
L’ecocidio in Iraq.
Come le grandi aziende del petrolio stanno desertificando il Paese
Per estrarre greggio gli impianti iniettano enormi quantità d’acqua nel sottosuolo, sottraendola alla popolazione e all’ambiente. Un intero ecosistema un tempo ricco sta rapidamente scomparendo, assieme al sostentamento e alla cultura di un popolo
Alle prime luci dell’alba, in inverno, una foschia umida avvolge i canneti immersi nell’acqua verdastra dei canali che alimentano le ahwar, le paludi di Hawizeh, nel sud est dell’Iraq. Un cancello di metallo, fatiscente e arrugginito, sbarra l’ingresso a quello che rimane delle paludi. Per aprirlo, ogni mattina, serve una chiave, custodita dai militari di guardia al checkpoint poco distante. I residenti, pastori e pescatori le cui attività quotidiane sono legate indissolubilmente all’ecosistema delle paludi, devono lasciare il loro documento di identità in consegna. Per chi viene da fuori, invece, è necessario un permesso speciale. Dopo ore di attesa e solo se tutti i permessi sono in regola, si può oltrepassare il confine, oltre il quale si distende un reticolo di canali.
La parola “palude” per molti evoca un luogo sgradevole, un luogo da “bonificare”. Ma per le comunità che vivono nelle paludi irachene il termine è (o meglio, era) sinonimo di abbondanza e di buona vita, parte di un complesso ecosistema transfrontaliero alimentato dai fiumi Tigri, Eufrate e dai loro affluenti.
L’inchiesta in breve
- Le paludi di Hawizeh, sito Unesco patrimonio dell’umanità e sito Ramsar, sono minacciate da tre concessioni petrolifere attive all’interno dell’area protetta: Halfaya, Huwaiza e Majnoon
- Nel 2023 è stato firmato un contratto tra Maysan Oil Company e la cinese Geo-Jade per sviluppare un nuovo giacimento sotto le paludi, in violazione di leggi nazionali e convenzioni internazionali
- Immagini satellitari, foto e documenti riservati ottenuti da IrpiMedia rivelano l’avvio di nuove esplorazioni nel cuore delle paludi di Hawizeh: l’inizio delle attività estrattive nell’area determinerebbe il prosciugamento definitivo delle paludi
- In Iraq, uno dei Paesi più esposti alla crisi climatica, si utilizza l’acqua per estrarre petrolio. Il petrolio rappresenta il 95% delle esportazioni totali dell’Iraq, che si colloca al sesto posto a livello mondiale per la produzione di greggio. Tra il 2021 e il 2023, l’Iraq è diventato il maggior esportatore verso l’Italia, con un’impennata del 15%.
- Nonostante l’annunciato stop alle forniture idriche per i giacimenti, IrpiMedia documenta l’espansione delle infrastrutture che continuano a sottrarre acqua alle comunità locali e al fragile ecosistema. A due anni di distanza, IrpiMedia è tornata a documentare gli effetti di un impianto di trattamento dell’acqua costruito per conto di Eni per rifornire i giacimenti di Zubair e Rumaila
Lungo i canali il cielo, riflesso dalla superficie dell’acqua, sembra sfiorare il fondale fangoso. Alla guida dell’imbarcazione lunga e stretta di suo padre, Mustafa Hashim, 23 anni, deve fare continuamente attenzione che il motore non si incagli nel fango o nelle radici delle piante non autoctone che ormai infestano i canali. Nonostante i suoi sforzi, dopo qualche centinaio di metri non è più possibile proseguire: lo scafo lambisce il fondale. Hashim rifiuta di arrendersi: impugna il mardi, una lunga pertica usata per la navigazione nelle acque delle paludi e spinge a forza di braccia l’imbarcazione fino ad un ampio bacino, il lago di Um Al-Nea’aj, dove i fenicotteri ogni anno fanno sosta per nidificare durante la migrazione.
Spento il motore, gli unici suoni sono grida di uccelli e di rospi. «Fino a due anni fa, in una giornata come questa, il lago sarebbe stato pieno di imbarcazioni: centinaia di famiglie venivano qui a pescare», ricorda Mustafa, affacciandosi ad osservare l’acqua immobile, profonda meno di un metro e senza pesci. «Anche io venivo qui con mio padre: lanciavamo le reti al tramonto e stavamo fino all’alba, ci rilassavamo ascoltando il suono degli uccelli e aspettando che le reti si riempissero».
