29.09.26
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Fin da piccolo Giacomo sognava di fare l’allevatore. Da bambino aiutava il nonno con gli animali e quando l’anziano è morto, nel 2016, ha deciso di seguire le sue orme. È diventato anche lui un allevatore in soccida, occupandosi di crescere i polli per conto terzi.
Per comprare le quote dell’azienda familiare dagli altri eredi, ha chiesto un prestito. Ma un capannone non bastava: per riuscire a lavorare per «l’industria del pollame» – come viene chiamata nel gergo – ha dovuto acquistare anche quello vicino, accendendo un mutuo da tremila euro al mese. La capacità massima della sua azienda è diventata di 62mila polli a ciclo, termine con il quale si intende il tempo di crescita degli animali, in genere tra i 35 e i 50 giorni (ed è arrivato a fare fino a cinque cicli all’anno).
Nel 2021, la situazione è precipitata a causa dell’influenza aviaria. «Sono stato costretto a sospendere tutto per un anno, un disastro – racconta Giacomo a IrpiMedia. – Con i debiti, il mutuo e due figli piccoli non mi è restato che trovare un secondo lavoro: guidavo i trattori per un’azienda agricola, dalle sei del mattino fino alle 11 della sera, mentre il sabato e la domenica sistemavo i miei capannoni».
Quando il fermo dell’aviaria si è interrotto, Giacomo ha avviato un ciclo di polli per 50 giorni, ritrovandosi con un doppio lavoro che lo ha costretto a dormire tre ore a notte, senza giorni liberi. «Tutta questa fatica per prendere soltanto 20 centesimi al chilo», dice.
L’inchiesta in breve
- In Italia, si consumano sempre più carni bianche. Ma gli allevatori di polli si lamentano. Giacomo, durante l’influenza aviaria, lavorava giorno e notte per vedersi pagare troppo poco gli animali allevati per un grande gruppo
- Giacomo lavorava con un contratto di soccida, un sistema che lega allevatori e grandi gruppi agroindustriali: garantisce stabilità, ma non distribuisce equamente il valore lungo la filiera
- IrpiMedia ha visionato alcuni di questi contratti: per i polli, in media, gli allevatori in soccida prendono circa 20 centesimi al chilo. Troppo pochi, dicono, per affrontare caro energia e crisi climatica
- Molto spesso, però, gli allevatori non hanno alternative. «Il problema è l’oligopolio», ci ha spiegato il professor Zanoli, riferendosi ai pochi e grandi gruppi che controllano gran parte della filiera italiana
- Il ministero dell’Agricoltura ha creato un tavolo per il settore avicolo, ma non sembra intenzionato a cambiare lo status quo
- E così gli allevatori restano bloccati, in una trappola che li obbliga a scegliere tra la certezza di avere guadagni limitati e il rischio di perderli del tutto
“Giacomo” è uno pseudonimo: abbiamo usato questo nome perché ci ha chiesto di proteggere la sua identità. Come lui, anche gli altri allevatori che hanno accettato di essere intervistati per quest’inchiesta hanno posto la conditio sine qua non di non essere identificabili. Diverse le ragioni della richiesta: dal timore di non vedersi rinnovato il contratto di soccida oppure di avere meno cicli durante l’anno, alla preoccupazione di creare un danno all’intero settore.
Il settore avicolo italiano, però, non sembra particolarmente fragile, anzi. I dati indicano che è in costante crescita. Gli allevamenti di pollame, così come quelli di galline ovaiole, sono gli unici ad essere aumentati di numero negli ultimi dieci anni.
