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Il fascino discreto del Carbon Removal

La tecnologia per la cattura del carbonio nei processi industriali appare promettente, ma deve ancora dimostrare di poter funzionare su vasta scala. Nonostante i limiti tecnici ed economici, l’Ue guarda con interesse a un enorme progetto firmato Eni-Snam

21.05.25

Beatrice Cambarau
Ilaria Restifo

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Europa

In un mondo segnato dalla crisi climatica, un cambio di paradigma per l’industria non è più un’opzione ma un imperativo. Urge consolidare i target europei con un taglio netto alle emissioni di CO2 e decarbonizzare tutti i settori industriali puntando alla neutralità climatica tra 25 anni, nel 2050.

Il Global Climate Highlights di Copernicus è lapidario: il 2024 è l’annus horribilis del clima, con il superamento della fatidica soglia di 1,5° C. È proprio l’Europa a registrare il riscaldamento più rapido, oltre a una serie crescente di eventi meteorologici estremi. A prescindere da quanto la politica internazionale sembri voler abbandonare completamente il campo della lotta alla crisi climatica, permangono accordi internazionali per limitare le emissioni di CO2 a cui le aziende tardano ad adattarsi. Cementifici, acciaierie, cartiere, chimica primaria e oil & gas sono i cosiddetti settori hard to abate, grandi energivori che rendono difficile la transizione energetica.

I loro processi produttivi, infatti, richiedono enormi quantità di energia e spesso rilasciano CO2 come sottoprodotto inevitabile. Questi settori contribuiscono per circa un quarto delle emissioni globali di CO2  e rendono la svolta green un vero Everest da scalare.

L’inchiesta in breve

  • L’Unione europea ha approvato con il Clean industrial deal l’uso della tecnologia Ccs per l’industria pesante. Questo nonostante al momento i costi siano proibitivi e i risultati limitati.
  • La speranza è che oltre a favorire la decarbonizzazione, questa strada possa favorire la nascita di un nuovo mercato, quello della CO2 compressa, che le aziende di oil & gas immagazzinerebbero a pagamento per le aziende che la producono
  • L’obiettivo è arrivare, entro il 2030, a una capacità di 50 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, partendo dalle attuali 2,7 milioni di tonnellate. Ma per quanto ambiziosa sia l’idea di crescita, si tratta ancora di numeri minimi rispetto alla CO2 attualmente prodotta dall’industria hard to abate
  • L’obiettivo richiede la realizzazione di infrastrutture diffuse per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio del carbonio in tutta Europa. Tuttavia, diversi progetti strategici finanziati con fondi dell’UE stanno già affrontando ostacoli significativi, tra cui costi operativi elevati e capacità limitata di trasporto della CO2
  • Il progetto Callisto – una joint venture tra Eni e Snam con partner la francese Air Liquide – esiste ancora solo su carta, ma prevede in brevissimo tempo di moltiplicare l’attuale capacità di Ccs del suo progetto pilota di 160 volte entro il 2030

Tra le tecnologie che permetterebbero di limitare le emissioni dell’industria pesante, si parla sempre di più di sistemi per la cattura e lo stoccaggio del carbonio, la cosiddetta Ccs (acronimo di Carbon Capture and Storage).

Si tratta di una tecnologia la cui applicazione finora è stata molto limitata, soprattutto per i costi, ma non solo: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) infatti, entro la scadenza del 2050 la Ccs può arrivare a ridurre al massimo l’8% delle emissioni del settore energetico, se venisse adottata diffusamente. Ma si tratta di un tipo di soluzione che piace alle aziende e fa crescere il Pil, perché richiede investimenti e costruzione di nuovi impianti industriali.

Bruxelles risponde alle richieste degli attori privati facendo passare la scommessa su competitività e decarbonizzazione proprio attraverso la Ccs. Varato lo scorso febbraio, il Clean Industrial Deal promuove la Ccs per le industrie ad alta intensità emissiva.

Nel complesso delle azioni da fare per tentare di limitare i danni climatici, la Ccs ha il merito di offrire una soluzione a settori che hanno ben poche alternative, la sua efficacia dipende però da una lunga lista di fattori.

Le sfide tecniche, i rischi ambientali, le contraddizioni intrinseche e, soprattutto, i costi proibitivi restano appunto i lati oscuri di questa tecnologia. Ulteriore fattore di complessità è rappresentato dall’individuazione di siti di stoccaggio adeguati, processo che esige approfondite analisi geofisiche per assicurare il contenimento a lungo termine della CO2.

