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Morire di Caldo. Uno studio stima quanti sono stati i decessi in Europa e in italia quest’estate

Si stima che nell’estate del 2026 siano morte 13.303 persone nelle città italiane per il caldo. Due terzi di questi decessi sono conseguenza della crisi climatica

23.10.26

Carlotta Indiano

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«Nel 2003, ad agosto, in ambulanza vedevo quattro morti al giorno, nel 2026 avevamo l’esperienza pregressa e in ospedale tenevamo le fiale di fisiologica in frigo».

Luisa Memore è una medica d’urgenza e oggi lavora al pronto soccorso, in un ospedale nella provincia di Torino. Membra dell’Isde, l’Associazione medici per l’Ambiente, fino al 2007 viaggiava sulle ambulanze e racconta di aver affrontato due estati con ondate di calore mortali, il 2003 e il 2026, con due prospettive diverse. 

«Nel 2003 ho visto i primi morti da colpo di calore della mia vita, mi è capitato lavorando in ambulanza di portarli al pronto soccorso: la temperatura del corpo sale, si misura la febbre a 39° ma non c’è un’infezione in corso», descrive a IrpiMedia,  «quando c’è aumento eccessivo delle temperature il corpo non riesce più regolare in autonomia la temperatura corporea e il trattamento consiste nel cercare di raffreddare e reidratare».

Ventitré anni fa non c’era tutta questa esperienza con le ondate di calore, «quando ci siamo resi conto di cosa stava accadendo abbiamo cominciato a mettere ghiaccio ovunque e somministrare flebo da frigo», prosegue, «ma molti sono morti a casa».

Inchiesta in breve

  • L’estate 2026 ha avuto una mortalità record per il caldo. Secondo un report di Nature Health, visionato in anteprima da IrpiMedia, 13.303 sarebbero morti per il caldo, di cui due terzi diretta conseguenza del cambiamento climatico
  • I dati ufficiali sottostimano il fenomeno. Il caldo aggrava patologie pregresse, colpendo soprattutto le fasce povere: l’isolamento sociale e la deprivazione economica aumentano sensibilmente il rischio di morte
  • Manca una reale strategia di adattamento. Il Piano Nazionale (Pnacc) è bloccato dall’assenza di fondi, lasciando i Comuni soli ad affrontare l’emergenza climatica senza risorse né alcun coordinamento strutturale
  • Le aree verdi urbane sono rifugi climatici cruciali per abbattere le temperature. Eppure, è difficile crearne di nuove, e quelle già esistenti sono sempre più preda della speculazione edilizia

Quest’anno, racconta, è successa la stessa cosa, «ho visto arrivare anziani soprattutto dalle case di riposo della zona, dove spesso non c’è l’aria condizionata», sottolineando anche il rischio generato dalla solitudine dei soggetti più fragili, «soggetti che non si proteggono, magari si dimenticano di bere se non hanno un parente vicino». 

Secondo Luisa Memore, il picco di calore si può gestire, la lunghezza dell’ondata provoca più danni: «se dura due tre mesi non c’è scampo», sentenzia.

Il 2003 e il 2026 sono anche gli anni, insieme al 2022, che registrano le stime sui decessi in eccesso da ondate di calore più alte nell’ultimo studio realizzato dal team di scienziati dell’Imperial College di Londra e la London School of Hygiene and Tropical Medicine.

Il report, a cui IrpiMedia ha avuto accesso in anteprima in collaborazione con l’Urban Journalism Network, sarà pubblicato la prossima settimana su su Nature Health e analizza 854 città in tutta Europa e in Gran Bretagna misurando il numero di decessi urbani legati al caldo causati dal cambiamento climatico di origine antropica.

The Heatwaves project

Grazie al lavoro dell’Imperial College di Londra, della London School of Hygiene & Tropical Medicine e con la consulenza del team della LSHTM, IrpiMedia insieme all’Urban Journalism Network, al Centre for Collaborative Investigative Journalism e altri partner europei, studia metodi per migliorare la copertura giornalistica e l’informazione sull’impatto delle ondate di calore in tutta Europa.

The Heatwaves project è un lavoro sostenuto dal Journalismfund Europe e mira a fornire dati puntuali e affidabili ai giornalisti che riportano le conseguenze delle ondate di calore, sempre più frequenti e intense a causa della crisi climatica.

Nel report, l’Italia emerge come uno dei paesi più vulnerabili. Tra giugno e agosto 2026, nelle città del nostro paese sono morte 13.303 persone per il caldo, 561 per milione di abitanti, con il numero di morti in relazione alla popolazione più alto in Europa dopo Malta. Per gli scienziati 8.772 decessi sono causati direttamente dal cambiamento climatico antropico. 

