• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login
irpi media

La guerra dei venti nella Guajira

Nella penisola colombiana, Enel ha tentato di costruire un parco eolico ma è stata bloccata dalle proteste dei locali. Quel che rimane del progetto è una testimonianza di come non agire su territori indigeni

04.09.24

Carlotta Indiano
Fabio Papetti

Argomenti correlati

Colombia
Energia

L’autobus viaggia tranquillo lungo la strada che tocca le coste atlantiche della Colombia. Più di otto ore di viaggio da Cartagena, elegante cittadina coloniale sulla costa caraibica, fino ad arrivare a Riohacha, punto d’inizio del resguardo de la media y alta Guajira, riserva indigena della popolazione Wayuu.

Man mano che il sole cala dietro le nostre spalle i ristorantini e le bancarelle, con la musica ad alto volume che scorrevano davanti ai nostri occhi all’inizio del viaggio, lasciano il posto al buio sempre più pesto che mostra solo il nostro riflesso nel vetro del finestrino. Anche in lontananza cerchiamo di scorgere qualche attività umana, senza tuttavia riuscirci. Alle prime luci del mattino la vista ci fa realizzare quello che si immaginava durante la notte. La terra è arida e secca.

L’inchiesta in breve

  • Enel ha avviato la costruzione del parco eolico Windpeshi subappaltando la costruzione alla portoghese CJR Renewables
  • Questa a sua volta ha affidato i lavori per l’ampliamento della strada necessaria a portare i materiali da costruzione a un’azienda colombiana, la Operaciones y montajes de la Guajira (OMG), che ha stravolto le procedure per richiedere il permesso di operare nel territorio indigeno Wayuu della Guajira
  • Con un approccio neo-coloniale divide et impera, la OMG ha creato divisioni tra i Wayuu per ottenere i permessi dai locali per avviare i lavori
  • Resisi conto della situazione, i Wayuu che controllavano il territorio si sono opposti e hanno bloccato il progetto
  • Tuttavia la strada è rimasta. Simbolo del fallimento di Enel, i Wayuu vicini fanno i conti con gli impatti sull’ambiente e sulle loro tradizioni che la via ha portato con sé

Le dune di roccia arenosa rilasciano una sabbia ambrata che colora le strade sterrate circostanti, sentieri che portano verso alcune rancherias: fattorie in legno, fango, paglia e lamiere, che si diffondono per il territorio guajiro come segno della presenza indigena nelle aree che separano le città principali di Maicao, Uribia e Manaure.

A vederla da una cartina, la Guajira è un lembo di terra nel nord della Colombia che si estende come un ramo nell’oceano Atlantico, stretto tra il golfo del Venezuela e il mar dei Caraibi. La macchia verde delle aree piovose che si vede fino a Santa Marta lascia il posto a un terreno sempre più arido, fino alle spiagge desertiche di Punta Gallinas.

Più si va verso nord, più si ha bisogno di fuoristrada e guide locali esperte per riconoscere le tracce appena visibili delle strade, tra le dune e i vasti campi crepati della siccità. La vegetazione secca, con arbusti e alberi bassi, è sufficiente appena per le greggi di capre dei Wayuu. A Riohacha cambiamo autobus, destinazione Maicao, vicino al confine con il Venezuela.

Ci stiamo avvicinando alla nostra meta. Stiamo andando a incontrare alcune persone del posto che sanno cosa sia accaduto al progetto dei campi eolici di Windpeshi, iniziato da Enel nel 2017 ma interrotto per le continue proteste dei locali. Un fracaso, come dicono qua, un disastro.

Scopri MyIrpi

Sostienici e partecipa a MyIrpi

L’azienda italiana ha perso oltre 170 milioni per questo progetto senza ricavarne nulla, se non una popolazione ancora più guardinga contro gli esterni alla comunità Wayuu. Abbiamo un po’ di ansia. Speriamo di capire cosa muove queste persone, come vivono e cosa sentono quando parlano di questi luoghi che difendono con tanto accanimento.