Ascolta il podcast di Newsroom

In questo contesto, Eni e Snam, assieme alla francese Air Liquide, stanno proponendo l’Italia come terreno di sperimentazione per un ambizioso progetto di Ccs che possa servire diversi poli industriali: Callisto, acronimo di Carbon liquefaction transportation and storage.

Si tratta di una rete di trasporto della CO2 che collegherebbe le aree industriali di Ravenna e Ferrara, estendendosi alla Pianura Padana e al Sud della Francia, per portare milioni di tonnellate di anidride carbonica nei giacimenti di gas naturale esausti dell’Adriatico.

La città di Ravenna, che già ospita (a Casalborsetti) quello che viene promosso come il «primo progetto di cattura e stoccaggio della CO2 del Paese», è il punto di partenza della sperimentazione e resterebbe il centro di questa rete. 

L’obiettivo è sviluppare una filiera completa per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO2, offrendo un servizio di decarbonizzazione per le industrie hard-to-abate di tutta l’area e diventando un punto di riferimento per l’energia di tutto il sud Europa.

L’altro “primo” impianto di Ccs in Italia

Il 3 settembre 2024, Eni e Snam annunciano l’avvio del progetto Ravenna Ccs, il “primo” impianto di cattura e stoccaggio di CO2 in Italia. Un precedente “primo progetto” fu sviluppato di 14 anni fa, il Ccs Brindisi-Cortemaggiore. Inaugurato nel 2011 sulla base di un accordo strategico Enel-Eni, siglato nel 2008. Il progetto prevedeva la cattura di una piccola quantità di CO2 dalla centrale a carbone di Enel di Brindisi e il suo trasporto via autobotti per 800 km fino a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, per lo stoccaggio geologico.

Un’iniziativa finanziata con il plauso dell’Ue attraverso l’European energy programme for recovery (Eepr) con 100 milioni di euro. Eloquenti le dichiarazioni dell’allora Ad dell’Enel, Fulvio Conti: «la realizzazione dell’impianto di Brindisi è un passo importante nello sviluppo delle nuove tecnologie su cui si costruirà il futuro energetico del mondo. La cattura dell’anidride carbonica e il successivo sequestro permetteranno di continuare a utilizzare combustibili fossili, eliminando drasticamente le emissioni di CO2».

In seguito, l’iniziativa si perde nel vuoto e non se ne hanno più tracce. «È un mistero come un progetto pilota lanciato in pompa magna una dozzina d’anni fa sia poi finito nel nulla dopo che la separazione dai fumi era credo già iniziata. Anche allora Eni era uno dei partner del progetto. Credo avrebbe senso un po’ di trasparenza su cosa andò storto allora prima di imbarcarsi nella fase 2 di Ravenna», ha dichiarato a IrpiMedia Michele Governatori, responsabile relazioni esterne energia presso Ecco Climate.Il progetto Ccs di Ravenna era stato annunciato da Descalzi, Ad di Eni, già nel luglio del 2020. Inizialmente inserito nella bozza preliminare del Recovery Plan del dicembre 2020, è stato poi escluso dalla Commissione istruttrice della Ue e rimosso dalle versioni successive del Pnrr, compresa quella definitiva nell’aprile 2021. Rilanciato come candidato all’Innovation Fund, sempre nel 2021, non è rientrato neppure tra i sette progetti vincitori del primo bando europeo.

Da Casalborsetti a Callisto

«A Ravenna è stata costruita una torre di estrazione della CO2 dai fumi. Per cui il fumo, invece che andare in aria, è convogliato in questa torre, dove c’è la circolazione di un liquido che assorbe CO2 e la rilascia quando è riscaldato. I fumi che passano attraverso questa doccia di glicole vanno via con pochissima CO2. La CO2 che è assorbita dal glicole viene liberata in un contenitore stagno e pressurizzata», ci spiega il geologo Roberto Bencini, esperto della Commissione Europea per CCS e per lo stoccaggio sotterraneo della CO2.

Centro industriale petrolchimico con un grande porto, laguna, pozzi offshore, tutto a pochi chilometri di distanza, Ravenna è la più grande città della Romagna con una crescita che coinvolge soprattutto le industrie hard to abate, accanto a una consistente presenza di occupazione agricola.

