Sono oltre un miliardo nel mondo. Sono responsabili della stragrande maggioranza delle uccisioni avvenute nel corso di tutti i conflitti che si sono susseguiti dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. E, grazie alla loro dimensione contenuta e alla loro longevità, sono le principali protagoniste del mercato illecito di armi. Che spesso ha attraversato il mare Adriatico.
Stiamo parlando di Salw, l’acronimo che indica le armi piccole e leggere, Small Arms and Light Weapons, in inglese. Sono revolver, fucili, mitra, ma anche granate e, se entro certe dimensioni, lanciarazzi, mitragliatrici, mortai. A spiegarlo è l’Istituto di Ricerche Internazionali dell’Archivio Disarmo in un rapporto dal titolo Il traffico illecito di armi piccole e leggere nel Mediterraneo allargato, che segue tre direttrici principali.
«C’è la rotta balcanica che dall’ex Jugoslavia conduce le armi fino all’Europa occidentale ma anche all’Africa e al Medio Oriente passando dai Paesi del sud del Continente (Italia compresa), c’è la rotta orientale, che riversa in Africa – e ultimamente anche Europa occidentale – l’immenso deposito dell’ex Patto di Varsavia e dintorni e infine la rotta infraMena – Medio Oriente e Nord Africa – che si limita ai mercati regionali e ha il suo perno in Libia», si legge.
L’Adriatico è il punto da cui passano fin dagli anni Novanta enormi quantità di traffici – leciti e illeciti – di armi, che hanno avuto un impatto enorme sui Paesi che su questo mare si affacciano.
Il crollo degli apparati statali in Albania ed ex Jugoslavia, infatti, ha inondato il mercato di armi efficienti e relativamente moderne (per il tempo) a un prezzo stracciato. Le armi dell’esercito albanese, in particolare, sono uscite dal Paese, finendo per essere vendute al miglior offerente. Al contrario, negli Stati dell’ex Jugoslavia, e soprattutto in Bosnia-Erzegovina, le armi sono arrivate per alimentare i conflitti degli anni Novanta.
In nome dello Stato
«Il traffico di armi nella guerra jugoslava ha inizio nel 1991, il 20 giugno per l’esattezza, quando il primo carico di armi strategicamente importante giunse in Slovenia dal porto bulgaro di Burgas, la settimana precedente l’inizio dei primi scontri armati in ex Jugoslavia», scriveva nel 2011 su Osservatorio Balcani e Caucaso il giornalista sloveno Blaž Zgaga.
«La nave danese Herman C. Boye – prosegue il pezzo – arrivò con a bordo cinquemila fucili d’assalto, milioni di cartucce e, soprattutto, missili anti-aerei e anti-carro per un valore equivalente a 7,8 milioni dei marchi tedeschi di allora, pari a 4,3 milioni di dollari americani».
Insieme al collega e connazionale Matej Šurc, Zgaga è l’autore dell’inchiesta In nome dello Stato che nel 2011 ha spiegato come le guerre nei Balcani siano state alimentate da un traffico d’armi di proporzioni enormi, che ha coinvolto numerosi Paesi europei e aggirato senza problemi l’embargo posto dalle Nazioni Unite.
L’inchiesta è durata tre anni, è stata condotta insieme a giornalisti di sei diversi Paesi e, grazie all’analisi di migliaia di documenti, in parte inediti, ha svelato che Bulgaria, Polonia, Ucraina, Romania e Russia esportavano armi destinate all’ex Jugoslavia e che il Regno Unito spedì equipaggiamenti militari alle ex repubbliche jugoslave e concesse loro prestiti per l’acquisto di armi, e lo stesso fece la Germania.
«Questo tipo di commercio illegale ha permesso ad alcuni individui di accumulare una ricchezza immensa», afferma Zdenko Čepič, ricercatore dell’Istituto di Storia Contemporanea di Lubiana ed esperto dei conflitti balcanici. E, aggiunge, «ha in parte influenzato gli esiti delle guerre nell’ex Jugoslavia».
L’inchiesta di Šurc e Zgaga rivela che, nonostante l’embargo voluto dalle Nazioni Unite, nei Paesi dell’ex Jugoslavia sono state vendute grandi quantità di armi russe tramite intermediari dislocati in mezza Europa.
Uno dei più noti era un cittadino greco, Konstantin Dafermos, che in quegli anni operava da Vienna. Tra il 1991 e il 1992, quando i traffici fiorivano, circa venti navi cariche di armi approdarono in gran segreto al porto sloveno di Capodistria violando l’embargo Onu, pensato per evitare che le armi arrivassero nei Balcani. Ma fu duramente criticato, poiché rafforzava la supremazia della Serbia, ostacolando la possibilità per Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina di difendersi dalla minaccia militare che giungeva da Belgrado.
