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Alpi, la fine dello sci per come lo conosciamo

Fra cinquant’anni sull’arco alpino sotto i 1.800 metri non nevicherà più e la neve già scarseggia. Gli impianti sciistici cercano di sopravvivere grazie all’innevamento artificiale e ai finanziamenti pubblici

Alpi, la fine dello sci per come lo conosciamo

Fra cinquant’anni sull’arco alpino sotto i 1.800 metri non nevicherà più e la neve già scarseggia. Gli impianti sciistici cercano di sopravvivere grazie all’innevamento artificiale e ai finanziamenti pubblici

#PadroniDellaNeve

10.03.25

Michele Bertelli, Federica Bonalumi, Alessandra Tranquillo

Sciando sul monte Nej in una giornata luminosa e senza nuvole, l’orizzonte si apre fino a vedere il Golfo di Genova. È il 25 gennaio, e nel piccolo impianto di Viola Saint Gréé, in provincia di Cuneo, ha finalmente nevicato abbastanza da permettere un fine settimana di discese. Fabrizio Raimondi, titolare della Saint Gréé Performance, corre su e giù per risolvere eventuali intoppi. Tiene sott’occhio la vecchia seggiovia biposto che ogni tanto si ferma, il tapis roulant per i bambini e la cucina all’aperto che sforna polenta al ragù o ai quattro formaggi.

«La neve è questa. Pochissima. Cerchiamo di fare del nostro meglio», racconta Raimondi mentre gli sciatori gli passano alle spalle. Fino a oggi, infatti, il meteo non è stato generoso. La Fondazione Cima ha stimato che il volume di neve presente sulle Alpi italiane al 10 gennaio è stata il 67% in meno rispetto all’anno scorso nelle località che si trovano sotto i 2.500 metri di altezza. E l’impianto di Saint Gréé arriva ad appena 1.592.

L’inchiesta in breve

  • Sulle Alpi non c’è mai stata così poca neve dall’ultimo mezzo millennio. Sotto i 1.800 metri di altitudine fra cinquant’anni non nevicherà quasi più
  • Nonostante questo, sullo sci si investe ancora molto: 310 milioni di euro solo nella stagione sciistica in corso. Perché il settore comunque dà lavoro a 15.000 persone e c’è grande attesa per le Olimpiadi invernali del 2026
  • Mentre i grandi comprensori fatturano milioni, a fare le spese del cambiamento climatico sono i piccoli impianti sciistici a bassa quota. Come Viola Saint Gréé, poco più di 1.500 metri di altitudine in provincia di Cuneo, o Prato Valentino, a media Valtellina 
  • L’impianto di Viola Saint Gréé, riaperto dopo decenni di abbandono, sopravvive solo grazie all’impresa del titolare, che si occupa di edilizia e gestione dei rifiuti 
  • A Prato Valentino, questo inverno, è stata aperta solo una delle sette piste, grazie alla neve artificiale. E, per investire su attività estive come mountain bike e parchi avventura, hanno bisogno dei finanziamenti pubblici
  • Molte regioni alpine finanziano l’industria dello sci: secondo i dati ottenuti da IrpiMedia attraverso richieste di accesso agli atti, la Regione Piemonte ha stanziato 33 milioni di euro, il Veneto 41. A cui si aggiungono i 230 milioni previsti dal ministero del Turismo. Troppi soldi, secondo diversi gruppi ambientalisti, con cui si tengono in vita impianti a bassa quota dove ormai la neve è un evento eccezionale

Le previsioni degli esperti sulle stazioni sciistiche a queste altezze non sono positive. «Sotto i 1.800 metri, specialmente nel versante sud delle Alpi, che costituisce sostanzialmente l’arco alpino italiano, tra 50 anni non vedremo quasi più neve», spiega Stefano Sala, ricercatore dell’Università della Montagna (Unimont), un distaccamento dell’Università degli studi di Milano specializzato nello studio del territorio montano. Questo significa che quelle zone di montagna che negli ultimi cinquant’anni hanno sperato di combattere lo spopolamento con lo sci alpino rischiano di dover ripensare le proprie strategie. 

