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L’accordo con Israele che l’agenzia di polizia europea non dovrebbe fare

Lo scopo è facilitare lo scambio di dati personali. Il dipartimento legale del Consiglio Ue lo vorrebbe bloccare. Eppure la Commissione continua a mantenere aperti i negoziati. Con possibili conseguenze per i palestinesi

31.07.26

Giacomo Zandonini

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Israele è da diversi decenni un partner privilegiato dell’Unione europea. Non solo nella ricerca scientifica, in ambito militare o energetico: anche per la cooperazione di polizia. Il culmine di questa relazione è – o meglio, vorrebbe essere – un accordo per lo scambio di dati personali tra Europol, l’agenzia di polizia dell’Ue, e le autorità israeliane. 

Dopo quattro anni di negoziati, nel dicembre del 2022 sono trapelate alcune notizie che davano l’accordo per morto o per lo meno congelato. Tra le ragioni, suggeriva il quotidiano israeliano Haaretz, c’erano i timori rispetto all’emergere di una coalizione di governo tra il partito Likud di Benjamin Netanyahu e l’estrema destra religiosa di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.

Documenti interni ottenuti da Statewatch e condivisi con IrpiMedia, EuObserver, Apache e ND, raccontano una storia diversa, che arriva fino al 2026.

L’inchiesta in breve

  • Da anni Israele collabora con l’Unione europea in materia di polizia. Nel dicembre 2022, dopo quattro anni di negoziati, sono emersi dettagli di una bozza di accordo con Europol per lo scambio di dati personali e altre informazioni sensibili. Accordo sui cui ancora si discute, nonostante il modo in cui Israele sta conducendo la guerra in Palestina
  • Già alla fine del 2022, il Servizio giuridico del Consiglio dell’Ue aveva espresso un parere negativo sul testo, chiedendo di modificarne alcuni passaggi perché le norme europee impongono la tutela dei dati personali e dei diritti fondamentali
  • Se l’accordo fosse stato approvato allora, diceva il Servizio, avrebbe esteso per la prima volta «la propria applicazione ai territori occupati da Israele nel 1967», in contrasto con la posizione dell’Ue, che considera illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi
  • Nonostante queste obiezioni, la Commissione europea ha dichiarato che nel 2026 il mandato negoziale «è ancora in vigore», senza chiarire se o come siano state recepite le osservazioni in merito. Il responsabile per i diritti fondamentali di Europol ha detto di non essere mai stato chiamato a esaminare questioni relative alla cooperazione con Israele
  • Secondo gli esperti consultati, le informazioni di cui si prevede lo scambio potrebbero essere utilizzate da Israele in contrasto con i diritti dei palestinesi. Inoltre, a differenza di quanto avviene nell’Ue, l’autorità israeliana per la protezione dei dati personali fa capo al ministero della Giustizia, circostanza che solleva dubbi sulla sua indipendenza

A fine 2022, il Servizio legale del Consiglio dell’Ue – dipartimento che deve garantire la conformità di accordi e proposte di legge con la normativa dell’Ue e internazionale – ha infatti chiesto di rivedere il mandato conferito alla Commissione per negoziare l’accordo e di cancellare intere sezioni della bozza di accordo. Le richieste dell’ufficio sono però cadute nel vuoto. 

Tra il 2023 e il 2026, la Commissione ha continuato a incontrare diplomatici israeliani, tenendo all’oscuro il Parlamento europeo. A metà luglio, 27 parlamentari europei hanno depositato un’interrogazione scritta per chiedere alla Commissione di informarli sul contenuto di questi incontri, sull’avanzamento dei negoziati e sui rischi per i diritti umani derivanti dall’accordo. 

© McKensie Marie

La deroga: dati europei nei territori occupati

Nel 2005, il Consiglio dell’Ue, l’organo che rappresenta i governi degli Stati membri, ha indicato Israele come partner prioritario per Europol. Stipulare accordi con Israele era però reso difficile da due fattori: le preoccupazioni sugli standard di protezione dei dati personali in Israele e il fatto che il quartier generale della polizia israeliana sia a Gerusalemme Est, in un territorio che le Nazioni Unite e la stessa Ue considerano come illegalmente occupato.

Secondo atti e norme europee, infatti, la politica di Bruxelles non deve infatti legittimare il controllo israeliano sui territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni, nel giugno 1967, ovvero Cisgiordania, Alture del Golan, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza. 

Il primo frutto degli sforzi negoziali europei è un «accordo di lavoro» (working agreement in inglese) tra Europol e Israele, firmato nel 2018; il primo tra Europol e un paese extra-Ue. Per poter scambiare dati personali, le norme Ue prevedono però che si stipuli un accordo internazionale, sottoposto a procedure più strette e – almeno sulla carta – a maggiore controllo democratico. La Commissione europea viene incaricata di condurre i negoziati.