In fin dei conti, siamo alijuna anche noi, esterni, e qui nella Guajira non sempre si può interpretare la realtà secondo le nostre concezioni occidentali. Questo è sempre stato un territorio solcato dai sentieri di commercianti e contrabbandieri, una zona di confine porosa la cui linea che divide la Colombia dal Venezuela non ha mai significato molto per i Wayuu, che si considerano guajiros, appartenenti al loro territorio ancestrale e non a uno stato formatosi relativamente di recente.

I Wayuu hanno bisogno di ampi spazi dove incontrarsi, celebrare le proprie festività o anche risolvere le dispute. Per questo innalzano le enramadas, luoghi per la collettività composti da un insieme di rami issati e intrecciati tra loro, coronati solo da un tetto di paglia. Sotto queste case aperte i Wayuu possono guardare l’orizzonte e gli altri esseri viventi, poiché non ci sono pareti a tagliare loro lo sguardo. Attraverso i rami passa la parola che condividono e passano i venti, numi tutelari ancestrali nella cosmologia Wayuu. I venti sono esseri plurali e ambigui, con delle personalità distinte.

Le leggende indigene tramandano l’amore tra Jepirachi, la donna vento, e il cerro (monte) Kamaichi che sorge nel tratto costiero del Capo de La Vela. Quando i due si incontrano, Kamaichi le chiede se viva da quelle parti, e lei chiarisce che no, non vive lì ma ci passa spesso perché è di strada.

Jepirachi soffia infatti da nord est, dal mar dei Caraibi, ed è un brezza amorevole, madre dei pescatori che allevia i tediosi mesi di siccità. Se Jepirachi è benefica, Joutai che soffia dal Golfo del Venezuela è invece una corrente malvagia che inaridisce i pascoli, allontana le barche e lascia vuote le reti dei pescatori. Ma il più ambiguo di tutti è Jepiraluju, l’imbroglione, l’eolo del nord che disorienta i pescatori confondendosi con altri venti.

Enel Parco Eolico Guajira Colombia
Pale eoliche nei pressi di Cabo de la Vela, nord ovest della Guajira, riserva indigena Wayuu © Fabio Papetti

Le imprese energetiche e il governo colombiano considerano i venti una risorsa per la transizione energetica del Paese trascurando il significato che la cultura indigena vi associa.

Proprio i venti sono l’oggetto del conflitto che si è scatenato qui. Già nel 2005 l’allora presidente colombiano Alvaro Uribe Velez aveva promosso l’installazione di 15 turbine eoliche del parco Jepirachi. Tra il 2018 e il 2022 avviene la consacrazione del territorio aperto per l’energia rinnovabile, con un totale di 16 progetti lanciati dal governo di Ivan Duque, di cui dieci sono all’impasse.

Le promesse di Gustavo Petro

Nel tentativo di liberare la Colombia dalla “maledizione delle risorse” e dal giogo delle industrie occidentali che di quelle risorse avevano goduto, nel 2022 Gustavo Petro, appena eletto presidente, prometteva una transizione energetica equa e giusta e l’abbandono delle fonti fossili nel Paese, a differenza dei suoi predecessori.

Petro fa due promesse ai popoli indigeni: i Wayuu della Guajira e le comunità locali del Pacifico che più avevano sofferto l’ingiustizia, la povertà e l’ineguaglianza dell’estrattivismo occidentale sarebbero divenuti finalmente co-proprietari dei progetti di transizione energetica del Paese.

La Guajira, infatti, ha una storia coloniale di estrattivismo che risale al ’500 con la cattura delle perle marine fino all’estrazione mineraria di carbone che ha lasciato marchi profondi su questa terra ancestrale consolidando l’idea della penisola colombiana come “zona di sacrificio” per il resto del Paese. Petro in questo senso tenta di superare le politiche energetiche lanciate dal suo predecessore, ma il compromesso tra transizione energetica e rispetto dei diritti indigeni è ancora lungo.

Oltre ai progetti già approvati dall’ex presidente Ivan Duque, nel Piano nazionale di sviluppo 2022-2026 sono previsti nuovi parchi eolici: dei 30 gigawatt previsti, 18 verranno prodotti grazie ai venti che soffiano in questo lembo di terra. In gran parte delle comunità Wayuu la copertura di energia non arriva al 60% e non ci sono ancora veri e propri piani di connessione con il sistema elettrico nazionale.