Neve al rallentatore

I dati giornalieri sull’Italia dello Snow Water Equivalent (SWE)*, ovvero la quantità di acqua derivante dalla neve nel caso quest’ultima fosse completamente fusa. Secondo Cima Foundation, il deficit nazionale è del -63%.

* Lo SWE si esprime in millimetri d’acqua equivalente: ad esempio, 100 millimetri di SWE corrispondono a 100 litri di acqua per metro quadrato

IrpiMedia | Dati: cimafoundation.org | Creato con Flourish

Nonostante questo, sullo sci si investe ancora parecchio: secondo l’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (Anef), i suoi membri hanno speso per la stagione sciistica in corso 310 milioni di euro in impianti di risalita, battipista e impianti per la neve programmata. Anche perché il 2026 dovrebbe essere il grande anno dell’industria: il 6 febbraio sulle Alpi arriva la XXV edizione dei Giochi Olimpici invernali.

«Milano-Cortina porta i giochi Olimpici in posti dove gli sport invernali sono parte dell’identità locale», ha dichiarato a inizio febbraio Thomas Bach, presidente del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), di fronte a una platea che includeva il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e quello del Veneto Luca Zaia.

Il progetto #PadroniDellaNeve

Questa è la prima puntata di #PadroniDellaNeve, un progetto d’inchiesta transnazionale sull’impatto dell’industria dello sci sulle montagne italiane e francesi alla vigilia di Milano-Cortina 2026, realizzato con il supporto di Journalismfund Europe.

Un territorio fragile

Le Alpi, che si estendono ad arco nel cuore dell’Europa per 1.200 chilometri, costituiscono un territorio particolarmente vulnerabile alla crisi climatica. Quella mediterranea è già considerata un’area che si sta riscaldando più rapidamente rispetto alla media globale. Nel settore alpino, però, come racconta a IrpiMedia Serena Giacomin – fisica, climatologa e direttrice scientifica dell’Italian Climate Network – «il rapido riscaldamento dell’atmosfera innesca dei processi che danno un’accelerazione ulteriore al riscaldamento stesso».

Neve e ghiaccio sono infatti superfici che lavorano come un freezer per il pianeta. Se «si sostituisce una superficie nevosa o ghiacciata con una superficie scura e rocciosa, quello che succede è che viene riflessa meno luce, viene assorbita più energia e aumenta il calore», spiega Giacomin. Questo fa sì che lo zero termico, cioè l’altitudine a cui l’aria raggiunge la temperatura di zero gradi centigradi, si stia spostando sempre più verso l’alto. Così «tutto quello che è neve o ghiaccio va in fusione, per cui noi ci scordiamo sostanzialmente il concetto di neve perenne».

Il ghiacciao d’Argentière, a 2.300 metri, del massiccio del Monte Bianco a Chamonix (Francia) © Alessandra Tranquillo

Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Nature Climate Change ha stimato che sulle Alpi il manto nevoso non è mai stato così effimero da 600 anni a questa parte, con la neve che oggi permane sul terreno oltre un mese in meno rispetto a un ventennio fa.

In queste condizioni è difficile sciare. «Oggi (l’industria, nda) è a rischio a causa del cambiamento climatico che sta facendo variare le quote sulle quali la neve naturale cade, non garantendo l’innevamento delle piste», spiega la biologa Anna Giorgi, a capo di Unimont. I suoi ricercatori stimano che i cambiamenti climatici potrebbero impattare sulla maggior parte delle stazioni dell’arco alpino italiano. Molte di queste, dice Stefano Sala, sono infatti piccoli comprensori con poche piste ad altitudini medie e basse, con poche risorse per far fronte alle sfide che le attendono. 