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Ora è tutto finito. Tra un paio di mesi, all’inizio della primavera, i canali saranno completamente prosciugati. La pace di questo luogo, ormai solo apparente, dissimula un futuro incerto. Alle spalle di Mustafa, bassi all’orizzonte, brillano quelli che sembrano due piccoli soli: sono le fiamme del giacimento petrolifero di Halfaya.
Le paludi di Hawizeh sono un’area unica al mondo, protetta dalla Convenzione Ramsar del 2007 e riconosciuta come patrimonio dell’umanità dall’Unesco dal 2016. Sotto la loro superficie, però, si cela una ricchezza ben più insidiosa. Sono ben tre le concessioni che si sovrappongono all’area protetta: oltre al giacimento di Halfaya, ci sono quello di Huwaiza e di Majnoon. Quest’ultima deve il suo nome, che in arabo significa “pazzo”, “folle”, a un episodio accaduto – dicono – nel 1975, quando una compagnia brasiliana, durante le prime esplorazioni, osservò del petrolio fuoriuscire spontaneamente dal terreno, senza necessità di perforazione.
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Ad oggi, il petrolio rappresenta il 95% delle esportazioni totali dell’Iraq, che si colloca al sesto posto a livello mondiale per la produzione di greggio. Il destino delle paludi di Hawizeh è legato a doppio filo a quello del resto del Paese – un destino che dipende anche dalle scelte dei Paesi europei. Dal 2022, con l’invasione russa e l’inizio del conflitto in Ucraina, l’Ue ha rimpiazzato progressivamente il greggio proveniente da Mosca senza però riuscire a ridurre i consumi. L’Iraq è diventato così il maggior esportatore verso l’Italia, con un’impennata del 15% tra il 2021 e l’inizio del 2023. Il prezzo di questo aumento è la progressiva distruzione del già fragile ecosistema iracheno, in uno dei Paesi più esposti agli effetti della crisi climatica.
Mustafa appartiene a una famiglia di pescatori che ha vissuto di pesca e di allevamento di bufali all’interno delle paludi per generazioni. La storia della sua famiglia e della regione in cui è cresciuto si intreccia con quella recente dell’Iraq. Lo zio è stato ucciso dall’esercito durante il regime di Saddam Hussein. Le paludi in Iraq sono infatti storicamente un luogo di resistenza: nel 1967, l’oppositore rivoluzionario Khaled Ahmed Zaki si rifugiò nelle paludi per organizzare la resistenza armata dopo l’ascesa al potere del partito nazionalista arabo Ba’th.
Dopo l’uccisione dello zio, alla fine degli anni ‘90, la famiglia di Mustafa si è rifugiata a Baghdad, in periferia. Nel 2003, in seguito all’invasione statunitense e alla caduta del regime, sono tornati ad Hawizeh, dove nel frattempo le infrastrutture militari costruite da Saddam Hussein erano passate nelle mani dell’esercito Usa, per poi divenire oggi garanti, attraverso la presenza di militari e forze di polizia locali, della sicurezza delle compagnie petrolifere.
Una sacca abbandonata, con pesci morti, nelle paludi di Al-Khor, a nord di Basra. Un tempo fonte di sussistenza per contadini e pescatori locali, queste paludi sono ormai ridotte ad una distesa di fango. Secondo i residenti, le paludi si sono definitivamente prosciugate a partire dal 2022, a causa di una stazione di raccolta dell’acqua costruita per conto della compagnia italiana Eni per rifornire d’acqua i vicini giacimenti petroliferi © Daniela Sala
«L’occupazione militare va di pari passo con l’espansione dei giacimenti e l’estrazione di petrolio», afferma Mustafa di ritorno dal lago, lanciando un’ultima occhiata al check point militare. La strategia è tanto efficace quanto rodata: separare le comunità locali dal loro ambiente per poterlo sfruttare liberamente.
Mustafa ha abbandonato la scuola a nove anni, ma ha appreso da suo nonno – insieme alla pesca, all’allevamento e alla tessitura tradizionale – anche la storia delle paludi. Oggi lavora come operaio, legge Rosa Luxemburg e altri saggi socialisti ed è diventato un attivista che monitora e denuncia la distruzione dell’ecosistema.
