Molto prima di diventare il più longevo leader europeo e la bestia nera di Bruxelles, Viktor Orbán ha iniziato la sua carriera in un campo molto diverso: quello da calcio. Il suo coinquilino e futuro leader del partito liberale ungherese SzDSz (Alleanza dei liberi democratici), Gábor Fodor, con Orbán ha fatto anche servizio militare nell’Est Ungheria a metà degli anni Ottanta.
A distanza di quarant’anni, Fodor ancora ricorda un aneddoto particolare: «Viktor voleva andare a vedere una partita di calcio, così saltò la recinzione della base militare e iniziò a fare l’autostop. A un certo punto si fermò una Volga nera con all’interno un ufficiale dell’esercito che gli chiese cosa stesse facendo, lui scappò a gambe levate in un campo di grano – ha raccontato Fodor in una recente intervista video per la testata ungherese HVG 360 -. Provarono a rincorrerlo, ma invano. E nonostante questo, non tornò alla base ma andò a vedere la partita. Tornò un paio di giorni dopo e venne incarcerato per alcuni giorni».
Nato nel 1963, figlio maggiore di padre ingegnere agrario e madre insegnante di sostegno, Orbán, da ragazzo, preferiva il calcio alla scuola. Nonostante la decisione di abbandonare la carriera da calciatore professionista – dicendo che non sarebbe «mai stato Dio, e non vale la pena essere niente meno di quello» – gli insegnamenti appresi sul campo da calcio hanno plasmato il suo approccio in politica.
«Scappare dai pericoli va bene ed evitare i rischi può essere una prodezza, ma uno aspira a più di così – dalla vita ci si aspetta più di così. Anche nel calcio vince la squadra che riesce a fare più goal, non quella che ne evita di più», ha detto Orbán nel suo discorso alla nazione quest’anno.
Chi vuole disgregare l’Europa
In tutta l’Unione europea si assiste all’ascesa di partiti politici a cui non importa dello stato di diritto. Mettono da parte i giudici, sopprimono i media indipendenti e non rispettano il Parlamento europeo. Con le prossime elezioni per il Parlamento, si prevede che questi partiti crescano in influenza anche a livello europeo, con conseguenze sconosciute.
Per capire cosa ci si può aspettare, Follow the Money ha avviato una serie di incontri con i giornalisti dei Paesi in cui questi leader illiberali sono ora al potere. Come sono riusciti ad arrivare ai vertici? Qual è il loro manuale per minare lo stato di diritto? E soprattutto: qual è il loro programma per l’Ue? Questa è la prima puntata.
Il risveglio politico
Il risveglio politico di Orbán è iniziato nel 1983, quando frequentò la Eötvös Loránd University a Budapest e successivamente si unì al prestigioso Bibó College. In Ungheria era un’epoca di sconvolgimenti. L’Unione Sovietica, che aveva occupato il Paese a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, si stava disintegrando e stava perdendo il polso sull’Est Europa. Dopo quattro decenni sotto la guida di un unico partito, il futuro dell’Ungheria era incerto.
Fu nel bel mezzo di questo clima febbrile che Orbán fondò il partito Fidesz con alcuni tra i suoi compagni di università. Molti di questi compagni rimangono tra gli alleati più vicini anche oggi: János Áder, diventato poi presidente del Paese, László Kövér, presidente del parlamento, József Szájer, che in precedenza è stato legislatore dell’Unione europea per Fidesz, e Zsolt Németh, presidente della commissione Affari esteri del parlamento ungherese.
Fidesz iniziò come movimento semi-clandestino pensato per infervorare i giovani che volevano opporsi al regime socialista. La partecipazione, inizialmente limitata a chi aveva meno di 35 anni, era arrivata a sfiorare le migliaia e il gruppo organizzava proteste in strada, presto entrate nel mirino della polizia.
Il punto di svolta arrivò quando Orbán parlò alla cerimonia di sepoltura di Imre Nagy, il primo ministro martirizzato dopo la rivolta ungherese del 1956. In piedi nella Piazza degli Eroi di Budapest – un maestoso monumento agli storici re ungheresi vicino al luogo in cui il partito comunista aveva tenuto le annuali marce del Primo maggio – Orbán scioccò la folla chiedendo il ritiro delle truppe sovietiche dal Paese.