Il cambiamento sta minacciando una filiera che garantisce lavoro – secondo le stime dell’Anef – direttamente a circa 15.000 persone, di cui oltre un terzo a tempo indeterminato. Ogni anno, l’associazione ambientalista Legambiente mappa il numero di impianti che gettano la spugna per varie ragioni: nel 2023 ne ha contati 177 temporaneamente chiusi, 39 in più rispetto all’anno precedente. Eppure non è facile cambiare un modello di sviluppo che viene visto come vincente fin dalla prima edizioni dei Giochi Olimpici invernali nel 1924.

La gloria olimpica e la fortuna dello sci

Il legame fra Olimpiadi e sci da discesa è innegabile. Fu la piccola cittadina francese di Chamonix a ospitare la prima edizione dei Giochi Invernali. Sovrastata dallo spettacolare massiccio del Monte Bianco, Chamonix era già una rinomata località turistica per l’estate, ma con le Olimpiadi cambiò tutto.

Oggi conta circa 9.000 abitanti, ma possiede circa 82.000 posti letto per turisti, stima la consigliera comunale Marie-Noëlle Fleury.

«Le persone che vennero a Chamonix per vedere questo evento rimasero completamente abbagliate», racconta la guida Bernadette Tsuda mentre mostra i ruderi dei trampolini del salto coperti dall’erba verde a pochi chilometri dalla cittadina. «Fu proprio con questo evento che portammo lo sport a persone che non lo avevano mai praticato».

La benedizione dello sci

In Italia il turismo sciistico ha vissuto il suo periodo d’oro negli anni ’60 e ’70, contribuendo al successo di diverse località montane. «Negli anni ’70 Saint Gréé era futuristica, (gli sciatori, nda) entravano nel centro commerciale, si sedevano sulla seggiovia e uscivano fuori», ricorda il gestore dell’impianto Raimondi.

Il complesso era frutto della mente dell’ingegnere Augusto Fedriani, che negli anni ’60 decise di realizzare una stazione completamente integrata sui pendii della Valle Mongia cuneese. Nacque così la Porta della neve: 24.000 metri quadrati con cinema, teatro, negozi, supermercato, studio fotografico, sala giochi, bowling, palestra completa di sauna, due piscine e una pista di pattinaggio sul ghiaccio al coperto. Oltre agli appartamenti, all’hotel a tre stelle Le Grange e alla discoteca Butantan. Qui, negli anni ’80, si disputarono i Campionati assoluti di sci.

Anche Viola Saint Gréé viveva così il sogno dello sci di massa, ribaltando il declino di una piccola località di montagna che nel 1964 aveva perso circa il 50% di abitanti, come racconta lo scrittore Marco Albino Ferrari nel libro Assalto alle alpi.

«Noi il sabato e la domenica vedevamo 30, 40, 50 pullman arrivare dalla Liguria», racconta a IrpiMedia Edy Strickner, che nel 1974 era alla sua seconda stagione come maestro di sci. «La metà degli abitanti di Viola lavorava a Saint Gréé a ore o era dipendente della società (che gestiva gli impianti e la Porta della neve, nda). Quando ha chiuso, l’impatto è stato pesante». 

Oggi dello sfarzo di quella stagione rimane un rudere di cinque piani incassato nella montagna. Le finestre della Porta della neve sono sfondate, l’ingresso chiuso da una rete di sicurezza.

Il complesso, oggi abbandonato, di Porta della Neve a Viola Saint Gréé (CN) © Alessandra Tranquillo

Il declino ha avuto inizio negli anni ’80, in concomitanza con «una carenza di neve per un paio di anni consecutivi e con la forbice sociale che si è cominciata ad allargare sempre di più», spiega Strickner. Lo sci inizia a diventare caro. Le cronache de La Stampa dell’epoca raccontano come il complesso sia passato di mano almeno una mezza dozzina di volte, dichiarando a più riprese fallimento, l’ultima nel 2006. 

