa famiglia del presidente: come rivelato dal Washington Post, i figli Donald Jr ed Eric da quando il padre è tornato in carica hanno aumentato i loro portafogli di investimenti in una dozzina start-up di settore che hanno ottenuto contratti pubblici per circa 2,8 miliardi di euro.

I due Trump sono solo gli ultimi protagonisti della corsa all’oro tecno-bellica. Il mercato dei sistemi autonomi e delle piattaforme di comando e controllo è alimentato con sempre più convinzione da appalti pubblici miliardari, compresi quelli legati ai programmi Nato. Nella corsa a sviluppare tecnologie sempre più avanzate e capaci di identificare e selezionare autonomamente i bersagli – nonostante le questioni etiche e giuridiche che ciò solleva – investono grandi aziende tecnologiche, fondi di venture capital e investimento, ma anche consorzi internazionali ai quali partecipano, in molti casi, università e centri di ricerca europei.

Il senso di Palantir e Anduril per i progetti Nato 

Al vertice di Ankara sono stati annunciati i nuovi contratti per sviluppare la piattaforma dati Enhanced Air Command and Control (eAirC2), un programma che punta a modernizzare il sistema con cui la Nato gestisce le operazioni aeree, integrando in tempo reale le informazioni provenienti dalla sorveglianza, dalla gestione del traffico aereo e dal controllo delle missioni. L’obiettivo è fornire a tutte le unità coinvolte una visione aggiornata di ciò che avviene nello spazio aereo migliorando il coordinamento e accelerando le decisioni.

I contratti sono stati assegnati ad Athea Sas, joint venture francese a cui partecipano la società di difesa Thales e l’azienda di cybersicurezza Eviden, e a due società statunitensi del settore defence tech: Palantir e Anduril.

La prima – inizialmente dedita allo sviluppo di software per l’intelligence e le operazioni antiterrorismo – è stata fondata nel 2003 da Peter Thiel, che ha sostenuto con oltre 13 milioni di dollari la campagna elettorale dell’attuale vicepresidente JD Vance. La seconda, fondata nel 2017 da Palmer Luckey e finanziata in modo significativo dallo stesso Peter Thiel attraverso il suo Founders Fund, è tra le aziende militari su cui hanno puntato i figli di Donald Trump.

Entrambe sono esplicitamente vicine all’universo politico Maga, il movimento sorto intorno a Donald Trump.

Palantir

Fondata nel 2003 da Peter Thiel, Alex Karp, Stephen Cohen, Nathan Gettings e Joe Lonsdale. Le sue piattaforme permettono di riunire, collegare e analizzare grandi quantità di informazioni provenienti da fonti differenti, trasformandole in rappresentazioni operative finalizzate ad accelerare il processo decisionale.

Tra i clienti troviamo forze armate, servizi di intelligence, forze di polizia e amministrazioni pubbliche, ma anche grandi aziende attive nella sanità, nella manifattura, nell’energia, nei trasporti e nella finanza. Questa doppia presenza nel settore militare e in quello commerciale ha reso Palantir una delle società più influenti e controverse nate nella Silicon Valley.

Ad aprile 2026, l’account X dell’azienda ha pubblicato il controverso manifesto della Technologies Republic, una dichiarazione in 22 punti estratta da un libro omonimo in cui sono evidenti punti di contatto con i valori Maga, come la superiorità della cultura statunitense e la messa in discussioni del pluralismo.

Because we get asked a lot.

The Technological Republic, in brief.

1. Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation.

2. We must rebel…

— Palantir (@PalantirTech) April 18, 2026

Figure chiave

Peter Thiel: cofondatore e presidente del consiglio di amministrazione. Imprenditore e investitore, è stato tra i fondatori di PayPal e del fondo Founders Fund.

Alex Karp: cofondatore e amministratore delegato dal 2005. È il principale volto pubblico e politico della società. Un tempo si dichiarava di sinistra ma secondo il sito d’informazione Axios dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha rotto ogni collegamento che aveva con i democratici americani.

Stephen Cohen: cofondatore, presidente e segretario di Palantir. Poco noto al grande pubblico, è una delle figure più coinvolte nella gestione aziendale.

Gli altri prodotti

Gotham: piattaforma destinata soprattutto a difesa, intelligence e settore pubblico. Integra dati provenienti da fonti e sensori diversi per ricostruire il quadro operativo e coordinare le missioni.

Foundry: sistema rivolto alle imprese e istituzioni pubbliche, riunisce e organizza dati, modelli e processi aziendali.