«Per l’Iraq, il petrolio è una benedizione e fonte di soldi. Per noi, l’acqua è l’unica fonte di vita. Siamo diventati una torta che Baghdad e le aziende fossili si spartiscono», racconta seduto tra suo padre Hashim e suo nonno Kasid, nella stanza degli ospiti della loro casa. All’anulare, indossa un anello con una giada incastonata, che suo nonno ha trovato sul fondo di uno dei canali delle paludi e che gli ha regalato. Figlio, padre e nonno sono il ritratto di tre generazioni, accomunate dal legame profondo con il proprio territorio, un legame mantenuto saldo nonostante guerre, occupazioni e violenze – una forma di ecologia della resistenza in contrasto alla frattura creata dalla speculazione economica tra le comunità indigene e l’ambiente.

Nuove esplorazioni: acqua contro petrolio
Il padre di Mustafa, Hashim, è dei tre quello che più direttamente ha vissuto le conseguenze di una frattura tra il prima e il dopo, di un legame spezzato con l’ambiente che da sempre gli dava da lavorare e da vivere.
Pescatore da quando era bambino, Hashim, quattro anni fa, ha riposto tutti i suoi attrezzi da pesca nel capanno accanto a casa e non li ha più tirati fuori. «Giorno dopo giorno la mancanza di acqua sta diventando tanto grave da impedirci di sopravvivere», spiega. Hashim all’inizio chiedeva a suo figlio di smetterla di esporsi, di protestare. «Ma poi è stato proprio lui a farmi capire che dietro a tutto quello che stiamo subendo ci sono ragioni economiche e politiche e ho capito che non potevo stare zitto».
Così Hashim ha ricominciato ad addentrarsi nelle paludi, non più con le reti da pesca ma con lo smartphone: ha imparato a fare foto e video e a pubblicarli su Tik Tok, per raccontare il disastro ecologico che si sta consumando in questo luogo. «È mio figlio ad avermi dato l’ispirazione e a darmi la forza per continuare a combattere», dice.
L’estrazione del petrolio e la mancanza di acqua sono strettamente collegate. Il giacimento di Halfaya (sul quale mantiene un interesse anche il colosso francese TotalEnergies) è gestito da un consorzio guidato da PetroChina. Con un aeroporto, 300 pozzi, tre impianti di lavorazione del greggio e uno di trattamento delle acque, copre un’area grande tre volte la superficie di Parigi, ed è il progetto più esteso gestito da PetroChina all’estero.

Circa dieci anni fa, poco dopo l’arrivo di Petrochina, sulle sponde del fiume Tigri, che alimenta le paludi, sono state costruite sei stazioni di pompaggio dell’acqua che ogni giorno estraggono dal fiume circa 60mila metri cubi di acqua al giorno (pari al consumo di una città di medie dimensioni). L’acqua serve a rifornire direttamente i giacimenti, dove viene pompata nei pozzi per estrarre il petrolio – una pratica consolidata e normalizzata in tutta la regione.
«Le attività delle compagnie petrolifere causano danni significativi al delicato ecosistema di Hawizeh e all’agricoltura di tutta la provincia», afferma Majid Al-Saadi, direttore del Dipartimento per l’Agricoltura nel Governatorato di Maysan – in cui opera, oltre al consorzio che gestisce il giacimento di Halfaya, anche l’irachena Missan Oil Company.
«L’acqua che prelevano dal Tigri non gli basta, queste aziende utilizzano anche tonnellate di acqua in più, trasportata tramite autocisterne. L’acqua di scarico contaminata poi, viene smaltita in modo sbagliato inquinando la falda. Le compagnie però negano tutto», spiega Al-Saadi. Stanchi e frustrati, a novembre 2024, lui e i suoi colleghi hanno deciso di mettere insieme un dossier destinato al ministero dell’Agricoltura a Baghdad – un documento riservato che IrpiMedia è riuscita ad ottenere.
In questo dossier, completo di foto, immagini satellitari e coordinate geografiche il Dipartimento ha documentato le elevate concentrazioni di idrocarburi e metalli pesanti nel suolo, la compromissione degli impianti di desalinizzazione situati vicino alle paludi, a causa dell’infiltrazione di sostanze chimiche nelle fonti di acqua potabile e il danno economico e sociale sulla popolazione. L’inquinamento è tale che il Dipartimento arriva a ipotizzare il divieto completo di utilizzo dei terreni nelle vicinanze dei giacimenti e delle raffinerie e ad auspicare l’istituzione di un tribunale ambientale per tutelare l’interesse pubblico.


