Mascherine: l’Italia paga ma la merce resta bloccata a Pechino

Una società cinese di big data incassa 12,5 milioni di euro dallo Stato italiano. Ma le mascherine consegnate non passano la validazione e restano bloccate a Pechino.

6 Maggio 2020 | di Matteo Civillini, Gianluca Paolucci

Cinque milioni di mascherine già interamente pagate dalla Protezione Civile sono bloccate in Cina perché non in regola. I fornitori cinesi sono di conseguenza finiti sulla lista nera del governo di Pechino per aver venduto prodotti di scarsa qualità. E la richiesta dell’Italia, intanto, resta inevasa.

È passato un mese ormai da quando la Protezione Civile ha versato dodici milioni e mezzo di euro nelle casse di un’azienda tecnologica controllata dallo Stato cinese. Prive di marcatura CE, per queste mascherine KN95 (2,50 euro l’una) è necessario il nulla osta del Comitato tecnico scientifico del Ministero della salute. Ma la partita sta sollevando diverse perplessità tra i funzionari che gestiscono la crisi Covid-19. «Siamo in un momento in cui si acquista e poi si fanno i controlli quando la merce viene consegnata», concedono dalla Protezione Civile a La Stampa e IrpiMedia. Certo, la corsa globale alle mascherine obbliga a tagliare tempi e cautele. Con il rischio però di incappare in brutte sorprese: ovvero, che in Italia della merce non arrivi mai, lasciando spazio solo alla complicata strada del rimborso per recuperare i fondi pubblici spesi per gli acquisti.

Al centro dell’acquisto bloccato c’è la Tus Data Asset: società statale fondata nel 2018 dall’università Tsinghua di Pechino che si occupa di big data, tecnologia blockchain e intelligenza artificiale. Niente a che vedere con i Dpi ma, come molti altri in questo periodo di emergenza, anche l’azienda cinese si sarebbe reinventata. Secondo il quotidiano South China Morning Post, la Tus Data Asset avrebbe cambiato la sua ragione sociale per includere l’esportazione di strumenti medicali il 23 marzo. Una settimana dopo aver siglato il contratto con la Protezione Civile per 5 milioni di FFP2 (poi diventate KN95) a 2,50 euro l’una, iva e trasporto escluse. Il prospetto inviato dall’azienda e consultato da IrpiMedia comprende anche le foto dei modelli specificando però che «si tratta solo di un esempio, e il materiale inviato dipende dalle scorte disponibili». 

La fattura in favore della Aipo International

Le condizioni di vendita appaiono restrittive: l’azienda cinese esige un acconto pari al 50% dell’importo totale e il versamento del saldo prima che la merce lasci la Cina. Pagamento che, come indica la fattura, non viene richiesto a favore della stessa Tus Data Asset, ma di un’azienda terza. Si tratta di Aipo International, un rivenditore di cuffie bluetooth e videoproiettori con sede a Shenzhen, l’hub dell’elettronica cinese a 2.000 km di distanza da Pechino. Non è chiaro quale sia la relazione tra le due aziende. Interpellato da IrpiMedia, un responsabile di Tus Data Asset non ha voluto commentare.

Come da accordi, la Protezione Civile liquida i 12 milioni e mezzo all’atto della consegna del materiale in un deposito cinese. La qualità delle mascherine ricevute però lascia dei dubbi e il trasporto in Italia viene bloccato. Il 13 aprile un nuovo capitolo: il Ministero del Commercio cinese vieta ufficialmente alla Tus Data Asset e alla AIPO International di esportare Dpi all’estero. «I prodotti di alcune aziende sono stati restituiti perché, data la bassa qualità, macchiano l’immagine del Paese», si legge nella nota ministeriale cinese. Fatto sta che oggi le mascherine sono ancora in Cina. «Noi puntiamo ad avere la merce certificata dice la Protezione Civile. Se la merce non sarà riconosciuta valida allora avvieremo le procedure di rimborso. Ma speriamo tutto vada bene».

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