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Come il Vaticano ha contribuito a legittimare l’autocrazia degli Aliyev

Le relazioni con Baku sono emblematiche di come la Santa Sede stia cercando di accreditarsi in Oriente come interlocutore per la pace. Con qualche relazione privilegiata

27.03.24

Simone Zoppellaro

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Armenia
Azerbaijan
Politica
Religione
Vaticano

22 febbraio 2020, Palazzo Apostolico, Città del Vaticano. Solo il giorno prima all’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, è stato diagnosticato il primo caso italiano di Covid-19. Ma alla Santa Sede sembrano pensare ad altro. È in corso una visita di Stato: l’autocrate dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, è ricevuto da Papa Bergoglio, dal segretario di Stato – il cardinale Pietro Parolin – e dal segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher. Insieme al presidente azero, che ha ereditato il potere dal padre Heydar, c’è anche sua moglie, Mehriban Aliyeva, la quale – caso unico al mondo – ricopre anche l’incarico di vicepresidente della Repubblica caucasica.

Personaggio tutt’altro che marginale nella politica del suo Paese, Aliyeva è in Vaticano per ricevere la massima onorificenza assegnata ai laici dalla Santa Sede: la Gran Croce dell’Ordine Piano. Il premio, conferito a Dame e Cavalieri, è proposto dai Vescovi diocesani come segno di apprezzamento e riconoscenza per il servizio prestato alla Chiesa o alla società riservato a Capi di Stato, Ministri, ambasciatori, teste coronate e ambasciatori. Per l’Italia, l’onore è spettato a diversi presidenti della Repubblica italiana e, in tempi meno clementi, anche a Mussolini e Galeazzo Ciano.

L’inchiesta in breve

  • Il Vaticano ha insignito di importanti onorificenze sia la vicepresidente dell’Azerbaijan, la moglie del presidente Mehriban Aliyeva, sia il primo ministro armeno uscito perdente dal conflitto per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, Nikol Pashinyan. Non c’è niente di ecumenico, però: il Vaticano ha avuto un’apertura maggiore verso l’Azerbaijan
  • Grandi protagonisti dell’apertura della chiesa cattolica all’Azerbaijan, Paese musulmano, sono stati il cardinale Gianfranco Ravasi, impegnato nel dialogo interreligioso, e Claudio Gugerotti, nunzio apostolico – ora cardinale – che negli anni ha incontrato tutte le figure più controverse di Russia e mondo post-sovietico 
  • Il legame Vaticano-Azerbaijan si spiega anche con il sostegno economico, inquantificabile, fornito dalla fondazione Heydar Aliyev per il restauro di importanti opere cristiane. La Santa Sede dice di apprezzare l’apertura e l’atteggiamento pacifico dell’Azerbaijan verso le diverse fedi
  • Ci sono conseguenze però per chi mantiene un atteggiamento critico verso le reticenze della Santa Sede. Padre Russyen è stato allontanato dal Pontificio Istituto Orientale perché critico verso chi non voleva usare la formula «genocidio armeno». Eppure è uno dei consiglieri del Dicastero per le Chiese orientali guidato da Gugerotti
  • La Sante Sede sta cercando di assumere un ruolo di guida nelle trattative per la pace. In Ucraina e in Armenia, però, le aperture verso le autocrazie russa e azera destano perplessità

Il comunicato della Santa Sede, che riferisce in sintesi il dialogo fra i protagonisti, fa riferimento «all’importanza del dialogo interculturale e interreligioso a favore della convivenza pacifica tra i diversi gruppi religiosi ed etnici». Un tema, questo, cui il regime azero – spesso considerato luogo di convivenza pacifica tra chi ha credi diversi – ha dato grande importanza fin dalla sua indipendenza dall’Urss nel 1991, ma che nasconde una politica aggressiva nei confronti della vicina Armenia e, da un punto di vista interno, uno scarso rispetto dei diritti umani e della libertà di informazione.

