Nel corso delle ultime settimane IrpiMedia ha pubblicato una serie di articoli sulla finanza verde in collaborazione con Voxeurop. Gli articoli già presenti sul sito indagano gli asset manager europei che dichiarano di investire “green” ma che in realtà investono parte dei fondi con denominazione sostenibile in aziende che lavorano nel fossile.
Fare ciò è possibile grazie alle norme poco stringenti che regolano il settore della finanza verde. Abbiamo già parlato di come, con l’entrata in vigore di regole più stringenti, molti gestori di fondi di investimento abbiano scelto nell’ultimo anno di cambiare il nome di alcuni fondi togliendo ogni riferimento ambientale, invece di disinvestire dalle aziende del fossile. La normativa sull’ambiente Sfdr (Sustainable Finance Disclosure Regulation) non obbliga a introdurre parametri specifici per la sostenibilità, e lascia le aziende libere di gestire i propri parametri di categoria.
In breve
- Anche gli asset manager domiciliati in Italia investono nel fossile. IrpiMedia ha tracciato i fondi light green che investono nelle aziende a trazione fossile
- Ci sono asset come Mediolanum e Anima che hanno modificato i fondi che, fino al 2023, erano classificati come art.8
- Gli altri, invece continuano a investire nel fossile, pur non trasgredendo le normative europee. È il caso di Generali, BCC, Fideuram, Sella, Epsilon
- La normativa europea e l’ultimo pacchetto Omnibus sulla rendicontazione delle imprese creano un cortocircuito: da un lato gli asset devono rendicontare gli investimenti green, dall’altro molte imprese non devono più farlo
Le norme però si limitano a definire i nomi dei fondi e le categorie sotto le quali possono ricadere, non impedendo agli Asset che investono anche nei combustibili fossili di presentarsi come sostenibili.
Secondo un rapporto di Bloomberg, circa il 75% dei 1.600 fondi articolo 8 analizzati, che ricadono quindi nelle categorie della finanza verde, investono infatti in compagnie fossili non conformi ai criteri di sostenibilità Esma. Anche Morningstar ha rilevato che, dei 4300 fondi domiciliati nell’Unione europea che rientrano nell’ambito di applicazione delle nuove linee guida, 1.600 sono esposti ad almeno un titolo che viola le regole di esclusione. Questi fondi sarebbero costretti quindi a cambiare nome o a disinvestire in queste compagnie e le aziende che ne risentirebbero maggiormente sarebbero Total Energies, Tencent Holdings, Ecolab e Shell.
La situazione in Italia
Molte di queste aziende sono domiciliate in Italia, o destinano i loro fondi alle filiali italiane di alcune delle più grandi aziende del fossile.
Abbiamo già scritto di come Amundi abbia seguito questa strategia per adeguarsi alle normative europee introdotte a maggio 2024, mantenendo immutati gli investimenti e cambiandone solo nome e categoria sostenibile. Altre criticità sono emerse analizzando Eurizon, divisione di asset manager del gruppo di Intesa San Paolo che gestisce il più grande patrimonio italiano, di circa 394,6 miliardi di euro.
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IrpiMedia ha analizzato i maggiori asset manager domiciliati in Italia che investono nel fossile. Secondo il database London Stock Exchange Data & Analytics, tenendo in considerazione sia i fondi che rispettano sia quelli che non rispettano le linee guida Esma, il volume di investimenti totale da parte di asset manager italiani in aziende fossili è di 1,6 miliardi di euro.
Metodologia
Il database su cui è basata questa serie contiene diverse informazioni su fondi di investimento che a livello globale investono in compagnie oil & gas pur essendo stati categorizzati come sostenibili ai sensi della normativa dello Stato in cui sono domiciliati. Tra le informazioni che è stato possibile ricavare dal database ci sono:
- se sono in contrasto con le linee guida Esma
- il periodo a cui si riferiscono le informazioni riportate (tra il quarto trimestre 2023 e il primo del 2025)
- il nome e il codice (Isin) del fondo
- l’asset manager che gestisce il fondo
- la categorizzazione ai sensi dell’Sfdr
- lo Stato in cui il fondo è domiciliato
Tutte le informazioni in questo pezzo si riferiscono a fondi domiciliati in Italia, indipendentemente dal fatto che l’asset manager che li gestisce sia italiana o meno. Abbiamo però scelto di parlare principalmente di asset manager italiani o molto conosciuti in Italia per interesse del pubblico.