Senza alcun alleato a cui rivolgersi, questi Paesi hanno pertanto comprato le armi sia attraverso una rete di commercianti legati al crimine organizzato sia attraverso Stati che avevano votato a favore dell’embargo, come la Russia.
Anche l’Italia ha fatto la sua parte. Quando è scoppiata la guerra, nel 1991-1992, la Mala del Brenta – organizzazione criminale guidata da Felice Maniero operativa dagli anni Ottanta nel Nord Est – aveva già da tempo una fitta rete di contatti con l’altra sponda dell’alto Adriatico.
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In quel contesto, i criminali veneti puntarono tutto sulla Croazia guidata dal leader nazionalista Franjo Tudjman. Maniero, infatti, aveva già da tempo un contatto privilegiato con Miroslav Tudjman, il figlio di Franjo a capo dei servizi segreti croati. Il loro sodalizio era nato alcuni anni prima, ai tempi del riciclaggio dei proventi delle rapine della Mala del Brenta nei casinò oltre confine, ed era diventato un’amicizia fraterna cementata da un prosperoso commercio d’armi.
Lo snodo logistico principale di questa attività di contrabbando era il porto di Chioggia, in provincia di Venezia: relativamente piccolo e al di fuori delle grandi rotte mercantili, è l’ideale per fare affari in maniera indisturbata. Da lì, i pescherecci con il loro carico nascosto di armi facevano rotta verso il porto di Capodistria, in Slovenia, e da là – via terra – raggiungevano la Croazia.
I traffici con i criminali italiani
È in quegli anni che Maniero investe nell’immobiliare in Istria e diventa di casa a Zagabria e dintorni. E non è l’unico criminale italiano ad esserlo.
A partire dal 1991, il mafioso latitante Giambattista Licata si è rifugiato in Croazia, dove ha vissuto per anni una vita libera e sfarzosa. Lo ha spiegato anche il professore di relazioni internazionali della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa Francesco Strazzari in un’intervista a East Journal:
«Gli emissari di cosa nostra erano di casa in Croazia, Giambattista Licata – esponente del clan siciliano dei Fidanzati e della mafia del Brenta – aveva il suo quartier generale a Fiume e disponeva di passaporto croato. Quelli erano però gli anni di Mani pulite, cui la mafia rispose con una violenza senza precedenti. Erano di provenienza croata gli esplosivi usati in Sicilia ai tempi dell’attentato che uccise a Capaci il giudice Giovanni Falcone».
Sottolinea questo aspetto anche un’interrogazione parlamentare del 1993, firmata dall’allora deputato dei Verdi Gianfranco Bettin, che scrive:
«Nell’ultimo paio d’anni, tra Croazia e Italia e viceversa, si sono sviluppati crescenti traffici clandestini di armi ed esplosivi che trovano un importante punto di snodo nel Nord Est italiano e nella provincia di Venezia un importante crocevia».
Nella sua richiesta Bettin cita anche il nome di Friedrich Schaudinn, un elettrotecnico tedesco coinvolto in varie stragi che morirà in cella a Francoforte nel 2014 dopo una grave malattia.
Secondo un’inchiesta della procura di Venezia, ad inizio anni Novanta, Schaudinn e Licata sarebbero stati i mediatori di un affare da 50 milioni di dollari statunitensi che avrebbe previsto la consegna al neonato esercito croato di armi russe provenienti da Israele. Il carico di armi non fu mai trovato ma l’inchiesta portò a sette arresti e al coinvolgimento di personaggi importanti, come Ivan Capitanovic, console della Croazia in Slovenia e uomo di fiducia di Tudjman, e Riccardo Trombetta, capitano di complemento della brigata paracadutisti Folgore indicato come presunto appartenente all’organizzazione Gladio.
Per il giornalista sloveno Zgaga, i legami criminali sviluppatisi in quegli anni «hanno spinto i rappresentanti dei servizi segreti dalla parte sbagliata della legge. Sono arrivati a concludere negoziati intascando valigie cariche di denaro, facendo lievitare i prezzi delle armi e ponendo le basi per un clima di corruzione tra i funzionari pubblici che persiste ancora oggi». «Il commercio di armi ha condizionato a lungo questi Paesi dopo la fine delle guerre», ha scritto Zgaga nel 2011 e, infatti, una notizia di quello stesso anno conferma che i traffici tra i Paesi che si affacciano sull’Adriatico non si siano affatto conclusi.