Secondo Unaitalia, l’associazione dei produttori di carni avicole e uova, la filiera avicola italiana rappresenta uno dei comparti più rilevanti dell’agroalimentare italiano, con circa 64mila addetti e un fatturato di 9,7 miliardi di euro nel 2025, ben superiore a quello di altri settori chiave del made in Italy come la pasta e l’olio d’oliva (il cui fatturato è rispettivamente di 8,7 e 5,8 miliardi di euro)
Lo scorso anno, la produzione nazionale di carni bianche (quindi anche tacchini, faraone e capponi, che però fanno numeri residuali) è aumentata dell’1,73 per cento rispetto al 2024, mentre i consumi pro capite hanno raggiunto il massimo storico di 22,47 kg (+1,91 per cento).
Nove italiani su dieci consumano carne bianca perché è comunemente considerata una buona fonte di proteine, vitamine e sali minerali con un ridotto contenuto di grassi e ha un prezzo più accessibile delle altre carni. Il comparto rappresenta il 44 per cento degli acquisti complessivi di carne delle famiglie. Inoltre, la crescita dei consumi si accompagna a un elevato livello di autosufficienza produttiva, pari al 105,1 per cento del fabbisogno nazionale.
Soccida obbligata
Per capire come sia possibile che in un’economia così florida ci siano allevatori nelle condizioni di Giacomo, con capannoni stipati di polli (tra i 18 e i 20 o addirittura 21 al metro quadro, in alcune stalle), che corrono il rischio di non farcela di fronte a un imprevisto, bisogna considerare il modo in cui è organizzata la produzione.
In Italia il settore avicolo industriale è gestito da grandi aziende (soccidanti) che si sono ingrandite nel corso degli anni e che, per la maggior parte, non gestiscono direttamente gli animali, ma li “appaltano” agli allevatori (soccidari). Negli allevamenti di medie e grandi dimensioni questo modello è dominante, quasi esclusivo, ma non ci sono dati aggiornati.
Secondo una stima della società di consulenza Nomisma l’86 per cento degli allevamenti di pollo broiler (cioè il pollo selezionato geneticamente per la produzione di carne) ha fatto ricorso a contratti di soccida. Il dato, però, è fermo al 2016 e Ismea, l’ente pubblico che fornisce servizi per il mercato agricolo alimentare, dice di non avere a disposizione cifre più recenti.
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Le grandi aziende (soccidanti) forniscono i pulcini (o le pollastre, nel caso delle uova), il mangime, l’assistenza veterinaria e i medicinali. Gli allevatori (soccidari) si occupano della crescita degli animali nei loro capannoni e delle risorse che servono per farli funzionare (dai macchinari all’acqua e le lettiere, fino all’ energia elettrica per ventilazione, riscaldamento, e raffrescamento – con costi aumentati notevolmente rispetto al passato). Alla fine del ciclo di accrescimento, gli allevatori portano gli animali al macello e la carne arriva (o meglio, ritorna) nelle mani dei soccidanti, pronta per essere trasformata.
Il compenso degli allevatori viene calcolato con le tabelle di conversione, allegate ai contratti di soccida. Nelle tabelle vengono considerati l’aumento di peso, la qualità degli animali e l l'”efficienza”, misurata con parametri come la quantità di mangime utilizzata e il numero di animali morti.
Quanti animali muoiono?
Dalle tabelle di conversione che abbiamo esaminato risulta che la mortalità di una parte di animali, ancora prima che vengano macellati, è da considerarsi un fattore intrinseco al sistema degli allevamenti intensivi.
Gli indici di mortalità, negli allevamenti industriali, con decine di migliaia di capi, sono variabili, secondo le tabelle. Stando ai pochi studi disponibili, per i polli broiler si attesterebbero, in media, sul tre per cento, ma secondo le nostre fonti non è raro che si arrivi anche a valori doppi o più, fino all’otto per cento.
Questo significa, ad esempio, che su un ciclo produttivo di un allevamento di 100mila polli, è considerato non solo accettabile, ma prevedibile, che tremila polli muoiano nell’arco dei circa 50 giorni di allevamento.
