12.02.24
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Il 7 febbraio scorso Ilham Aliyev è stato rieletto presidente dell’Azerbaijan con il 92% dei voti. Il presidente uscente aveva convocato elezioni anticipate per capitalizzare la popolarità derivante dalla recente occupazione militare della regione separatista del Nagorno Karabakh. Il territorio è internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaijan, ma è stato abitato da una maggioranza etnica armena fino alla riconquista azera del 2023. È dal 1988, agli inizi della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che la regione è teatro di conflitti tra Armenia e Azerbaijan.

La macchina della propaganda di Baku aveva già definito la tornata elettorale come «l’elezione della vittoria», proprio in seguito al successo dell’operazione militare in Karabakh. L’ennesimo trionfo del presidente Aliyev nelle elezioni-farsa si basa sulla stessa ricetta che gli ha ininterrottamente consentito la vittoria, sempre con percentuali schiaccianti, dal 2003: la repressione del dissenso e dei media. Nessuna delle cinque consultazioni precedenti è mai stata definita «libera e regolare» dagli osservatori internazionali, e, nonostante le proteste delle opposizioni, il ricorso a votazioni fraudolente va avanti fin dai tempi del padre di Ilham, l’ex presidente Heydar Aliyev.
La Baku Connection
Il progetto #TheBakuConnection, inchiesta condotta da un consorzio di 15 media (fra cui IrpiMedia per l’Italia) e 40 giornalisti, si propone di portare avanti il lavoro di AbzasMedia, interrotto dopo gli arresti avvenuti nei mesi precedenti alle elezioni di febbraio.
Coordinati da Forbidden Stories, i reporter hanno scoperto come, dal 2014, il Consiglio d’Europa (CdE, il cui obiettivo è assicurare il rispetto della democrazia e dei diritti umani) abbia trasferito più di 23 milioni di euro nelle casse di Baku, fondi che venivano principalmente dal budget dell’Unione europea. Sulla carta le risorse sarebbero state destinate all’adeguamento del sistema giudiziario azero agli standard del CdE, ma il monitoraggio sull’utilizzo effettivo di questi fondi è opaco.
Da quando, nel 2001, l’Azerbaijan è entrato nel CdE, ha violato il suo protocollo 263 volte, di cui ben 33 per «tortura» e «trattamenti inumani e degradanti». L’avvio di programmi come SPERA, finalizzato alla riforma delle istituzioni penitenziarie azere, è controverso: i partecipanti possono «andare a visitare le carceri in Norvegia o altrove. Ma non cambia nulla. È tutto inutile», ha raccontato a Forbidden Stories Arif Mammadov, ex ambasciatore azero al Consiglio d’Europa, ora dissidente. «Il sistema rimane lo stesso»
La situazione per il giornalismo non è migliore, con l’Azerbaijan che si posiziona al 151esimo posto su 180 Paesi nella classifica della libertà di stampa stilata da Reporters Without Borders (RWB). Il presidente Aliyev, scrive RWB, ha infatti «distrutto ogni esempio di pluralismo» e, dal 2014, ha «cercato in maniera spietata di silenziare ogni suo critico rimasto».
Gli arresti non fermeranno le inchieste
Diverse storie recenti raccontano la dura repressione che si abbatte su quel che rimane della stampa indipendente azera. Il tentativo di chiusura della testata di giornalismo investigativo AbzasMedia, attraverso l’arresto di molti suoi giornalisti, è solo uno degli ultimi tasselli della strategia perseguita da Aliyev per eliminare ogni voce critica.
Il 20 novembre 2023 il direttore della testata Ülvi Hasanli è stato portato via dalla sua casa a Baku dalle forze di polizia azere e arrestato. Hasanli si è occupato per anni di casi di corruzione tra gli alti ufficiali del governo e di attività illecite connesse a investimenti nella regione del Nagorno Karabakh.
«Abbiamo un progetto investigativo di cui sono orgoglioso», aveva raccontato a EU Neighbours East il direttore di AbzasMedia meno di un anno prima del suo arresto. «Dopo la seconda guerra del Karabakh (conclusasi nel 2020 con la parziale riconquista azera della regione, ndr), lo Stato ha avviato un programma di riparazione delle case e degli edifici distrutti. In due anni sono stati spesi 5,3 miliardi di dollari per questi progetti. Abbiamo deciso di indagare su questo tema e abbiamo scoperto che una parte del budget è stata messa a disposizione di società collegate alle autorità e alle loro famiglie».