A inizio anno, Al-Saadi si è recato personalmente a Baghdad per consegnare il dossier ai suoi colleghi del ministero: «Erano scioccati: è la prima volta che il governo centrale riceve un documento simile». Al Saadi si è congedato dai colleghi con la promessa che avrebbero aperto un tavolo di discussione con il ministero del Petrolio. Ma la verità, spiega, è che «il ministero è già pienamente consapevole delle violazioni e dei danni provocati dalle compagnie. Questa economia sta letteralmente uccidendo le persone».
Intanto a Maysan le operazioni delle aziende petrolifere continuano a espandersi. Appena pochi giorni prima del nostro incontro, Mustafa ha ricevuto da una fonte interna una serie di foto e mappe che mostrano le nuove esplorazioni in corso nel cuore delle paludi. Nelle immagini si vedono operai ed escavatrici al lavoro e la posa di giganteschi tubi in mezzo al fango: le coordinate geografiche, che IrpiMedia ha potuto confermare grazie all’analisi delle immagini satellitari realizzata da PlaceMark, confermano l’inizio degli scavi al centro dell’area protetta, nel luogo in cui dovrebbe essere inaugurato un nuovo giacimento che con crudele ironia si chiama Hor al Hawizeh, cioè “paludi di Hawizeh”, delle quali non resterebbe – se l’estrazione dovesse effettivamente iniziare – che il nome su una mappa.
A fine marzo, stando ai documenti che IrpiMedia è riuscita a ottenere, alcuni parlamentari iracheni indipendenti hanno presentato un’interrogazione ufficiale alla Commissione Cultura, Turismo e Beni culturali per denunciare la firma, avvenuta il 21 febbraio 2023, di un contratto tra la compagnia statale Maysan Oil Company e l’azienda cinese Geo-Jade Petroleum Corporation per lo sviluppo e la messa in produzione del giacimento situato sotto le paludi di Hawizeh.
Confronto tra immagini satellitari del programma Landsat sull’area delle marshes irachene. Nell’ immagine del marzo 1985 (a sinistra) si nota chiaramente l’estensione considerevole del sistema di zone umide interconnesse fra i fiumi Tigri ed Eufrate. L’immagine del marzo 2025 (a destra), evidenzia la quasi completa compromissione di questi ecosistemi a causa dello sviluppo di agricoltura estensiva ed estrazione di fonti fossili © Maps data/images: Landsat USGS, Elaborazione: PlaceMarks
Secondo i parlamentari, si tratta di un accordo che viola le leggi nazionali e le convenzioni internazionali per la protezione delle paludi. Per questo motivo, hanno richiesto un incontro urgente con i ministri del Petrolio, delle Risorse idriche e dell’Ambiente. A maggio i residenti di Hawizeh hanno organizzato una manifestazione contro le nuove esplorazioni. Ma ad oggi né i ministeri iracheni, né il punto di contatto Ramsar (che dovrebbe garantire la salvaguardia dell’area protetta) hanno risposto alle richieste di chiarimento da parte dei parlamentari, né tantomeno a quelle di IrpiMedia.
Una consapevolezza ignorata
È quasi impossibile immaginarlo, ma originariamente le paludi irachene, oggi divise tra Hawizeh, Hammar e paludi centrali, costituivano un unico ambiente collegato, da Nassiriya fino a Basra. Dalla sua casa nelle marshes di Hawizeh il nonno di Mustafa, Kasid Wanis, navigava in barca fino a Basra, sfruttando le correnti e usando un lungo bastone, il mardi per spingere la barca nelle acque poco profonde delle paludi. Ci impiegava circa un giorno e mezzo per percorrere i 200 chilometri che lo separavano dalla città, seguendo un dedalo di corsi d’acqua che poteva navigare a occhi chiusi, di notte, senza mai perdere l’orientamento.
«Non sapevamo cosa fossero le automobili, non ci erano mai servite. Con gli altri abitanti delle paludi eravamo un unico popolo, appartenenti ad un unico regno, il regno dell’acqua», racconta Wanis.
