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La zona grigia del mercato degli stalkerware

Il mercato delle app di sorveglianza è in pieno boom. Sfruttando la popolarità delle app di “parental control”, le aziende produttrici spesso promuovono nel loro marketing l’uso illegale della sorveglianza elettronica

#SpiareLowCost

22.11.24

Laura Carrer

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Sorveglianza

Basta una veloce ricerca online per trovare un’applicazione in grado di sorvegliare il telefono di qualcuno. A volte, sono anche tech guru molto noti a fornire le indicazioni passo per passo.

Ma fra i vari software disponibili ci sono differenze profonde che hanno importanti conseguenze anche sul piano legale. Un partner geloso può tracciare ogni movimento della compagna, ciò che scrive nei messaggi e le chiamate che fa attraverso uno stalkerware. Il nome di questo software richiama lo stalking, un reato ben preciso in cui rischia di incorrere chi utilizza questa tecnologia contro un’altra persona.

Gli stalkerware sono software “invisibili” sul telefono della persona sorvegliata, che non è consapevole di essere sotto controllo e non ha prestato il suo consenso. 

Similmente, come nel caso che abbiamo affrontato nell’inchiesta di mercoledì su Pc Tattletale, datori di lavoro che vogliano controllare ogni battito di tastiera dei propri dipendenti vanno alla ricerca di spyware, una categoria più generica che indica qualsiasi malware teso a raccogliere informazioni “spiando” apparecchi digitali senza la consapevolezza dell’utente.

Quando parliamo invece di app di parental control, pensate per sorvegliare i figli minori durante la loro crescita, ci riferiamo ad applicazioni legali. La differenza concettuale sta nel consenso informato: solitamente queste app avvisano l’utente minorenne, attraverso notifiche e schermate apposite, del fatto di essere “sotto controllo”, o che alcune possibilità di accesso a Internet sono disabilitate, oppure che alcune applicazioni non sono accessibili in certi orari. 

Nonostante le differenze, ciò che collega stalkerware, software per il monitoraggio dei dipendenti e parental control è una zona grigia normativa piena di ambiguità.

Il mercato per tutte e tre queste categorie di applicazioni infatti è in pieno boom. Installare e operare queste tecnologie, fino a relativamente poco tempo fa appannaggio di agenzie di intelligence e forze dell’ordine, è diventato semplicissimo per chiunque sia disposto a spendere le poche decine di euro al mese richieste dopo il primo test gratuito, dando vita a uno scenario di sorveglianza di massa, operata potenzialmente da tutti contro tutti.

Le pubblicità di stalkerware, spyware e software di parental control, all’utente appaiono in modo simile tra i risultati di Google. Ciò anche perché un software unico spesso può svolgere tutte le funzioni necessarie a molte finalità diverse: controllare un dispositivo, geolocalizzare un utente, leggere la sua cronologia di Internet, la rubrica telefonica e l’elenco delle chiamate. 

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Che un software offra strumenti il cui utilizzo è potenzialmente illegale può apparire strano, e altrettanto strano che siano di libera vendita applicazioni di questo tipo. La loro legittimità si poggia su un cavillo che è anche ciò che dà vita a moltissime ambiguità: qualora il “sorvegliato” dia esplicito consenso alla sorveglianza, questa diventa legale.

I problemi però sono facili da intuire. Se pensiamo a una relazione di coppia, anche nel caso in cui, per ragioni ad esempio di sicurezza personale, il consenso sia stato ottenuto, è difficile immaginare come possa essere efficacemente negato in un secondo momento. Questo perché le app stalkerware agiscono silenziosamente e sono sviluppate e pensate proprio per nascondere la loro presenza nel telefono del bersaglio della sorveglianza. 

Per sponsorizzarle, molte aziende internazionali sul mercato utilizzano poi descrizioni ambigue che contengono parole come «sorveglianza sicura figli», «monitoraggio cellulare coniuge», oppure «(applicazione, ndr) per monitorare cellulari, pc tablet dei tuoi figli (e non solo)». Ma anche «(software, ndr) per dare una sbirciata ai propri figli, sorvegliare i vostri impiegati». In alcuni casi si strizza l’occhio all’acquirente sottolineando che l’app è «semplice» da usare e «invisibile». Un linguaggio pubblicitario che per l’utente può facilmente essere frainteso, portando alla potenziale commissione di reati quali lo stalking o l’intercettazione indebita. 