Per quanto il discorso lo consacrasse come contendente, Orbán era indeciso sul dedicare la sua vita alla politica. Nello stesso anno, il 1988, Orbán vinse una borsa di studio finanziata dal miliardario di origine ungherese George Soros per studiare politica all’Università di Oxford. (La fondazione di Soros ha anche aiutato Fidesz a muovere i primi passi, fornendo al gruppo denaro, computer e una fotocopiatrice – anche se il partito avrebbe poi demonizzato il suo benefattore una volta in carica).
Dopo solo quattro mesi, Orbán tornò per candidarsi alle elezioni ungheresi del 1990, le prime elezioni libere dopo decenni. Con molta sorpresa dei fondatori, Fidesz vinse 22 seggi al parlamento e il 27enne Orbán all’improvviso si ritrovò politico di professione.
Il cambiamento dell’ideologia
L’ambiguo approccio di Orbán alla politica – appreso nel campo da calcio e affinato come organizzatore nel movimento giovanile – portò a delle frizioni quando Fidesz, da movimento popolare nato dal basso, provò a evolversi in qualcosa di più simile a un partito politico tradizionale. Quando, nel 1993, Orbán venne eletto presidente del partito la situazione cambiò.
Sostienici e partecipa a MyIrpi
Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.
Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.
Fodor, che apparteneva all’ala più liberale di Fidesz, temeva che il suo ex compagno di stanza stesse trascinando il partito verso destra. Abbandonò allora il partito per unirsi ai liberali, spingendo circa altri 200 membri a fare lo stesso. La scissione fece sì che Fidesz ottenesse solo il 7% dei voti alle elezioni dell’anno successivo. Orbán però non si leccò le ferite a lungo. Quando il primo ministro di allora, József Antall, morì in seguito a una lunga battaglia contro il cancro, Orbàn ci vide un’opportunità e si tuffò nel vuoto politico lasciato da Forum democratico ungherese (Mdf), il partito di centro destra.
È difficile dire quanto Orbán, che all’epoca era vicepresidente dell’Internazionale liberale (associazioni di partiti da tutto il mondo fondata nel 1947, ndt), credesse personalmente al conservatorismo. Come movimento giovanile, Fidesz si era posizionato come radicale, liberale, alternativo e aveva apertamente criticato il clero.
Ma dopo il 1993 Orbán trasformò il partito in un movimento campione di valori tradizionali e religiosi. Fece un tour nelle campagne, dove molte persone si sentivano abbandonate dalla politica tradizionale, ascoltò i problemi delle persone e le fece sentire parte di una comunità. La strategia funzionò meglio del previsto: Fidesz e i suoi partner di coalizione vinsero le elezioni del 1998 e, all’età di 35 anni, Viktor Orbán diventò il più giovane primo ministro ungherese di sempre.
Molti considerano il primo mandato di Orbán, dal 1998 al 2002, l’era moderata del partito, durante il quale attuò politiche orientate verso l’Occidente e aderì alla Nato. Orbán però manteneva un certo gusto per il conflitto. In un’intervista a HVG 360, l’ex parlamentare del Mdf Károly Herényi ha raccontato di aver provato a convincerlo a sanare le divisioni nella società attraverso il suo mandato elettorale.
Herényi ricorda ancora cosa rispose Orbán: «È fuori questione, siamo più numerosi, il divario deve essere allargato perché le cose restino invariate». Ma mentre l’Ungheria diventava più polarizzata, Fidesz perdeva elettori nei centri urbani. Il partito perse le successive elezioni vinte, invece, da una coalizione di socialisti e liberali. Dopo solo quattro anni, Orbán era fuori dai giochi.
Il ritorno politico
A detta di tutti, Orbán era devastato dalla sconfitta. Secondo il biografo József Debreczeni, il primo ministro, scherzando, gli disse che avrebbe lasciato la politica per tornare nel villaggio di Felcsút, a circa 45 minuti dalla capitale, per allevare bestiame.
Invece, negli otto anni successivi, Orbán trasformò Fidesz in un partito conservatore basato sull’ideologia nazionalista. Costruì e curò la propria immagine, rilasciando interviste sulla sua vita privata ai tabloid e assunse un consulente incaricato di definire la strategia politica nel 2006. Orbán riscosse un tale successo da riuscire a rimanere leader del partito nonostante Fidesz non avesse vinto le elezioni quell’anno.