L’intricata rete di canali e corsi d’acqua che un tempo caratterizzava questa regione è oggi quasi del tutto scomparsa. Percorrendo in macchina le strade che da Hawizeh scendono verso Basra, il paesaggio racconta il progressivo avanzamento dell’industria estrattiva. Ad Al-Khor, pochi chilometri a nord di Basra, il processo è già in una fase avanzata. Delle paludi resta appena un’eco cartografica: su Google Maps il loro nome compare ancora, ma sul terreno la loro presenza è ormai ridotta a una distesa di fango. IrpiMedia era già stata qui nel 2023 per documentare l’impatto della costruzione di un impianto di raccolta e trattamento dell’acqua, destinato a rifornire i giacimenti petroliferi di Zubair e Rumaila, dove operano tra le altre la multinazionale italiana Eni e l’inglese Bp.
Le multinazionali del petrolio che operano in Iraq sostengono di fare tutto il possibile per ridurre l’impatto ambientale delle loro attività estrattive, compreso limitare l’uso di acqua dolce. Ma grazie a un whistleblower, IrpiMedia ha ottenuto un documento interno del consorzio che gestisce il giacimento di Zubair (di cui Eni è azionista di maggioranza con una quota del 32,81%) che rivela come già nel 2014 una delle principali preoccupazioni delle compagnie petrolifere fosse l’approvvigionamento di acqua.
Il giacimento di Zubair – si legge nel documento – necessita di enormi quantità d’acqua per mantenere la pressione del giacimento e massimizzare l’estrazione del petrolio: «La disponibilità di risorse idriche incide profondamente sulla capacità di raggiungere gli obiettivi di produzione».
La scarsità d’acqua è indicata come una delle cause principali delle prestazioni inferiori alle attese nel 2014, tanto che la necessità di costruire un nuovo impianto di raccolta dell’acqua – quello attualmente in costruzione ad Al-Khor – era già evidenziata in questo documento di dieci anni fa.
In quel periodo, la domanda di acqua si attestava sui 260 mila barili al giorno (pari a 40 mila metri cubi). Ora, con l’aumento della produzione, è quasi raddoppiata, toccando i 470mila barili di acqua al giorno (cioè circa 75 mila metri cubi). Intanto, la situazione climatica e lo stato di salute della rete idrica irachena sono in costante peggioramento.
Nel 2023, i pescatori di Al-Khor si aggrappavano ancora alla speranza che, una volta terminata la costruzione dell’impianto, l’acqua sarebbe stata rilasciata, permettendo loro di tornare a navigare e pescare. Ormai, a due anni di distanza, molti temono che l’unica opzione rimasta sia abbandonare la propria terra. Dove andare, però, è una domanda che resta senza risposta.
Nelle risposte fornite durante l’assemblea degli azionisti, Eni ha precisato che non essendo ancora iniziato il prelievo di acqua ad Al-Khor, «non può esserci collegamento tra le attività di tale impianto, non ancora iniziate, e le variazioni nell’estensione delle paludi registrate nel corso degli anni recenti». Inoltre, pur ammettendo che «la scarsità di acqua per iniezione in giacimento resta un fattore critico per la performance del giacimento», ha precisato che «tale scarsità è da intendersi come riferita alla disponibilità di fonti effettivamente utilizzabili per l’iniezione in giacimento, tenuti in considerazione i fattori ambientali, sociali, autorizzativi e tecnici».
Le autorità di Baghdad e Basra, dal canto loro, minimizzano o addirittura negano il problema.
«Le compagnie petrolifere hanno il divieto di sfruttare le riserve di acqua dolce», afferma il portavoce del ministero delle Risorse idriche Khalid Shemal, per poi correggersi parzialmente: «È vero, usano l’acqua del Tigri e dello Shatt Al-Arab, ma mai più del dovuto».
All’interno del giacimento Zubair, un contadino osserva i resti di uno dei magazzini un tempo usati dagli agricoltori della zona. Il suo terreno è stato confiscato dalla Basra Oil Company (BOC) per fare spazio al giacimento. Oggi, un oleodotto attraversa questi campi e i pozzi di estrazione si trovano a poche centinaia di metri © Daniela Sala
I dati però parlano chiaro. A Basra, la portata dello Shatt Al-Arab, principale fonte di approvvigionamento di acqua dolce per la città e per tutta la provincia, oscilla tra gli 85 metri cubi al secondo in inverno e i 57 in estate (stando ai dati del 2024 del dipartimento per le Risorse idriche di Basra).