Apollo: piattaforma per distribuire, aggiornare e gestire software su cloud, server locali e infrastrutture operative.

AIP (Artificial Intelligence Platform): piattaforma che collega large language model e altri sistemi di intelligenza artificiale ai dati, alle applicazioni e ai processi operativi di un’organizzazione. Permette di sviluppare assistenti e agenti in grado di analizzare informazioni ed eseguire azioni concrete.

Conclusi i nove mesi di sperimentazione, soltanto una di queste tre società otterrà il contratto definitivo, della durata di tre anni prorogabili.

Se per Anduril si tratterebbe del primo contratto firmato con la Nato, per Palantir la gestione definitiva della piattaforma dati di eAirC2 rappresenterebbe l’ultimo tassello di un rapporto che si sta facendo sempre più stretto. Già oggi, la società di Peter Thiel fornisce infatti all’Alleanza transatlantica il suo sistema di supporto decisionale (Dss, decision support system) basato su intelligenza artificiale Maven Smart System (Mss).

Acquistato il 25 marzo 2025 e diventato pienamente operativo nel giugno di quest’anno, Mss Nato è la versione “atlantica” della piattaforma sviluppata da Palantir nell’ambito di Project Maven, il programma di intelligenza artificiale avviato nel 2017 dal dipartimento della Difesa statunitense.

Già impiegato nel 2021 durante il ritiro statunitense dall’Afghanistan, più di recente Maven è stato utilizzato per individuare e gestire gli obiettivi degli attacchi contro l’Iran e si sospetta che sia stato utilizzato anche da Israele durante l’invasione di Gaza (ipotesi smentita da Palantir, che ha però confermato di collaborare con l’esercito israeliano).

Maven non è solo un sistema di AI-assisted targeting (cioè di analisi dei dati raccolti sul campo per fornire una lista di bersagli), ma una piattaforma di comando e controllo basata su intelligenza artificiale. Maven, si legge nella descrizione fornita dall’esercito americano sul suo sito, fornisce ai comandanti «consapevolezza situazionale in tempo reale», cioè una rappresentazione di ciò che accade sul campo, comprese posizioni delle forze amiche e nemiche, asset disponibili e minacce attive, oltre a un supporto alla pianificazione operativa che va dalla generazione e valutazione delle possibili azioni alla redazione di elementi utili per gli ordini operativi.

Utilizzato durante gli attacchi statunitensi sull’Iran – racconta il Washington Post – Maven «sta accelerando il ritmo delle operazioni belliche – ha aggiunto – riducendo la capacità dell’Iran di contrattaccare e trasformando una pianificazione delle operazioni che richiedeva settimane in operazioni in tempo reale».

«Se si entrasse ora nel centro operativo di Shape (il quartier generale della Nato in Europa, ndr), quello che si vedrebbe su tutti gli schermi è Palantir – ha affermato l’amministratore delegato di Palantir UK, Louis Mosley in un’intervista al The Times ad aprile 2026 –. Se la Nato dovesse entrare in guerra, lo farebbe usando Palantir. Se si dovessero iniziare a colpire obiettivi, l’intero processo verrebbe abilitato attraverso Palantir». 

Si potrebbe sostenere che le intelligenze artificiali stiano scalando le gerarchie militari. Non più soltanto droni dotati di un crescente grado di autonomia –  capaci, per esempio, di navigare in un’area, identificare potenziali bersagli e, almeno teoricamente, aprire il fuoco senza un ulteriore intervento umano –, o torrette automatiche capaci di sorvegliare un perimetro, riconoscere una minaccia e colpirla, ma veri e propri sistemi di pianificazione strategica, in grado di elaborare una mole di dati tale e di presentare linee d’azione a una velocità così elevata da far temere che l’essere umano finisca per limitarsi a certificare le decisioni prese dall’algoritmo.

Il bersaglio sbagliato

Ad oggi, diverse inchieste giornalistiche accusano Maven di aver indicato come bersaglio la scuola iraniana bombardata a Minab, nel sud dell’Iran. In quella mattinata di fine febbraio 2026 che ha segnato l’inizio dell’Operazione Epic Fury, le forze americane avrebbero ucciso tra le 175 e le 180 persone di cui la maggior parte erano bambine tra i 7 e i 12 anni.

Secondo la ricostruzione del The Guardian, la scuola sarebbe stata segnalata dal sistema di Palantir perché, nel database dell’esercito, risultava ancora classificata come struttura militare, nonostante fosse stato separata dal complesso dei Guardiani della rivoluzione già attorno al 2016. Maven avrebbe quindi prodotto un dossier in cui l’edificio continuava ad apparire come un obiettivo militare, senza che le informazioni venissero verificate (un potenziale caso di automation bias, quando cioè gli esseri umani ripongono eccessiva fiducia nelle indicazioni fornite dall’intelligenza artificiale).