Per alcune organizzazioni Wayuu, quindi, la comproprietà o le alternative di partenariato con le imprese coinvolte nei progetti rappresentano uno strumento fondamentale per superare l’emergenza umanitaria che vive la penisola e per includere nella transizione energetica colombiana una prospettiva indigena di giustizia climatica. 

Il secondo impegno di Petro è di includere nella transizione i modi di vita, le forme di territorialità e l’etica ambientale dei Wayuu, molto spesso ignorati.

Enti internazionali come l‘Agenzia Internazionale dell’Energia sono ottimisti sulla Colombia: le politiche di transizione energetica nel Paese sono a un punto di svolta cruciale, si sta abbandonando un modello di industria estrattiva fortemente dipendente dalle esportazioni di petrolio e carbone per passare a un’economia energetica pulita e diversificata.

Ma la maggior parte delle infrastrutture per la transizione energetica sorgeranno in territorio indigeno: quasi 2.500 turbine eoliche sui terreni Wayuu. Il 20% della domanda di energia elettrica del paese. A dispetto della volontà di Gustavo Petro, però, attualmente solo uno dei 57 parchi eolici aderisce a un modello aziendale di proprietà comunitaria della terra. Il presidente sembra faticare a realizzare le sue promesse.

Il progetto di Enel, ormai chiuso a maggio dell’anno scorso, prevedeva 45 torri eoliche con una capacità compresa tra 5,3 e 5,6 megawatt, per un totale di 200 megawatt. La società italiana aveva preso degli accordi con dei rappresentanti locali per la costruzione delle aeroturbine. Aveva avuto anche il via libera per la costruzione da parte del governo colombiano, ma dopo questi passaggi e l’inizio dei lavori la situazione ha avuto una battuta d’arresto.

Le famiglie che abitavano nei dintorni si sono ribellate al progetto, e hanno preso gli alberi che tagliavano per la legna e sbarrato la strada per Uribia usata dai lavoratori ingaggiati da Enel. I manifestanti intonavano canti, si appoggiavano davanti ai camion e si sedevano in mezzo alla via, chiedendo un maggiore rispetto del diritto indigeno. Tra il 2022 al 2023, il parco eolico di Windpeshi e la strada Uribia-Wimpeshi hanno subito 33 blocchi.

Ma perché?

Il progetto della discordia

Ore 7 del mattino, siamo arrivati a Maicao. Un tempo punto di incontro tra commercianti provenienti da Uribia che viaggiavano lungo l’unica strada sterrata, portando al seguito decine di muli carichi di mais e caffè per scambiarlo con il whisky che veniva da Aruba e Curacao. Adesso è una città che si estende lungo la stessa strada, asfaltata.

Ci addentriamo tra gli isolati a griglia che si diramano dalla via principale per andare a incontrare Wilmer Iguaran, membro della comunità Wayuu di Ipapure, e suo zio Abraham Salas Juusayu. Li incontriamo nel loro punto di ritrovo. Le ansie del viaggio si sciolgono quando ci accolgono calorosamente nel cortile della struttura.

Ci sediamo sotto una enramada, con il tetto tradizionale fatto da foglie di palma intrecciate, e ci offrono caffè con panela, zucchero di canna grezzo tipicamente latinoamericano. Salas Juusayu è l’autorità ancestrale della stirpe wayuu degli Juusayu (uno dei 17 lignaggi Wayuu presenti nella Guajira). Secondo la costituzione in Colombia ci sono due figure fondamentali e riconosciute dalla legge.

L’autorità tradizionale, che è responsabile per i rapporti esterni tra la comunità e lo Stato, e ha il dovere di informare le aziende interessate a portare avanti progetti nel territorio dei vari passaggi necessari per approvare lo sviluppo. E l’autorità ancestrale, che invece ha più un ruolo sociale:

«È il custode del territorio di appartenenza della comunità, colui che supervisiona il terreno, ascolta le richieste della sua comunità e dei lignaggi esterni in merito ad esso», spiega Iguaran.

