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L’Albania minaccia di chiudere i centri per migranti per difendere il governo accusato di corruzione

18.05.26

Christian Elia

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Albania
Migranti
Unione europea

Le notizie si sono rincorse tra il 12 e il 13 maggio. Il ministro degli Esteri di Tirana, Ferit Hoxha, a margine del vertice Amici dei Balcani occidentali a Bratislava, in Slovacchia, ha rilasciato un’intervista a Euractiv nella quale – rispetto al rinnovo degli accordi sui centri per migranti gestiti dall’Italia in Albania – ritiene improbabile il prolungamento del memorandum previsto per il 2029-2030. 

«Innanzitutto – dice il ministro Hoxha a Euractiv – la durata [del memorandum, ndr] è di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo. In secondo luogo, non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Unione europea». Nel 2030, infatti, l’Albania punta all’adesione all’Ue, obiettivo che al momento è difficile dire quanto sia raggiungibile. «Una volta che l’Albania entrerà a far parte dell’Ue – aggiunge Hoxha con sicurezza –, non sarà più territorio extraterritoriale, ma territorio dell’Unione europea».

In breve

  • Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha ipotizzato in un’intervista a Euractiv che il memorandum con l’Italia sui centri per i migranti non verrà rinnovato alla scadenza. «L’accordo resta finché l’Italia lo vuole», ha replicato via X il premier Edi Rama
  • Il primo ministro albanese affronta una fase politica complessa: la procura anti-corruzione Spak ha indagato diversi esponenti del suo partito, tra cui l’ex vice-premier Balluku, accusata di corruzione e riciclaggio
  • Le tensioni con Bruxelles sul fronte della corruzione per il caso Balluku hanno spinto Rama verso un avvicinamento all’amministrazione Trump, con alcune scelte di politica estera che hanno sorpreso i partner europei
  • Conoscendo l’uso interno della politica internazionale di Rama, il momento sembra propizio per usare la leva migratoria, al fine di ottenere il supporto di Roma rispetto alle pressioni Ue per lo scandalo Balluku

Le sue dichiarazioni hanno suscitato grande interesse, soprattutto in Italia, ma poco dopo – sul suo account X (ex Twitter) – il primo ministro albanese Edi Rama ha sostanzialmente smentito il suo ministro: «L’accordo resta finché l’Italia lo vuole», ha twittato Rama, con il solito tono di prossimità che riserva all’Italia e al governo Meloni. 

Più che a un’uscita a vuoto, però, l’intervista del ministro Hoxha sembra un tentativo di mettere pressioni sull’Italia e sull’Europa in un momento in cui Rama ha difficoltà interne e si rivolge a Washington in cerca di nuovi alleati. 

Il “sistema Rama” sotto accusa

Edi Rama, in Albania, vive una stagione travagliata della sua lunga carriera politica. Ininterrottamente al potere dal 2013, negli ultimi anni, la sua incontrastata leadership è stata messa a dura prova dalla Spak, la super procura anti-corruzione albanese (che gode di finanziamenti internazionali, soprattutto Usa e Ue). I casi di personaggi chiave del Partito socialista di Rama finiti inquisiti o addirittura in carcere è molto lunga, e il più importante è quello del sindaco di Tirana Erjon Veljai, che si è visto confermare la condanna in appello. 

A ottobre 2025 uno scandalo di particolare importanza ha coinvolto Belinda Balluku, al tempo vice-premier e ministra delle Infrastrutture.

Balluku è accusata dalla Spak di abuso d’ufficio per presunte irregolarità nelle procedure di gara d’appalto per infrastrutture strategiche (strade e tunnel), di corruzione, in quanto avrebbe ricevuto tangenti per autorizzare concessioni nel settore energetico e di riciclaggio, a causa di movimenti ritenuti sospetti di capitali su conti esteri a lei riconducibili.

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Balluku è un personaggio chiave del “sistema Rama”. Il premier, di cui l’opposizione regolarmente in piazza chiede le dimissioni, ha prima tentato di proteggere la sua ex vice, poi ha dichiarato che «la giustizia farà il suo corso», senza però chiederle un passo indietro. Balluku continua a godere dell’immunità parlamentare, mentre diversi suoi stretti collaboratori e direttori di agenzie governative (come l’Autorità stradale albanase) sono stati arrestati o sospesi. 

La Spak ha già fatto sapere che tornerà, con nuove prove, a chiedere la revoca dell’immunità parlamentare di Balluku, ma molti osservatori – tra cui membri dell’opposizione come il parlamentare Redi Muci – si aspettano che la richiesta non verrà approvata, perché se abbandonata da Rama, Balluku potrebbe fare rivelazioni molto pericolose per il primo ministro in carica.