Piovono fondi

Le start-up del defence tech hanno raccolto investimenti per circa 12,8 miliardi di euro nei primi cinque mesi del 2026, eclissando il record di 8,4 miliardi di euro registrato nell’intero 2025. Questi enormi capitali arrivano spesso da fondi che, per massimizzare la propria posizione dominante, diversificano gli investimenti lungo tutta la filiera.

Tra i grandi scommettitori, in prima fila ci sono le cosiddette Big Three: BlackRock, The Vanguard Group e State Street. Sono società di gestione del patrimonio che amministrano patrimoni investiti in un’enorme varietà di settori, compresa l’economia di guerra.

BlackRock, fondata nel 1988 da Larry Fink a New York, è presente con quote azionarie tra il 6% e l’8% nelle strutture societarie di Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Micron Technology, Intel, Meta, Alphabet, solo per citare le maggiori società tecnologiche americane, ma la sua presenza è capillare anche nei settori minerario e della difesa, dove la ritroviamo con quote simili in molte delle più importanti società del comparto.

A differenza di BlackRock, The Vanguard Group, che ha un portafoglio di circa 10mila miliardi di dollari, non è quotata in borsa ed è posseduta dai suoi stessi fondi di investimento, che a loro volta sono di proprietà dei risparmiatori che comprano le quote: i profitti vengono così distribuiti con una riduzione drastica delle commissioni di gestione.

Nonostante questo modello proprietario, la composizione del portafoglio di Vanguard è sorprendentemente simile a quella di BlackRock. Anche la società fondata da Bogle nel 1974 è presente in praticamente tutte le compagnie tech, con quote generalmente tra il 7% e il 9%, oltre che nelle maggiori società del settore della difesa e minerarie, dove le quote arrivano spesso a superare il 9% fino all’11,9% in Albemarle Corporation, tra le più importanti società al mondo nell’estrazione del litio.  

L’ultimo soggetto di questo triumvirato è State Street, una delle istituzioni finanziarie nordamericane più antiche – famosa per aver commissionato e installato nel 2017 la celebre statua della “ragazzina senza paura” (Fearless Girl) davanti al toro di Wall Street – presente soprattutto nelle società della difesa statunitense, tra cui Lockheed Martin, Northrop Grumman e Rtx Corp, con quote superiori al 6%.

Le relazioni tra i tre giganti della finanza sono più strette di quanto possa sembrare. Diversi studi accademici sul fenomeno della common ownership, tra cui ricerche pubblicate da studiosi dell’Università di Harvard, hanno evidenziato come BlackRock, Vanguard e State Street esprimano frequentemente orientamenti di voto simili nelle assemblee degli azionisti. Il loro peso congiunto conferisce ai tre gestori un’influenza significativa sulle strategie di molte grandi società quotate, comprese quelle attive nei settori della difesa, della tecnologia e delle materie prime.

AI: Seek & Destroy

È in uscita a settembre il libro AI: Seek & Destroy a cura di info.nodes, in collaborazione con IrpiMedia. Il libro racconta nel dettaglio chi sono gli attori principali della corsa all’oro della defence tech e come il loro principale effetto sull’industria bellica sia la riduzione dello spazio di decisione degli umani.

«I tre fondi sono spesso descritti come universal owners: possiedono praticamente tutto il mercato e il loro interesse è che l’economia nel suo complesso cresca e che le imprese siano profittevoli», spiega a IrpiMedia l’esporto di finanza Mauro Meggiolaro, collaboratore della Fondazione Finanza Etica. A suo parere, ciò che ci si dovrebbe chiedere «non è tanto perché BlackRock, Vanguard, e gli altri fondi investano nella filiera delle armi autonome, ma perché, pur avendo un enorme potere di voto nelle assemblee, non lo sfruttino per evidenziare criticità di tipo etico collegate a questo tipo di armi».

Questa stessa logica riguarda anche un altro gruppo di finanziatori del defence tech: i fondi di venture capital. È la tesi di Catherine Bracy, amministratrice delegata di TechEquity e autrice di World Eaters. How Venture Capital Is Cannibalizing the Economy.