La sua sorte è stata condivisa da varie altre stazioni in Piemonte. Nel libro Inverno Liquido, il giornalista Maurizio de Matteis e l’ex consigliere regionale del Trentino Aldo Adige Michele Nardelli hanno stimato che, delle 46 stazioni sciistiche piccole e grandi attive nel 2013, oggi ne restino aperte una trentina. Un tasso di “mortalità” di circa il 35%.

Negli anni, Viola è riuscita a sopravvivere perché si trova al centro di un territorio che non dipende esclusivamente dallo sci. «Gli abitanti hanno continuato a fare quello che facevano prima, chi l’artigiano, chi l’agricoltore, chi è andato anche a lavorare nelle fabbriche circostanti però rimanendo a vivere qui», spiega la sindaca Romana Daniello.

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Raimondi ha preso in gestione l’impianto di risalita di Viola Saint Gréé nel 2015 e acquistato il rudere della Porta della neve nel 2021. Attivo nell’edilizia e nella raccolta dei rifiuti – con una ditta che dall’ultimo bilancio ha fatto utili per 67mila euro – l’imprenditore dice di aver accettato la richiesta del sindaco di allora di farsi carico della struttura. Trascorsi dieci anni, però, l’investimento è ancora in perdita: l’impianto «non crea marginalità, sta in piedi grazie alla nostra impresa», dice Raimondi. Anche se non perde la speranza di farlo rinascere. Perché, nei grandi comprensori, lo sci è un’attività che garantisce ancora utili da capogiro.

L’oro bianco

La stagione 2023/2024 è stata quella dei record per lo sci: secondo uno studio di Skipass Panorama Turismo, il sistema della «Montagna Bianca Italiana» ha fatturato 11,2 miliardi di euro, segnando un incremento dell’8,9% rispetto alla stagione precedente. Di questi, oltre quattro miliardi vengono direttamente dai servizi collegati alle discipline sportive sulla neve.

«Abbiamo avuto un po’ meno sciatori rispetto agli altri anni perché la grande nevicata è avvenuta dopo la metà di febbraio, e da lì in avanti il trend si è completamente invertito e abbiamo iniziato la fase di recupero», spiega Giovanni Brasso, presidente della Sestrieres Spa. Brasso è a capo del più grande comprensorio italiano gestito da un’unica società. Situata in Alta Val di Susa, al confine con la Francia, la Via Lattea copre 400 chilometri di area sciabile e conta 70 impianti di risalita, con una capacità di trasporto di oltre 75.000 persone l’ora. Ha chiuso l’ultima stagione fatturando quasi 35 milioni di euro, in aumento del 25% rispetto a cinque anni fa.

Sopra e a sinistra: La seggiovia di Serra Granet – Claviere (TO), nella Via Lattea. Dai 1.892 ai 2.270 metri © Alessandra Tranquillo
Giovanni Brasso, presidente Via Lattea © Alessandra Tranquillo

Ricavi così solidi hanno fatto gola agli investitori internazionali. Nel 2022, la società è stata comprata dal fondo inglese iCON Infrastructure. Che sembra intenzionato a continuare a puntare sullo sci in Piemonte: ad agosto dello scorso anno, infatti, una sua società ha acquisito anche la Colomion Spa, che gestisce il comprensorio sciistico di Bardonecchia.

La variazione delle precipitazioni si è però fatta sentire anche sul Sestriere. «Ho provato a venire nelle vacanze di Natale ma non c’era neve (naturale, nda), pioveva», racconta Marco, mentre sorseggia un caffé dopo essere appena sceso dalla Via Lattea. «Dieci anni fa non ti ponevi la questione della neve, invece sono un paio di anni che è un’incognita».

