Dalle elezioni europee del 6-9 giugno analisti e sondaggisti si aspettano un balzo in avanti delle destre europee. In Italia, è previsto soprattutto quello di Fratelli d’Italia, partito tra i principali maggiorenti del Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr). Per capire chi parteciperà al party dell’Europa – la prossima legislatura dell’Europarlamento da cui nascerà la nuova Commissione – vanno comprese le intenzioni di questo gruppo.
La serie #EUParty
Chi sarà invitato alla grande festa della politica europea? Lo decideranno gli elettori con il voto dal 6 al 9 giugno 2024. I candidati sono espressi dai partiti nazionali e appartengono a famiglie europee che decideranno la maggioranza futura. I partiti – nazionali ed europei – non stanno troppo bene: sono sempre più indebitati, sempre più dipendenti dalla capacità di trasformare i candidati in eletti e sempre più condizionabili dal sostegno privato che ricevono.
Che s’intenda come “festa” o come “partito”, #EUParty è la serie che racconta l’Unione europea che aspetta il voto, con i suoi dubbi e i suoi problemi da risolvere.
Re della festa o guastafeste?
Al comizio di chiusura della campagna elettorale tenutosi a piazza del Popolo, a Roma, Giorgia Meloni ha detto che il voto sarà «un referendum fra due visioni opposte»:
«Da una parte un’Europa ideologica, centralista, nichilista, sempre più tecnocratica. Dall’altra la nostra Europa, coraggiosa, fiera, che non dimentica le sue radici perché definiscono chi siamo, ci aiutano a orientarci nel buio della paura».
A prescindere da quanto vaga e implicitamente contraddittoria sia questa divisione (come può infatti l’Europa «fiera» e «coraggiosa» non essere «ideologica»?), i termini proposti hanno in realtà un valore puramente elettorale.
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Meloni ha costruito il messaggio della sua campagna sullo slogan #scriviGiorgia, dichiarando che «vogliamo fare a Bruxelles quello che abbiamo fatto a Roma un anno e mezzo fa». Parla di «Europa delle nazioni», concetto che sottintende “meno imposizioni” da Bruxelles e più indipendenza ma che ormai è sdoganato nel consesso europeo.
Alla vigilia delle elezioni politiche di settembre 2022, riferendosi ai timori in Europa per una sua possibile elezione, diceva in modo molto più esplicito:
«È finita la pacchia, succederà che anche l’Italia si metterà a difendere i suoi interessi nazionali come fanno gli altri, cercando poi delle soluzioni comuni».
Re della festa dell’Europarlamento oppure guastafeste del sistema europeo? Difficile a dirsi. Certo è che sia in Italia che in Europa Meloni ha decisamente temperato le sue dichiarazioni iniziali alla luce del pragmatismo di governo, rassicurando i timori iniziali sia interni che internazionali, ma riuscendo allo stesso tempo a dare forza all’anima più destrorsa delle forze moderate europee.
Quale Europa?
Giorgia Meloni spera di poter trasformare il voto alle elezioni europee in un doppio risultato: internamente, una conferma della sua leadership personale, una sorta di mid-term; esternamente, una conferma dell’ascendente delle politiche di destra-destra sui centristi che hanno guidato l’ultima Commissione.
Un esempio su tutti è certamente il memorandum Ue-Tunisia, di cui abbiamo scritto spesso, indirizzato anche (se non soprattutto) dai desideri di Meloni, e che però trova ampia corrispondenza di interessi nelle destre moderate europee. Le iniziative muscolari che scaricano la gestione delle migrazioni sui Paesi vicini piacciono molto – e scaricano le coscienze – anche ai governi che ostentano pragmatismo.
Se c’è del vero nella dicotomia fra “europa centralista” e “europa identitaria” proposta elettoralmente da Meloni, è proprio nella lotta fra un sentimento più liberale e inclusivo, a volte mal digerito da parte dei moderati, e lo sdoganamento di una retorica più sovranista, che pure è stata presente in maniera sottesa in molti anni delle politiche europee (come quella costruita da Marco Minniti, prima ministro dell’Interno e poi tessitore di interessi con la fondazione Med’Or di Leonardo).
Nella corsa elettorale per le europee del 2024 sono queste le due posizioni che si scontrano, e Meloni, abbastanza a destra da rappresentare anche le posizioni più estreme rispetto a FdI, ma non così tanto da perdere di credibilità per i moderati, si trova in una posizione ideale.
Dalla sua fondazione con il trattato di Maastricht del 1993, l’Unione europea intesa come entità sovranazionale forse non è mai stata messa tanto in discussione quanto oggi. Parte della crisi è colpa della sua incapacità, per quanto celebrata come uno dei più alti progetti politici del mondo, di dare risposte adeguate ai suoi problemi esistenziali: a che cosa serve? A che cosa servono i regolamenti? A che cosa servono le decisioni comunitarie in materia di immigrazione, ambiente, transizione energetica? Che ruolo assumere in temi di geopolitica come nei conflitti in Ucraina e in Palestina?