Abraham Salas Juusayu, autorità ancestrale della comunità Wayuu di Ipapure © Fabio Papetti
Wilmer Iguaran, nipote di Salas Juusayu, insegnante presso l’università di Maicao e per la comunità di Ipapure © Fabio Papetti

La legge dei Wayuu è chiara, se un’azienda vuole venire nella Guajira per sviluppare un progetto che impatterà sul territorio, deve prima consultarsi con l’autorità ancestrale che supervisiona l’area interessata. Questa a sua volta presenterà la proposta ai membri della comunità così da decidere insieme la risposta da dare.

Solo dopo questa presentazione, la cosiddetta consulta previa, consultazione preventiva, e il benestare dell’autorità ancestrale, si possono avviare i lavori per il progetto. Ma nel caso del parco eolico di Windpeshi le cose sono andate diversamente.

Nel caso di Enel tutto ha inizio quando la società italiana appalta i lavori per la costruzione della strada che avrebbe dovuto portare i materiali da Uribia a Windpeshi, passando per il territorio di Ipapure, sotto l’autorità di Salas Juusayu.

Enel incarica CJR Renewables per questo, una società portoghese che si occupa della costruzione di parchi eolici e fotovoltaici. Ma nel dicembre 2020 viene negato alla filiale colombiana, la CJR Colombia, il permesso di concessione mineraria per provvedere all’estrazione di minerali necessari per la costruzione della strada, o carretera come dicono qui.

Secondo le fonti locali sentite da IrpiMedia, la CJR avrebbe quindi subappaltato i lavori di rifacimento della strada alla colombiana OMG, costituita pochi mesi prima. Questa cerca di contattare informalmente le autorità Wayuu per avere intanto un accordo per avviare i lavori.

«Un giorno mi ha telefonato una parente di mia moglie, una alijuna che ha interceduto per il progetto di Enel. Mi ha detto che era un’opera di rifacimento della strada, ma una cosa semplice per permettere il passaggio di alcuni veicoli. Prima lì avevamo un piccolo ponte che collegava le due sponde di un avvallamento. Le ho detto: “Certo, nessun problema, a patto che non ci siano impatti per noi”» dice Salas Juusayu.

Tuttavia una chiamata del genere non conta come accordo, che deve essere presentato in via scritta alle autorità Wayuu con tutti i dettagli del progetto: luoghi interessati, valutazioni di impatto ambientale e possibili compensazioni. La OMG non si cura di seguire le norme vigenti per le relazioni con gli indigeni, stabilite dalla costituzione colombiana del 1991. 

I diritti delle popolazioni indigene

Secondo la costituzione colombiana del 1991 e tutte le successive leggi sulla protezione dei popoli indigeni, i “diritti territoriali” concessi ai gruppi etnici includono il diritto alla proprietà collettiva dei territori che abitano e il diritto alla consultazione preventiva.

Il territorio è infatti la base per la conservazione della cultura dei popoli etnici, rappresenta il loro sostentamento ed è un luogo sacro e storico. Tale diritto sul territorio e sulle risorse impone limiti alle imprese che vogliano svolgere qualsiasi tipo di attività nell’area.

Ciò è particolarmente evidente nel caso di progetti di sviluppo energetico e attività come lo sfruttamento di combustibili fossili, che di solito sono considerate di pubblica utilità e dunque non presentano vincoli su dove possono essere svolte, che sia territorio pubblico, privato o collettivo, come nel caso del territorio Wayuu.

Sebbene questi spazi siano di proprietà collettiva e non possano essere privatizzati, la portata delle infrastrutture, la natura aziendale dei progetti e l’indifferenza verso i modelli di transizione indigena potrebbero innescare una nuova forma di colonialismo climatico sul territorio e sul vento dei Wayuu.

Nel caso dei territori collettivi è indispensabile rispettare alcune linee guida legali molto specifiche: le popolazioni devono poter partecipare all’elaborazione degli studi di impatto ambientale; deve essere attuato il processo di consultazione preventiva ed è necessario pianificare azioni di compensazione.

È importante poi considerare le necessità specifiche di ogni comunità e prendere in considerazione le divisioni interne delle società indigene e i diritti sul territorio quando si prendono decisioni sull’utilizzo della terra per la distribuzione dei benefici e gli eventuali risarcimenti.