Secondo Bracy, a differenza di investitori orientati a rendimenti stabili nel lungo periodo, i venture capital puntano a massimizzare il valore di una start-up in vista di un’uscita redditizia – una quotazione in borsa o una vendita – nell’arco di pochi anni. Questa pressione spinge le aziende finanziate a privilegiare una crescita il più possibile rapida rispetto alla costruzione di un modello di business sostenibile, con l’obiettivo di conquistare il mercato prima che emergano concorrenti.

Tra i più importanti fondi di venture capital presenti nel settore delle armi autonome c’è a16z di Marc Andreessen e Ben Horowitz, uno dei maggiori veicoli per investimenti finanziari ad altissimo rischio e altrettanto alto potenziale.

Dentro a16z è ospitata la già citata Anduril, in compagnia di altre società come Air Space Intelligence (Asi), azienda aerospaziale e di difesa che pone la componente software al centro del suo progetto; Castelion, che mira a produrre «i sistemi di cui l’America e i suoi partner hanno bisogno per mantenere un vantaggio tecnologico globale», fondata da un gruppo di ex dipendenti di SpaceX, la società aerospaziale di Elon Musk; ZeroMark, azienda «pionieristica nel settore della tecnologia per la difesa che sfrutta l’intelligenza artificiale, la robotica e le armi da fuoco per ridefinire la sicurezza e la pubblica incolumità» e i cui prodotti «aumentano significativamente la velocità, l’accuratezza e la precisione delle armi, riducendo al contempo i danni accidentali».

Un posto di riguardo è poi occupato da Founders Fund: uno dei fondatori è Peter Thiel, figura di riferimento di tutto il settore della sicurezza e della tecnologia bellica. Oltre che in Anduril e Palantir, fondata dallo stesso Thiel, Founders Fund ha puntato su due start-up molto promettenti: Hadrian, che ha l’ambizione di digitalizzare e automatizzare tutta la catena di fornitura manifatturiera per la difesa e lo spazio, e Nominal, che sviluppa software di test e validazione per sistemi industriali complessi e hardware militare. 

A chiudere il cerchio, General Catalyst, una delle società di venture capital più influenti degli Stati Uniti fondata nel 2000 a Cambridge, Massachusetts, e guidata dal 2021 da Hemant Taneja, miliardario americano di origine indiana che, al contrario di molti suoi colleghi, ambisce ad essere considerato un leader degli investimenti etici. Il suo percorso fa pensare però ad altro.

General Catalyst ha assunto una posizione di rilievo anche in molte delle più interessanti società che producono armi autonome, come Castelion, ICEYE, start-up finalndese che produce micro satelliti, e la tedesca Helsing, che collabora con diversi governi europei per modernizzare le capacità di difesa aerea, guerra elettronica e sorveglianza algoritmica sul campo.

Anduril

Anduril, fondata nel 2017, ha come missione «trasformare le capacità militari degli Stati Uniti e dei loro alleati attraverso tecnologie all’avanguardia». In nove anni di vita ha superato gli 11 miliardi di dollari d’investimenti. L’ultimo round di finanziamento, conclusosi il 13 maggio 2026 con investimenti per 5 miliardi di dollari, è stato guidato da Andreessen e Horowitz di a16z.

Tra gli altri finanziatori di Anduril ci sono molti altri fondi di venture capital protagonisti nel settore delle armi autonome, come Founders Fund e General Catalyst, ma anche il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che a gennaio 2025 ha staccato un assegno da oltre 13 milioni di dollari, o BlackRock, che ha preso parte al round di finanziamento conclusosi il 7 agosto 2024 e che ha visto raccogliere complessivamente un miliardo e mezzo di dollari.

Figure chiave

Palmer Luckey: fondatore, classe ‘92. «Ho sempre sostenuto che dobbiamo passare dall’essere la polizia del mondo all’essere il negozio di armi del mondo» ha dichiarato alla Cbs nel maggio 2025

Brian Schimpf: amministratore delegato e cofondatore. Ingegnere, ex Palantir, è di posizioni democratiche e ha sostenuto la campagna di Joe Biden. 

Trae Stephens: cofondatore e presidente esecutivo. Venture capitalist partner di Founders Fund, il fondo di Peter Thiel, ha lavorato per Palantir e per il senatore repubblicano Rob Portman. 

Matt Grimm: cofondatore e direttore operativo. Ha lavorato per Palantir tra il 2008 e il 2014 e in seguito per Mithril Capital Management, venture capital che compete con Founders Fund ma che ha delle quote in Palantir.

Joseph Chen: cofondatore. Dopo un decennio di sviluppo di prodotti, è entrato volontario nel corpo della Guardia nazionale come paracadutista. 