Secondo Inês Grenho Ajuda, responsabile del programma per gli animali da allevamento dell’Ong Eurogroup for Animals, «i sistemi di allevamento intensivo presuppongono intrinsecamente tassi di mortalità ‘accettabili’, che per alcune specie possono risultare eccezionalmente elevati. È noto che i polli da carne a crescita rapida presentano tassi di mortalità superiori rispetto a quelli a crescita più lenta e soffrono inoltre di numerose patologie dolorose e invalidanti a carico dell’apparato muscolo-scheletrico e cardiovascolare».
A causa di questa situazione, secondo Eurogroup for Animals è necessaria chiarezza su quali razze debbano o meno essere allevate, mentre le densità di allevamento devono essere ridotte in modo significativo.
IrpiMedia ha potuto visionare alcuni contratti di soccida stipulati tra grandi attori del settore italiano e allevatori, provando a parlare con decine di questi ultimi.
Dai documenti e dalle testimonianze raccolte, risulta che in media gli allevatori in soccida prendono circa 20 centesimi al chilo per i polli e i 30-35 centesimi al chilo per i tacchini. Si tratta di cifre che, secondo diverse fonti, restano all’incirca le stesse da anni, con adeguamenti minimi spesso concordati azienda per azienda. Se vendessero direttamente la loro carne all’ingrosso, gli allevatori potrebbero ricevere tra le cinque e le sette volte il compenso che ottengono con la soccida, almeno stando alle quotazioni all’ingrosso come quelle della Borsa Merci di Forlì.
Il condizionale però è d’obbligo perché, di fatto, vendere la carne come produttori indipendenti per la maggioranza degli allevatori intervistati è quasi impossibile. Riuscire a stare in piedi da soli, con un allevamento intensivo, nel mercato attuale, è sempre più difficile: a gestirlo sono poche grandi imprese che controllano una buona parte della filiera, dagli incubatori di uova, passando per i pulcini, fino ad arrivare ai macelli e alla carne di pollo confezionata (oppure arrosto) che arriva sui banchi dei supermercati.
La soccida, per molti allevatori industriali, diventa un percorso obbligato. Prima di tutto offre garanzie certe: permette la vendita sicura degli animali vivi senza doversi preoccupare di trovare ogni volta acquirenti, perché è il soccidante che prende tutto e paga subito, in genere nell’arco di un mese.
Senza un grosso gruppo alle spalle, il singolo allevatore durerebbe pochissimo sul mercato. Avrebbe, infatti, solo una settimana di tempo per piazzare i polli vivi prima che vadano fuori peso o aumenti la mortalità, lasciando tutto il potere contrattuale ai macelli che potrebbero imporre prezzi al ribasso.


Inoltre, senza soccida, i costi di pulcini (circa 0,40 euro l’uno) e mangime (in media, da 30 a 45 euro al quintale) comporterebbero spese insostenibili, pari a circa 300mila euro a ciclo per allevamenti di 25-30mila capi. Infine, in caso di epidemie come l’influenza aviaria, un allevatore in soccida perde “soltanto” le ore lavorate e le spese di riscaldamento ed elettricità; un allevatore indipendente, invece, perderebbe anche i costi di mangime e pulcini, e si ritroverebbe con debiti enormi, rischiando il fallimento.
Un tecnico che ha lavorato per uno dei grandi gruppi italiani e che ha accettato di parlarci, sempre con la condizione dell’anonimato, ha detto che non augurerebbe di allevare senza soccida, da indipendente, «nemmeno al suo peggior nemico».
Tra franchising e cottimo
La soccida affonda le sue radici nella mezzadria e si è diffusa negli anni Settanta del Novecento. «All’inizio è stata un’idea geniale, una manna», spiega Raffaele Zanoli, docente di Economia agraria all’Università politecnica delle Marche. Il sistema, infatti, ha consentito di allevare animali anche a tutti quegli agricoltori che non avevano sufficienti terreni agricoli per produrre il mangime. «È stata una grandissima innovazione – continua il professore – perché ha permesso la produzione di molti più polli e quindi di sfamare molta più popolazione».