«ll processo di consultazione preventiva è stato imperfetto» afferma Iguaran. «Quando sono arrivate le aziende, mio zio era fuori dalla Colombia per problemi di salute». Durante la sua assenza, la società colombiana cerca una legittimità fittizia attraverso un accordo con le comunità vicine: consenso per il progetto della strada in cambio di una compensazione monetaria.

La Guajira è una regione povera. Il 67% della popolazione vive in condizione di insicurezza alimentare, e fino all’insediamento dell’attuale presidente Petro l’acqua potabile non era reperibile se non nelle zone di città, lasciando isolate le persone che vivevano nelle rancherias.

Senza accesso al sistema sanitario e con tassi di mortalità infantile cinque volte superiore alla media colombiana, le imprese hanno trovato un terreno arido ma fertile per le lusinghe economiche, scatenando una lotta fratricida e trasformando i vicini in nemici.

«Mio zio è arrivato a una conclusione molto dolorosa per noi. Stanno arrivando Wayuu da altre zone con il solo scopo di fingere di avere la proprietà dei nostri terreni ed entrare in trattativa con chi vuole realizzare i parchi eolici. Perché il problema è il denaro».

Denaro immesso in un contesto di povertà con l’obiettivo di dividere la popolazione. Un divide et impera già visto non solo nel contesto guajiro e seguito dalle aziende occidentali per appianare le contestazioni sui progetti di sviluppo che non tengono conto di chi vive sul territorio.

Le imprese hanno garantito concessioni che andavano discusse con l’intera comunità finendo per distribuire benefici a singoli individui Wayuu, a discapito degli interessi collettivi.

Eppure il territorio è per definizione una proprietà collettiva, che non può essere privatizzata. «Mio zio rappresenta tutto il territorio e la discendenza Juusayu che gli è stata conferita dalla madre. Prima di prendere una decisione deve consultarsi, ascoltare, perché le decisioni che prende non vanno a ricadere solo su di lui» spiega Iguaran.

Le promesse delle aziende hanno avuto successo nel dividere la gente del posto: chi si è opposto al progetto eolico è stato minacciato dai vicini che avevano acconsentito ai lavori. «Ma le imprese non regalano soldi, eseguono progetti».

Per Salas Juusayu raccontare cosa hanno fatto al suo territorio è penoso: «Hanno provato a venderci l’idea che quando il parco comincerà a produrre energia riceveremo denaro, ma solo a progetto terminato». E aggiunge con voce tremante: «Ciò che non è chiaro a tutti è che per ottenere quel denaro bisogna passare per il governo perché l’impresa non versa le compensazioni direttamente alle comunità. Quando c’è la necessità di comprare qualcosa di utile per la comunità, dei serbatoi per l’acqua per esempio, bisogna inviare il progetto all’impresa, aspettare che questa lo approvi. E i soldi necessari vengono sottratti alle compensazioni». 

A sinistra: La via a nord di Ipapure utilizzata dai Wayuu per i loro trasporti, nel 2019.
A destra: La strada ampliata da OMG che taglia la macchia verde, nel 2023.

Secondo l’Istituto di ricerca per lo sviluppo e la pace (Indepaz) di Bogotà, questa poca trasparenza sul funzionamento delle compensazioni sarebbe comunque il risultato della malafede dell’azienda. Le informazioni sugli impatti ambientali condivise dalle aziende sono state scritte in termini tecnico-scientifici e in lingua spagnola, non in wayuunaiki, l’idioma parlato dalla popolazione Wayuu.

Trovarsi davanti dei documenti che usano un linguaggio specifico in una lingua che non è quella più comunemente usata lascia spazio a fraintendimenti, mentre la norma stabilisce che bisogna mettere a disposizione tutte le risorse disponibili, anche economiche, per facilitare la comprensione.

Inoltre, il documento che descrive la roadmap dei lavori, detto “manuale di interrelazione” è stato prodotto una volta finita la consultazione senza la firma delle autorità Wayuu, anche questa richiesta per legge. «Credo che Enel si sia resa conto della situazione complicata con la costruzione della carretera, quando aveva già ottenuto le dieci licenze di consulta previa» dice la ricercatrice Joanna Barney. «Quando sono andata a parlare con le persone del posto che avevano accettato il contratto di Enel non sapevano che ci sarebbe stato un parco eolico». Ma ormai il danno era fatto. «Hanno solo stravolto il territorio» conclude la ricercatrice.

