Società fantasma, container e camorra: le sigarette di contrabbando cinesi in Italia
Dalla succursale romena di China Tobacco alla società fantasma del Kurdistan iracheno, passando per i porti di Salerno, Napoli e la Libia: come le “Regina” invadono il mercato nero
14 Luglio 2021

Alessia Cerantola
Andrei Ciurcanu

Quattro agosto 2016. Due contrabbandieri e una dirigente rumena della China Tobacco sfrecciano per le strade di Napoli a bordo di una Golf. Sono di ritorno da Salerno dove hanno lasciato un container che nei loro piani avrebbe dovuto raggiungere la Libia via mare. I tre hanno escogitato un piano: dichiarare che il container affittato pieno di sigarette avrebbe raggiunto la Libia, evitando così il pagamento delle accise europee. A bordo del container diretto verso il nord Africa però non si trova un carico di “bionde”, bensì 17 tonnellate di materiale vario come mattoni, cartoni e materassi. Al contrario, le sigarette sono state stipate in un altro container, poi nascosto in un garage della provincia campana.

Il trio sta mettendo in atto quello che i procuratori italiani hanno poi definito un piano «ingegnoso» per contrabbandare tonnellate di sigarette cinesi in Europa e venderle sul mercato nero. Una telefonata interrompe però la loro corsa e getta i tre nel panico. All’altro capo del telefono c’è il figlio dell’autista, uno dei due contrabbandieri, con una brutta notizia: la Guardia di finanza sta facendo irruzione nel garage in cui era stato nascosto il carico di sigarette da contrabbandare.

La Golf usata dai contrabbandieri – Foto: Guardia di finanza

La donna, intercettata, chiede: «Come fanno a saperlo?». Ha molto da perdere, essendo un alto dirigente della China Tobacco International Europe (CTIEC) e buone ragioni per essere preoccupata: i suoi compagni di viaggio sono contrabbandieri esperti che in passato avevano lavorato con la camorra. La CTIEC è la filiale romena del più grande produttore di sigarette al mondo, la China Tobacco Corporation, meglio conosciuta come China Tobacco, e il caso testimonia per la prima volta l’impegno dei funzionari di China Tobacco nel contrabbando di sigarette al tavolo con gli uomini della criminalità organizzata in Europa. Non solo: la polizia romena sospetta che altri funzionari di China Tobacco contrabbandino sigarette in Ucraina e Moldavia servendosi delle medesime reti criminali.

L’Europa è una regione chiave per il colosso cinese. Anche se China Tobacco controlla quasi la metà del mercato globale delle sigarette, la maggior parte di queste viene venduta ai circa 300 milioni di fumatori cinesi. L’azienda sta cercando così di espandersi in nuovi mercati e, dicono gli esperti del settore, il contrabbando è una delle strategie che i giganti del tabacco hanno storicamente messo in campo per espandere il proprio bacino di consumatori.

CTIEC in una mail a OCCRP ha risposto di aver sempre seguito le normative, fatto le dovute verifiche sul personale, cooperato con le autorità doganali e preso altre misure per combattere il commercio illegale di tabacco. «Come società con sede in Romania – sostiene la CTIEC – ci siamo impegnati a rispettare le leggi e i regolamenti in Romania e negli altri Paesi in cui operiamo».

Adina Ionescu, la dirigente coinvolta nel caso, ha negato ogni coinvolgimento nel giro di contrabbando: «Non parlo italiano ora, non parlavo italiano prima e non conoscevo questi personaggi», ha detto, ma le intercettazioni telefoniche, le carte giudiziarie e una ricostruzione temporale precisa raccontano invece una storia diversa. Gli inquirenti definiscono Ionescu una «pedina centrale» in una operazione di contrabbando che si estende in tutta Europa.

Al centro di questa rete c’è una fabbrica nel mezzo della campagna rumena. L’impianto, di proprietà della CTIEC, produce alcune delle marche illecite di sigarette più popolari in Europa, e ha fornito aziende legate ai contrabbandieri in diversi Paesi, Italia compresa.

La fabbrica rumena

Sulle rive di un fiume che scorre attraverso le colline boscose a nord di Bucarest si trova uno dei più grandi investimenti cinesi in Romania: una fabbrica di sigarette. L’edificio senza pretese vicino alla piccola città agricola di Parscov esiste dall’inizio del 2000 come investimento minore di una filiale della China Tobacco. Ma a partire dal 2007, è stato ribattezzato come China Tobacco International Europe Company (CTIEC) con l’idea che la fabbrica potesse servire come avamposto principale della Cina per espandere le vendite di sigarette in Europa. Dai primi anni 2000, la Cina ha investito oltre 40 milioni di dollari nella struttura.