Una pubblicità sponsorizzata di una applicazione di stalkerware
Descrizione controversa di una app di parental control
Una app di parental control permette di comprare uno smartphone già infettato

Tuttavia, non sempre è il messaggio a essere esplicito. A volte a confondere l’utente sono le immagini: ad esempio una mappa della città in cui sono raffigurati gli spostamenti di una donna e i messaggi che si scambia con un contatto con cui è uscita la sera precedente. Oppure, come spesso accade per le aziende tecnologiche che ospitano un blog sul loro sito, sono direttamente i contenuti pubblicati per “informare” il pubblico a indirizzarlo a un uso illecito del prodotto. 

Blogpost sul sito di una app di stalkerware. Contenuti spesso pubblicati per interessare gli utenti e invogliarli a comprare il servizio

Il tradimento è donna? La scienza è pronta a scommettere di sì è il titolo di un blog post pubblicato da un’azienda che vende un’app di sorveglianza per smartphone. «Da un recente studio condotto da scienziati e psicologi dell’Università del Texas e della California è emerso che le donne potrebbero essere geneticamente predisposte al tradimento», si legge ancora sul sito.  

L’azienda sponsorizza l’app spyware alla fine di un questionario volto a capire se il partner o la partner abbia una relazione extraconiugale. In caso di «probabilità di tradimento alta», il consiglio è quello di installare l’applicazione, una microspia o un microregistratore, come strumento utile per «ottenere delle prove certe di un tradimento». Una pubblicità che potrebbe creare un problema all’azienda.

«È evidente che ci sia un profitto illegittimo, e consiglierei a chiunque le vedesse di segnalare queste forme pubblicitarie all’Antitrust perché vengano vietate e le aziende sanzionate», dice a IrpiMedia l’avvocata ed esperta in diritto della privacy e informazione Marisa Maraffino. «Non si può promuovere in questo modo un’applicazione per commettere reati».

Sul sito dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) non risultano provvedimenti su applicazioni malware di questo tipo né tantomeno sulle pubblicità con le quali vengono raccomandate agli utenti sul mercato.

Pubblicità sul sito di una app di geolocalizzazione
Spiegazione del funzionamento di una app di stalkerware, e dell’uso che un’utente può farne

La zona grigia in cui opera il mercato delle app di sorveglianza

«Il nostro prodotto aiuta i genitori a mantenere i loro figli più sicuri e concentrati quando sono online. Ci assicuriamo che i nostri strumenti e le condizioni di controllo parentale siano facilmente visibili sia ai genitori che ai bambini che utilizzano i dispositivi attraverso l’invio di frequenti notifiche», ha dichiarato l’azienda Gen – che ha acquisito la più celebre Norton – a IrpiMedia. Insieme ad altri, Norton LifeLock (precedentemente acquisito da Norton) è uno dei membri fondatori della Coalition Against Stalkerware. «Prendiamo molto sul serio il tema dello stalkerware ed è per questo che contribuiamo a educare le persone sulle sue minacce e conseguenze, nonché a individuare nuovi tipi di stalkerware». 

«Nella coalizione distinguiamo tra stalkerware e software di controllo parentale in quanto il primo rimane nascosto nel telefono, il secondo no. Ciò non significa che il software di controllo parentale non venga utilizzato nelle situazioni di violenza digitale e siamo ben consapevoli di questo abuso», dice Martijn Grooten della Coalition Against Stalkerware, auspicando uno scambio aperto con le aziende che producono software di parental control per contenerne gli abusi. La coalizione è nata nel 2019 negli Stati Uniti per contrastare lo stalking digitale.

Anche Qustodio, un’app di parental control, dichiara di vendere sul mercato un servizio «di benessere digitale per le famiglie», e di condannare «qualsiasi uso improprio dei nostri servizi per comportamenti coercitivi e abusivi». Per il controllo parentale offerto da iSharing, applicazione statunitense, «ogni utente ha la possibilità di modificare le proprie impostazioni sulla privacy in qualsiasi momento», funzionalità che impedirebbe di spiare, ad esempio, il proprio partner. In generale, le aziende sul mercato contattate da IrpiMedia dichiarano di preoccuparsi dell’utilizzo dei software da parte degli utenti, anche se sono consapevoli che questi ultimi possano usarli in maniera illecita.

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Le potenzialità che le app di parental control a volte includono, però, rivelano quanto facilmente di esse si possa abusare: in un caso condiviso con IrpiMedia da un’operatrice di un centro antiviolenza italiano il maltrattante aveva installato un’app di controllo parentale sul telefono della figlia e ha potuto attivare il microfono e la registrazione video quando la figlia si recava a trovare la nonna insieme alla mamma (la compagna dell’uomo). Così facendo poteva spiarla direttamente ma senza destare sospetto perché lo schermo del telefono rimaneva spento.