Quello che rimane del progetto Enel infatti sono conflitti tra famiglie e la carretera costruita nelle vicinanze di Ipapure. La via è ancora sterrata e taglia una delle poche aree verdi del territorio. Vista dall’alto dei satelliti, sembra una cicatrice rimarginata malamente sulla pelle.

Come una ferita profonda che fa sentire a intervalli le fitte di dolore al corpo, così la carretera sta affliggendo la comunità Wayuu che vive nelle vicinanze. Nella stagione secca, il continuo via vai di camion alza banchi di polvere che si insinua nelle case, si posa sui piatti, sui letti e nei polmoni degli abitanti.

Da quando è stata costruita la via, verso la fine del 2020, sono aumentate le infezioni respiratorie per i Wayuu che vivono nei dintorni. Nei mesi di ottobre e novembre invece, quando le piogge si abbattono copiose nella Guajira, la distruzione della vegetazione con le sue radici e l’innalzamento del terreno per la creazione della strada hanno causato inondazioni.

Il terreno adiacente alla strada si impregna di acqua fino a rilasciarla incontrollata verso Ipapure, allagando le case, i raccolti, decimando il bestiame e, soprattutto, coprendo i cimiteri Wayuu.

Scorcio di vegetazione a nord di Ipapure, prima che passasse la strada costruita da OMG per conto di Enel © Wilmer Iguaran
Tratto della strada a nord di Ipapure dopo la costruzione della carretera, impattato dalle alluvioni © Wilmer Iguaran

Cancellare le tracce

I cimiteri degli indigeni della Guajira si intravedono tra le dune, le lapidi squadrate in muratura che si alzano dal suolo arido, a volte contornati da basse staccionate.

«Dovete capire», ci dicono Salas e Iguaran guardandoci negli occhi «ciò che ci tiene legati alla nostra terra sono i cimiteri. Simboleggiano il nostro passaggio su questa terra, la prova scritta della storia della comunità iniziata prima della venuta di Colombo nelle Americhe. I cimiteri sono sia un punto di collegamento tra questo mondo e il mondo dei morti sia un simbolo fisico che attesta l’appartenenza di un clan Wayuu sul territorio». Dalla costruzione della carretera, questi simboli corrono il rischio di scomparire come castelli di sabbia lasciati in riva al mare, travolti dalle inondazioni.

«C’è una fonte d’acqua a nord di Ipapure, e per evitare che si impantanassero i veicoli abbiamo costruito un piccolo ponte in miniatura. Poi è arrivata Enel e ha fatto un’autostrada. Hanno alzato il livello oltre i quattro metri rispetto al livello di prima, hanno costruito una diga», sbatte la mano sul tavolo Salas, furioso. È così che l’acqua durante la stagione delle piogge cresce fino a defluire prepotentemente verso Ipapure, dove prima non era mai arrivata.

L’ultima ha raggiunto la scuola, a circa tre chilometri di distanza. L’acqua arrivava alle ginocchia. «Per fare i lavori hanno approfittato della pandemia, quando tutti erano costretti in casa e non potevano protestare» dice Iguaran mostrando il video di un camion che trasporta materiale nei pressi della collina artificiale creata dallo scavare delle ruspe.

La società OMG incaricata di costruire il parco eolico è riuscita a sterrare solo il solco della carretera prima che i lavori fossero di nuovo interrotti dai blocchi.  «Hanno scavato il terreno e strappato via la vegetazione, infine hanno costruito un terrapieno, costellandolo di canali di scolo. L’acqua sarebbe dovuta defluire, ma hanno posizionato i tubi di scolo a due metri di altezza».

Per approfondire

#PesticidiAlLavoro
Inchiestage

«Dietro la vostra frutta, ci sono le nostre lacrime». Il gusto amaro delle banane dal Costa Rica all'Europa

26.06.24
Manisera
Sostieni IrpiMedia

Accedi alla community di lettori MyIrpi

Iguaran scorre una nuova immagine sul cellulare: «La diga provoca danni in due punti differenti. A monte l’acqua si accumula e quando non regge più straborda portandosi dietro tutto quello che incontra. In questa zona gli allevatori non possono più portare al pascolo le bestie, hanno perso capre e buoi».