Così, anche sulla Via Lattea il numero di skipass totali venduti durante la scorsa stagione è diminuito del 3%, così come i passaggi sugli impianti. A essere aumentato è invece il costo dello skipass: oggi un giornaliero costa 56 euro.

«Le finestre fredde tendono ad accorciarsi, cosa che obbligherà il mondo dello sci a dotarsi di impianti di innevamento programmato più performanti», ha spiegato l’ingegner Brasso presentando un progetto di rinnovamento della rete di produzione della neve artificiale. La filosofia di Brasso è perentoria: «chi non si adatta scompare, in natura e, non di meno, nella società».

Ossigeno al malato

Della necessità di sostegno al settore è convinta anche la politica locale e nazionale. Che siano gli 891 metri di altitudine della stazione di Frabosa Soprana, i 1.088 metri della Pista Prati di Domobianca, o gli oltre 2.000 di Sestriere, dopo le chiusure dovute al Covid la Regione Piemonte ha destinato al sistema neve quasi 33 milioni di euro. «Erogati sempre a seguito di bando a sostegno (parziale e non totale) di spese sostenute e documentate», precisa la Regione a IrpiMedia. Di questi, 12,5 milioni sono stati destinati alla sicurezza, otto per l’offerta turistica, 1,5 per le microstazioni e 10,5 ai comuni olimpici.

Tutte le regioni alpine sovvenzionano l’industria dello sci. Dal 2021 il Veneto ha destinato agli impianti a fune oltre 41 milioni. La Lombardia, al momento della pubblicazione, non ha risposto alla richiesta di accesso agli atti di IrpiMedia. Secondo Legambiente, la Regione ha introdotto negli anni varie misure a sostegno delle località sciistiche, della neve programmata e – ovviamente – dei Giochi Olimpici. 

Ai finanziamenti regionali si sommano poi i 230 milioni stanziati per il quinquennio 2024-2028 dal ministero del Turismo per interventi di manutenzione degli impianti di risalita e innevamento artificiale. L’obiettivo della ministra Daniela Santanchè è promuovere l’attrattività delle montagne, ma anche incentivare le visite al di fuori della stagione sciistica.

Per approfondire

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I padroni dell’inverno

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Bertelli, Bonalumi, Tranquillo

Troppi soldi, secondo diversi gruppi ambientalisti. Per l’Associazione Proletari Escursionisti di Milano si tratta di una iniezione costante di risorse per tenere in vita il settore turistico, sottraendo risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi. Anche Legambiente lamenta come si finanzino «non solo le grandi stazioni di quota, ma anche i tentativi di rilancio di piccole località sciistiche dove i fiocchi naturali rappresentano ormai un evento eccezionale».

Giorgi di Unimont non crede che i finanziamenti rispondano necessariamente a una logica sbagliata. «C’è tutto un indotto intorno, dire dall’oggi al domani chiudiamo significa mandare sul lastrico un sacco di famiglie», spiega.

Secondo una ricerca commissionata nel 2013 dall’Associazione regionale piemontese delle imprese esercenti del trasporto a fune in concessione (Arpiet), per ogni euro speso sugli impianti, altri dieci andrebbero all’economia del territorio. Tuttavia la professoressa Giorgi insiste anche sul fatto che sia necessario sviluppare nuovi modelli economici, «perché basare lo sviluppo su un solo asset economico è estremamente rischioso».

Alla ricerca di alternative

Ai fondi del decreto Santanchè sta cercando di accedere anche il piccolo impianto di Prato Valentino all’Alpe Teglio, comune lombardo di circa 4.000 abitanti situato a media Valtellina, che rivendica la paternità dei pizzoccheri.

In Lombardia sono molto diffuse piccole e medie stazioni sviluppate dalla popolazione locale, spiega Sala di Unimont. Che sono anche le più fragili di fronte al riscaldamento globale.