Ma il bilancio dell’estate 2026 rappresenta il picco record di mortalità urbana da caldo per tutta Europa. In tutte le 854 città analizzate nei tre mesi estivi di giugno, luglio e agosto sono stati stimati 50.391 decessi in eccesso legati alle alte temperature su una popolazione urbana di circa 173 milioni di residenti. Di questi, 32.619 decessi, circa i due terzi, sarebbero stati causati direttamente dal riscaldamento globale.

L’analisi anno per anno dal 2000 al 2025 è disponibile in un secondo articolo scientifico degli stessi autori, questo già disponibile su Nature Health.  

Su 17,2 milioni di abitanti considerati, l’Italia ha una media annua di 3.947 decessi in eccesso per il caldo. Il 57%, circa 2.256 morti all’anno, è direttamente attribuibile al riscaldamento globale causato dall’uomo. 

Le persone più colpite sono gli over 85, con oltre 165.000 vittime complessive tra il 2000 al 2025, il 58% delle quali dovute al clima secondo lo studio. I dati evidenziano però come il riscaldamento globale stia esponendo a pericoli crescenti anche le fasce d’età più giovani. Si stima infatti che circa 6.000 persone di età inferiore ai 65 anni siano morte nelle aree urbane analizzate a causa del caldo durante l’estate del 2026.

La città più colpita in assoluto a livello europeo è proprio Roma, con una media di 577 vittime all’anno, di cui 350 all’anno, direttamente causate dal cambiamento climatico. Ma gli scienziati evidenziano forti disparità anche sul piano socio economico, spiegando che l’impatto è più visibile sulle fasce di popolazione più povere e vulnerabili. 

Andrew Hartle, professore all’Imperial College, medico anestesista e tra gli autori del report in conferenza stampa spiega che «in ambito medico, è estremamente raro che un certificato di morte indichi come causa primaria il “colpo di calore”.

Nella maggior parte dei casi, le temperature estreme aggravano patologie esistenti – cardiache renali o neurologiche – soprattutto tra la popolazione più anziana e i più fragili». Per questo motivo «contare solo i colpi di calore [certificati come causa di morte n.d.r] porterebbe a una drammatica sottostima del fenomeno», integra il suo collega Konstantionoudis. 

Per riuscire ad avere un quadro più completo, la medicina e l’epidemiologia ambientale utilizzano un approccio di valutazione dell’impatto sanitario (Hia) basato su proiezioni statistiche legate a modelli molto ben testati.

Per stabilire la quota di decessi attribuibile al cambiamento climatico prodotto dall’attività umana, gli scienziati hanno preso in considerazione due scenari, il primo realistico che tiene in considerazione le attuali temperature, il secondo ipotetico con temperatura di circa un 1,3° in meno. In alcune aree del Sud europa, più impattate dal cambiamento climatico, si arriva anche a 2,5° in meno.

Il secondo scenario considera quindi una realtà in cui le temperature non sono influenzate dal cambiamento climatico prodotto dall’uomo. Lo scarto tra i decessi reali e quelli dello scenario senza impronta umana rappresenta la mortalità attribuibile al riscaldamento globale.

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«In tutta Europa, circa due terzi di questi decessi non si sarebbero verificati senza il calore aggiuntivo derivante dalle attività umane», precisa Clair Barnes tra le autrici del report, «i nostri modelli servono proprio a dimostrare il legame diretto tra l’attività umana e le vite perse».

L’adattamento aiuta a salvare vite?

«I modelli sulle ondate di calore sono ormai consolidati e tra i dati più affidabili che abbiamo, per cui questi risultati non stupiscono» commenta Paola Mercogliano, capo ricercatrice del Centro-Euro Mediterraneo per i cambiamento climatici (Cmcc), «è conclamato che ci sia un problema di impatto del caldo sulla popolazione, ma sono dati che dovrebbero essere presi in considerazione dai decisori politici». 

Per la città di Roma ad esempio, c’è un Piano Caldo presentato dalla giunta comunale il 2 luglio 2026 a cui lavora anche Mercogliano. «Come Cmcc supportiamo la città di Roma nel monitoraggio, identifichiamo le zone per i rifugi climatici, che possono essere anche cinema e teatri per esempio, e valutiamo dove far nascere aree verdi che hanno il duplice effetto di ridurre le emissioni e raffreddare, riducendo le temperature in città», spiega la ricercatrice. 

Nelle città, l’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore sta procedendo a un ritmo che rischia di superare la capacità di adattamento delle popolazioni urbane. I piani comunali, però, sono spesso carte di intenti o si implementano su base volontaria a partire dalla sensibilità del politico di turno, mentre alcune soluzioni citate anche dagli scienziati dell’Imperial College sarebbero già applicabili, a partire dall’aumento di aree verdi. 