I richiami alla comunità internazionale per fermare l’Azerbaijan

Solo pochi mesi dopo la visita vaticana, a settembre 2020, scoppia la seconda guerra del Nagorno-Karabakh, la regione azera a maggioranza armena (o terza, includendo i quattro giorni di conflitto del 2016). Per il Parlamento europeo, il conflitto segna l’inizio di «una pulizia etnica». Un anno dopo, nella speranza di ottenere un riconoscimento internazionale delle atrocità in corso, l’Armenia ha aperto un  procedimento per violazioni della Convenzione internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig) de L’Aia, il principale organo giuridico delle Nazioni Unite il cui scopo è risolvere contenziosi tra Stati.

Il caso è ancora pendente e le prossime udienze, dopo le esposizioni di accusa armena e difesa azera, sono attese in aprile. 

La Cig si è comunque già pronunciata: il 7 dicembre 2021 ha emanato un’ordinanza per chiedere il rispetto dei diritti umani dei prigionieri di guerra del 2020, di prendere misure adeguate per evitare una escalation della violenza razziale, implementare delle contromisure per difendere il patrimonio artistico e culturale armeno, contestata dall’Azerbaijan nella sua replica. A ottobre 2022, La Corte ha sancito che le richieste non erano ancora state soddisfatte e, nel febbraio 2023, ha accolto una seconda richiesta dell’Armenia il cui punto più importante era che l’Azerbaijan prendesse «le misure adeguate per garantire il passaggio di persone, veicoli e carichi dal corridoio di Lachin».

Questo passaggio, dopo la guerra di fine 2020, era l’unica via che collegava il Karabakh all’Armenia. La sua interruzione ha portato prima a una crisi umanitaria e poi, a settembre 2023, all’ultima avanzata degli azeri. L’esercito di Baku ha sconfitto così le forze armene che amministravano la regione. Sono stati oltre 100 mila i profughi armeni. 

Mentre l’esodo era ancora in pieno svolgimento, il Papa ha pregato per gli abitanti del Karabakh, auspicando «che i colloqui tra le parti, con il sostegno della comunità internazionale, favoriscano un accordo duraturo che ponga fine alla crisi umanitaria». Anche nel 2020 la Chiesa si era dimostrata incapace di andare oltre generici appelli alla moderazione «a tutte le parti in causa e alla comunità internazionale» affinché «tacciano le armi».

Lo scontro sull’identità dei monumenti

Non sono mancati in passato casi eclatanti di distruzione di monumenti cristiani da parte del regime azero, come accaduto agli inizi del Duemila alle decine di migliaia di steli del cimitero di Jolfa, città azera fondata dagli armeni. Erano manufatti artistici protetti dall’Unesco. 

Oggi – in modo più sottile – è in corso un tentativo di ridefinizione (o cancellazione) identitaria dei monumenti presenti sul territorio azero, i quali vengono attribuiti agli albani (o albanesi) caucasici, un popolo che nell’antichità precristiana, in un periodo storico ancora difficile da collocare nel tempo, ha vissuto anche nella regione oggi contestata del Nagorno-Karabakh.

La politicizzazione della storia e della presenza degli albani è uno dei modi per aizzare lo spirito nazionalistico dell’Azerbaijan e rivendicare il territorio del Karabakh. 

Sono due le tesi revisioniste sostenute dagli storici azeri vicini agli Aliyev che sono state utilizzate da Baku, nonostante siano contestate da buona parte della comunità internazionale, per giustificare il Karabakh azero. Scrive il ricercatore Igor Dorfmann-Lazarev in un articolo del 2020 uscito su DoppioZero:

«La prima tesi poggia sull’idea che il popolo azerbaigiano turcofono e sciita discenda direttamente dall’antico regno dell’Albania del Caucaso, mentre la seconda sostiene che l’insieme dei monumenti cristiani situati sul territorio della Repubblica autoproclamata dell’Artsakh  (il modo con cui gli armeni chiamano il Karabakh, ndr), non diversamente da quelli situati nel territorio dell’Azerbaigian, siano monumenti albanesi».