Inoltre, abbiamo filtrato i fondi per limitare la nostra ricerca a fondi articolo 8 o articolo 9, che sono considerate le due categorie di fondi sostenibili. Abbiamo scelto invece di non limitare la ricerca ai fondi in contrasto con le linee guida di denominazione Esma (nonostante alcuni di essi lo fossero e lo abbiamo fatto presente alle società per poter avere chiarimenti in merito) dato che questa normativa è entrata in vigore solo nel novembre 2024 per i nuovi fondi, e implementata da maggio 2025 per quelli già esistenti.
Infine, abbiamo comparato la panoramica durante tutto il periodo con la situazione più recente (al primo trimestre 2025), per poter inserire le nostre informazioni in un contesto e, quando necessario, offrire uno spaccato della situazione corrente e aggiornata.
Considerando, invece, solo i fondi che non rispettano le linee guida Esma, il volume totale di investimenti scende a 81 milioni di dollari (68,4 milioni di euro) risalenti prevalentemente al 2023. Degli 81 milioni, infatti, 48 (40,6 milioni di euro) sono del 2023. IrpiMedia ha analizzato i primi asset manager presenti nel database tra il 2023 e il 2025 per volume di investimenti – escludendo quelli già trattati in precedenza.
Generali e BCC
Un nome noto presente nel database è Generali. La sezione di investimento Generali Investments Partners SGR S.p.A. è stata incorporata nel 2024 ad un’altra sussidiaria del gruppo e rinominata Generali Asset Management (GenAM). Ad oggi, GenAM vanta un totale di 450 miliardi di euro di asset in gestione.
GenAM non è presente nel nostro database, ma al quarto trimestre 2023 – ovvero l’ultimo periodo prima di essere assorbita in GenAM – Generali Investments Partners investiva circa 28 milioni di dollari (23,6 milioni di euro) in Shell, Equinor, TotalEnergies, OMV, Eni, Repsol, BP, Chevron e Mitsubishi. Questi soldi provenivano da due fondi di investimento light green, uno dei quali conteneva anche la parola “ESG” nel nome.
GenAM applica strategie di sostenibilità «personalizzate in base ai profili di rischio individuali e agli obiettivi di sostenibilità». Come quasi tutte le altre società di gestione del risparmio, GenAM non utilizza la Tassonomia per definire i propri investimenti sostenibili bensì valutazioni interne, riviste annualmente, e appoggiandosi parzialmente ai rating di MSCI ESG Research. L’approccio di GenAM sembra essere basato principalmente sul mantenere il dialogo con le aziende in cui investono piuttosto che disinvestire.
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Diversamente dalle altre società di risparmio analizzate in questo pezzo, BCC Risparmio&Previdenza è principalmente nota per i propri strumenti di risparmio a lungo termine come il proprio fondo pensione.
È la sezione di gestione del risparmio del gruppo BCC (Banche di Credito Cooperativo) Iccrea. Il patrimonio gestito da BCC è di circa 15 miliardi di euro divisi tra diversi prodotti tra cui un fondo pensione chiamato Fondo Pensione Aureo con cinque comparti. Tutti i comparti sono «caratterizzati da una politica che integra criteri ESG» e hanno il termine “ESG” nel proprio nome. Abbiamo rilevato che, nel quarto trimestre 2024, uno di questi comparti investiva oltre 9 milioni di dollari (7,6 milioni di euro) in compagnie fossili (RWE, Eni, ConocoPhillips, EOG, Exxon, Antero, TotalEnergies).