TobaccoChina Online, una rivista di settore, ha descritto come CTIEC abbia usato questo denaro oltre che per promuoversi grazie all’amministrazione statale cinese, anche per investire in nuove tecnologie e aggiornare la sua linea di produzione.

La China Tobacco International Europe Company in Romania- Foto: Andrei Ciurcanu

«Come pioniere nell’implementazione della strategia “Go Global” di China Tobacco, China Tobacco International Europe ha l’ambizione di  diventare un marchio leader mondiale», ha annunciato CTIEC sul suo sito ufficiale. Nel 2018 CTIEC ha prodotto quasi 2 miliardi di sigarette all’anno – marche molto economiche come Dubao, Dubliss e D&B, così come alcune delle offerte di fascia alta di China Tobacco, come Marble e Regina. Ma nonostante le alte ambizioni di CTIEC, o forse a causa di esse, una parte della sua produzione stava trovando uno sbocco nei mercati illegali.

La polizia rumena ha iniziato quindi a indagare sulla fabbrica. Nel 2015, ha aperto un’indagine per verificare se i funzionari della fabbrica stessero contrabbandando sigarette attraverso il confine dell’Unione europea in combutta con imprese moldave e ucraine. La polizia non ha dato ulteriori informazioni sulla sua indagine, che rimane aperta ma non ha portato ad alcun procedimento penale.

Restano domande su chi ci sia esattamente dietro il contrabbando e sul coinvolgimento dello staff della CTIEC. Ma quello che è chiaro è che Marble e Regina sono diventati alcuni dei marchi più contrabbandati in Europa negli anni successivi alla strategia “diventare globale” di China Tobacco.

In Italia, le sigarette Regina sono diventate rapidamente la marca più contrabbandata del Paese: nel 2016, la metà di tutte le sigarette del mercato nero sequestrate erano Regina. Cosimo De Giorgi, capo della sezione dogane della Guardia di finanza, ha detto che non si può escludere che il marchio Regina sia un “cavallo di Troia”, fatto su misura per coltivare un mercato italiano di sigarette cinesi.

Marble e Regina sono diventati alcuni dei marchi più contrabbandati in Europa negli anni successivi alla strategia “diventare globale” di China Tobacco

Il marchio, ha sottolineato ancora De Giorgi, è oggi diffuso soprattutto nelle regioni più povere d’Italia, perché è più economico delle sigarette legali. La Guardia di finanza sospetta anche che China Tobacco stia contrabbandando imballaggi e materie prime per le sigarette Regina alle numerose fabbriche di tabacco illegali della Campania, dove possono essere prodotte e vendute localmente.

In questo modo, «la Cina non perde un solo yuan in accise, poiché queste vengono pagate al Paese in cui le sigarette vengono vendute» ha detto De Giorgi. «D’altra parte – conclude – la Cina promuove i suoi prodotti e spiana la strada al suo mercato di sigarette».

Nonostante il grande e crescente numero di sigarette che produce in Europa, China Tobacco è difficile da monitorare. Non è una società quotata in borsa e non è obbligata a rilasciare informazioni finanziarie, così non lo fa. Il sito ufficiale della CTIEC è offline da quasi un anno. In un rapporto del 2018 sul contrabbando di tabacco in Romania, il capitolo su CTIEC era quasi vuoto. Il rapporto identificava CTIEC come la filiale nazionale di China Tobacco International, dicendo: «Non è stato possibile analizzare le attività anti contrabbando della filiale rumena di CTI. La società non ha risposto alle richieste dei ricercatori». Tuttavia, OCCRP è riuscito a ottenere uno storico di dieci anni di dati commerciali dell’azienda.

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I numeri mostrano come molte delle sigarette prodotte nella filiale rumena siano state vendute ad aziende in aree colpite dalla guerra o da disordini civili: Iraq, Siria, Libia e territori occupati dalla Russia in Ucraina, Moldavia e Georgia. Tutte queste aree, secono Luk Joosens, esperto internazionale del commercio illegale del tabacco, sono famigerati “buchi neri” per le sigarette di contrabbando.

CTIEC ha anche venduto a New Eastern Management, una società registrata in Liberia che è stata citata in un recente rapporto investigativo come un importante protagonista nel contrabbando di sigarette fuori dal Montenegro. Tre diverse aziende ucraine che hanno comprato sigarette da CTIEC sono attualmente sotto inchiesta nel loro Paese per contrabbando di tabacco.

«Quello che stanno facendo ora – commenta Joosens – è esattamente ciò che hanno fatto le altre compagnie del tabacco negli ultimi 25 anni. Esportano, dicendo “non sappiamo dove vada a finire ciò che esportiamo”. Tutto – conclude – in Paesi troppo piccoli per le ingenti quantità di sigarette che ricevono».