Dopo la sconfitta, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, per la seconda volta dal 2020, è stato definito «traditore» dai suoi contestatori, che lo hanno accusato di non essere stato in grado di difendere gli armeni del Karabakh. Un mese dopo, il 24 ottobre 2023, il primo ministro Pashinyan, sconfitto e contestato, ha ricevuto ugualmente dal nunzio apostolico José Avelino Bettencourt il corrispettivo maschile del premio consegnato tre anni prima ad Aliyeva, vicepresidente dell’Azerbaijan.

Non è però ecumenico lo spirito con cui la Santa Sede ha premiato i vertici di entrambi i Paesi. Mentre Aliyeva è stata ricevuta dalle massime cariche vaticane, Pashinyan è stato premiato da un nunzio apostolico che oggi non è più in missione nella regione. Nel Caucaso la diplomazia vaticana ha seguito altri consigli e ha contribuito a consolidare il potere della famiglia degli Aliyev, nonostante la violazione dei diritti umani in Karabakh.

Il racconto della linea politica seguita dal Vaticano nella regione e le sue implicazioni per la pace è stato ricostruito da IrpiMedia attraverso l’incrocio delle informazioni fornite da sei fonti. Si tratta di persone che frequentano la diplomazia della Santa Sede a vario titolo ma che non potrebbero parlare con i giornalisti. Per questo abbiamo garantito loro l’anonimato.

La Baku Connection

Il progetto  #TheBakuConnection, inchiesta condotta da un consorzio di 15 media (fra cui IrpiMedia per l’Italia) e 40 giornalisti, si propone di portare avanti il lavoro di AbzasMedia, interrotto dopo gli arresti avvenuti nei mesi precedenti alle elezioni di febbraio.

Coordinati da Forbidden Stories, i reporter hanno scoperto come, dal 2014, il Consiglio d’Europa (CdE, il cui obiettivo è assicurare il rispetto della democrazia e dei diritti umani) abbia trasferito più di 23 milioni di euro nelle casse di Baku, fondi che venivano principalmente dal budget dell’Unione europea. Sulla carta le risorse sarebbero state destinate all’adeguamento del sistema giudiziario azero agli standard del CdE, ma il monitoraggio sull’utilizzo effettivo di questi fondi è opaco.

Da quando, nel 2001, l’Azerbaijan è entrato nel CdE, ha violato il suo protocollo 263 volte, di cui ben 33 per «tortura» e «trattamenti inumani e degradanti». L’avvio di programmi come SPERA, finalizzato alla riforma delle istituzioni penitenziarie azere, è controverso: i partecipanti possono «andare a visitare le carceri in Norvegia o altrove. Ma non cambia nulla. È tutto inutile», ha raccontato a Forbidden Stories Arif Mammadov, ex ambasciatore azero al Consiglio d’Europa, ora dissidente. «Il sistema rimane lo stesso»

Gli artefici dell’amicizia con Baku

Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, è l’alta carica vaticana che più si è spesa per aprire un dialogo con l’Azerbaijan, un Paese a maggioranza musulmana. Insignito nel 2013 dalle autorità azere dell’Ordine dell’Amicizia – alta onorificenza offerta per un «contributo speciale allo sviluppo di relazioni amichevoli, economiche e culturali tra l’Azerbaijan e uno Stato estero» – Ravasi è infatti impegnato nel dialogo con le altre religioni, ma anche con la scienza e il mondo laico, guardando con interesse e simpatia al mondo musulmano. Nel 2007, papa Benedetto XVI lo ha nominato membro del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.

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In Azerbaijan il dittatore Aliyev continua ad arrestare i giornalisti indipendenti

12.02.24
Nunziati, Spallino

Non è l’unico nome che circola, però, tra coloro che hanno facilitato le relazioni tra Baku e Città del Vaticano. C’è chi considera il cardinale veronese Claudio Gugerotti un semplice tramite e chi invece lo ritiene il protagonista del canale privilegiato instaurato con Baku. Coltissimo e poliglotta, ambizioso e amante del potere, il cardinale Gugerotti conosce la famiglia Aliyev dal 2002, quando ancora era vivo il capostipite Heydar, al potere dal 1969. Negli ambienti vaticani Gugerotti era noto come “don Stambecco” a causa del suo precoce quanto sfrenato carrierismo, come rivela il fortunato volume del 1999 Via col vento in Vaticano, opera di alcuni prelati rimasti anonimi. 