La stazione da sci di Teglio è fra queste. Situata a 1.680 metri di altezza, è aperta a singhiozzo dagli anni ’60. In un sabato di fine dicembre, la baita al centro della stazione è circondata da bambini che scendono lungo i pendii innevati con i bob o si avventurano nei primi tentativi sugli sci e sullo snowboard. «Amo questo posto, si veniva tutti qua a fare il corso di sci da bambini», ricorda Stefano Carlucci, che nel 2011 ha riaperto la stazione con un altro gruppo di soci. Oggi nei fine settimana invernali lavorano qui una quarantina di persone.

Quest’anno però prima del 21 dicembre è stata aperta solo una delle sette piste, grazie all’innevamento artificiale. «L’anno scorso la parte alta dove non c’è l’innevamento è rimasta aperta dieci giorni su tutto l’arco della stagione invernale», racconta Simone Bertini, che lo scorso luglio è diventato amministratore delegato dell’impianto. Esposto al sole dal mattino alla sera, difficilmente Prato Valentino può immaginare un futuro di soli sport da discese. A luglio, poi, la seggiovia arriverà a fine vita. Metterla a posto vorrebbe dire investire quasi cinque milioni di euro, e a questo serviranno i finanziamenti del bando Santanchè.

La stazione non si vuole arrendere e sta cercando di puntare su un turismo familiare. «Prato Valentino deve essere aperto 365 giorni su 365, sfruttando al massimo la stagione estiva», spiega Uberti. Se dovessero ottenere i fondi, il progetto include l’installazione di un bob su rotaia e di punti di ricarica per le biciclette elettriche, la creazione di due parchi avventura e la realizzazione di piste per la discesa in mountain bike.

La scelta di puntare sul turismo tutto l’anno segue un trend diffuso nelle principali mete turistiche montane: nelle province di Bolzano, Trento e Belluno la stagione estiva è ormai predominante su quella invernale, con 60% degli arrivi. Un’idea che, a Viola Saint Gréé, Raimondi ha già messo in campo. Con la sua impresa ha scavato cinque percorsi per le biciclette, a seconda del livello di esperienza di chi scende. Dall’alto della seggiovia, il titolare indica i trampolini ora coperti dalla neve, da cui fra qualche mese si lanceranno i ciclisti più esperti.

Staccarsi del tutto dalla neve non è tuttavia facile: secondo Anef, i ricavi della stagione estiva sono in aumento rispetto a una decina di anni fa, ma quella invernale pesa ancora per circa il 90% del fatturato. E, fino a oggi, non ci sono comprensori che sono transitati da un’economia basata sullo sci a una senza, spiega Sala di Unimont.

Fabrizio Raimondi, amministratore della Raimondi Srl, gestore degli impianti di risalita di Viola Saint Gréé © Alessandra Tranquillo

Mentre si avvicina all’ingresso di quella che un tempo era la Porta della neve, Raimondi elenca i progetti per il futuro: l’allungamento dell’attuale impianto per riportarlo a quota 1.800 e un impianto di innevamento artificiale sulla parte alta della pista da sci. Oltre, ovviamente, alla ristrutturazione del complesso abbandonato.

«Se hai la neve, con l’invernale hai delle marginalità superiori, i numeri di utenti sono molto più alti», dice Raimondi entrando nel gigantesco edificio abbandonato della Porta della neve. Una lunga scala mobile porta a quello che un tempo era l’atrio principale. Uno scarpone da sci giace abbandonato sui gradini, in mezzo ai vetri rotti e ai poster strappati. «Certo, la stagione invernale a questa quota», dice mentre accende la torcia del telefono, «diciamo che è una scommessa».

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Crediti

Autori

Michele Bertelli
Federica Bonalumi
Alessandra Tranquillo

Editing

Edoardo Anziano

Fact-checking

Edoardo Anziano

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Lyse Mauvais

In partnership con

Puntomov

Con il supporto di

Foto di copertina

© Alessandra Tranquillo

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