In tutti i siti delle decine di app che IrpiMedia ha consultato, le aziende informano gli utenti che per sorvegliare una persona legalmente, che non sia quindi un figlio minore, è necessario il suo consenso. «Software destinati a un utilizzo legalmente consentito», si legge sul sito di una app di parental control. «Sorvegliare una persona senza la sua autorizzazione costituisce una violazione della privacy, dunque un reato perseguibile penalmente», informa un’azienda italiana che commercializza invece spyware. 

Come è possibile, per le aziende, verificare che l’utente abbia chiesto il consenso alla persona sorvegliata? L’ufficio stampa di iSharing, la cui app permette di geolocalizzare una persona se nella propria cerchia di amici e familiari, dichiara che l’app invia delle notifiche push o delle richieste per la condivisione della geolocalizzazione, che renderebbero la persona cosciente della presenza dell’app sul telefono. «È difficile, per noi come servizio, venire a conoscenza di eventuali impieghi scorretti se questi avvengono al di fuori dello spazio digitale», commenta l’azienda.

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Aggiornata il: 16 Aprile 2025

«I fornitori dovrebbero rafforzare l’informativa, anche se con il Digital Service Act questi ultimi non sono responsabili di ciò che un utente fa con il loro servizio. In ogni caso devono dare all’utente tutte le informazioni utili a prendere una scelta consapevole», commenta la professoressa associata in diritto privato Stefania Stefanelli. Monitorare i propri figli, se fatto con consenso del minore e in un dialogo continuo in cui il genitore esplicita le motivazioni e la natura dello strumento impiegato per il controllo, è lecito. Tuttavia, «è un processo che deve prevedere l’autodeterminazione dell’identità del minore». Infatti i servizi di parental control offrono ai maggiori di 14 anni «la possibilità di disattivare la geolocalizzazione o altre modalità di sorveglianza», continua Stefanelli. 

Il 7 maggio scorso il Consiglio europeo ha dato il via libera a una direttiva dell’Unione europea contro la violenza di genere e la violenza domestica, configurando come reato in tutti gli Stati membri anche la condivisione non consensuale di immagini intime, lo stalking online, le molestie online e l’istigazione alla violenza o all’odio online. 

C’è però un tipo di sorveglianza che il legislatore legittima, appunto quella sui figli minori. 

I minori come grimaldello per una sorveglianza più ampia

Uno studio pubblicato nel settembre 2023 conferma il senso di illusione provato dai genitori nel controllare i propri figli tramite tecnologie digitali. I software di parental control sono «spesso venduti come la soluzione alla crescente pressione per una genitorialità responsabile e competente in un mondo digitale e, probabilmente, alle mutevoli preoccupazioni dei genitori di oggi in un’ecologia di Internet sempre più opaca», dicono le ricercatrici.

Analizzando più di 40 studi internazionali che negli ultimi anni hanno indagato l’uso dello strumento da parte dei genitori sui figli, e le sue implicazioni, le ricercatrici sostengono che l’efficacia di questi strumenti, sia supportata solo in parte da ricerche indipendenti. Al momento infatti non esistono studi internazionali che gettino luce sugli effetti del parental control. Ciò che sembra orientare il marketing del settore è più che altro la percezione o la soddisfazione dei genitori.

La logica di fondo che direziona il legislatore europeo e quello italiano è molto diversa infatti. A partire dall’articolo 147 del Codice Civile, che impone ai genitori il diritto e dovere di educare, istruire e mantenere i figli «nel rispetto delle loro inclinazioni personali». L’avvocata Stefanelli racconta a IrpiMedia come «nel tempo questa responsabilità si è evoluta. Si chiamava patria potestà e spettava solo al padre, poi è diventata potestà di entrambi i genitori nel 1975. Nel 2012, invece, è diventata responsabilità genitoriale. Un cambiamento non solo terminologico. I genitori hanno il dovere di ascoltare i figli minorenni a partire dai dodici anni». Anche prima, in realtà, se il minore è capace di comprendere la condizione in cui si trova e di esprimere una posizione in merito.

L’evoluzione giuridica dà quindi ai minori sempre maggiore autonomia man mano che crescono, anche quando si tratta di diritto alla privacy e alla riservatezza. Una tecnologia come il parental control favorisce invece il percorso contrario, rischiando tra l’altro di ampliare una già discutibile pratica di sorveglianza sui minori anche ad altre persone.

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Crediti

Autori

Laura Carrer

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

© Matt Cardy/Getty

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