Nei primi anni Duemila, Gugerotti incontrava le autorità azere in qualità di nunzio per il Caucaso del sud, carica assunta nel 2001. Prima di allora questa nunziatura per la Santa Sede comprendeva soltanto Georgia e Armenia. Erano gli anni in cui la Russia garantiva un cessate il fuoco nella regione, dopo che l’Armenia aveva sconfitto l’Azerbaijan nel primo conflitto. Cominciava a sedimentare l’odio etnico che è ancora benzina del conflitto, ma il nunzio Gugerotti definiva l’Azerbaijan un «Paese [che] è un simbolo di convivenza pacifica tra persone di diverse religioni». 

Pope Francis with the President of Azerbaijan, Ilham Aliyev, on a visit to Baku in October 2016 © Azerbaijan Presidency/Getty

Dieci anni dopo l’inizio della sua missione da nunzio apostolico, nel 2011, Gugerotti ha firmato lo storico accordo che, per la prima volta, regola le relazioni tra Baku e la chiesa cattolica. Al momento della ratifica, ricorda un libro del 2019 prodotto dalla Fondazione per la promozione dei valori morali di Baku intitolato La cristianità in Azerbaijan, Gugerotti «ha espresso gratitudine al governo (azero, ndr) per aver creato le condizioni che hanno reso possibile (l’accordo, ndr), sottolineando che il nostro Paese è sempre rimasto impegnato nei principi di tolleranza, e notando che l’accordo è stato il primo documento di questo tipo, perché il Vaticano non aveva mai firmato un accordo del genere con nessuno Stato prima d’ora».

«L’Azerbaijan – sono le parole di Gugerotti citate del libro –  ha dimostrato ancora una volta la sua tolleranza. Ora tutto il mondo ne è testimone. Sono sicuro che questo documento riceverà una risposta positiva nel mondo internazionale e sarà ricordato come un grande evento storico. La reazione della stampa fin dal primo giorno ci dà ragione. A nome del Sacro Trono e della Corona, estendo il mio profondo ringraziamento per tutto questo al presidente Ilham Aliyev e al governo dell’Azerbaijan».

Dopo l’esperienza caucasica, finita nel 2011, il prelato veronese ha continuato a lavorare in ex Repubbliche sovietiche. È stato nunzio apostolico prima in Bielorussia e poi in Ucraina. Ha incontrato per il Vaticano il patriarca di Mosca Kirill e il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko. Grazie a Francesco è stato fatto cardinale, quindi prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, e poi inviato speciale del Papa per Russia e Ucraina insieme al cardinale Matteo Maria Zuppi.

Avrebbe dovuto incontrare per il pontefice Vladimir Putin a Mosca lo scorso anno, quando il Vaticano si proponeva di negoziare una pace tra Russia e Ucraina. L’incontro, però, non è mai avvenuto. Infine, sempre grazie al pontefice argentino, a febbraio è nominato nel Consiglio della Segreteria di Stato vaticana.

La vicinanza a Mosca è stata una chiave della sua carriera. Nel 2013, infatti, ha ricevuto  la Medaglia Movses Khorenatsi – massima onorificenza armena – dall’allora presidente Serj Sargisyan per il suo importante contributo agli studi armenistici, ma anche lo sforzo volto al rafforzamento dei rapporti fra Yerevan e la Santa Sede. Sargsyan, costretto a dimettersi nel 2018 a causa delle manifestazioni contro la corruzione e la sua eccessiva vicinanza a Putin, ancora nel 2023, definiva Mosca «il miglior alleato dell’Armenia». 