A causa di queste inchieste è stato arrestato, con l’accusa di aver importato illegalmente denaro nel Paese.

«In qualità di direttore di AbzasMedia, Ülvi Hasanli ha coraggiosamente denunciato le accuse di corruzione ad alto livello in Azerbaijan e ha trattato questioni di cruciale interesse pubblico», ha dichiarato Amnesty International in un comunicato. «L’arresto di Ülvi Hasanli si inserisce in uno schema di detenzione di oppositori da parte delle autorità per soffocare il loro dissenso».
Durante le perquisizioni nella sede della testata, la polizia ha affermato di aver trovato 40 mila euro in contanti. Denaro di cui AbzasMedia nega il possesso, lasciando intendere che siano state le stesse forze dell’ordine a piazzarlo nei loro uffici.
«Il denaro è stato piazzato lì, è così ovvio», ha dichiarato Hasanli in una registrazione audio pubblicata da AbzasMedia dopo il suo arresto. «Per via del luogo in cui dicono di averlo trovato. Si trovava nel corridoio dell’ufficio, nemmeno all’interno di una delle stanze».
«L’ordine di arresto di Ülvi Hasanli proviene direttamente da Ilham Aliyev. Perché abbiamo dimostrato come le società appartenenti ai membri della famiglia del presidente vincono gare d’appalto in Karabakh, lucrando a spese del bilancio dello Stato», ha dichiarato la sua collega e amica Sevinc Vaqifqizi durante una breve intervista rilasciata a Meydan TV dalla sala d’attesa dell’aeroporto di Istanbul.

«Non posso lasciare Ulvi dentro (in prigione, ndr) e avere una vita comoda all’estero», ha detto a un amico che all’aeroporto tentava di dissuaderla dal rientrare a Baku. Al suo rientro in patria, è stata anche lei arrestata. Prima dell’escalation della campagna contro i media indipendenti cominciata in novembre, Vaqifqizi era già stata soggetta a un divieto di espatrio per quattro anni e alla violazione del suo telefono tramite lo spyware Pegasus.
Dopo di lei, nelle settimane successive, altri giornalisti sono stati arrestati: Mahammad Kekalov, Nargiz Absalamova, Elnara Gasimova e Hafiz Babaly di AbzasMedia, e poi ancora Aziz Orujov, Rüft Muradl, Teymur Karimov e Shamo Eminov. «Altre persone riprenderanno da dove abbiamo lasciato, anche se arrestano Ülvi, o me, o chiunque di noi. Non permettete che si convincano di poter fermare queste inchieste arrestandoci, non succederà», aveva detto Vaqifqizi con convinzione di fronte alla telecamera di Meydan TV, prima dell’arresto.
Non ha dubbi sul fatto che le loro inchieste vedranno la luce, così come è certa che siano state le loro indagini sugli interessi economici delle società appartenenti alla famiglia Aliyev in Nagorno Karabakh a portare alla repressione del giornale dove lavora. La regione, come ha dichiarato una fonte anonima a Forbidden Stories, è diventata il luogo ideale per la famiglia presidenziale e la classe politica dove fare lucrosi affari.
Gli affari italiani
Il Nagorno Karabakh, chiamato Artsakh dagli armeni, è un’area che si estende per 4.400 chilometri quadrati, ed era abitata da circa 120 mila persone. Almeno 100 mila sono emigrate nella vicina Armenia dopo l’invasione azera nel settembre scorso. Questa offensiva è stata l’ultimo capitolo di una crisi iniziata nel 1988 per il controllo della regione, abitata principalmente da armeni ma riconosciuta internazionalmente come azera.
Dopo che nel 1994 le milizie separatiste erano riuscite a conseguire l’indipendenza de facto dall’Azerbaijan, il rapporto di forza tra le parti è cambiato dopo la netta vittoria di Baku nella seconda guerra del Karabakh (settembre-novembre 2020); l’esercito azero ha infatti sconfitto le forze armene grazie all’utilizzo innovativo e massiccio di droni.
La superiorità militare dell’Azerbaijan e il disinteresse della Russia, che agiva da garante della tregua del 2020 con una missione di peacekeeping in Karabakh, ha indotto l’Armenia a non intervenire, costringendo le autorità separatiste ad arrendersi di fronte all’offensiva di Baku nel 2023, dopo soli tre giorni.