Negli ultimi venticinque, trent’anni, però, la situazione è cambiata. Il contratto di soccida, anche per la fine della mezzadria, ha subito delle modifiche, e soprattutto la filiera si è andata sempre più integrando e concentrando nelle mani di pochi gruppi.
Adesso, per usare le parole di un altro allevatore che chiamiamo Carlo, la soccida può essere considerato «un franchising di animali», nel senso che i soccidanti hanno una disponibilità a costo ridotto di milioni di metri quadrati di allevamenti, «con un’asimmetria di rischi e responsabilità».
A Zanoli, invece, l’attuale sistema ricorda «i contratti a cottimo delle piccole imprese artigiane del Dopoguerra» perché la proprietà del bene (gli animali) e dell’impianto (gli allevamenti) sono separate: negli anni Cinquanta gli artigiani producevano i tessuti a casa coi loro telai, oggi gli allevatori crescono i polli nelle loro stalle. E la questione non è solo italiana: sistemi con caratteristiche simili si trovano sono molto diffusi in Europa, in particolare in Spagna e Polonia.
L’oligopolio della trasformazione del pollame nella Ue
Le prime 15 aziende europee rappresentano quasi la metà (48%) di tutto il mercato Ue della carne avicola. Le italiane Gruppo Veronesi e Amadori , al quarto e al sesto posto, ne detengono il 6,5%
IrpiData | Dati: Estat, 2024 | Creato con: Flourish
Secondo i dati raccolti per questa inchiesta, pubblicata da IrpiMedia insieme ad AGtivist Agency, La Marea, Green REV Institute, Politico e Slingshot Investigates, il settore avicolo europeo è in mano a una ristretta cerchia di gruppi. Quindici aziende rappresentano circa il 48 per cento del mercato dell’Unione europea della carne avicola, che vale 51,45 miliardi di euro. Dodici di queste 15 sono società private — senza obblighi di trasparenza informativa verso il mercato — e dieci sono a proprietà o controllo familiare.
La più grande impresa dell’oligopolio è la francese LDC con una quota di circa il nove per cento del mercato Ue, seguita dalla tedesca PHW e dall’olandese Plukon Food Group. Il quarto gruppo dell’oligopolio è rappresentato dall’italiana Veronesi mentre un’altra italiana, Amadori, si posiziona sesta nell’impero delle carni bianche.
Il colosso ucraino che acquisisce in Ue
Nell’Unione europea, le imprese dell’oligopolio si ingrandiscono e, in certi casi, la proprietà passa nelle mani di soggetti più grandi, più specializzati e sempre più spesso extra-Ue. Si contano circa 44 operazioni di questo tipo dal 2016 a oggi. Il controllo extra-Ue sul settore avicolo all’interno dell’Unione Europea è praticamente raddoppiato nell’arco dell’ultimo decennio.
In questo contesto si inserisce la scalata del mercato di MHP, società controllata da Kyiv (Ucraina), registrata a Cipro, quotata a Londra e con una partecipazione di minoranza di un fondo sovrano saudita. Nel 2016 non aveva alcuna capacità produttiva nell’UE mentre ora è presente in Slovenia, Croazia, Paei Bassi e Spagna e ha siglato un accordo per acquisire il principale produttore avicolo greco. Il fatturato della divisione europea di MHP è cresciuto del 76 per cento in un anno, superando gli 800 milioni di euro (l’1,6 per cento del mercato Ue).
Veronesi ha tra i 1.400 e i 1.600 allevatori in soccida, con vendite annuali stimate di pollame di circa due miliardi di euro. Amadori, invece, vende quasi 1,3 miliardi di euro con circa 600 allevamenti in soccida. Ciascuno dei gruppi italiani fa capo a un’unica famiglia che detiene l’intera azienda.