Tre italiani arrestati in Albania

In queste ore calde, a livello diplomatico, sull’asse Roma-Tirana è arrivata anche la notizia che tre cittadini italiani sono stati fermati dopo la manifestazione dell’opposizione dell’8 maggio scorso a Tirana, portati in commissariato, identificati e rilasciati, con l’accusa a piede libero di aver partecipato agli scontri con la polizia. 

I toni utilizzati dai media albanesi vicini al governo Rama hanno sorpreso molti, con nomi noti della tv che sottolineavano come nelle manifestazioni contro Rama ci siano “agenti” stranieri. Che la nazionalità di questi tre fermati sia italiana, al netto di quel che accadrà o meno, sembra un altro strumento di pressione sul governo italiano in vista dell’auspicato appoggio per Tirana in sede Ue.

Pressioni sull’Italia

Rama, pubblicamente, sottolinea spesso la sua relazione speciale con Giorgia Meloni, ma è consapevole che sul tema dei centri gestiti in Albania il governo italiano è attaccabile. La presidente del Consiglio, infatti, fatica a rispondere alle accuse delle opposizioni che parlano di un enorme sperpero di risorse pubbliche (680 milioni di euro stimati in cinque anni), oltre che di violazioni dei diritti dei migranti. 

L’Italia attende la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) sulla legittimità del “modello Albania” e lo scorso 23 aprile l’Italia ha incassato un parere favorevole da parte dell’Avvocato generale che ha considerato il protocollo Italia-Albania sostanzialmente compatibile con il diritto Ue, a condizione che vengano rispettati i diritti di migranti e richiedenti asilo.

Il momento, quindi, sembra propizio per fare uso interno della politica internazionale, come spesso accade con Rama. In questo quadro, l’uscita di un suo uomo di peso come il ministro degli Esteri in merito al rinnovo del protocollo per i centri in Albania può essere interpretata come una forma di pressione per ottenere il supporto dell’Italia per resistere alle pressioni Ue per lo scandalo Balluku, più che uno scivolone a cui dover rimediare.  

Lontano dall’Ue, vicino agli Usa 

Bruxelles monitora attentamente il caso Balluku, poiché la lotta alla corruzione ai massimi livelli è un requisito cardine per l’adesione dell’Albania all’Unione europea. Questo, secondo ambienti della società civile e dell’opposizione politica albanese, ha irritato molto Rama, che continua a usare la politica estera per la sua agenda personale.

Le tensioni con l’Ue per il caso Balluku hanno portato Rama a un rapido avvicinamento agli Stati Uniti, il principale sponsor economico della procura anticorruzione albanese. Il passaggio è avvenuto prima attraverso l’ingresso nel Board of Peace per Gaza voluto dal presidente Donald Trump, nonostante l’astensione di fatto dei Paesi Ue; poi dichiarando l’Iran Stato terrorista, altra mossa che ha spiazzato molti governi europei.

A confermarlo è lo stesso parlamentare d’opposizione Muci, che ha fatto parte di una delegazione del parlamento albanese in visita a quello tedesco e che ha registrato il grande nervosismo dei colleghi in Germania per una mossa ritenuta poco cauta.

Secondo i critici di Rama, tra le mosse per ingraziarsi il presidente degli Stati Uniti c’è stata l’approvazione del grande progetto turistico per trasformare l’isola di Sazan in un mega resort di lusso.

L’operazione, che ormai ha reso di fatto l’isola off limits per giornalisti e attivisti, è infatti promossa dall’«investitore strategico» (come da definizione governativa) Affinity Partners, ovvero la società di Jared Kushner, il genero di Trump, nonché l’uomo a cui il presidente Usa ha affidato la gestione della sua “diplomazia immobiliare”, di cui già abbiamo scritto.


Ex base militare dei tempi del regime comunista in Albania, l’isola disabitata di Sazan è un paradiso naturale nel Canale di Otranto. Il governo albanese, che ne è proprietario, ha accettato l’offerta della società di private equity di Kushner che l’ha ottenuta in concessione per 99 anni. Alcuni gruppi di attivisti chiedevano che questa assegnazione avvenisse tramite un bando di gara aperto, cosa che invece non è successa.

Ora sono partite le bonifiche del sito militare, pieno di ordigni inesplosi, senza nessun confronto con gli ambientalisti e chi si batte contro l’overtourism nel Paese.

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Per approfondire

Feature

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Elia

Crediti

Autori

Christian Elia

Editing

Paolo Riva

Fact-checking

Paolo Riva

Foto di copertina

© governo.it

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