Politica o lobbysmo?
C’è un circolo vizioso che alimenta l’antipolitica (e può incidere sull’astensione – almeno a giudicare dai numeri di chi va a votare per il Parlamento europeo dall’Italia, crollato dall’82% degli aventi diritto di 40 anni fa al 54% del 2019), un circolo vizioso che diventa più evidente quando ci si avvicina a un appuntamento elettorale.
I partiti sono ormai macchine in crisi. A livello economico faticano a far quadrare i conti, se non grazie a un continuo afflusso di donazioni da parte di candidati e gruppi di interesse facoltosi. Sul piano politico la loro stessa esistenza è costantemente messa in discussione, la base ideologica che li ha fondati più o meno rigettata sia a destra che a sinistra, costretti a incarnare tutta la loro linea politica in un “leader” carismatico, senza bisogno né desiderio di programmi concreti o di visione per una società futura.
Per non fallire sono costretti a diventare talent scout di “influencer” politici: i candidati devono venire con un bagaglio personale di voti o di fondi, e quanti più candidati eleggono, tanto più rimpinguano le casse, grazie alla prassi ormai diffusa che chi è stato eletto restituisce un contributo a chi lo ha fatto eleggere.
Questo però favorisce l’ingresso nei partiti di gruppi di interesse privati, che sostengono il proprio candidato in modo molto più corporativo che non politico. Le donazioni che sostengono questi singoli candidati sono molto più opache di quelle dirette ai partiti, e diventa molto difficile capire quali siano i gruppi di interesse che li muovono.
In altre parole, quanto più i partiti sono scatole nere di cui non si decripta l’algoritmo – composto da interessi economici e visione del mondo – che produce posizioni e proposte politiche, tanto più crescono la disillusione e l’astensionismo.
L’Italia da questo punto di vista emerge come un’anomalia: i partiti sono formalmente trasparenti ma non adottano standard che rendano comparabili le informazioni che condividono. Persino i bilanci sono difficili da mettere a confronto. Poi ci sono i finanziamenti provenienti da (e per) fondazioni e think tank, che non sono obbligati a rendere espliciti i loro collegamenti con la politica, nonostante siano i principali luoghi dove si produce il pensiero.
Questi soggetti non vengono direttamente conteggiati come finanziatori o come attori della politica ufficiale, eppure contribuiscono ancor più dei partiti stessi a orientare l’opinione pubblica. Un ottimo esempio è il World congress of families, un’organizzazione ultracristiana che intorno all’antiabortismo e alla difesa della famiglia tradizionale ha creato la piattaforma politica per il sovranismo mondiale in particolare negli anni tra il 2014 e il 2019.
Nel caso italiano, il quadro è ulteriormente complicato dall’assenza di una legge che definisca il perimetro entro il quale una lobby, ossia un gruppo di interesse, può legittimamente fare pressioni sulla politica, eletta o in cerca di voti.
Il problema dell’influenza del lobbysmo sulla politica diventa esponenziale in Ue, dove si prendono le decisioni per tutti e 27 gli Stati membri. Riprendiamo il concetto della fine della pacchia, Meloni versione pre elettorale nel 2022: in cosa consiste davvero “l’interesse nazionale” da imporre alla tecnocrazia di Bruxelles, è quello degli elettori di Meloni o solo quello dei suoi sostenitori economici?
Liberali o illiberali?
La selezione all’ingresso del grande party dell’Ue fin dalle origini prevede il dress code delle democrazie liberali: divisione netta dei poteri, tutela delle minoranze, rafforzamento dei contropoteri (dalla libera stampa alla società civile, per esempio) per impedire derive autoritarie. I Paesi che non vestono questi principi rischiano in teoria di essere messi alla porta.
Eppure negli ultimi dieci anni, Viktor Orbàn ha fatto indossare all’Ungheria i panni di una «democrazia illiberale», dove l’applicazione del liberalismo segue «un approccio specifico, nazionale, particolare», ha detto in un discorso pubblico del 2014.
Per approfondire
Giorgia Meloni in Italia, Robert Fico in Slovacchia e Geert Wilders nei Paesi Bassi sono i proseliti della dottrina illiberale di Orbàn, ciascuno dentro gruppi di partiti europei differenti. Può essere davvero la fine del dress code liberale?
L’argomento fino a qualche anno fa era un tabù, ora non più. Questa però è senza ombra di dubbio un’erosione delle regole democratiche europee. E avviene in contemporanea con un lento ma apparentemente inesorabile spostamento a destra della politica “centrista” internazionale. Meloni ne è una rappresentazione concreta: la fiamma del partito, che nasce con il Movimento sociale italiano, ora sarebbe secondo lei stessa un simbolo di “conservazione”.
Citofonare Likud in Israele, tories in Gran Bretagna e partito repubblicano negli Stati Uniti – i padri costituenti del conservatorismo internazionale – per certificare che la visione del mondo dei sovranisti e quella dei conservatori ormai coincide.