IrpiMedia ha contattato sia Veronesi sia Amadori con delle domande sul loro utilizzo dei contratti di soccida, ma si è sentita rispondere che si tratta di informazioni commercialmente sensibili che l’azienda non rivela oppure non ha ricevuto riscontro.
In un mercato controllato da pochi gruppi, sempre più forti, il potere dei singoli allevatori diventa sempre più limitato.
Marco, un grande allevatore con oltre 100mila animali a ciclo che gestisce l’azienda di famiglia, sostiene che i contratti di soccida «non permettono di essere padroni a casa propria». A suo giudizio, inoltre, lavorare in questo modo è sempre meno conveniente: nella sua esperienza, ogni anno si va «a pareggio in termini di marginalità». D’altra parte, fuori dal sistema non si può operare facilmente in libertà: «Non è possibile che io non trovi nessuno che mi dia gli animali né che me li macelli». Senza contare, prosegue Marco, che i contratti di soccida prevedono anche un controllo sugli impianti e le attrezzature usate dagli allevatori. «Bisogna assecondarli», dice riferendosi ai soccidanti. «Cioè, comandano tutti a casa mia».
I centesimi fanno la differenza
Gli allevatori, inoltre, spiegano che negli ultimi anni, anche a causa del cambiamento climatico, è diventato necessario adattare gli allevamenti.
«Dobbiamo ventilare se vogliamo portare gli animali di agosto a produzione. E d’inverno dobbiamo riscaldare affinché stiano bene», riprende Carlo. Soprattutto con l’inizio della guerra in Ucraina, i costi per l’energia sono aumentati molto. L’allevatore lamenta di non aver avuto «che un piccolo e parziale riconoscimento di questi soldi. Parliamo di centesimi. Sa cosa vuol dire un centesimo in più su un volume di carne che faccio io? Significa la differenza tra rimanere in un settore o chiudere».
La posizione di Coldiretti
In risposta a una serie di domande di IrpiMedia sul sistema della soccida e sulla tutela degli allevatori, Coldiretti ha risposto con una nota scritta. L’organizzazione dice di rappresentare «tanto le aziende agricole che hanno scelto la strada della soccida quanto quelle che allevano in maniera indipendente. Lavoriamo per filiere 100% italiane utilizzando tutti gli strumenti che valorizzano il lavoro degli allevatori, inclusi i contratti di filiera per una più equa redistribuzione tra i vari soggetti interessati».
«Coldiretti è impegnata a tutelare il reddito e l’autonomia degli allevatori, a garantire che gli indennizzi arrivino effettivamente alle imprese che subiscono i danni e a promuovere, anche attraverso il confronto con il Masaf, nuovi strumenti mutualistici capaci di proteggere gli allevamenti dalle emergenze sanitarie», continua la nota. Nessuna risposta, però, è stata fornita in merito agli squilibri che i contratti di soccida creano tra allevatori e grandi gruppi agroalimentari. Cia e Confagricoltura non hanno voluto rispondere alle nostre domande.
Il malessere esternato da Carlo e Marco è condiviso da altri allevatori e anche da Copagri, una delle associazioni di categoria degli agricoltori in Italia.
Copagri, in una serie di risposte scritte, spiega innanzitutto che «è ancora presente una forte ritrosia degli allevatori nel criticare apertamente lo squilibrio nei rapporti [con i grandi gruppi agroindustriali]». Poi, elogia le «centinaia di soccidari che quotidianamente e con grandi sacrifici, anche economici, mandano avanti il settore», descrive «una forte asimmetria nella ripartizione dei rischi economici e delle problematiche del settore» e contesta «le posizioni di forza con i grandi committenti che scaricano i rischi di mercato e i rincari energetici sui soccidari».