Ora ci mostra un terreno brullo, cotto da sole, intervallato da piccole pozze stagnanti. «In altri punti invece il terreno è arido, perde vegetazione perché non c’è più umidità. Le falde acquifere stanno diventando salate perché il fiume è stato deviato e non ricevono abbastanza acqua. Un ecocidio, ecco cosa hanno fatto». Ma quello che preoccupa i due indigeni è soprattutto la perdita di identità che le inondazioni provocano distruggendo i loro luoghi sacri.

Per decenni lo Stato colombiano si è basato su criteri territoriali che non tengono conto delle norme e delle pratiche Wayuu. Gli Amakaa, cimiteri ancestrali in wayuunaiki, non sono solamente luoghi di sepoltura ma determinano l’appartenenza e la continuità di una famiglia su un territorio. Ogni corpo interrato sancisce un ordine territoriale e dei diritti collettivi.

La loro distruzione come conseguenza delle inondazioni riflette anni di attrito tra le forme di territorialità indigene e le politiche di riconoscimento. Enel è arrivata nella Guajira cercando terreno per i propri progetti, ma non ha compreso il valore che i Wayuu danno alla propria terra e alla propria storia. «Se chiedi a un qualsiasi anziano a Ipapure ti dirà: “Va bene, ti cedo la mia terra, il mio territorio e mi prendo i milioni di pesos. Però se muoio, dove mi seppelliscono?” Questo è il pensiero degli anziani di qui» conclude Iguaran.

Le cuerdas lungo la via

Capita spesso mentre si guida nella Guajira, soprattutto nelle parti più a nord, di vedere in lontananza un’asta posta a mezz’aria che blocca la strada. Man mano che ci avviciniamo ci rendiamo conto che in realtà altro non è che una corda in tessuto legata a due alberi opposti alla via o semplicemente fissata ad un palo da un lato e tenuta dall’altro da dei bambini o degli anziani.

Sono le cuerdas, posti di blocco informali gestiti dalle varie famiglie diffuse nella zona. Spesso queste sono le uniche tracce della loro presenza, altrimenti occultata tra le dune aride della Guajira. Quando ci fermiamo, e non è obbligatorio farlo, ci viene chiesto un contributo ma non in denaro. Acqua, biscotti, pane, panela o caffè sono le cose di cui si accontentano i Wayuu che si presentano al lato della macchina.

È un modo di chiedere un modesto pedaggio per essere entrati nel loro territorio e per colmare anche solo superficialmente la scarsità di risorse della zona. Ci stupisce quanto alcune di queste postazioni siano piazzate nel nulla. Anche mentre passiamo in una prateria desertica bruciata dal sole e senza alberi attorno, riusciamo comunque a scorgere due paletti ai lati della strada e un bambino che sta lì e aspetta che arrivino delle macchine, soprattutto di turisti.

Finita la giornata, e a volte c’è chi rimane fino al calar del sole, si incamminano verso quello che per noi è uno spazio vuoto di sabbia, rocce e alberi, ma che per loro rappresenta un sentiero verso casa.

Da quando le aziende, colombiane e straniere, si sono interessate alla Guajira, sono state costruite una serie di strade che tagliano la penisola e collegano tra loro i campi eolici e le città principali. Ma le stesse strade, stando ai locali, sono risultate utili anche alla guerrilla locale per i suoi traffici di stupefacenti tra Colombia e Venezuela.

Quando i Wayuu hanno iniziato a porre le proprie cuerdas anche su queste vie, la loro presenza rallentava i trasporti delle aziende e i camion dei trafficanti. È così che le persone del posto sono state minacciate e le strade, ormai battute da aziende e narcotraffico, sono diventate luoghi meno sicuri per gli abitanti del posto. 