Il 25% viene distribuita agli abitanti e quasi altrettanta, il 18%, viene allocata al comparto petrolifero e agli impianti per la produzione energetica. Questo significa che ogni giorno, l’industria del petrolio a Basra consuma circa 1,5 milioni di metri cubi di acqua: la quantità di acqua sufficiente a soddisfare il fabbisogno giornaliero di una città di 10 milioni di abitanti.
La maggior parte dell’acqua che va ai giacimenti del sud dell’Iraq (tra cui Rumaila e Zubair) passa attualmente per l’impianto di Qarmat Ali, che preleva l’acqua dello Shatt Al-Arab – gestito dalla Basrah Energy Company e operato da Bp, la British petroleum.
Di recente il Dipartimento per le Risorse idriche di Basra ha ricevuto l’ordine da parte di Baghdad di fermare la fornitura di acqua a Qarmat Ali e trovare al più presto alternative che salvaguardino le già scarse risorse di acqua dolce del sud dell’Iraq. «Lo stop sarà effettivo entro cinque mesi», assicura Jumaa Shiaa, a capo del Dipartimento.
Si tratta non solo di un termine che – in mancanza di alternative concrete – suona irrealistico, ma che documenti e immagini ottenuti da IrpiMedia contraddicono, mostrando come siano in corso lavori di rinnovamento ed espansione della rete di tubature che collega l’impianto di Qarmat Ali ai giacimenti petroliferi di Rumaila e Zubair, lavori coordinati dal contractor italiano Bonatti Spa.
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Intanto, lo Shatt Al-Arab, il grande fiume di Basra, formato dall’incontro del Tigri e dell’Eufrate, assomiglia sempre meno a un corso d’acqua vivo. Il suo livello è così critico che, per buona parte dell’anno, a oltre 100 chilometri dalla foce, il fiume scorre al contrario: invece di fluire verso il mare, l’acqua salmastra del Golfo Persico risale verso nord, spinta dall’intrusione marina.
«Il settore del petrolio è uno Stato nello Stato»
Nel 2009 l’Iraq ha introdotto nel proprio ordinamento una legge per la tutela dell’ambiente, ma la mancanza di meccanismi di sorveglianza e di sanzionamento efficaci fanno sì che sia largamente inapplicata. A questo si aggiunge la totale mancanza di trasparenza che contraddistingue il comparto petrolifero.
Per mesi IrpiMedia ha cercato di ottenere documenti relativi ai contratti di servizio tecnico delle compagnie petrolifere e agli studi di impatto ambientale: nessuno di questi documenti è accessibile, non solo al pubblico ma nemmeno ai parlamentari.
Tra le voci critiche del Parlamento c’è Mustafa Sanad, eletto come indipendente nel 2021, che ha ha rilasciato ad IrpiMedia una rara intervista per un media europeo. Originario di Basra, Sanad ha lavorato per anni nel settore petrolifero e per la Basra Oil Company.
«I consorzi che gestiscono i principali giacimenti dell’Iraq, come Rumaila o Zubair operano al di sopra della legge irachena, sottraendosi agli obblighi che invece valgono in materia di appalti e trasparenza per qualsiasi altra azienda che operi nel settore pubblico iracheno. Come Parlamento non abbiamo nessun accesso alla documentazione riguardante le loro operazioni», spiega Sanad. «Non c’è nessuna trasparenza: questo settore è una scatola nera».
Sanad, che secondo alcuni avrebbe buone possibilità di diventare il prossimo ministro del Petrolio, ha costruito parte della sua fama sulla lotta alla corruzione, portando alla luce, nel 2024, un caso di intercettazioni illegali che ha coinvolto funzionari all’interno dell’ufficio del Primo ministro.
In ogni caso, secondo Sanad, la radice del problema è nella tipologia dei contratti che le compagnie petrolifere internazionali hanno siglato con il neonato governo iracheno all’indomani dell’invasione statunitense del 2003. Questi contratti, definiti in gergo “cost-plus”, prevedono che i consorzi coinvolti nello sfruttamento dei giacimenti ricevano dallo Stato il rimborso totale dei costi sostenuti per sviluppare il giacimento, oltre a un bonus di due dollari al barile per ogni barile prodotto oltre il limite minimo stabilito dal contratto.