Nonostante da nunzio apostolico in Gran Bretagna abbia dichiarato che «siamo tutti ucraini» a marzo 2022, il cardinale Gugerotti ha avuto posizioni molto indulgenti verso le prese di posizioni della Russia. Ha definito l’annessione della Crimea, causa delle prime sanzioni contro la Russia stabilite nel 2014, un «passaggio». Ha definito «tracotanza» l’atteggiamento dell’Occidente verso i russi e ha parlato di «battibecchi» da lui avuti con la diplomazia di Washington. Nel 2023 avrebbe dovuto partecipare alla missione diplomatica della Santa Sede per ottenere la pace tra Russia e Ucraina,  salvo poi finire al centro di pesanti critiche proprio da Kyiv, in quanto considerato troppo vicino a Mosca.

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Una nostra richiesta di commento inviata alla segreteria del cardinale in merito alle tragiche evoluzioni in Karabakh è rimasta senza risposta, come anche una richiesta di chiarimento rispetto al ruolo di monsignor Gugerotti nella nascita e sviluppo del rapporto fra Santa Sede e Fondazione Heydar Aliyev, il braccio economico-diplomatico dell’Azerbaijan.

L’onda lunga della Caviar diplomacy

Nel 2012 l’ong tedesca European stability initiative (Esi) ha pubblicato il report Caviar Diplomacy – How Azerbaijan silenced the Council of Europe, lo studio che per primo ha descritto la «diplomazia del caviale», ovvero la vasta operazione internazionale di whitewashing – “ripulitura” della reputazione – del regime azero. Secondo Esi, la strategia prevede una sistematica elargizione di tangenti e regali (fra cui il caviale, di cui il Paese caucasico è ricco – di qui il nome) a politici, giornalisti e altre figure allo scopo di cancellare crimini sia contro l’opposizione interna sia contro la minoranza armena del Karabakh.

Nel corso degli anni, la strategia dell’autocrazia azera è passata da finanziamenti allo sport e allo spettacolo. L’azienda di Stato dell’oli&gas, Socar, è stata sponsor degli europei di calcio nel 2016 e nel 2020 e di altri eventi sportivi, come il Gran premio di formula 1 di Baku, che si disputa dal 2016. Il governo azero, anche tramite Socar, sponsorizza da anni singole squadre di calcio di tutto il mondo: dall’Atletico Madrid con Azerbaijan Land of Fire nel 2015, al Galatasaray di Istanbul nella stagione in corso. Nel 2012 Socar è stata tra i sostenitori principali dell’edizione tenutasi a Baku dell’Eurovision Song Contest. Ha finanziato il festival jazz di Istanbul nel 2017 e di Montreux, in Svizzera, nel 2013. Il prossimo evento nella lista delle sponsorizzazioni dell’esecutivo azero è la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, la Cop 29, che si terrà a Baku dall’11 al 22 novembre 2024.

I restauri della fondazione Aliyev

A partire dal 2009, la Fondazione Heydar Aliyev, guidata dalla già citata Mehriban Aliyeva, ha finanziato diverse attività in Vaticano: progetti di restauro, mostre e concerti. Una nostra richiesta alla Santa Sede di dichiarare a quanto assommano i finanziamenti stanziati dalla Fondazione Aliyev è rimasta senza risposta, così come quella di esplicitare quali siano i progetti tuttora in corso e quelli previsti per il futuro.

La lista dei restauri finanziati dal regime che IrpiMedia ha compilato attraverso fonti aperte include catacombe romane (quelle dei santi Marcellino e Pietro sulla via Casilina, ma anche quelle di Commodilla), i Musei Vaticani (il restauro della statua di Zeus nel museo Pio Clementino, che fa parte dei Musei, nonché degli antichi gabinetti della Sala Sistina), la Biblioteca Apostolica Vaticana (oltre tremila libri e 75 manoscritti), chiese in Francia (la cattedrale di Notre Dame di Strasburgo, la chiesa di Saint Paterne, e un’altra situata a Reveillon) e in Azerbaijan (come la chiesa cattolica dell’Immacolata Concezione a Baku, la cui costruzione è stata finanziata in buona parte dal regime, secondo quanto riferisce Askanews; stessa cosa per il suo restauro e ristrutturazione ultimati nel 2021), e persino la Basilica di San Pietro (in particolare, il bassorilievo raffigurante l’incontro tra papa Leone I e Attila re degli Unni).