CTIEC ha negato qualsiasi atto illecito, ribattendo che le spedizioni nei paesi del Medio oriente e dell’Europa sono «giustificate in base alla domanda del mercato». Tuttavia CTIEC ha ammesso come la quota di mercato in tali Paesi fosse «molto bassa o insignificante». «CTIEC – conclude la società – si sforza continuamente nel migliorare le pratiche commerciali riguardo le misure di controllo dei rischi», aggiungendo di non poter commentare però le accuse di contrabbando.

Il nodo napoletano

La CTIEC ha fatto sapere di aver immediatamente licenziato Adina Ionescu non appena scoperto il suo presunto ruolo nel contrabbando di sigarette in Italia usando un container “clonato”. Ma le intercettazioni della Guardia di finanza suggeriscono che i legami con i controbbandieri moldavi e italiani in rapporti con la criminalità organizzata fossero risalenti nel tempo.

«Il contatto – si legge nelle intercettazioni è sempre lo stesso: Adina. Lei conosce le procedure doganali». In un’altra conversazione, uno dei contrabbandieri moldavi ha parlato del ruolo sia di CTIEC, sia della società madre, la China Tobacco. «I soldi saranno diretti allo Stato cinese, hai capito?», spiegava a Raffaele Truglio, contrabbandiere esperto che si occupava del trasporto delle sigarette e aiutava a organizzare l’uso del magazzino di Napoli dove erano conservate.
«La fabbrica è di proprietà dello Stato cinese. E il tuo profitto sarà inviato al tuo IBAN o quello di Salvatore», ha detto il moldavo, citando un altro membro del gruppo. «Salvatore tiene la nostra parte, paga i soldi alla fabbrica cinese. Una volta che i soldi arrivano lì, la merce sarà spedita in Libia. Radwan deve prendere la merce e chiudere i nostri documenti».

Gli investigatori italiani non hanno mai identificato la persona identificata come “Radwan” o “Raduan” a cui si riferiva il gruppo di contrabbandieri nelle intercettazioni. Tuttavia questa inchiesta, grazie all’incrocio di fonti e documenti, ha potuto verificare come il personaggio in questione fosse in realtà Rodwan Omar Ahmed Elmagrebi, un uomo d’affari in Italia con connessioni di alto livello in patria, la Libia.

Elmagrebi ha dichiarato a OCCRP di non avere nulla a che fare con questo caso di contrabbando, anche se è stato menzionato nelle intercettazioni come qualcuno che avrebbe potuto aiutare a portare il container pieno di spazzatura in Libia.

Il sequestro della Guardia di finanza – Foto: Guardia di finanza

Nel luglio 2016, dopo due tentativi falliti di mettere in atto il piano, il gruppo ha prenotato un passaggio di un container sulla Messina Line, una delle più grandi compagnie di trasporto merci che serve il Mediterraneo. Poi hanno comprato un vecchio container delle stesse dimensioni, l’hanno dipinto dell’esatta tonalità di arancione usata da Messina e hanno aggiunto lo stesso numero di identificazione di quello vero.

Dopo la verniciatura, il falso container è stato inviato alla fabbrica di China Tobacco, a nord di Bucarest, per essere caricato con 8,9 milioni di sigarette che i contrabbandieri avevano comprato per 66.200 dollari, o 0,15 dollari a pacchetto. In Italia, il prezzo era ancora più alto – tra 2 e 3 euro a pacchetto sul mercato nero, secondo i media locali.  Ciò significa che vendendo l’intero carico i contrabbandieri avrebbero potuto ottenere un profitto di circa un milione di dollari.

Le sigarette sono state riportate in Italia, dove Ionescu le aspettava in un magazzino usato da Truglio. Lì vicino, un container identico era stato riempito di mattoni, cartone e vecchi materassi che pesavano esattamente la stessa quantità. Nel momento in cui le sigarette sono arrivate in Italia, Ionescu e altri tre contrabbandieri hanno accelerato verso il porto con il loro container pieno di spazzatura. Speravano di portarlo al largo prima che qualcuno si rendesse conto che c’erano due container in Italia che condividevano la stessa identità.

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Sfortunatamente per i contrabbandieri, la Guardia di finanza aveva seguito le loro mosse. Le autorità sono intervenute non molto tempo dopo il trasporto del container pieno di sigarette di contrabbando nel magazzino di Truglio.

«Il carico con i materassi da spedire in Libia, l’abbiamo sequestrato in partenza nel porto di Salerno», ha spiegato il tenente Dionigi Orfello, l’ufficiale della Guardia di finanza che ha coordinato l’operazione.  «L’altro, quello con le sigarette – conclude Orfello – l’abbiamo sequestrato nel magazzino di Truglio a Napoli».

