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Dietro quella porta. Storie dai Cpr

I Cpr sono i Centri di permanenza per il rimpatrio, in pratica delle carceri per chi ha il passaporto sbagliato. Quattro persone che sono state “trattenute” in queste strutture raccontano il prima, il durante e il dopo di questa esperienza

17.01.25

Dario Paladini

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«Documenti prego…». Nei Centri di permanenza per il rimpatrio ci si finisce per caso, magari a seguito di un semplice controllo dei documenti in strada o sui mezzi pubblici. Nel podcast Dietro quella porta. Storie dai Cpr quattro giovani che sono stati rinchiusi in queste strutture raccontano l’abisso di paura in cui sono sprofondati, abbandonati nelle celle in condizioni igieniche e sanitarie spaventose. Chi è stato in carcere dice che i Cpr sono peggio. 

I Centri di permanenza per il rimpatrio – Cpr – sono strutture in cui le persone straniere che non hanno i documenti in regola vengono “trattenute”. Questo è il termine usato dalla burocrazia, che maschera in realtà una vera e propria detenzione, anche se queste persone non hanno commesso un reato perché l’irregolarità – è bene ribadirlo – non è un reato. 

Abbiamo voluto ascoltare Alexander, Fued, Mohamed e Saif da uomini liberi. Come vivevano prima di finire in un Cpr? Cosa hanno vissuto da rinchiusi? Come è avvenuto il rimpatrio? Oppure come è stata la loro vita dopo che sono stati rilasciati e sono tornati alle loro case, qui in Italia? Ci siamo fatti raccontare da loro il prima, il durante e il dopo di questa esperienza. La loro storia è accompagnata dall’analisi delle attiviste e attivisti dell’associazione Naga e di medici e avvocati. 

Dietro quella porta. Storie dai Cpr, è un podcast dell’associazione Naga e di IrpiMedia. 

È il frutto del loro lavoro di documentazione e inchiesta che dura da anni.

L’associazione Naga, nata a Milano nel 1987, offre assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita a cittadine e cittadini stranieri irregolari e non, a rom e sinti. Ha avviato uno sportello legale e da quando nel 1998 sono stati aperti i primi centri di detenzione amministrativa, ha dovuto occuparsi della tutela legale di chi ci finisce dentro. Insieme alla Rete Mai più Lager – No ai Cpr, ha attivato inoltre un centralino, al quale ogni giorno chiamano persone rinchiuse in diversi Cpr o qualcuno dei loro famigliari o amici. 

Una produzione Intreccimedia.

Ep.1 – Intrappolati

Alexander è nato nei Balcani ed è arrivato in Italia che aveva meno di tre anni. È cresciuto sentendosi italiano. Col suo Paese d’origine non ha legami, non ne conosce neanche la lingua. Una sera, mentre è in bicicletta, viene fermato dai carabinieri. 

Fued è un tunisino in Italia da 11 anni e lavora in un’azienda con un regolare contratto. Per motivi che non riesce a comprendere, gli viene negato il rinnovo del permesso di soggiorno. Chiede mezza giornata di ferie per andare in questura dove è stato convocato. 

Iniziano così le loro disavventure nel tritacarne del sistema dei Cpr e dei rimpatri. «Nei Cpr tutti ignorano la propria situazione legale, nessuno sa perché si trova lì, quanto tempo ci resterà, qual è la sua situazione, se ha diritto non ha diritto a qualche forma di difesa se ci sono dei motivi che potrebbero annullare quel trattenimento. Nessuno sa nulla», racconta Nadia Bovino, attivista del Naga.

Ep.2 – 300 secondi

Cinque minuti, 300 secondi, è quanto dura l’udienza di fronte al giudice di pace che deve convalidare o meno il trattenimento di una persona in un Cpr. Due minuti vanno via in formalità e alla persona migrante rimangono circa tre minuti per convincere il giudice a restituirgli la libertà, difeso da un avvocato d’ufficio che non conosce la sua situazione. «La mia udienza è stata da remoto, tramite un cellulare, ed ero da solo circondato da otto agenti della Polizia», racconta Fued.

L’ingresso nel Cpr è scandito poi da altri “riti”, come quello della visita medica, una drammatica formalità, che non ha evitato la detenzione a persone con gravi problemi psichiatrici oppure affetti da tumori.

Ep.3 – Corpi feriti

Per la maggior parte della giornata e della notte le persone rinchiuse in un Cpr sono abbandonate a se stesse. Non hanno contatti né con gli agenti della Polizia né con gli operatori sociali. Se hanno bisogno di aiuto possono solo gridare. Nessuno dei rinchiusi sa se e quando verrà rimpatriato. Ma di volta in volta, soprattutto di notte, arrivano gli agenti della Polizia e prelevano qualcuno dei rinchiusi. «Li vedi arrivare e pensi che stiano venendo per te», ricorda Alexander. Una detenzione senza senso e senza fine certa. La tensione è altissima. Gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno. E c’è un abuso di psicofarmaci: «lo mettono anche nel caffè per farci stare tranquilli», racconta Mohamed.

Ep.4 – Voli speciali

I rimpatri riguardano meno del 50% dei trattenuti nei Cpr. E avvengono con una routine sorprendente: per esempio, i voli charter per la Tunisia sono programmati ogni martedì e giovedì. Costo: 120mila euro ogni volta. Gli altri, che vengono invece liberati e possono tornare nella loro casa in Italia, devono però fare i conti con il trauma subito e il terrore di finire di nuovo in un Cpr. C’è chi poi dal Cpr ci esce solo da morto: almeno 16 persone negli ultimi sei anni.

Crediti

Autori

Dario Paladini

Editing

Redazione IrpiMedia

Foto di copertina

© Carola Fumagalli

Produzione

Intreccimedia

Sound design & post produzione

Angelo Miotto

Coproduzione

Naga

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