Nell’ottobre del 2011, in un’operazione svoltasi tra Roma e la provincia di Bergamo nel 2011, è stato arrestato Jasminko Hasanbasic, 54 anni, ex-calciatore già difensore della Dinamo Zagabria, poi passato alla Stella Rossa di Belgrado, nonché nazionale jugoslavo. Fino a pochi mesi prima era l’allenatore dell’International Football Club, squadra composta da diverse etnie creata con il nobile scopo di favorirne l’integrazione. Solo che si dedicava al traffico di armi tra Italia e Croazia: kalashnikov, bombe a mano, pistole, mortai, missili terra aria, tutto di fabbricazione jugoslava, risalente quindi ai primi anni Novanta e poco addietro.
«Abbiamo interrotto un importante canale di approvvigionamento di armi e droga per la criminalità romana e laziale», ha commentato all’epoca ai giornali il colonnello dei Carabinieri Giuseppe La Gala.
Dal regime all’anarchia
Il traffico di armi non ha avuto un impatto enorme su storia e società soltanto nei Paesi dell’ex Jugoslavia, ma anche nella vicina Albania, Paese in cui la vendita di contrabbando esisteva già nelle fasi finali del regime creato da Enver Hoxha.
Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre 2005 dall’ong che si occupa di pace e conflitti armati Saferworld, già durante gli anni Ottanta, con l’Albania avvitata in una irreversibile crisi economica, la sacra corona unita aveva stabilito stretti contatti con l’altra sponda dell’Adriatico, con scambi di informazioni e carichi di armi che avvenivano per lo più intorno all’isola di Saseno, di fronte a Valona.
Lo conferma anche un rapporto successivo, pubblicato nel 2015 da Open Society Foundation for Albania.
«Il traffico di armi dall’Albania è stato inizialmente condotto in collaborazione con le organizzazioni mafiose italiane. I primi gruppi criminali albanesi furono autorizzati a sfruttare alcuni territori in Italia, controllati da gruppi criminali pugliesi della Sacra Corona Unita, in cambio di armi provenienti dall’Albania. […] La collaborazione criminale nel traffico di armi si è ulteriormente ampliata con i gruppi mafiosi della ‘ndrangheta», vi si legge.
Nel 1991, quando collassò il regime, gli arsenali albanesi erano stipati di armi, anche per la paranoia delle autorità comuniste di essere sempre sotto la minaccia di un’invasione dall’esterno. Il risultato fu la guerra civile del 1997, che ancora oggi gli albanesi chiamano “l’anarchia”.
Al culmine della transizione economica del Paese dopo la fine del regime comunista, una serie di finanziarie – con lo schema delle “piramidi” caro a Charles Ponzi – aveva raccolto un fiume di denaro dagli albanesi. Nonostante in quegli anni le istituzioni pubbliche albanesi, comprese quelle finanziarie, fossero sotto controllo di agenzie internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, banche private grandi e piccole iniziarono a raccogliere i contanti iper svalutati degli albanesi, promettendo profitti molto alti in breve tempo.
Le piramidi di Charles Ponzi
Charles Ponzi, nato a fine Ottocento in Italia con il nome di Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Tebaldo Ponzi, emigrò negli Usa con la famiglia agli inizi del Novecento. Pregiudicato per piccole truffe economiche e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, diventa famoso quando si inventa uno schema economico attorno ai “buoni di risposta internazionale”.
In sostanza, il diverso costo della vita negli Stati membri dell’Unione postale universale, l’organizzazione delle Nazioni Unite che ancora oggi si occupa di coordinare le politiche postali degli oltre 190 Paesi membri, generavano un costo differente per i buoni postali nei differenti Stati. Gli accordi postali internazionali prevedevano infatti che il destinatario non potesse utilizzare i francobolli della nazione del mittente, né che il mittente potesse, nel proprio Paese di residenza, acquistare i francobolli del Paese estero di residenza del destinatario.
I buoni internazionali risolvono il problema, permettendo di pagare i costi postali di uno scambio di corrispondenza tra due mittenti che vivono in Stati diversi, con un diverso costo della vita.
Ponzi inventò uno schema operativo che prevedeva l’invio dei soldi all’estero presso un mandatario incaricato di acquistare buoni stranieri e inviarglieli negli USA; lui li avrebbe poi scambiati con francobolli statunitensi per poi rivenderli. Ponzi sostenne che il saggio di profitto realizzabile, tenuto conto delle transazioni e dei tassi di cambio, è del 400%. Inoltre questa forma di arbitraggio non è di per sé illegale. Ponzi incoraggia amici e colleghi a scommettere sul suo sistema, promettendo loro un tasso di rendimento sugli investimenti del 50% in 90 giorni.
La struttura è una piramide dove la parte più bassa genera il profitto della più alta che non ha capitale iniziale a garanzia. Appena le persone iniziano a ritirare i loro soldi, la piramide crolla e tutti perdono. Truffò decine di migliaia di persone che persero i loro risparmi e negli anni Venti venne condannato a una lunga pena detentiva.