Sfruttando i pozzi esauriti dell’Adriatico in concessione a Eni e l’esperienza di Snam nel trasporto di gas naturale per lo sviluppo di condotte ad hoc per la CO2, sembra il luogo ideale da cui far partire e poi convogliare tutte le ambizioni del progetto Callisto.

Nel settembre 2024 Eni ha avviato a Casalborsetti un progetto pilota per catturare 25 mila tonnellate annue di CO2 e iniettarle nel giacimento offshore di Porto Corsini Mare Ovest.

La “fase 1” sperimentale, che dovrebbe terminare nel 2026, prevede l’iniezione di 100mila tonnellate di CO2. Dal 2027 inizierà la “fase 2” industriale, che rappresenterà un banco di prova per la scalabilità della tecnologia su più ampia scala. I numeri della fase attuale infatti sono ancora minuscoli: mediamente un cementificio emette fra le 500 e le 800mila tonnellate di CO2 all’anno, e solo nella Pianura Padana ce ne sono una decina.

Ravenna, i numeri del progetto

Le previsioni su capacità di iniezione e di stoccaggio dell’hub di Ravenna,  in Mton/anno 

4

Capacità di iniezione di CO2 entro il 2030

16+

Capacità di iniezione di CO2 oltre il 2030

500+

Capacità totale stoccaggio di CO2

IrpiMedia | Dati: CCS Ravenna | Mag 2025

Dalle attuali 25mila tonnellate, l’obiettivo con la fase industriale è di raggiungere la cifra di 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, raccolte e stoccate entro il 2030. Un volume che, pur non superando neppure la metà delle emissioni dei cementifici della Pianura Padana,  richiede comunque una rete integrata a livello nazionale e forse europeo.

Un’escalation che moltiplica l’attuale capacità di Ccs di 160 volte, e solleva interrogativi sulla reale fattibilità del progetto. Passando da un esperimento locale a una strategia continentale, la complessità del trasporto della CO2 compressa rischia di aumentare i costi in maniera esponenziale.

Nella “fase 2”, Snam giocherà un ruolo chiave nella realizzazione di nuove condotte per il trasporto della CO2 dai poli industriali di Ferrara e Ravenna fino alla centrale Casalborsetti. Solo dopo la validazione delle fasi iniziali, il progetto Callisto potrà estendersi alle aree della Francia sud-occidentale, realizzando la sua visione di un network Ccs nel Mediterraneo.

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Successivamente si prevede addirittura che il sistema possa crescere fino a 16 milioni di tonnellate, grazie a una capacità totale di stoccaggio dei giacimenti gas esauriti dell’Adriatico, a oggi stimata in oltre 500 milioni di tonnellate. Il tutto dipende però dalla domanda di mercato, perché i costi della cattura e dello stoccaggio, dovrebbero essere sostenuti dalle aziende che “compreranno” i servizi di Callisto.

Le nuove sfide dello stoccaggio

Alle sfide economiche, si aggiungono le preoccupazioni ambientali. Mentre la sismicità viene monitorata quotidianamente, la deformazione del suolo avviene su scale temporali più lunghe e presenta maggiori sfide. L’Ingv sottolinea la difficoltà di integrare queste misurazioni in un sistema decisionale immediato per ottenere dati stabili. «Le linee guida richiedono una specifica struttura decisionale per il monitoraggio. Nel Documento di gestione operativa del monitoraggio (Dgom) sono presenti le azioni da intraprendere in caso vengano superate le soglie. Tra l’altro, questo è il primo in Italia. Quindi è veramente un esperimento», spiega a IrpiMedia Gilberto Saccorotti, geologo dell’Ingv.

L’iniezione di grandi volumi di CO2 nel sottosuolo è una frontiera inedita e, sebbene l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) non rilevi criticità allo stato attuale, le raccomandazioni di cautela di fronte a volumi maggiori non passano inosservate: «I rischi ci sono sempre perché lavoriamo su una base sperimentale. Al momento però non si riscontrano criticità. Poi non so come questo possa essere estrapolato con quantitativi significativamente maggiori. Secondo me la cautela è d’obbligo. Le implicazioni sono tante», spiega a IrpiMedia Gilberto Saccorotti, geologo dell’Ingv.