La Santa Sede non ha risposto alla nostra richiesta di chiarimenti per sapere se la lista è esaustiva oppure no.

Le donazioni stanziate per il restauro di questi monumenti ammontano, secondo i dati che si trovano online, ad almeno 640 mila euro. Nel 2020, però, Emin Rustamov, allora presidente dell’Azerbaijan Italian Youth Association a Roma e oggi consigliere del presidente della Commissione statale per il lavoro con diaspora di Baku, ha twittato che «L’Azerbaigian ha donato più di 1 milione di euro per il restauro di diversi monumenti storici e chiese in Vaticano». Hashtag di accompagnamento: #NonèGuerraDiReligione, argomento più volte emerso nel dibattito pubblico in Occidente sulla guerra tra le due ex repubbliche sovietiche. Rustamov incollava il link all’accordo del 2011 facilitato da Gugerotti tra Vaticano e Azerbaijan. Contattato via email, Rustamov non ha risposto alle domande in merito alla provenienza della stima che ha pubblicato.

La cacciata dello studioso del genocidio armeno

Il Pontificio Istituto Orientale (Pio) è il luogo dove, a Roma, si studia la Chiesa cattolica d’Oriente. Esiste dal 1917 e ha due facoltà:  Scienze ecclesiastiche orientali e Diritto canonico orientale. Dal 2019 collabora con l’Azerbaijan International Development Agency (Aida), l’agenzia di cooperazione azera. L’accordo siglato tra l’Istituto e l’Aida è uno degli strumenti, come i restauri finanziati dalla fondazione Heydar Aliyev, con cui si è rafforzata la relazione tra i due Paesi.

Il 19 febbraio 2024 uno dei suoi professori, il gesuita belga Georges-Henri Ruyssen, è stato cacciato dall’istituto ed espulso dalla Compagnia di Gesù.

«L’avviso alla comunità accademica del Pio» è stato pubblicato dal sito de La Nuova bussola quotidiana, un quotidiano cattolico online in cui collabora anche Luca Volontè, ex membro dell’europarlamento condannato per corruzione internazionale in primo grado per aver ricevuto soldi dall’Azerbaijan alla sua fondazione personale (il reato si è poi prescritto nel 2022). L’avviso non riporta i motivi dell’allontanamento di Ruyssen, ma specifica, tra le altre cose, che Ruyssen «non sarà più il Decano della facoltà di Diritto canonico Orientale», che «trascorrerà un periodo di due anni fuori da Roma per prendersi cura della sua salute» e che «lascerà l’Istituto e la residenza gesuita del Pio».

Secondo il quotidiano cattolico, dentro i gesuiti ci sarebbe un clima di «repulisti». Un dettaglio riportato da La Nuova Bussola quotidiana: sarebbe uno dei consultori – consiglieri di nomina papale su richiesta del cardinale prefetto – del Dicastero guidato dal cardinale Gugerotti che, di conseguenza, l’aveva voluto tra i suoi. Dopo la cacciata del prestigioso studioso, il rettore David Nazar – a marzo 2024 – riceverà una “promozione” nell’ambito della nuova configurazione della Pontificia Università Gregoriana, di cui sarà designato Direttore amministrativo.

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Roma-Baku, relazioni pericolose

12.02.24
Zoppellaro

Ruyssen, secondo quanto hanno riferito a IrpiMedia tre diverse fonti, sarebbe stato cacciato in seguito a una sua protesta contro un caso di negazionismo del genocidio armeno avvenuto all’interno dell’Istituto dove insegnava. Lo studioso ha a cuore la questione in quanto autore di indagini archivistiche ultradecennali culminate in un’opera in diversi volumi che è di importanza fondamentale per lo studio del genocidio armeno e per il suo riconoscimento internazionale.