Copagri, infine, denuncia che, oggi, in Italia, siamo lontani dai prezzi che consentirebbero «la giusta remunerazione ai soccidari» e, proprio per questo, dice di essere impegnata «a correggere queste storture del mercato» «in tutti i consessi istituzionali». Quest’ultimo non è un riferimento casuale.
Per rafforzare la filiera avicola, lo scorso anno il ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste ha istituito e attivato il Tavolo di filiera del settore avicolo. Ne fanno parte i principali attori del settore, dai rappresentanti dei soccidanti alle associazioni di categoria. Al tavolo, però, da quello che ci risulta, non si è parlato di soccida.


Smaltimento di carcasse di polli colpiti dall’epidemia di influenza aviaria in un grande allevamento nella zona di Valladolid, in Spagna © Grenpeace
Qual è il motivo di questa mancanza? Il ministero, interpellato, non ha risposto. L’impressione è che il sistema non venga messo in discussione. I grandi gruppi che dominano il settore sono ben rappresentati dalle organizzazioni che siedono al tavolo, e non hanno interesse a cambiare lo status quo.
Al contrario, molti allevatori lamentano che le loro richieste trovino poco spazio e ascolto a livello ministeriale. La stessa Copagri dice di aver «più volte sollecitato il ministero a convocare il Tavolo per discutere i problemi che pesano, soprattutto, sulle spalle dei soccidari». Inoltre, alcune associazioni locali, nonostante rappresentino territori a forte vocazione avicola, non sono state invitate a partecipare al Tavolo e devono quindi faticare ancora di più per portare avanti le loro rivendicazioni, soprattutto economiche.
Esternalizzare rischi e problemi
«Il problema è l’oligopolio», sostiene il professor Zanoli, riferendosi al peso di pochi grandi gruppi sull’intera filiera avicola italiana. «Che alternative ha il soccidario in certe aree?», si chiede, spiegando che uno degli elementi che rendono un contratto più o meno vantaggioso è il numero di soccidanti raggiungibili in un determinato territorio. Meno ce ne sono e più la dipendenza degli allevatori è elevata: «Un capannone avicolo vale molto meno in qualunque altro uso, e quasi nulla se il soccidante locale smette di rifornirlo [di animali e mangime]», prosegue il professore.
I grandi capannoni in cui oggi si allevano decine di migliaia di animali e che affollano alcune aree d’Italia, soprattutto nel Nord-Est, sembrano essere il centro della questione.
I grandi gruppi hanno bisogno di questi spazi per avere la carne e le uova, di cui il mercato ha grande fame. Ma, grazie alla soccida, riescono ad ottenerli limitando i rischi e, soprattutto, i problemi. Zanoli spiega che, per un’impresa, il capannone di un allevamento rappresenta innanzitutto «un capitale immobilizzato» e poi anche una fonte di criticità legate allo smaltimento dei reflui (in particolare le deiezioni degli animali), ai permessi, alle pratiche burocratiche e alle possibili lamentele degli abitanti del territorio circostante.
A gestire in prima persona tutte queste questioni sono, innanzitutto, gli allevatori, bloccati in una trappola che li obbliga a scegliere tra la certezza di avere guadagni limitati e il rischio di perderli del tutto. Alcuni di loro, a volte, però, decidono di cambiare.
Dopo anni di fatiche e di ricerche, Giacomo ha interrotto il rapporto con la grande azienda per la quale lavorava ed è riuscito a trovarne un’altra, di dimensioni inferiori, alla quale vendere le sue migliaia di polli. Adesso, racconta, produce per un soccidario che gli permette di guadagnare meglio: ha avuto un aumento del profitto netto del 30 per cento e una mortalità scesa al tre per cento. E gli è stato anche promesso un supporto economico in caso di fermi biologici dovuti all’influenza aviaria.
«Le mie tabelle di conversione vengono aggiornate regolarmente, non come prima, incluso un aumento del tre per cento per i costi energetici», racconta con un misto di sollievo e soddisfazione.