La sfida principale è adattare le linee guida ministeriali, pensate per la terraferma, all’ambiente marino. Non ci sono precedenti ma, il Dgom è stato approvato come condizione necessaria per l’avvio delle operazioni di iniezione, nonostante non ci siano specifiche per lo stoccaggio di CO2 offshore. Si è ancora in una fase molto sperimentale nell’applicazione delle linee guida, ideate per gli idrocarburi solo una decina d’anni fa sulla scia del terremoto in Emilia-Romagna nel 2012. «Le linee guida stabiliscono le tipologie di monitoraggio, che riguardano la sismicità, le deformazioni del suolo e le pressioni di poro. Sono dei parametri importanti per capire se la variazione di pressione può diventare effettiva per la destabilizzazione, ad esempio di una faglia» continua Saccorotti. «L’influenza della diffusione dei fluidi sotterranei sulla stabilità del sistema geologico è qualcosa che è estremamente dipendente dal sito, non si può trovare una legge comune. Quindi la componente empirica, quella esperienziale, è estremamente importante». 

Le linee guida ministeriali sono concentrate sugli aspetti geofisici. Ciò di cui le linee guida non tengono ancora conto è la parte geochimica: anche se il fluido iniettato non provoca un terremoto o non deforma il suolo, la potenziale diffusione nel sottosuolo può indurre impatti sull’ecosistema.

Grandi distanze, grandi costi: l’equazione critica.

È il trasporto della CO2 su lunghe distanze che apre le porte ai principali problemi logistici e alle contraddizioni. Prima fra tutte quella che il trasporto marittimo rientra esso stesso nei settori hard to abate, per esempio. Più lontano è il sito di stoccaggio finale dell’anidride carbonica, più onerosa si rivela l’operazione.

Nel progetto di Snam, “CCS Pianura Padana”, si legge che è prevista «la realizzazione di un polo logistico di ricezione della CO2 liquida trasportata mediante autobotti, navi e treni presso il porto canale di Ravenna».

La CO2 liquida, una volta arrivata, deve essere portata alla centrale di Casalborsetti, distante circa 15 km. Quindi, prima deve essere scaricata, poi rigassificata, poi messa in una rete di condutture locali appositamente create da Snam, poi dev’essere compressa di nuovo in uno stato semiliquido e infine spinta nei pozzi offshore per essere stoccata.

Se su distanze di pochi chilometri, questo è il tenore della complessità delle operazioni richieste, è facile immaginare l’aumento degli oneri logistici e dei costi su distanze maggiori.

«Il trasporto della CO2 avverrà tramite condotte dagli emettitori italiani appartenenti ad alcuni cluster dell’Italia settentrionale mentre il trasporto della CO2 dagli altri portali, inclusi quelli francesi, avverrà per mezzo di navi» dichiara Eni a IrpiMedia.

Se dal lato italiano, Snam richiede – nell’autorizzazione di Via – una nuova condotta di 75 chilometri che si snoda dal petrolchimico, nello stabilimento di piazzale Donegani a Ferrara, fino a Casalborsetti, da quello francese non c’è un piano definito per il trasporto da Marsiglia a Ravenna.

Non sono stati chiariti ulteriori dettagli sulle incognite legate al trasferimento via nave della CO2 liquefatta come, ad esempio, l’impronta carbonica prevista.

Inoltre, per il trasporto marittimo di CO2 liquefatta, le navi sono oggi in una fase di sviluppo iniziale, con un numero limitato di piccole imbarcazioni operative a livello globale e capacità di stoccaggio ristretta. I costi marittimi possono variare di molto a seconda della durata del viaggio e quantità trasportata.

Rispetto ai 75 chilometri di nuove condotte onshore, poi, si direbbe un numero destinato necessariamente ad aumentare. Eni stessa lascia intendere come potranno espandersi le infrastrutture in Pianura Padana, e magari anche oltre: «Per tale rete di trasporto è previsto uno sviluppo modulare a partire dal Ravennate tramite la costruzione di una dorsale lungo la Pianura Padana. Lo sviluppo della rete sarà guidato dalla domanda di conferimento da parte degli emettitori e dallo sviluppo della capacità di stoccaggio. Il progetto prevede il ricorso, ove fattibile, al “repurposing” di gasdotti esistenti e la realizzazione di nuovi gasdotti ove necessario» spiega Eni a IrpiMedia.