Nel 2021 è anche stato curatore degli atti di un convegno dal titolo Gli abusi nella Chiesa: una realtà sommersa dove trattava ogni forma di abuso – sessuale, spirituale e di potere – all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. 

Il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev (primo a sx), incontra Papa Francesco a Città del Vaticano insieme alla moglie, Mehriban Aliyeva (prima a dx), il 22 febbraio 2020 © Grzegorz Galazka/Getty

Sulla questione del genocidio degli armeni la Santa Sede ha avuto in passato atteggiamenti molto più trasparenti, come quando in occasione del centenario Papa Francesco ha usato pubblicamente il termine, rompendo una tradizione di reticenze e indugi durata a lungo. Un atto di coraggio, quello del Pontefice, che sarebbe avvenuto in corrispondenza del viaggio apostolico in Armenia, modificando all’ultimo momento un discorso che gli sarebbe stato preparato dove – ci riferiscono due fonti – mancava la parola genocidio. Dopo quella dichiarazione, la Turchia ha brevemente richiamato il suo ambasciatore presso la Santa Sede.

Ma la questione rimane aperta ancora oggi, nonostante un riconoscimento internazionale sempre più ampio nei confronti dei tragici eventi del 1915. La cacciata di Ruyssen sarebbe però il segnale che il clima politico oggi è ben diverso. 

Dialogare con tutti, ma con quali risultati?

È evidente, come nel caso del conflitto in Ucraina, il tentativo della Santa Sede di accreditarsi come canale diplomatico. L’apertura del Vaticano verso l’Azerbaijan e la Russia, dunque, va inquadrata nell’Ostpolitik – la normalizzazione dei rapporti con il “blocco orientale” delle autocrazie di oggi – dell’attuale pontefice. Una strategia che guarda, in primis, a Russia e Cina, e culmina nell’incontro di Cuba del 2016, con la storica dichiarazione comune tra il pontefice e il patriarca di Mosca Kirill. Dove non mancano passaggi rivelatori di una convergenza di valori e intenti che sembra andare oltre il semplice dialogo ecumenico.

Così si legge, ad esempio, al punto 20 della dichiarazione congiunta: «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. […] Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica».

Il progetto di unificare le date della Pasqua fra cattolici e ortodossi e, in prospettiva, la spinta per un’unità dei cristiani sotto l’egida vaticana, poi messa in crisi dalla guerra, sono stati alcuni dei pilastri dell’operato di Bergoglio. In seguito, lo sforzo diplomatico (con la già citata missione di Zuppi) è stato volto a rilanciare l’immagine della Chiesa, riaffermare la sua egemonia nel cristianesimo e il suo ruolo di potenza diplomatica.

Questo, inevitabilmente, ha prodotto attriti e amarezze tanto con l’Ucraina che con l’Armenia, che hanno percepito come un segno di ostilità questa apertura al dialogo con due Paesi aggressori. «Noi parliamo con tutti», ha dichiarato il cardinale Gugerotti nel settembre 2023 – mentre si compiva l’espulsione della popolazione armena del Karabakh – a proposito di un’iniziativa diplomatica vaticana nel Caucaso di cui però, ancora una volta, non si sono ancora visti i frutti.

Tanto nel conflitto fra Azerbaijan e Armenia quanto in quello fra Russia e Ucraina, dunque, il rischio è che questa operazione abbia avuto l’effetto, magari involontario, di rafforzare il ruolo egemone delle due autocrazie, e che questa apertura – assai gradita da Mosca e Baku – possa contribuire a una normalizzazione diplomatica che metta in secondo piano, o cancelli, i crimini e le aggressioni da loro compiuti.

Correzione del 28 marzo 2024

In una precedente versione dell’articolo, Nikol Pashinyan è stato erroneamente definito presidente, laddove è invece primo ministro dell’Armenia.

Crediti

Autori

Simone Zoppellaro

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev (primo a sx), incontra Papa Francesco a Città del Vaticano insieme alla moglie, Mehriban Aliyeva (prima a dx), il 22 febbraio 2020 © Grzegorz Galazka/Getty

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