Gli altri prodotti

Lattice OS: sistema operativo basato su intelligenza artificiale che funge da piattaforma di comando e controllo per le operazioni militari. Promette di «accelerare le complesse catene di uccisione». È il prodotto di punta dell’azienda.

Sentry Tower: primo prodotto sviluppato dall’azienda. È una torre di sorveglianza che si muove e sfrutta l’intelligenza artificiale per rilevare, classificare e tracciare bersagli in tempo reale.

Fury: jet da combattimento senza pilota 

Barracuda: mini-missili da crociera

Helsing, il campione made in Ue che collabora con le università

Il prodotto più noto di Helsing, azienda tedesca fondata nel 2021, sono i droni kamikaze HX-2, che si distruggono colpendo l’obiettivo prefissato. Pesanti circa 12 kg e con un raggio d’azione di 100 km, possono navigare senza Gps e sono immuni ai disturbatori di frequenze. Questi droni sono prodotti in scala e venduti nell’ordine di centinaia al mese all’esercito ucraino e a quello tedesco: un contratto da 269 milioni di euro al febbraio 2026. 

Negli ultimi anni, l’Unione europea ha cambiato passo sulla difesa e Helsing ne è un esempio lampante. L’adeguamento è in parte dovuto al contesto geopolitico e in parte è frutto di una scelta industriale e politica più ampia: costruire una base tecnologica europea autonoma, capace di reggere la competizione con gli Stati Uniti e gli altri attori globali in settori come intelligenza artificiale, cybersicurezza, sistemi autonomi.

Video promozionale del drone kamikaze HX-2 prodotto dalla tedesca Helsing © helsing.ai

Gli HX-2 ad esempio, possono coordinarsi in sciami sfruttando Altra, la piattaforma decisionale prodotta da Helsing. Combina in tempo reale i dati provenienti da sensori, radar, sistemi di guerra elettronica e intelligence di terra per offrire una visione d’insieme del campo di battaglia e, in ultimo, per identificare, localizzare e assegnare automaticamente le minacce avversarie ai sistemi d’arma disponibili in quel momento. Altra è usata dall’esercito ucraino come risposta europea a Maven di Palantir. 

Helsing è la seconda start-up per capitale raccolto nel settore della defence tech al mondo: 1,5 miliardi di euro ricevuti da vari fondi statunitensi ma anche dallo European Defence Fund (Edf), il principale strumento con cui l’Unione europea finanzia la ricerca e lo sviluppo nel settore della difesa.

Attivo dal 2021, è dotato di otto miliardi di euro di budget fino al 2027 da spendere per ricerca, sviluppo e impiego operativo di nuove tecnologie in ambito di difesa. Non assegna fondi ad aziende singole ma a consorzi transnazionali composti da almeno tre entità. Di questi consorzi possono far parte anche centri di ricerca e università. Helsing, ad esempio, ha collaborazioni con gli istituti di ricerca ETH Zurich e Inria Paris per lo sviluppo di robot a quattro zampe e ha firmato con l’università di Plymouth, nel Regno Unito, un accordo di intesa per lo sviluppo dell’industria autonoma marittima.

Secondo un rapporto del 2026 della Lega delle università di ricerca europee (Leru) – un network di 24 atenei da dodici Paesi europei – la partecipazione a progetti di ricerca nel settore sicurezza è sempre più problematica e ha dei costi, prima di tutto in termini di etica e di identità degli istituti.

Lo studio identifica una crescente erosione dei confini tra ciò che è civile e ciò che è militare, dato che in ambiti come l’intelligenza artificiale, la meccanica quantistica e la biosicurezza si sviluppano tecnologie dual use, ovvero applicabili sia in contesti civili sia militari. Il rapporto chiarisce che la partecipazione a questi progetti pone problemi rispetto alla libertà accademica: il diritto dei singoli ricercatori di accettare fondi per la difesa può entrare in conflitto con l’autonomia dell’istituzione nel definire la propria identità collettiva.

A questo proposito, il rapporto cita però tradizioni come quella tedesca, dove diverse università hanno dovuto riconsiderare o abbandonare le “clausole civili” (zivilklauseln) cioè gli impegni di non partecipazione a programmi militari presi circa quarant’anni fa, durante la Guerra fredda. Nel contesto politico di oggi però il pacifismo non ha più la capacità di presa che aveva allora. È il tempo della febbre delle armi.

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Crediti

Autori

Laura Carrer
Davide Del Monte
Andrea Daniele Signorelli

Editing

Lorenzo Bagnoli

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Un velivolo da combattimento senza pilota prodotto e presentato dalla tedesca Helsing a settembre 2025 © Picture Alliance/Getty

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