«Dipende moltissimo da dove è posizionato l’impianto e dove il sito di stoccaggio. Sulle grandi taglie, i mezzi di trasporto più ragionevoli sono le tubazioni, i treni oppure le navi. I mezzi di trasporto di capacità inferiore, almeno ad oggi, non sarebbero tagliati per trasportare queste quantità di CO2», dichiara l’ingegner Francesco Magli del cementificio Buzzi S.p.A. che, nel 2017, aveva avviato un progetto pilota per la cattura di CO2 nell’impianto Buzzi Unicem di Vernasca.

Operatori del mercato all’ingrosso del gas naturale, affermano che i costi di trasporto sulla rete – ovvero le tariffe che si pagano per far viaggiare il gas attraverso i gasdotti dal punto di entrata fino al punto di consegna – comportano un incremento del prezzo della materia prima di circa il 15%. In altre parole, costo del gas + tariffe di trasporto. Un sistema ex-novo che per la CO2, per quanto ricalchi lo schema esistente del gas, potrebbe anche incidere di più.

Buzzi conferma che nel conteggio della CO2 catturata sarebbero incluse anche le emissioni di trasporto. «Questa è una delle ragioni, ma neanche la principale, perché il trasporto via camion o su gomma non sarebbe comunque conveniente su queste taglie» spiega Magli.

Iter autorizzativo e finanziamenti pubblici

L’Iter autorizzativo della “fase 1”,  avviato da Eni già nel 2021,  ha consentito all’azienda di procedere con il progetto sperimentale di iniezione senza la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (Via), poiché sotto le 100.000 tonnellate di CO2 stoccata non è necessario richiedere l’autorizzazione al Mase. Inoltre, la piattaforma offshore di Porto Corsini Mare Ovest opera in forza di una concessione rilasciata a Eni nel 1998 e prorogata nel 2012 fino al 2027, quando dovrebbe partire la fase industriale. Nel frattempo, Snam sta portando avanti l’iter autorizzativo per la “fase 2” relativo al trasporto di CO2, denominata CCS Pianura Padana, nodo chiave per contribuire alla creazione dell’hub.

Il governo Meloni sembra voler blindare la sicurezza energetica del paese accelerando sulla Ccs con il Decreto-legge 181/2023. La riforma punta a semplificare il settore, introducendo importanti modifiche al quadro normativo in vigore per la Ccs. Cuore della riforma è la definizione di “programmi sperimentali” pensati per i giacimenti di idrocarburi esauriti offshore. Una decisione che mira a sbloccare rapidamente progetti chiave, giustificata dall’urgenza di centrare gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030.

Le opere necessarie allo stoccaggio e al trasporto di CO2 sono state dichiarate, dal governo, di pubblica utilità permettendo di attivare eventuali procedure di esproprio. Grazie a questa modifica il Mase ora può rilasciare autorizzazioni allo stoccaggio offshore anche in assenza di un piano aree, basandosi sull’idoneità dei giacimenti esauriti già riconosciuta. È stata prevista la possibilità di prorogare le autorizzazioni per i programmi sperimentali dandogli la priorità Inoltre, le procedure di concorrenza facilitano chi ha già investito in esplorazione o sperimentazione.

«Il progetto Ravenna Ccs non ha ricevuto fondi Pnrr o finanziamenti dal fondo complementare. Il progetto Ccs integrato di Callisto, poiché è stato incluso nella lista dei Progetti di Interesse Comune dell’Unione europea, possiede i requisiti di candidatura al Connecting europe facility fund (Cef), lo strumento finanziario dell’Unione europea che supporta lo sviluppo di infrastrutture transfrontaliere per l’energia o i trasporti inclusi la ricezione, il trasporto e lo stoccaggio di CO2», dichiara Eni.

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L’economia di un ciclo completo di Ccs

«Assicurarci che questi problemi vengano affrontati prima di spendere miliardi dipende da innumerevoli problematiche di ricerca scientifica per diminuire il costo di cattura della CO2, ma anche da ragioni sociali e geopolitiche di difficilissima risoluzione. Il costo di un impianto Ccs rappresenta in genere un aggravio del consumo energetico, e quindi dei costi energetici, di circa il 20-25%, con eccezioni a seconda dei casi» spiega il geologo Bencini.

Oltre al trasporto e al servizio di stoccaggio insomma, le aziende che sceglieranno di usare i servizi di Ccs rischiano di dover quindi affrontare un aumento corrispondente dei loro costi energetici. Se, a lungo termine, per arrivare a emissioni zero queste spese saranno inevitabili, a breve termine la scommessa di Callisto è che il costo delle alternative cresca sempre di più.