Dopo aver nuovamente perso, Fidesz cambiò rotta. Quando il primo ministro socialista in carica confessò, in un discorso trapelato all’opinione pubblica, di aver mentito agli elettori, Orbán scese per le strade per protestare pacificamente contro il governo. Capitalizzando l’insoddisfazione per i suoi leader e per la crisi economica mondiale, il giovane politico condusse il proprio partito alla vittoria elettorale nel 2010.
Con la super maggioranza di due terzi che Fidesz si assicurò assieme al suo partner di coalizione minore, i cristiano-democratici, Orbán aveva il potere di cambiare il sistema politico. E ha usato questa posizione praticamente incontestabile per rimodellare il Paese come meglio credeva.
Il nuovo primo ministro ungherese ha rapidamente estromesso tutti i socialisti e i liberali dalle posizioni di potere e riscritto la costituzione del Paese per assicurarsi che, da allora, fosse difficile battere Fidesz alle elezioni.
Gli emendamenti promulgati all’inizio del 2012 hanno dimezzato il numero di legislatori in parlamento, ridisegnando la mappa elettorale e consentendo a un maggior numero di deputati di essere eletti in collegi uninominali. Orbán ha inoltre abolito il sistema di voto a doppio turno, impedendo ai partiti di opposizione di unirsi contro Fidesz, e ha concesso il diritto di voto alle minoranze ungheresi dei Paesi confinanti. Sono questi cambiamenti che hanno assicurato a Fidesz il 67% dei seggi in parlamento con solo il 49% dei voti alle elezioni del 2018.
Per approfondire
Nonostante il nuovo primo ministro ami dire che la nuova costituzione è «solida come il granito», è stata emendata mediamente una volta all’anno a partire dal 2012, consolidando i valori del partito di Orbán come parte dell’eredità culturale ungherese. In una delle modifiche più controverse, è stato adottato un linguaggio per impedire, di fatto, alle coppie LGBTQ di adottare. Si afferma che l’educazione dei bambini deve essere basata «sulla cultura cristiana del nostro Paese».
L’ascesa degli oligarchi
Allora è cominciata l’ascesa degli oligarchi ungheresi, tra i quali spicca Lajos Simicska, un altro degli amici intimi di Orbán al collegio di Bibó. Simicska ha qualche anno in più di Orbán e preferisce una vita più tranquilla, evitando aperitivi e feste.
Praticamente sconosciuto fino a quando Orbán non lo ha nominato direttore finanziario di Fidesz, aveva un importante vantaggio: «Era più intelligente di tutti noi», ha ricordato Orbán in un’intervista. Fino al 2014 l’improbabile coppia ha praticamente gestito l’Ungheria insieme. Orbán governava, mentre Simicska si occupava del sostegno finanziario. La casa di Simicska a Budapest era diventato il luogo in cui venivano prese tutte le decisioni importanti della pubblica amministrazione e in cui venivano mediati accordi segreti.
Sebbene le strutture societarie opache rendano difficile stimarne beni e proprietà, gli esperti concordano nel dire che nel giro di un paio d’anni Simicska fosse diventato tra le persone più benestanti dell’Ungheria. Ma non ci volle molto prima che il rapporto tra lui e Orbán si rompesse perché entrambi si contendevano l’influenza politica.
Non è chiaro perché i due abbiano litigato. Simicska ha pubblicamente accusato Orbán di avere posizioni filorusse ma i commentatori credono che la rottura tra i due sia dovuta alla crescente influenza politica di Simicska, e in particolare al fatto che lui possedesse diversi media.
È stato riportato che Orbán ritenesse che Simicska gli impedisse di guadagnare. Simicska ha risposto finanziando i rivali di Fidesz alle elezioni del 2018, ma dopo che Orbán ha vinto ancora una volta, ha ammesso la sconfitta. È stato costretto a vendere le sue attività commerciali e a ritirarsi nella sua casa in campagna.
Sostienici e partecipa a MyIrpi
Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.
Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.
Dopo la fine politica di Simicska, Orbán ha creato una nuova classe di imprenditori facendo vincere i contratti pubblici ai suoi fedelissimi e si è guardato bene dal permettere a chiunque di rivaleggiare il suo potere. Da tempo i reporter investigativi hanno dimostrato come il denaro pubblico sia andato a persone appartenenti ai circoli più stretti di Orbán, inclusi suo padre e suo genero.