La strada rialzata è stata costruita accanto a dove si depositano le acque piovane. Nella stagione umida, l’acqua si accumula e straripa, andando a inondare le aree adiacenti © Wilmer Iguaran
Durante la stagione secca, circa otto mesi l’anno, banchi di polvere si alzano al passaggio dei camion sulla strada, ancora usata dalle diverse aziende che sfruttano il lavoro lasciato da Enel. La polvere poi invade le abitazioni Wayuu, causando malattie e infezioni respiratorie © Wilmer Iguaran

Il lascito di Enel

A conti fatti Enel ha iniziato il progetto Windpeshi sette anni fa. Tra ritardi e interruzioni forzate dei lavori, la società ha perso un totale di 171 milioni di euro investiti nel progetto, mentre alla comunità sono rimasti 1,5 milioni di euro spesi dalla compagnia «in progetti relativi all’istruzione di qualità, all’accesso all’acqua e allo sviluppo economico».

Soprattutto, però, è rimasta sul territorio una strada sterrata che continua a causare problemi ai locali. Enel ha risposto alle nostre domande che «non è stato possibile proseguire con la costruzione di Windpeshi poiché i progetti devono essere sostenibili non solo socialmente ma anche economicamente, e il loro successo dipende dalla collaborazione tra imprese, istituzioni e comunità nel rispetto delle popolazioni indigene». 

Come confermato da Barney, gli stessi investitori dell’azienda italiana sembravano preoccupati quando più volte l’hanno chiamata per sapere cosa stesse accadendo dall’altra parte dell’oceano.

Quello che si stava verificando, secondo i Wayuu, era l’ennesima venuta in territorio natio di persone alijuna provenienti dall’est con lo scopo di sfruttare il loro territorio senza apportare benefici alla popolazione. Tra i piani di Enel infatti non c’era la connessione degli impianti eolici al sistema elettrico locale.

La società si era adoperata per sviluppare il progetto Guajira Azul nella Guajira che consiste nella realizzazione di pozzi per facilitare l’accesso alle falde acquifere per la popolazione. Ad oggi sono stati costruiti due impianti a Maicao e Manaure, ma organizzazioni come Indepaz hanno criticato il progetto per essere un palliativo, toppe superficiali per problemi radicati nel profondo.

Un dettaglio della strada del 2024. Sul lato sinistro è visibile l’accumulo di acque piovane

Secondo l’organizzazione, quello della Guajira è un micro-caso di un fenomeno più grande che sta subendo tutta l’America Latina per lo sfruttamento e la capitalizzazione delle sue risorse. Anche per le persone sentite sul territorio, la questione non è risolvibile con una compensazione.

Per Iguaran e Salas Juusayu è inaccettabile che si produca energia elettrica in un territorio senza che i nativi ne possano beneficiare. Quando lo hanno fatto presente alle imprese, queste hanno rifiutato la responsabilità per la distribuzione dell’energia, e hanno risposto seccamente «siamo produttori, non commercianti». 

Per Salas Juusayu il proliferare di progetti di questo tipo nel territorio mette a rischio la sopravvivenza stessa della popolazione Wayuu. «L’80% dell’Alta Guajira è progettata per parchi eolici. Dove pensi che andranno a finire le persone che vivono in quel territorio?» si chiede amaramente. «Andranno a ingrossare le file di miserabili a Uribia, Manaure fino a Maicao, e alla frontiera col Venezuela».

Alle parole dello zio fa seguito il nipote. «Noi non ci opponiamo al progetto in sé, né al progresso. Di fatto noi siamo ecologisti e siamo completamente d’accordo con la transizione ecologica. Però non possiamo approvare un progetto che ci va ad espropriare. Il problema non è l’energia, neanche i parchi eolici. Il problema è il modello che sta dietro. Si è pensato a questo?».

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.


Crediti

Autori

Carlotta Indiano
Fabio Papetti

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero
Beatrice Cambarau

Ha collaborato

Placemarks

Foto di copertina

Un parco eolico in Colombia © Joaquin Sarmiento/Getty

Condividi su

Potresti leggere anche

#SpecialeCop29
Feature

Azerbaijan, condanne senza sanzioni

24.01.25
Zoppellaro
#SpecialeCop29
Inchiesta

Cop29, il rebranding climatico dell’Azerbaijan

04.11.24
Capacci, Fasciani, Turati
#Sottoighiacci
Feature

La Groenlandia al centro del Grande Gioco dell'Artico

14.10.24
Bonalumi, Del Monte
#MinacciaNucleare
Inchiestage

Ucraina, l’espansione dell’industria nucleare sotto le bombe russe

05.07.24
Vio

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube

Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}