06.11.26
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Spesa PubblicaTurismo
Nuovi serramenti, l’ammodernamento di bagni, camere e aree comuni, lavori sugli impianti elettrici. Questa è la generica descrizione di una serie di interventi di ristrutturazione che dovrebbero rendere più “competitivo” il Mazzarò Sea Palace, un albergo di lusso a Taormina, una delle mete più famose e turistificate della Sicilia. Interventi finanziati in larga parte da soldi pubblici.
Per la ristrutturazione, Voihotels – società del gruppo Alpitour che gestisce il resort – ha ottenuto dal ministero del Turismo un contributo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) di oltre 553 mila euro e un prestito da Cassa depositi e prestiti di circa 2,5 milioni di euro a un tasso di interesse annuale molto basso (0,5%).
Questa misura del Pnrr è pensata per sostenere «gli investimenti di media dimensione nel settore turistico per le piccole e medie imprese», volti alla «riqualificazione ambientale, sostenibilità ambientale ed innovazione digitale». Nell’ambito dello stesso bando, Voihotels ha ricevuto altri 2,3 milioni di incentivi per riqualificare il Voi Arenella, un resort quattro stelle a Siracusa.
Inchiesta in breve
- Da anni l’Italia distribuisce incentivi a hotel, agriturismi e campeggi. Spesso a prescindere dalla situazione economica delle imprese e dalla reale necessità di rafforzare la competitività turistica in una certa area
- I fondi del Pnrr sono stati uno degli investimenti pubblici recenti più sostanziosi: 1,7 miliardi di euro, spesso per generici interventi volti ad aumentare la «sostenibilità ambientale»
- Fra i beneficiari ci sono hotel di fascia media, camping e alberghi familiari. Ma IrpiMedia ha scoperto che decine di milioni di euro sono stati destinati a resort di lusso in aree già turistificate
- Voihotels, società del gruppo Alpitour, il maggior operatore turistico italiano, ha ricevuto incentivi Pnrr per quasi 5 milioni di euro per ristrutturare un albergo di lusso a Taormina e un resort quattro stelle a Siracusa
- Diversi economisti contestano l’idea che il turismo produca crescita economica diffusa: è un’industria che offre salari tra i più bassi in Italia e contratti spesso precari, impiegando personale generalmente poco qualificato
Analizzando le condizioni di accesso e i beneficiari di alcuni bandi pubblici – tra cui le misure del Pnrr «Miglioramento delle infrastrutture di ricettività» e «Fondo rotativo delle imprese» – emerge come decine di milioni di euro siano andati ad alberghi di lusso,controllati da società con grossi capitali alle spalle e in zone dove i flussi turistici sono diventati un problema da contenere, più che una risorsa.
Sono anni – da ben prima che la pandemia da Covid-19 forzasse la chiusura delle strutture ricettive per diversi mesi – che lo Stato italiano distribuisce incentivi a hotel, agriturismi e campeggi di ogni tipo. Spesso a prescindere dalla situazione economica delle imprese e dalla reale necessità di rafforzare la competitività turistica in una certa area. L’idea politica alla base è che finanziare gli investimenti di un comparto che vale il 9,6% del prodotto interno lordo sostiene la crescita del paese, crea posti di lavoro e attrae capitali stranieri.
Nel 2021 l’allora primo ministro Mario Draghi definì il turismo come il volano della ripresa economica. «Il turismo è il petrolio dell’Italia», disse un anno dopo l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. Fra le misure più recenti, a giugno 2026 il ministero del Turismo ha stanziato 109 milioni di euro «a sostegno di un settore sempre più digitale e sostenibile».
Eppure, diversi economisti intervistati da IrpiMedia contestano la tesi secondo cui il turismo sia in grado di trainare lo sviluppo del Paese: è un’industria a scarsa produttività e ridotta innovazione tecnologica, offre salari tra i più bassi in Italia e contratti spesso precari, impiegando personale generalmente poco qualificato.
Secondo alcuni studi, l’espansione del turismo ha un effetto limitato sulla crescita economica. In diverse città, non solo italiane, ha portato a una crescita dei prezzi delle case e accelerato i processi di turistificazione, svuotando i centri storici dei residenti per rimpiazzarli con alberghi e b&b.
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Interpellato da IrpiMedia, il ministero del Turismo non ha fornito spiegazioni sul perché sia necessario utilizzare denaro pubblico per la riqualificazione degli alberghi. Gli obiettivi dei bandi sono spesso vaghi: menzionano la sostenibilità e l’efficientamento energetico ma non ci sono target di riduzione delle emissioni né vengono esplicitati i benefici climatici degli interventi.
Pioggia di incentivi agli alberghi di lusso
Non esistono studi accademici o ricerche di settore che abbiano quantificato gli incentivi statali o regionali destinati agli hotel. I fondi del Pnrr sono stati l’investimento pubblico più sostanzioso degli ultimi anni: 1,7 miliardi di euro per sgravi fiscali, prestiti agevolati dalle banche e contributi a fondo perduto. Fra i beneficiari ci sono hotel di fascia media, camping abbordabili e alberghi familiari. Ma è alle strutture più costose che sono andate le cifre maggiori.
Gli incentivi ottenuti da Voihotels provengono dal Fondo rotativo imprese, che ha una dotazione di 180 milioni di euro da spendere per grandi interventi fino a 10 milioni. Oltre ai cinque milioni ottenuti lo scorso aprile per riqualificare il Mazzarò Sea Palace e il resort Arenella nel 2025, Voihotels aveva già ricevuto dallo stesso fondo 643mila euro di contributi a fondo perduto per ristrutturare il Tonka Village, un resort esclusivo nel sud della Sardegna.