Al momento infatti le aziende si trovano di fronte a un bivio economico: investire in un ciclo completo di Ccs (cattura, manutenzione, trasporto, stoccaggio, purificazione e relative tariffe), oppure acquistare quote dell’Emission trading system (Ets), uno dei cardini che l’Ue utilizza per raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2.

Il sistema Ets è un mercato di “quote” di emissioni che le aziende devono comprare per in base a quanta CO2 rilascino ogni anno. Il prezzo di queste quote è variabile, ma al momento è attorno ai 70 euro a tonnellata.

Per il Ccs non ci sono dati certi, ma tra gli ambienti industriali si stima un costo di circa 100 €/ton. Chi emettesse cioè un milione di tonnellate di CO2 l’anno, pagherebbe 30 milioni di euro in più usando un sistema di Ccs rispetto al semplice acquisto dei certificati di emissione Ets.

Raggiungere il net-zero entro il 2050 impone alle industrie hard to abate un obiettivo molto alto. I costi della Ccs poi aumentano esponenzialmente quanta più efficienza è richiesta agli impianti. 

«In linea generale, sulla base della tecnologia scelta occorre valutare la soglia del massimo livello di cattura ragionevolmente raggiungibile. – spiega a IrpiMedia l’ingegner Francesco Magli del cementificio Buzzi S.p.A- Ad esempio, con la tecnologia testata nel progetto Cleanker, si può arrivare fino al 95% senza stravolgere il sistema. Oltre questo parametro diventerebbe eccessivamente onerosa, anche dal punto di vista energetico. La sfida è quindi quella di trovare un punto di soglia ottimale oltre la quale converrebbe utilizzare altri sistemi, perché le emissioni nette siano nulle».

Un altro problema per lo scenario transfrontaliero di Callisto è la necessità di uno standard unitario di purezza della CO2, che però non è ancora definito. A differenza del gas naturale, la CO2 ha una capacità corrosiva maggiore, deve avere una purezza molto elevata per evitare impurità che influenzino il processo di stoccaggio.

Problema simile per le tubature, che devono essere adattate alla maggiore corrosività. Esistono in realtà raccomandazioni Iso per il trasporto della CO2 via pipeline, ma si tratta di standard industriali legati alla World Trade Organization (Wto), requisiti non vincolanti. Anche il cementificio Buzzi conferma le attuali incertezze: «Non si è ancora arrivati alla standardizzazione necessaria su questo argomento, ma l’obiettivo sarà di arrivare a quello in futuro. Mentre sullo stoccaggio, è Eni che definisce il proprio standard».

Diversi esperti contattati da IrpiMedia sono quantomeno scettici riguardo alla fattibilità del progetto in località distanti da Ravenna. 

«L’esecuzione della “fase 1” è talmente conservativa e prudenziale che non vedo alcuna criticità. Il polo industriale di Ravenna, nelle vicinanze del punto di partenza del tubo che inietta la CO2 in giacimento, emette annualmente circa 0,5-0,6 milioni di tonnellate di CO2, che potrebbero essere catturate e aggiunte alla quantità iniziale senza eccessive spese di trasporto» commenta il geologo Bencini. Ma a livello globale, si stima che dovranno essere catturate circa 7,6 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2050.

Considerando che la capacità attuale dei progetti Ccs operativi è di circa 50 milioni di tonnellate annue, questa tecnologia dovrà crescere di almeno cento volte nei prossimi decenni.

Questa enorme discrepanza e gli investimenti che potenzialmente sono sul tavolo spiegano l’interesse di grandi aziende fossili come Eni nello sviluppare filiere Ccs vaste e integrate, sfruttando la trasferibilità delle loro competenze tecniche per trovarsi in pole position in questo nuovo mercato. 

Il fascino ambiguo della Ccs oscilla tra il suo potenziale in situ e la narrazione “green” di una soluzione globale promossa dalle stesse compagnie petrolifere che l’hanno sviluppata, col rischio di sottovalutare le sfide industriali e la gestione a lungo termine di enormi volumi di CO2 nel sottosuolo.

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Crediti

Autori

Beatrice Cambarau
Ilaria Restifo

Editing

Giulio Rubino

Fact-checking

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Bart Grugeon Plana

Carlotta Indiano

David Haas

Jule Zentek

Sam Edwards

Simon Guichard

 

Con il supporto di

Foto di copertina

Leon Neal / Getty

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