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L’Azerbaijan si ritrova così a controllare una regione abbandonata dai suoi abitanti e sfregiata da decenni di conflitto. L’idea di Baku sembra essere quella di replicare il modello della ricostruzione nei territori conquistati a seguito della seconda guerra del Karabakh, che già aveva incontrato critiche per la scarsa considerazione del patrimonio storico e culturale armeno, distrutto a più riprese.
La grande domanda di infrastrutture necessarie per la ricostruzione ha attirato molte aziende. Fra queste, ce ne sono anche alcune italiane, a riprova dello stretto legame fra Roma e Baku, sancito dalla partnership bilaterale firmata nel 2014 e ribadita nel 2020. Del resto l’Italia rappresenta il primo partner commerciale per le esportazioni azere, soprattutto per quanto riguarda il gas naturale di cui è ricco il Paese caucasico.
La genovese Ansaldo Energia – controllata da Cassa Depositi e Prestiti – a febbraio 2023 ha firmato un contratto per una fornitura all’Azerbaijan di turbine per il gas, mentre a giugno dello stesso anno l’azienda statale della difesa Leonardo ha siglato un accordo per fornire aerei da trasporto militare alle forze armate azere.
Visitando Roma nel 2021 l’ambasciatore azero Elcin Amirbayov aveva dichiarato esplicitamente di «aspettarsi che le aziende italiane prendano parte alla ricostruzione del Karabakh». Un anno fa, incontrando il presidente Aliyev, il ministro dell’Economia e del Made in Italy Adolfo Urso ha rammentato la sua visita alla città di Aghdam (in Nagorno Karabakh) nel 2020, in occasione della riconquista da parte dell’esercito azero. «Ricordo di essere andato nella città di Aghdam e di aver scattato delle foto dal minareto della moschea, che ho mostrato ai telegiornali italiani. Questo viaggio mi ha fortemente emozionato, nessuno poteva immaginare il livello di devastazione».
Il presidente azero aveva risposto che «le relazioni tra Azerbaijan e Italia sono così profonde e sincere che abbiamo affidato i progetti più importanti alle aziende italiane. Ad esempio, a Baku, in molte città liberate, i musei della Vittoria e dell’Occupazione sono stati realizzati da aziende italiane». Una di queste aziende è la Artcloud Network International, un consorzio con sede a Roma che si occupa di conservazione del patrimonio culturale nel mondo.
La Artcloud viene citata in un’inchiesta del 2022 dei giornalisti arrestati di AbzasMedia, come aggiudicataria della progettazione di un complesso residenziale proprio nella città di Aghdam. In un video postato sul profilo LinkedIn di Artcloud, si vedono le rovine della città nel Nagorno Karabakh riprese a volo d’uccello da un drone, a cui viene sovrapposto un rendering digitale di come rinascerà la città – con giardini, fontane e il «museo dell’occupazione e della vittoria».
Non è chiaro, scriveva Abzas, con quali criteri la Artcloud sia stata scelta, né a quanto ammonti il valore dell’appalto. L’azienda italiana non ha risposto alla richiesta di commento di IrpiMedia.
Il complesso di Aghdam, riportava sempre AbzasMedia, apparterrebbe alla Pasha Holding, un gigantesco conglomerato finanziario azero, che gestisce asset per 6,5 miliardi di euro, controllato dalla famiglia Aliyev attraverso le figlie del presidente, Leyla e Arzu.
Gli interessi economici della famiglia Aliyev non si limitano al Nagorno Karabakh. La Pasha Holding – il cui nome deriva dal cognome da nubile della moglie del presidente Aliyev, Mehriban Pashaev, appunto – è una delle società più importanti nel sistema di potere degli Aliyev, ma non l’unica. Negli anni, Occrp ha scoperto yacht, case vacanza, hotel, ville e banche appartenenti alla first family, tra cui un impero immobiliare londinese gestito tramite aziende offshore del valore di circa 700 milioni di dollari.
Attraverso una gestione familistica della macchina statale, il presidente Aliyev si è garantito un controllo saldo e capillare sull’economia e la politica del Paese del Caucaso. «Temo che questi arresti non si fermeranno», aveva detto Hafiz Babaly, un giornalista freelance che lavora per AbzasMedia, «la loro brama (di potere, ndr) è molto grande». È finito anche lui in manette il 14 dicembre scorso.