Se si guarda al bilancio delle compagnie, sostiene Sanad, emerge come il loro margine di profitto ufficiale sia relativamente basso, intorno al 10%: «Il vero guadagno – spiega – lo fanno sui subappalti e sulle spese gonfiate. Di fatto, questo modello economico incoraggia le compagnie straniere ad aumentare le spese, investendo in un numero sempre maggiore di progetti – scelta spesso dannosa dal punto di vista ambientale».
Le conseguenze sono devastanti: «Siamo di fronte a un’epidemia di cancro, con l’incidenza che cresce in progressione esponenziale. Vi faccio un esempio personale: mio fratello, che ha 41 anni, ha un tumore allo stadio terminale, mio nipote di 15 ha un cancro alle ossa, l’anno scorso ho perso due zie per lo stesso motivo. È qualcosa di abnorme: il cancro si sta diffondendo come se fosse contagioso».
Bambini giocano a calcio vicino al loro quartiere ad Al Qurna. Dietro di loro, dal giacimento di Al Qurna, gestito da Lukoil, si alzano le fiamme del gas flaring. Il flaring rappresenta un pericolo per la salute dei bambini, poiché rilascia agenti inquinanti nell’aria, contribuendo a problemi respiratori e altre patologie © Daniela Sala
Nel 2024, il Parlamento iracheno ha commissionato la realizzazione di uno studio sull’incidenza di tumori in tutto il Paese: si tratta di uno dei pochissimi documenti ufficiali in cui si menziona il problema.
I tumori, si legge nel documento, sono la seconda causa di morte nel Paese, in costante aumento negli ultimi anni. In particolare, l’inquinamento ambientale e atmosferico legato all’estrazione di petrolio nella provincia di Basra è considerato uno dei principali fattori di rischio in crescita. Lo studio si conclude con una serie di raccomandazioni, tra cui la necessità di implementare misure più efficaci contro l’inquinamento.
In mancanza però di uno studio epidemiologico approfondito e di lungo periodo, le autorità irachene continuano a negare la correlazione tra l’impatto ambientale del settore petrolifero e l’incidenza di malattie nella popolazione. Così come costanti sono le pressioni su medici e autorità sanitarie perché non sollevino il problema.
«Vedo personalmente ogni giorno come il numero di tumori, soprattutto tra i bambini, stia crescendo esponenzialmente», afferma un neurochirurgo che lavora in un centro privato di alta qualità specializzato in oncologia. «Le cause? Sono ambientali, è l’inquinamento. Ma per favore non mi fate altre domande o finirete per mandarmi in prigione, perché queste cose noi medici non le possiamo dire», conclude in fretta con un sorriso rammaricato.
Zubair, l’ecocidio compiuto
Continuando a spostarsi verso sud, oltre la città di Basra, si arriva a Zubair, un’area che sembra la proiezione del futuro distopico che attende l’area di Al-Khor al nord della città e le paludi di Hawizeh.
Il giacimento di Zubair
Con una riserve stimata in 4,5 miliardi di barili, il giacimento di Zubair (insieme a quelli di Rumaila, West Qurna e Majnoon) è definito una “bomba climatica”, cioè uno di quei progetti estrattivi che, se pienamente sfruttati, aggraverebbe in maniera irreversibile la crisi climatica globale.
Dalle informazioni raccolte sul campo da IrpiMedia emerge chiaramente il progetto di espansione del giacimento – in cui opera anche l’italiana Eni.
«Nell’ultimo periodo la Basra Oil Company ha requisito oltre 400 imprese agricole e ha sospeso il rilascio delle licenze di coltivazione su una superficie di oltre 1,2 milioni di dunum (circa 120 mila ettari)», spiega Saleh Hassan, direttore del Dipartimento dell’Agricoltura a Zubair che incontriamo nel suo ufficio insieme ad una delegazione di agricoltori della zona. «Decine di agricoltori hanno presentato un ricorso tramite il nostro dipartimento, ma le richieste sono state rifiutate da Boc perché queste terre servono per lo sfruttamento del petrolio. Negli ultimi mesi inoltre TotalEnergies (colosso francese del petrolio) ha richiesto oltre 500 mila dunum (50 mila ettari) di terreni per la costruzione di nuove infrastrutture».