I casi Anima e Mediolanum
Anima è uno degli asset manager di gestione del risparmio più grandi in Italia con un patrimonio di oltre 200 miliardi di euro. Dei 22 fondi light green presenti nel database emerge un volume di investimenti che sfiora il mezzo miliardo di dollari verso 26 aziende che producono la maggior parte dei loro guadagni dal fossile. Tra le maggiori destinatarie dei fondi svetta TotalEnergies che ha ricevuto 73 milioni di dollari (61,7 milioni di euro). Seguono Exxon con 51 milioni (43 milioni di euro), Shell con 45 milioni (38 milioni di euro) ed Eni con 37 milioni (31,3 milioni di euro).
I fondi presenti nel database consultato da IrpiMedia non sono stati rinnovati dopo il 2023. Anima, però, dal 2022 investe tramite il fondo art.9 “Anima Net Zero Azionario Internazionale” per il raggiungimento degli obiettivi di neutralità carbonica. Nella sezione “In che cosa investe”, dichiara di investire «in società che hanno adottato piani di progressiva riduzione e azzeramento delle emissioni nette, per contenere il riscaldamento terrestre entro i limiti previsti dall’Accordo di Parigi del 2015. Le società in portafoglio sono selezionate fra quelle incluse nella lista della Science Based Targets initiative».
Alla nostra richiesta di commento, l’azienda ha confermato quanto emerge dal database, sottolineando che «detti investimenti non erano in contrasto con quanto indicato nella documentazione precontrattuale dei prodotti interessati o con la politica di investimento ESG di Anima».
Mediolanum a sua volta ha scelto di non rinnovare una politica di impegno ambientale verso le società in cui investe, decisione consentita dalla normativa italiana.
Nell’ultimo trimestre del 2023 l’azienda su cui Mediolanum ha investito più fondi green è stata la filiale italiana di Chevron Corp, con un fondo di 3,8 milioni di dollari (3,2 milioni di euro); seguono Exxon Mobil corp (1,8 milioni di euro), ConocoPhillips e Shell (1,6 milioni di euro), e Total Energies (1,4 milioni di euro).
In un documento del 30 giugno 2025, la banca ha dichiarato di rinunciare ad una politica di impegno verso le società in cui investe. La decisione è motivata dal fatto che, al momento, non detiene posizioni rilevanti in aziende con azioni quotate su mercati regolamentati e dalle condizioni contrattuali con i clienti che non prevedono questo tipo di impegno.
Questo coincide anche con un aumento rispetto all’anno prima della quota di investimenti in aziende coinvolte in armi controverse (armi chimiche, biologiche), in aziende che non adottano iniziative per ridurre emissioni carboniche, che non preservano la biodiversità, e sono coinvolte in problematiche sociali.
Per quanto riguarda il coinvolgimento maggiore in aziende attive nel settore dei combustibili fossili, come quelle sopra citate, la banca si riserva di approfondire in futuro «eventuali trend negativi».
Da Allianz a Fideuram passando per Sella ed Epsilon
Chi, invece, non ha interrotto gli investimenti di fondi art.8 in aziende fossili è, ad esempio, Allianz Global Investors, con un patrimonio gestito di 565 miliardi di euro.
Secondo il database consultato da IrpiMedia, tra il 2023 e il primo trimestre del 2025 Allianz ha investito più di 65 milioni di dollari (55 milioni di euro) in aziende fossili attraverso il fondo “Allianz Azioni Italia All Stars” – che ha investito 30 milioni di dollari (25 milioni di euro) in Eni SpA – e “Allianz Azioni Europa” – che ha investito circa 35 milioni di dollari (29,6 milioni di euro) in aziende come Shell, TotalEnergies e BP.