La banda a quel punto se la prende con la dirigente di CTIEC: «gliela farò pagare, le taglierò la testa», sbotta uno dei componenti, intercettato. Truglio è ora in carcare in attesa del processo, mentre Adina Ionescu è stata estradata in Italia dalla Romania. Dopo alcuni mesi di carcere la donna è tornata libera in Romania e in una intervista telefonica ribadisce la propria innocenza.

Campanelli d’allarme

La CTIEC – dice il tenente Orfello – sosteneva che Truglio avesse rubato il carico di sigarette, tanto che l’azienda ha presentato anche una denuncia nei confronti di Truglio dicendo che l’uomo sostiene il falso. Tuttavia, diversi aspetti del caso suggeriscono che CTIEC sapesse, o quantomeno avrebbe dovuto sapere che le sigarette fossero destinate al mercato nero.

Per prima cosa, la società libica destinata a ricevere le merci, Al Emteyaz, aveva sede nella città portuale di Misurata, un importante centro di contrabbando anche prima che fosse devastato dai pesanti combattimenti della guerra civile che ha seguito il rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011.

Dentro la rotta del contrabbando – OCCRP

«La Libia – sottolinea l’esperto analista del settore Luk Joosens – non ha quasi nessuna tassa sulle sigarette e ha un enorme problema con il contrabbando. Tutto il traffico per l’Africa – conclude – passa attraverso il Niger e la Libia».

Solo nel 2016, CTIEC ha riferito di aver inviato oltre 350 milioni di sigarette in 33 spedizioni separate ad Al Emteyaz. Questa inchiesta però non è stata in grado di individuare l’indirizzo della società o le informazioni di contatto per chiedere un commento.

Un campanello d’allarme ancora più importante è la Devmak, una società irachena acquirente delle sigarette, che le avrebbe consegnate ad Al Emteyaz – almeno secondo alcuni documenti in possesso di OCCRP e IrpiMedia.

Devmak, come mostrano i documenti doganali era uno dei principali clienti della fabbrica CTIEC. Ha acquistato quasi un terzo dell’intera produzione di CTIEC dal 2014 al 2020, spendendo venti milioni di dollari per 2,6 miliardi di sigarette Regina, Dubao e D&B.

Non è chiaro se tutte le sigarette elencate come acquistate dalla Devmak siano effettivamente arrivate in Iraq, o se alcune o tutte siano state poi inviate da altre parti. Secondo Joossens però il volume inviato in Iraq risulta sospetto.

«Se la Romania produce marche cinesi ed esporta miliardi in Iraq e nessuno compra marche cinesi in Iraq, allora c’è un problema», ha osservato lo stesso Joosens. Devmak, nonostante i volumi dichiarati, tiene un profilo molto basso. I reporter di OCCRP hanno trascorso diverso tempo cercando di rintracciare prove della sua esistenza, almeno da un punto di vista legale. La società è registrata a Duhok, centro a nord del Kurdistan iracheno, snodo fondamentale per il contrabbando di sigarette. Tuttavia della Devmak non ci sono tracce nell’edificio in cui risulta registrata, e all’interno della stessa palazzina diverse persone hanno dichiarato di non aver mai sentito parlare della società. La Camera di commercio irachena non ha risposto a una richiesta di informazioni sull’azienda.

Le tracce della Devmak sono emerse in un luogo all’apparenza improbabile: dopo il sequestro a Napoli gli investigatori hanno fatto irruzione nell’appartamento di Adina Ionescu, la dirigente di CTIEC, in Romania e lì hanno trovato i timbri della società. Gli stessi che sono stati utilizzati per convalidare i documenti doganali e che dovrebbero rimanere nella disponibilità degli amministratori della società stessa.

La scoperta suggerisce che Devmak sia stata utilizzata come veicolo societario per contrabbandare le sigarette della CTIEC. Alla richiesta del motivo della disponibilità dei timbri Devmak Ionescu non ha risposto interrompendo la comunicazione telefonica, e allo stesso tempo la stessa CTIEC, invocando la riservatezza dei propri clienti, non ha voluto commentare né la presenza di Devmak nella vicenda né i grossi ordini della stessa società irachena.

CTIEC ha poi comunicato agli autori di questa inchiesta dell’avvenuto licenziamento di Ionescu subito dopo i fatti del 2016, in realtà questa inchiesta ha potuto ricostruire come la stessa abbia continuato a lavorare per CTIEC nei tre anni successivi, fino a gennaio 2019, quando ha abbandonato l’azienda con una buona uscita di 30 mila euro.

CREDITI

Autori

Alessia Cerantola
Andrei Ciurcanu

In partnership con

OCCRP

Editing

Luca Rinaldi

Foto

Svetlana Tiourina
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