Voihotels, che ha sede a Torino, nel 2025 ha registrato perdite per oltre un milione di euro. Fa parte di Alpitour, il principale gruppo turistico italiano, che lo scorso anno ha chiuso il bilancio con 2,3 miliardi di euro di fatturato e un utile di 130 milioni. Alla domanda su come nello specifico siano stati usati i fondi pubblici e sul perché non abbia utilizzato risorse proprie per le ristrutturazioni, Alpitour ha risposto via email di non voler rilasciare dichiarazioni.
Non è il solo caso. Anche i resort della Costiera Amalfitana hanno attinto ai contributi del Pnrr per diventare più competitivi. Due alberghi di lusso di Positano, Palazzo Murat e Le Sirenuse, hanno ricevuto rispettivamente 1,5 milioni e quasi 900mila euro. A piedi distano cinque minuti l’uno dall’altro ed entrambi hanno chiuso lo scorso anno con utili milionari.
A Capri, invece, il resort di lusso Hotel La Palma è stato completamente ristrutturato anche grazie ai quasi 9 milioni di euro del Fondo per lo sviluppo e la coesione, nato per ridurre gli squilibri economici e sociali nel paese. A beneficiarne è stato il fondo di private equity Reuben Brothers – di proprietà dei miliardari britannici David e Simon Reuben – che nel 2020 acquistò l’edificio all’asta.
Gli incentivi sono arrivati anche dalle regioni. Nel 2023 la Lombardia ha messo a disposizione 54 milioni di euro per sostenere «la competitività» delle piccole e medie imprese ricettive. Fra i progetti finanziati la ristrutturazione dell’esclusivo Sheraton Lake Como Hotel, costata oltre 450 mila euro.
Incentivare il turismo fa davvero crescere il Paese?
Per l’Unione europea, gli aiuti di Stato sono necessari quando si verificano fallimenti di mercato, ovvero quando il settore privato fa peggio di quello pubblico. Secondo gli esperti sentiti da IrpiMedia, questo accade specialmente nei comparti ad alta innovazione tecnologica, dove gli investimenti iniziali sono spesso rischiosi, ma portano teoricamente un beneficio alla collettività tale da giustificare l’utilizzo di denaro pubblico.
I numeri del turismo, tuttavia, raccontano di un settore tutt’altro che in difficoltà. Il ministro Gianmarco Mazzi ha definito i numeri estivi «strabilianti», con 276 milioni di presenze, 5,5 milioni in più dell’anno scorso. Secondo i dati Istat i flussi turistici sono in costante ripresa: nel 2023 hanno generato 206,4 miliardi di euro, un decimo del Pil.
Eppure sempre secondo l’Istat, la produttività media delle industrie turistiche è inferiore del 30% rispetto alla media del Paese. «Ci sono settori in cui la produttività oraria è strutturalmente vincolata», spiega a IrpiMedia Marco Trezzi, economista dell’Università di Pavia.
«Come un parrucchiere non può tagliare i capelli a più di tre persone all’ora, così un hotel con cinquanta camere non può ospitare più di cinquanta clienti per notte». In pratica, l’output del turismo per ora lavorata è sostanzialmente costante. In altri settori, invece, la produttività cresce nel tempo grazie al progresso tecnologico e al miglioramento dei processi.
Secondo Trezzi si può teoricamente incrementare la produttività rendendo quegli alberghi più esclusivi e lussuosi, attirando così turisti con grande capacità di spesa. Ma questa soluzione funzionerebbe solo se fosse estendibile su larga scala. L’Italia oltretutto è già il terzo Paese al mondo per numero di hotel a cinque stelle, dietro a Stati Uniti e Cina.
Uno studio pre Covid della Banca d’Italia ha stimato che l’effetto del turismo sulla crescita è significativo a livello statistico, ma con un impatto economicamente modesto. Un aumento della spesa turistica pro capite di circa il 10% genera, in media, una crescita cumulativa limitata nel decennio successivo, di circa 0,2 punti percentuali.
«In nessuna delle nostre ricerche è emersa l’evidenza che l’espansione del turismo contribuisca alla più generale crescita economica» dice Giorgio Colacchio, professore di economia politica alla facoltà di giurisprudenza dell’Università del Salento.
Nel 2022 Colacchio ha pubblicato insieme alla ricercatrice Anna Serena Vergori uno studio che conclude: «In un Paese che negli ultimi vent’anni ha attraversato una lunga fase di recessione, passando da una crisi economica all’altra, non si può pensare di stimolare la crescita economica affidandosi semplicemente all’espansione del settore turistico o confidando nel fatto che l’occupazione turistica possa compensare le perdite di posti di lavoro nei settori primario e secondario».
Secondo i dati Istat il reddito pro-capite medio nel turismo è di 17.709 euro all’anno, inferiore del 35% rispetto alla media nazionale. Dopo anni di attesa e di erosione del potere d’acquisto dei lavoratori, il nuovo contratto nazionale firmato nel 2024 dovrebbe migliorare le condizioni di circa 410 mila persone. La retribuzione per una cameriera esperta ora è di quasi 1.700 euro lordi per quattordici mensilità.
«Non c’è nulla di male nel fare il barista, ma stiamo continuando a spostare lavoratori in settori a bassa produttività. Noi economisti la chiamiamo mislocazione della forza lavoro», commenta Trezzi. Sottolinea che non si tratta di demonizzare il settore, tuttavia, conclude «i Paesi che vivono di turismo non sono Paesi avanzati».
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