Un documento riservato, prodotto dal Servizio legale del Consiglio dell’Ue nel novembre del 2022, aiuta a ricostruire gli eventi. Due mesi prima, la Commissione e il governo israeliano avevano dato il via libera a una bozza di accordo che, per essere ratificato, aveva bisogno dei voti favorevoli del Consiglio e del Parlamento europeo. A quel punto, alcuni membri del Consiglio hanno chiesto al Servizio legale di valutare la conformità del testo con le norme comunitarie e internazionali. 

Per l’ufficio, che con i suoi oltre 300 funzionari ha un ruolo chiave nella gestione dei procedimenti legislativi, non c’è ombra di dubbio: la Commissione aveva incluso articoli in netto contrasto con le norme europee e internazionali e non aveva informato il Consiglio nel corso dei negoziati. 

A preoccupare il Servizio legale era in particolare una sezione del testo. Subito dopo l’affermazione generale che i dati trasferiti a Israele non potevano essere usati nelle «aree geografiche sottoposte all’amministrazione dello Stato d’Israele dopo il 5 giugno 1967», viene introdotta un’eccezione. Le “autorità competenti” israeliane – ovvero la polizia, l’Agenzia per la sicurezza interna (Shin Bet – i servizi segreti) e altri corpi – avrebbero potuto usare i dati nei territori occupati «per la prevenzione di un reato in caso di rischio imminente per la vita» o ancora «per la prevenzione, l’indagine, l’identificazione o l’azione giudiziaria in relazione con reati penali». 

Se il testo fosse stato approvato in questa versione, scriveva il Servizio legale, «sarebbe stata la prima volta che un accordo internazionale tra l’Unione e Israele avrebbe esteso l’applicazione ai territori occupati da Israele nel 1967». 

Secondo il documento interno, le eccezioni introdotte nella proposta di accordo mancavano di chiarezza e comportavano una discrezionalità da parte di Europol «incompatibile con i Trattati» dell’Unione europea.

Estendere l’applicabilità dell’accordo a territori con una giurisdizione diversa da quella di Israele, come le alture del Golan – formalmente parte della Siria – e la Cisgiordania, governata dall’Autorità nazionale palestinese (Anp), è infatti illegittimo ed entra in conflitto con il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, riconosciuto da risoluzioni delle Nazioni Unite e dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue).

Il testo violava anche la convenzione di Vienna, la legge che regola i trattati internazionali, proprio perché danneggiava altri Paesi o autorità non coinvolti dall’accordo, ovvero la Siria e l’Anp. 

Durante alcuni incontri interni, nell’ottobre del 2022, la Commissione ha provato a giustificare l’eccezione richiamandosi al «dovere di Israele, secondo il diritto umanitario internazionale, di ristabilire e mantenere l’ordine pubblico e la sicurezza nei territori controllati dalle sue forze». Pur riconoscendo l’esistenza di tale dovere, il Servizio Legale ha sottolineato che questo «non implica che altri Stati o organizzazioni siano autorizzati ad assistere nel compimento di questo dovere, in violazione di altri principi dell’ordinamento internazionale». 

Violazioni e scarsa trasparenza

Ben Saul, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo, ha spiegato a Statewatch e IrpiMedia che il testo proposto dalla Commissione entra in contraddizione con «l’obbligo da parte degli Stati europei di non dare legittimità a situazioni che nascono da violazioni di norme perentorie del diritto internazionale», come – appunto – il diritto all’autodeterminazione dei popoli. 

Per l’avvocato israeliano Eitan Diamond, che dirige l’ufficio di Gerusalemme dell’International Humanitarian Law Centre-Diakonia, un’ong svedese, le argomentazioni del Servizio legale sono state rafforzate dal parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (Cig) – il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite – del luglio 2024. Secondo la Cig, Israele deve «mettere fine nel minor tempo possibile alla sua presenza illegale nei Territori occupati palestinesi», mentre tutti gli Stati e le organizzazioni internazionali devono evitare di sostenere l’occupazione illegale della Palestina.

Accanto alle violazioni del diritto internazionale, il Servizio legale denuncia anche la violazione, da parte della Commissione, del mandato negoziale ricevuto dal Consiglio e del «dovere di leale cooperazione tra le istituzioni europee», sancito dal Trattato dell’Unione europea. Nei primi quattro anni di negoziati, tra il 2018 e il 2022, la Commissione non ha infatti mai consultato né informato il gruppo di lavoro dedicato all’accordo. 

Il Servizio legale raccomandò dunque di stralciare due sezioni del testo e chiese al Consiglio di rivedere il mandato negoziale nei confronti della Commissione. Da quel momento, ovvero da fine 2022, le tracce dei negoziati sembrano scomparire dai registri delle istituzioni europee come dalle cronache. 