L’uomo che ha rimpiazzato Simicska come oligarca più potente d’Ungheria, Lőrinc Mészáros, è amico d’infanzia di Orbán, un ex tecnico del gas di Felcsút. Con l’aiuto di Orbán, ha costruito una fortuna stimata in 600 miliardi di fiorini (1,5 miliardi di euro) in soli dieci anni.
Con Fidesz al potere, la corruzione è diventata endemica in Ungheria. József Péter Martin, direttore esecutivo della sezione locale di Transparency International, ha stimato che un terzo degli aiuti dati dall’Unione europea al Paese tra il 2014 e il 2020 potrebbe essere finito nelle mani sbagliate. «L’Ungheria è il Paese più corrotto dell’Unione europea», ha dichiarato in occasione della pubblicazione dell’ultimo rapporto sull’indice di corruzione di Transparency International.
La macchina della propaganda
A lungo i giornalisti ungheresi hanno fatto congetture sul fatto che il primo ministro abbia dato la colpa delle sue sconfitte elettorali del 2002 e del 2006 ai media. Anche se nessuno lo sa con certezza, è indiscutibile che Orbán, dopo il successo alle urne nel 2010, si sia scagliato contro l’informazione con una forza senza precedenti. Il governo ha utilizzato la propria super maggioranza per riscrivere la legge sui media e blindare l’organo regolatore dei media ungherese con funzionari fedelissimi a Fidesz.
Dopo una grande ondata di licenziamenti, l’emittente pubblica MTVA è stata trasformata in megafono del governo dando a Fidesz il controllo completo del discorso pubblico in ampie zone del Paese. Le comunità rurali ungheresi hanno poco accesso a Internet e molte persone, soprattutto quelle anziane, si informano esclusivamente tramite l’emittente pubblica.
In un recente rapporto, Human Rights Watch ha citato interviste con ex-dipendenti e dipendenti attuali di MTVA che hanno raccontato come ai giornalisti venga detto quali argomenti trattare e persino che parole usare nei loro servizi. Se non vogliono seguire la linea del partito, viene detto loro di andarsene.
Nel 2018 il governo ha istituito la fondazione KESMA, che controlla i media ceduti gratuitamente da oligarchi amici. Oggi controlla 476 organi di informazione in tutto il Paese, che ripetono tutti la narrazione del governo, pubblicando gli stessi articoli e, a volte, persino le stesse copertine. Testate che sono generosamente sovvenzionate dalla pubblicità del governo.
Nel frattempo, i media indipendenti sono in difficoltà e alcuni tra loro, anche importanti, tra cui il quotidiano Népszabadság, hanno chiuso per la pressione. Altri, come i due siti Origo e Index, sono stati integrati nella macchina della propaganda del governo: Orbán usa questi media addomesticati per diffamare coloro che considera nemici. Prima, la propaganda governativa ha preso di mira la Banca mondiale, poi il Fondo monetario internazionale e, quando la posta in gioco è diventata più alta, l’ex benefattore di Orbán, George Soros.

Apparso su manifesti e in video con toni antisemiti, il miliardario di origine ungherese è stato mostrato come un nemico nazionale: un multimiliardario così potente che, per sconfiggerlo, l’intera nazione doveva unirsi dietro Orbán.
Campagne diffamatorie, analisi degli elettori e sondaggi continui sono diventati gli strumenti principali di Fidesz finalizzati a mostrare le ripetute vittorie elettorali. La mente dietro a tutto questo non è altro che Arthur Finkelstein, stratega conservatore statunitense, un uomo che una volta ha detto al New York Times che sperava di «cambiare il mondo».
La formula di Finkelstein ha continuato a funzionare, anche dopo la sua morte nel 2017. In quell’anno è stata presentata al Parlamento una legge che prende di mira le ong che ricevono finanziamenti stranieri. L’anno successivo la Central European University, fondata da Soros, è stata costretta a lasciare l’Ungheria. Nel 2019, una campagna di cartelloni pubblicitari con Soros e l’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha colpito le strade ungheresi, per poi ripetersi nel 2023 con Ursula von der Leyen.
Il nuovo nemico
Per molti anni, anche quando stava trasformando l’Ungheria in uno Stato illiberale, Orbán ha continuato a presentare un volto più moderato all’Unione europea. Mentre all’interno reprimeva la società civile e il giornalismo indipendente, a Bruxelles teneva conferenze stampa di ore e ore per rispondere alle domande dei media.