I primi investitori misero i loro risparmi e inizialmente ricevettero a compensazione quanto dovuto attraendo altri risparmiatori. Lo schema crebbe fino a quando il capitale dovuto superò quello versato, l’azienda erogatrice divenne insolvente e la piramide crollò: chi aveva investito i risparmi di una vita perse tutto e i responsabili del crack fuggirono con ciò che rimase della cassa.
Il fallimento di queste società portò a un’insurrezione popolare. A gestirla furono i vari clan che si erano formati all’inizio degli anni Novanta e che, rifornitisi negli incustoditi arsenali di Stato, diedero vita a un “deep state” che si arricchiva con traffico di esseri umani e privatizzazioni selvagge.
Questi gruppi criminali si erano formati intorno a famiglie che già durante gli anni del regime avevano “accessi” particolari tra i loro componenti: ex agenti dei servizi segreti, ex militari, ex poliziotti, ex guardie di frontiera oppure figure di spicco tra i detenuti non politicizzati. L’Albania del regime, per decenni, aveva prodotto e acquistato armi che erano stoccate e non protette alla caduta del regime. Queste famiglie, via via, furono le più veloci ad accaparrarsi le armi e a organizzare gruppi sempre più grandi che iniziarono a finanziarsi controllando l’economia locale e offrendo protezione a investitori stranieri che affluirono in Albania per approfittare delle opportunità legate al cambio di regime.
All’inizio degli anni Novanta, con il collasso della rotta storica Turchia – Jugoslavia a causa della guerra in corso, i clan albanesi furono rapidi a trovare una rotta alternativa per esseri umani, prostituzione, armi. In particolare, a Valona, il clan Zani divenne tanto più forte delle fragili istituzioni di Tirana che, sfruttando lo scontento popolare, guidò la rivolta. Quel periodo di anarchia costò la vita ad almeno duemila persone e causò la fuga verso l’Italia di centinaia di migliaia di disperati.
Alla fine – con il sostegno dell’Europa – il governo riprese il controllo della situazione, ma i traffici di armi che resero possibile quella guerra civile non si fermarono.
Progressi e stampa 3D
In un rapporto del 2021, la Commissione europea stimava che in Albania non solo circolassero un gran numero di armi da fuoco, ma che il Paese fosse diventato di transito per il loro traffico.
«Le armi da fuoco sono utilizzate dai gruppi criminali albanesi e vengono trafficate principalmente verso i Paesi vicini. L’Albania è un Paese di destinazione e di transito per le armi da fuoco. L’Albania deve adottare procedure e meccanismi standard per combattere il commercio illecito di armi leggere e di piccolo calibro. Il quadro del diritto penale deve ancora essere pienamente allineato ai requisiti del protocollo delle Nazioni Unite sulle armi da fuoco», scriveva la Commissione Ue.
Inoltre in Albania sta trovando terreno fertile il traffico di armi prodotte con stampanti 3D.
«Un altro fenomeno minaccioso per il futuro resta l’emergere di nuove forme di traffico di parti di armi da fuoco tramite pacchi postali o posta espressa, commercio illegale online, produzione di parti di armi in 3D», si legge ancora nel rapporto Ue.
Il fenomeno non è né nuovo né sconosciuto alle autorità albanesi. Secondo l’ex capo della Polizia di Stato, Fatjon Softa, tali stampanti si possono trovare facilmente nella città di Durazzo.
«La stampa tridimensionale (3D), nota anche come produzione additiva (AM), è una tecnologia attraverso la quale strati successivi di materiale vengono impilati uno sopra l’altro sotto il controllo del computer e il risultato finale è un oggetto tridimensionale. Negli ultimi anni il termine stampa 3D è stato riconosciuto anche come un metodo relativamente semplice per fabbricare armi da fuoco, sollevando così preoccupazioni sul fatto che ciò potrebbe aumentarne la proliferazione, l’incertezza e l’offerta da parte degli appaltatori. Ce ne sono a Durazzo», spiega Softa in un’inchiesta pubblicata nel 2022 da Marjo Brakaj per Investigative Network Albania.
Nel suo pezzo, il giornalista spiega anche che l’Albania è uno dei Paesi con il maggior numero di armi da fuoco illegali nelle mani della popolazione. Secondo i dati del ministero dell’Interno, tra il 1991 e il 1997, dai depositi di armi del Paese furono rubati 16 milioni di ordigni esplosivi; un milione di munizioni e circa 600 mila armi da fuoco. Nonostante le tre amnestie approvate negli anni dal governo per tamponare la situazione, il numero di armi illegali in circolazione nel Paese è stimato in 325.254, le munizioni in 720.595.182 e gli esplosivi in 14.458.614 pezzi. Il risultato è che, oggi, in Albania sette omicidi su dieci avvengono con l’uso di armi illegali.