Nonostante le raccomandazioni del suo ufficio legale, il Consiglio ha fatto sapere a IrpiMedia e a Statewatch che «il mandato negoziale approvato nel 2018 non è stato modificato ed è ancora in vigore».

In risposta a delle richieste di accesso agli atti, la Commissione europea ha inviato a Statewatch una lista di documenti, senza però svelarne il contenuto. I titoli dei documenti rimandano ad almeno sette incontri tra la Commissione e diplomatici israeliani, per discutere dell’accordo. Il primo, nell’aprile del 2023, è con l’ex ministro degli esteri israeliano, Eli Cohen, passato alle cronache per i suoi continui attacchi alle Nazioni Unite. L’ultimo, nel gennaio 2026, con Jonathan Rosenzweig, vice direttore della Missione israeliana presso l’Unione europea.

IrpiMedia e Statewatch hanno chiesto alla Commissione se ha modificato la proposta di testo dopo le critiche del Servizio legale del Consiglio, se esiste un cronogramma per l’adozione dell’accordo e di cosa abbia discusso con le controparti israeliane. La Commissione ha risposto che «non commenta sul contenuto di scambi confidenziali, incontri o posizioni negoziali riguardanti negoziati internazionali, inclusi quelli con Israele».

La Missione israeliana presso l’Ue, il ministero degli Affari esteri e la polizia israeliana non hanno risposto a ripetute richieste d’informazione. 

I rapporti continui tra Europol e Israele

Europol ha dichiarato a Statewatch e a IrpiMedia che è stata invitata a partecipare ai negoziati, ma solo «come ascoltatore passivo, in modalità di osservazione». L’agenzia ha detto di «non essere in posizione di rispondere» rispetto alle disposizioni, contenute nella bozza d’accordo, sull’uso dei dati scambiati con Israele nei territori occupati. Ha specificato però che «nel contesto dei negoziati per l’accordo, Europol non ha visitato i quartieri generali della polizia nazionale israeliana, a Gerusalemme Est». 

Una serie di documenti ottenuti da Statewatch tramite delle richieste di accesso agli atti mostra come Europol abbia in ogni caso ospitato delegazioni israeliane negli ultimi due anni, in almeno cinque occasioni diverse. Gli incontri sono stati facilitati dall’ufficiale di collegamento israeliano di stanza presso Europol, hanno coinvolto diversi dipartimenti e centri operativi di Europol e sono culminati con una visita di un ambasciatore di Israele alla sede di Europol a L’Aja, nel marzo 2026. 

L’Ufficiale per i diritti fondamentali di Europol, nominato nel 2023, ha detto che «finora, non ha dovuto valutare il rispetto dei diritti umani da parte di Europol nella sua cooperazione con Israele».

Mounir Satouri, parlamentare europeo francese per il gruppo dei Verdi, ha commentato così le rivelazioni di IrpiMedia e Statewatch: «Siamo di fronte a un doppio scandalo. In primo luogo, la Commissione ha negoziato un accordo di cooperazione di polizia con Israele anche se numerosi esperti, incluso un rapporto del Servizio di azione esterna dell’Ue (Eeas), hanno documentato delle serie violazioni del diritto internazionale umanitario a Gaza. In secondo luogo, lo ha fatto nella più totale segretezza, al riparo dal monitoraggio del Parlamento». 

«Questi negoziati – ha aggiunto Satouri – devono essere sospesi immediatamente. Nel condurli, la Commissione ha disonorato il suo ruolo». 

La parlamentare spagnola Hana Muro Jalloul, del gruppo dei Socialisti e Democratici, ha detto che «la sicurezza è importante, così come lo sono la lotta al terrorismo e ai reati gravi, ma questo non ci esime dal rispettare la legge. In Europa, non usiamo argomenti securitari per violare la legge».

Le conseguenze per i diritti umani

Esperti e istituzioni contattati da Statewatch e IrpiMedia, hanno segnalato una serie di problemi che vanno oltre agli aspetti normativi denunciati dal Servizio legale del Consiglio. Un accordo di questo tipo rischierebbe di amplificare le violazioni dei diritti umani commesse nei confronti dei palestinesi nei territori occupati e degli stessi cittadini israeliani. 

I dati al centro dell’accordo sono infatti quelli che la legislazione europea sulla privacy definisce «categorie speciali» di dati: «Informazioni sull’origine, la razza e l’etnia, sulle opinioni politiche, il credo religioso o filosofico, l’affiliazione a un sindacato, elementi genetici e biometrici, dati sulla salute, sulla vita sessuale o sull’orientamento sessuale». Queste categorie di dati potrebbero essere trasferite alla polizia israeliana, allo Shin Bet, ovvero l’intelligence domestica e ad altre agenzie di sicurezza.