La cosa tra i giornalisti ungheresi si è persino trasformata in una battuta ricorrente: se vuoi fare una domanda al primo ministro, compra un biglietto per Bruxelles. Protetto dal Partito popolare europeo (Ppe) – una coalizione di fazioni politiche conservatrici di tutta l’Ue a cui Fidesz ha aderito nel 2000 – il primo ministro ungherese era considerato più un fastidio che una minaccia. Nonostante Orbán potesse fare la voce grossa su alcune questioni, come l’immigrazione, era comunque disposto a stare al gioco.
La politica estera dell’Ungheria si è sempre basata sulla geostrategia: pur essendo un membro dell’Ue e della Nato, Orbán ha cercato di mantenere un rapporto amichevole anche con la Russia di Vladimir Putin, che ha fornito all’Ungheria – priva di sbocchi sul mare – petrolio e gas, e, in misura minore, con la Cina. In una cena privata, secondo un articolo pubblicato dal suo direttore politico Balázs Orbán (non è parente di Viktor, ndr), Orbán ha sostenuto che la «sfida strategica che l’Ungheria deve affrontare è diventare un’economia sviluppata e raggiungere lo status di media potenza in Europa centrale».
Per molti anni Orbán ha cercato di nascondere le sue tendenze autoritarie quando trattava con l’Unione europea. Quando Manfred Weber, leader del gruppo del Ppe, ha visitato Budapest nel 2019, i cartelloni con Soros e Juncker sono stati rapidamente rimossi dalle strade. Due anni dopo, le cose sono cambiate: Fidesz ha lasciato il Ppe e l’Ue ha sospeso i finanziamenti all’Ungheria a causa degli attacchi di Orbán alla società civile e allo stato di diritto. Non avendo più bisogno di salvare le apparenze, Orbán ha trasformato Bruxelles nel suo nuovo nemico.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina a febbraio 2022 – poche settimane dopo che Orbán aveva trascorso cinque ore a colloquio con Putin seduto al famoso tavolo lungo al Cremlino – Fidesz ha colto l’opportunità per volgere la crisi a vantaggio del partito. Secondo il sito Direkt36, nel primo pomeriggio del 24 febbraio 2022, Antal Rogán, “ministro della Propaganda” ungherese, avrebbe convocato i responsabili dei media governativi, dicendo loro che la guerra era un’occasione per rafforzare il governo in carica.
La macchina della propaganda ha rapidamente iniziato a sfornare messaggi che predicavano la pace e chiedevano all’Unione europea di non intervenire nella guerra e i cartelloni pubblicitari raffiguranti bombe, con sopra scritto «Le sanzioni di Bruxelles ci distruggeranno», hanno fatto la loro comparsa per le strade.
«Marcia su Bruxelles»
Pur avendo conquistato un potere senza precedenti in Ungheria, la politica estera di Orbán, le continue critiche a Bruxelles, la stretta di mano con Putin e l’aperto sostegno a Donald Trump lo hanno lasciato sempre più isolato in Europa. Il leader ungherese ha risposto costruendo nuove alleanze con i leader dell’estrema destra del blocco e proteggendo gli interessi di Putin.
Ha ostacolato le votazioni su questioni chiave come gli aiuti europei all’Ucraina e l’adesione della Svezia alla Nato, ha annacquato le sanzioni contro la Russia e minacciato addirittura di votare contro l’avvio dei colloqui di adesione con Kyiv. Nel frattempo, il governo ungherese ha speso miliardi per costruire le proprie basi di soft power all’interno dell’Unione europea tramite discorsi e giornali conservatori in lingua inglese. In diversi Paesi hanno fatto la propria comparsa think tank sponsorizzati da Budapest, tra cui anche la cosiddetta “Casa ungherese” a poche centinaia di metri dal Palazzo Reale di Bruxelles.
Nel marzo 2024, in occasione di un comizio politico per commemorare la rivoluzione ungherese e la lotta per la libertà contro l’impero asburgico, Orbán ha dichiarato di voler portare la propria battaglia a Bruxelles. «Nel 1848 ci siamo fermati a Schwechat. Non lo faremo ora. Ora marceremo su Bruxelles e saremo noi stessi a cambiare l’Unione europea», ha detto alla folla. Nonostante gli appelli romantici, rischia di finire più isolato che mai all’interno dell’Unione europea.