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Allianz ha confermato di investire in queste aziende e ha specificato che entrambi i fondi a cui tali investimenti fanno riferimento rispettano gli standard di sostenibilità interni all’azienda e quelli richiesti dalla normativa Sfdr. La società ha sottolineato che gas e petrolio, hanno ancora un «ruolo importante nel soddisfare le esigenze dell’economia e della società a livello globale» e perciò Allianz preferisce continuare a sostenere tali investimenti «a condizione che le aziende intraprendano azioni concrete per impegnarsi in percorsi di transizione».
Anche Fideuram, private bank italiana parte del gruppo Intesa San Paolo, mantiene investimenti significativi in Eni SpA, investendo 33,7 milioni di dollari (28,5 milioni di euro) solamente nel 2025. I tre fondi “Piano Azioni Italia”, “Piano Bilanciato Italia 50” e “Fideuram Italia” dichiarano una quota del 20% destinata a investimenti sociali, ma nessun obiettivo d’investimento sostenibile in grado di generare impatti positivi ambientali e sociali.
A dicembre del 2023, infatti, i tre fondi avevano una quota dello 0% per attività ecosostenibili misurate secondo la tassonomia europea; cioè, nonostante menzionassero investimenti sostenibili, nessuno di questi investimenti era formalmente certificato come sostenibile secondo i criteri Ue.
Questo è soprattutto dovuto alla mancanza di dati forniti dagli emittenti, che i fondi Fideuram accettano riservandosi un margine di flessibilità per i dati non certi.
I tre fondi hanno anche dichiarato di avere un benchmark di riferimento per verificare di supportare effettivamente gli obiettivi sociali/ambientali promossi, affermando però che questo «non è funzionale al raggiungimento delle caratteristiche ambientali o sociali promosse dal comparto». Manca quindi un vero strumento di controllo tra ciò che ciascun fondo promette in termini di sostenibilità, e il loro impatto concreto.
C’è poi la Banca Digitale Sella, un asset con un patrimonio di sette miliardi di euro, che dal 2023 investe più di 33 milioni di dollari (27 milioni di euro) in aziende a trazione fossile tramite quattro principali fondi: “Investimenti Bilanciati Italia” “Investimenti Azionari Italia” “Investimenti Azionari Europa” “Investimenti Bilanciati Internazionali”. Eni ha ricevuto la fetta maggiore di investimenti per un totale di 18,5 milioni di dollari. Il resto è diviso tra TotalEnergies, Shell, Exxon Mobil Corp, ConocoPhillips, BP, Chevron Corp, Repsol ed Equinor .
Nella pagina sulla sostenibilità di Sella vengono indicati i parametri di approccio al tema investimenti Esg che, però, non hanno un chiaro obiettivo operativo. Infatti la banca vuole «migliorare costantemente le proprie performance sociali ed ambientali, in un’ottica rigenerativa per la comunità» e si pone come promotrice «di una economia sostenibile anche attraverso la propria attività di intermediazione finanziaria, supportando i propri clienti nel processo di transizione verso un’economia ad impatto ESG positivo». Non è chiaro però come intenda metterlo in atto.
In una recente operazione, Eurizon – il principale asset manager italiano – ha incorporato Epsilon, un’altra società di gestione del risparmio. Nella dichiarazione dell’acquisizione, si avvisavano gli investitori di Epsilon che «la denominazione, la politica di investimento perseguita, le modalità di partecipazione e le condizioni economiche previste per ciascun fondo rimarranno invariate». Secondo il nostro dataset, tra il 2023 e il 2025 Epsilon ha investito sei milioni di dollari (5 milioni di euro) provenienti da fondi articolo 8 in aziende fossili. Nonostante un progressivo disinvestimento, al primo trimestre 2025 risultava ancora un fondo, chiamato Eurizon Rendita, che investiva 602 mila dollari in OMV, Eni, Repsol e TotalEnergies.
Nonostante l’Europa abbia da tempo ormai aderito all’obiettivo NetZero del 2050, le normative creano dei problemi che comportano dei rallentamenti nel raggiungimento della neutralità carbonica.
Secondo Roberto Grossi, vicedirettore generale di Etica Sgr, «la Commissione europea sta facendo dei grandi passi indietro, perché recentemente è passato il pacchetto cosiddetto Omnibus».