«L’Ue dovrebbe fermare i negoziati e proibire il trasferimento di dati di questo tipo», spiega l’avvocato israeliano specializzato in diritti umani Eitan Diamond. Tra le ragioni, cita il regime di detenzione amministrativa sotto il quale circa 3.300 palestinesi sono detenuti in carceri israeliane, a tempo indefinito e senza accuse chiare, e l’utilizzo di esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze israeliane. 

«Ci sono motivi seri per ritenere che i prigionieri palestinesi siano regolarmente sottoposti a torture e maltrattamenti nei centri di detenzione israeliani», spiega Diamond. Se l’accordo fosse firmato, aggiunge, «l’Ue rischierebbe di rendersi complice della privazione arbitraria della libertà personale e di un sistema di maltrattamenti in condizioni infernali». Oltre a questo, «le informazioni trasferite in base a questo accordo potranno essere usate come intelligence per sostenere decisioni di uccidere cittadini palestinesi». 

Raji Sourani, uno dei più celebri avvocati e difensori dei diritti umani palestinesi, che ha vissuto sulla propria pelle la detenzione amministrativa israeliana ed è stato costretto a lasciare Gaza nel 2024, ha detto di «essere incredibilmente preoccupato da una possibile adozione di questo accordo». Nel 2025, il Palestinian Centre for Human Rights, l’organizzazione fondata da Sourani, è stato sanzionato dall’amministrazione statunitense per il suo ruolo nel raccogliere prove sui crimini di guerra israeliani a Gaza, da condividere con la Corte penale internazionale. 

«La cooperazione proposta da questo articolo affonda le radici nella mentalità coloniale e razzista dell’Europa: è una cooperazione contro di noi, contro le vittime di genocidio – ha detto Sourani –. È come fidarsi di Hitler nel trasferire i dati personali degli ebrei». 

Sorveglianza e protezione dei dati personali

Per il Relatore speciale delle Nazioni Unite, Ben Saul, l’accordo solleva «ulteriori preoccupazioni rispetto all’adeguatezza del regime israeliano di protezione dei dati personali, vista in particolare la discriminazione nell’applicazione della legge, l’indipendenza della magistratura per quanto riguarda l’occupazione, l’uso dell’intelligenza artificiale per la raccolta e l’analisi di dati e l’identificazione di obiettivi militari». 

Il Garante europeo per la protezione dei dati personali, il cui mandato copre anche le attività di Europol, ha dichiarato che «una supervisione indipendente non è solamente una buona pratica». Affinché dei dati personali siano trasferiti a Paesi terzi in modo conforme alle norme europee, ha sottolineato il Garante, serve che ci sia un’autorità di supervisione indipendente, che deve essere «legalmente e gestionalmente indipendente e avere piena giurisdizione su tutte le autorità pubbliche che ricevono o usano dati personali all’interno dell’accordo».

L’Autorità per la protezione della privacy israeliana (in ebraico HaRashut LeHaganat HaPratiyut), è però parte del ministero della Giustizia e il suo direttore è nominato dal governo. Diversi dubbi sono emersi sulla sua capacità di monitorare le agenzie di intelligence come lo Shin Bet. 

Per il parlamentare francese Mounir Satouri, «questo accordo peggiorerebbe anche la situazione dei palestinesi in Europa. Su pressione israeliana, diversi difensori dei diritti umani sono stati già attaccati all’interno dell’Ue. Con un accordo di questo tipo, questa criminalizzazione si rafforzerebbe e sarebbe ancora più difficile vivere come palestinesi in Europa». Satouri cita, a titolo di esempio, il divieto di ingresso in Francia, per motivi di sicurezza, emanato nei confronti del difensore dei diritti umani palestinese Shawan Jabarin, direttore della ong Al-Haq, organizzazione che esiste dal 1979. 

La Commissione europea ha scritto a Statewatch e IrpiMedia che «cerca di assicurarsi che gli accordi sullo scambio di dati personali con paesi terzi contengano clausole per la protezione dei diritti fondamentali e dei dati personali, come restrizioni sull’uso dei dati in relazione alla pena di morte».

Yair David, portavoce dell’organizzazione israeliana B’Tselem, che da decenni denuncia l’occupazione illegale della Palestina da parte delle autorità israeliane, ha detto a IrpiMedia che «in un’epoca in cui gli Stati europei non sono riusciti a fermare il genocidio commesso da Israele a Gaza e la pulizia etnica della Palestina, il fatto di rafforzare la cooperazione con agenzie di sorveglianza e sicurezza israeliane è un segnale dl’allarme preoccupante».

Questo articolo è stato prodotto come parte della Bertha Challenge Fellowship.

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Crediti

Autori

Giacomo Zandonini

Editing

Lorenzo Bagnoli

Visuals

McKensie Marie

In partnership con

Statewatch
EuObserver
Apache
ND

Foto di copertina

© Commissione europea

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