Il problema principale, evidenziato dalla campaigner Sara Vegni dell’associazione ambientalista A Sud, è «la mancanza di un coordinamento e di una strategia comune che abbia una visione sul lungo termine». 

In Italia un primo passo verso le politiche di adattamento nelle città è stato fatto con l’adozione a dicembre 2023 da parte del Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) approvato dopo anni di lavori e di attese. Il Pnacc dovrebbe occuparsi proprio di pianificare e coordinare le diverse azioni di cui l’Italia avrebbe bisogno per contrastare il cambiamento climatico ma non ha in dotazione alcuna risorsa economica.

Tra le misure previste c’è la costituzione di un Osservatorio Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici, da cui dipende l’attuazione stessa del piano. Convocato a dicembre 2025, cioè due anni dopo l’adozione del Pnacc, il forum non è ancora stato costituito nonostante le molte manifestazioni di interesse a diventare membri già inviate, come testimonia Vegni che con A Sud è tra i partecipanti non ancora convocati.  «Oltre al fatto che manchino i fondi per attuare le misure di adattamento, non c’è la volontà politica di agire se non in emergenza», denuncia la campaigner.

Senza un coordinamento centrale, ogni attività nelle città è su base volontaria e non risponde ad obblighi precisi, lasciando i comuni nell’incertezza ma anche vincolati da norme che non possono infrangere,come i vincoli edilizi che impediscono la sostituzione del manto stradale con gli alberi.

Le persone più vulnerabili sono le persone sole

Negli anni, nei diversi comuni d’Italia, sono nate soluzioni spontanee al cambiamento climatico. A volte anche per caso. Tra queste c’è l’esempio dell’Orto urbano di Livorno, un appezzamento di 6 ettari usato come area culturale e ricreativa, oltre che come terreno coltivato.

L’esperimento di condivisione e gestione dal basso ha permesso di sviluppare un’area verde che protegge anche dalle ondate di calore, senza costi per il Comune poiché la gestione è in mano ai collettivi che in maniera volontaria curano l’area.

L’orto urbano però è stato messo all’asta nel 2025, e comprato da un’immobiliare locale per un milione di euro. L’obiettivo è costruire quattro palazzine ai margini dell’area, sfruttando la possibilità di edificare sul 20% del terreno, contro ogni logica di adattamento. Il rischio è perdere un vero e proprio rifugio climatico, coltivato spontaneamente dalla popolazione locale, in un contesto in cui le città hanno sempre più bisogno di spazi verdi per respirare. 

«Se e come mantenere un’area verde è una decisione che devono prendere i decisori politici insieme alla cittadinanza»,  spiega Paola Mercogliano, «una città senza verde è una città che rischia 7°-8° in più ma è anche una città la cui popolazione è isolata». 

Un’area verde è anche un presidio sociale che aiuta le persone a non chiudersi in casa con l’aria condizionata per mesi, come si è verificato questa estate, precisa Mercogliano. Un aspetto che ricorre spesso anche nelle ricerche scientifiche è infatti come la vulnerabilità climatica aggravi anche la solitudine. 

Il professor Konstantinoudis va anche oltre «in Italia agiscono anche le disparità socio-economiche. La deprivazione sociale, intesa come mancato accesso alla sanità, all’istruzione, acuisce la vulnerabilità», spiega introducendo un recente lavoro svolto con il Lancet Regional Health Europe, tra le più autorevoli riviste scientifiche al mondo.

«Abbiamo osservato una chiara correlazione: più un’area è vulnerabile dal punto di vista socio-economico, maggiore è l’impatto del caldo a parità di esposizione alle temperature», spiega il ricercatore, «il caldo non colpisce tutti allo stesso modo».

Per quanto necessarie nel breve termine, le misure di adattamento non sono comunque in grado, secondo gli scienziati, di garantire uno scenario vivibile a lungo termine per le nostre città. Tali misure devono essere necessariamente affiancate da una rapida e profonda riduzione delle emissioni di gas serra.

Bisogna agire sulle cause profonde del cambiamento climatico, riducendo le emissioni e quindi evitando un ulteriore aumento del riscaldamento globale. L’alternativa non è contemplata. 

«Siamo davvero disposti a stravolgere le nostre città? Non andare più al mare perché fuori ci sono 50°? Uscire solo di notte?», domanda Paola Mercogliano «è questo il tributo che vogliamo pagare al cambiamento climatico?».

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Crediti

Autori

Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

Fact-checking

Giulio Rubino

In partnership con

Con il supporto di

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto sulle ondate di calore coordinato dall’Urban Journalism Network

Foto di copertina

Una donna tiene in mano un cartello con la scritta “Estate 2026 = +2 °C = 8.000 morti, estate 2100 = +4 °C = …” durante una marcia per il clima a Tolosa © NurPhoto/Getty

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