Si tratta di un insieme di modifiche presentato dalla Commissione il 4 marzo di quest’anno che puntano a semplificare gli adempimenti per le imprese. In sostanza una grande fetta di aziende, soprattutto quelle medio-piccole, sono esonerate dagli obblighi di rendicontazione e sostenibilità.
Questo comporta problematiche per gli investitori: se l’azienda – che non è obbligata a rendicontare – non offre il dato sulla sostenibilità si crea un vero e proprio cortocircuito.
«Se da un lato», conclude Grossi, «si chiede un impegno di trasparenza agli asset manager, dall’altro non si pretende la stessa cosa dalle imprese che, non essendo obbligate a rendicontare, non possono garantire agli asset che il loro investimento sia effettivamente green».
Alla richiesta di commento che IrpiMedia ha inoltrato alle aziende menzionate in questo articolo, hanno risposto solamente Anima e Allianz. Aggiorneremo l’articolo con eventuali altre risposte.
Aggiornamento del 24 settembre 2025
Generali, Banca Sella ed Eurizon hanno inviato agli autori i rispettivi commenti che integriamo di seguito:
Eurizon Capital SGR
«Eurizon si impegna attraverso l’engagement a supportare le società appartenenti a settori ad alto impatto climatico (maggiormente inquinanti) su un percorso virtuoso di decarbonizzazione. Le società citate non sono vietate dalla normativa SFRD per i prodotti art. 8, che non hanno denominazione ESG/sostenibile (e assimilabili).
I fondi indicati con acronimo ESG nella denominazione non erano in collocamento alla data di entrata in vigore delle Linee Guida ESMA sulla denominazione dei fondi.
Pertanto, considerato che il prospetto è strettamente legato alla fase di offerta (conclusa nei casi in oggetto), non sono state apportate modifiche».
Generali
Generali ha confermato gli investimenti riportati per il 2023 specificando che dei due fondi menzionati nell’articolo uno ha modificato la propria strategia di investimento e ad oggi non investe direttamente nelle aziende menzionate ma in altri Fondi e/o ETF. Il secondo fondo ha parzialmente mantenuto investimenti in alcune aziende per un controvalore complessivo inferiore a 5 milioni di euro e ha modificato la propria denominazione per rimuovere il termine ESG in seguito all’approvazione delle linee guida Esma. Entrambi i fondi rientrano nell’articolo 8. «Nessuno dei due fondi prevede un impegno verso una percentuale minima di Investimenti Sostenibili», dichiara l’azienda.
GenAM ha precisato che, contrariamente a quanto pubblicato in precedenza, utilizza la Tassonomia UE «come uno dei componenti della propria metodologia di investimento sostenibile».
Banca Sella
Il patrimonio di 7 miliardi di euro che viene attribuito alla Banca Digitale Sella si riferisce soltanto a Sella Sgr, asset di gestione del risparmio che fa capo al Gruppo Sella.
Sella Sgr ha risposto alla nostra richiesta di commento precisando che i fondi art. 8 analizzati da IrpiMedia escludono l’investimento in società che «derivano parte del loro fatturato dall’estrazione di carbone termico o sabbie bituminose, nonché dalla produzione di energia da carbone termico». In base a quanto stabilito dal regolatore, però, non è prevista «l’esclusione di tutte le società che generano una quota significativa del proprio fatturato da altre attività legate ai combustibili fossili, a meno che nella denominazione del prodotto non compaiano specifici termini legati alla sostenibilità».
Questo articolo è pubblicato in collaborazione con Voxeurop; fa parte di un ciclo di inchieste sulla finanza verde e realizzato con il sostegno dello European Media and Information Fund (Emif).
La responsabilità di qualsiasi contenuto sostenuto dal European Media and Information Fund è esclusivamente degli autori e non riflette necessariamente le posizioni dell’Emif e dei partner del Fondo, la Calouste Gulbekian Foundation e l’European University Institute.
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