A fare le spese dell’ampliamento del giacimento sono principalmente i terreni agricoli e sono decine gli agricoltori che lamentano di non aver ricevuto una compensazione adeguata: «Siamo stati obbligati ad accettare, altrimenti si sarebbero presentati sui nostri terreni con l’esercito e ci avrebbero mandati via con la forza», afferma uno di loro, mostrando a IrpiMedia i documenti relativi all’esproprio, ma chiedendo di mantenere l’anonimato.
Ancora più numerosi sono gli agricoltori costretti ad abbandonare la propria attività a causa della mancanza di acqua e del deterioramento dell’ambiente, come spiega Hassan: «L’agricoltura dipende dall’acqua: a causa delle attività estrattive ce n’è sempre meno e sempre più inquinata. Meno terreni coltivati, significa meno copertura vegetale, il che contribuisce ad esacerbare ulteriormente gli effetti della crisi climatica». E questo peggiora ulteriormente la situazione, in un circolo vizioso da cui non c’è via d’uscita.
La distruzione dell’ambiente alimenta la dipendenza dal petrolio in un circolo perverso che costringe l’Iraq a produrre petrolio a qualunque costo. Chi una volta viveva grazie all’ambiente in cui abitava, come la famiglia di Mustafa ad Hawizeh, oltre a ritrovarsi espulso dal proprio territorio si trova a dipendere proprio dall’industria che contribuisce alla distruzione di quel territorio. Nel 2023 Mustafa stesso ha lavorato per nove mesi nel giacimento di Petrochina ad Halfaya, a pochi chilometri da casa sua e dalle paludi che non offrono più sostentamento alla sua famiglia. Ha lavorato come operaio, insieme a suo padre, per 15 euro al giorno, tramite un’azienda in subappalto alla quale hanno dovuto versare una commissione di un centinaio di dollari perché gli garantisse un posto di lavoro. «Mi sono reso conto, in prima persona della forma particolare di violenza che le compagnie esercitano contro la nostra terra e contro di noi. Così agisce il capitale, occupandoci», dice Mustafa.


Zubair è famosa in tutto l’Iraq per la produzione di pomodori, favorita dal terreno sabbioso che un tempo era particolarmente fertile. Ma l’impressione che si ricava attraversando oggi questa zona non è certo quella di un’area agricola: in ogni direzione l’orizzonte è punteggiato dai pennacchi di fumo delle ciminiere che bruciano gas giorno e notte, il cielo è grigio e l’aria è densa di fumo. Gli oleodotti corrono paralleli alla statale, mentre le autocisterne trasportano i materiali di scarto della lavorazione del petrolio. Le distese pianeggianti sono coperte di ogni tipo di rifiuti: plastica, lamiere, pneumatici. L’agricoltura locale resiste, ma i continui espropri per l’ulteriore ampliamento del giacimento di Zubair stanno per spazzare via il poco che resta.
Nell’estate del 2022, al picco della siccità sono scoppiate le proteste: «Ne abbiamo organizzate cinque, siamo riusciti a bloccare la strada per una settimana intera, impedendo ai mezzi di PetroChina di entrare o uscire. Alla fine hanno mandato l’esercito da Baghdad. In tanti sono stati arrestati: ci accusano di essere pagati da agenti stranieri e di istigare alla violenza». Mustafa non lavora più per PetroChina: si rifiuta, dice, di essere complice direttamente della distruzione della sua terra, trasformata da ecosistema fluviale a fabbrica di petrolio. Ma le alternative non sono molte.
Se prima la famiglia poteva vivere grazie alle risorse e all’ambiente circostante, a partire dall’acqua, il riso e il latte di bufala, oggi è pressoché impossibile e gran parte del cibo, un tempo coltivato qui, è importato. L’espansione in corso lascia presagire un futuro privo di terra e di acqua. Per giovani come Mustafa non restano altre scelte: lavorare nell’industria o emigrare.
All’imbrunire, mentre i bufali di famiglia rincasano verso la stalla, Mustafa si prepara per ritornare verso il distretto di Al-Kahla, dove lavora come addetto alle pulizie, pagato alla giornata, in un impianto statale di produzione di energia elettrica. In sella alla sua moto, si lascia alle spalle il bagliore delle fiamme del gas bruciato che illumina il cielo scuro, le case silenziose e i canali asciutti, sbarrati da un recinto.



