I segreti della flotta cinese di pescherecci pirata
È causa della scomparsa di un centinaio di pescatori nordcoreani: ha depredato il Mar Cinese Meridionale dei calamari e lavora come una flottiglia paramilitare
12 Agosto 2020
Ian Urbina

Per anni, nessuno ha saputo perché decine di fatiscenti barchette di legno – note come “barche fantasma” – si sono regolarmente arenate lungo le coste del Giappone. Spesso avevano a bordo cadaveri ridotti a scheletri di pescatori nordcoreani, morti di fame e stenti in mezzo al mare.

Una risposta la fornisce la recente inchiesta di The Outlaw Ocean, realizzata con l’ausilio di nuovi dati satellitari. Oggi è ritenuta da diversi ricercatori del mare la spiegazione più plausibile di questo fenomeno: la Cina ha inviato e continua a inviare una flotta di pescherecci finora mai tracciati allo scopo di pescare illegalmente nelle acque nordcoreane. L’invasione delle imbarcazioni cinesi ha costretto le barche di pescatori della Corea del Nord ad allontanarsi da quell’area e sta provocando a un calo del 70% delle scorte di calamari, finora abbondanti in questo mare. Quei pescatori senza vita finiti sulle spiagge giapponesi probabilmente si erano allontanati troppo dalla costa, alla vana ricerca dei preziosi molluschi, fino a morire.

La presenza delle imbarcazioni cinesi – più di 700 lo scorso anno – viola le risoluzioni Onu che proibiscono la pesca di operatori stranieri nelle acque della Corea del Nord. Sono state imposte nel 2017 in risposta ai test nucleari di Pyongyang e avevano l’obiettivo di impedire la vendita dei diritti, licenze e quote di pesca in Corea del Nord in cambio di valuta straniera, preziosa risorsa per il Paese.

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Le stime sulla reale dimensione della flotta di pescherecci cinesi variano molto. Secondo gli ultimi calcoli, si attesta tra le 200 mila e le 800 mila imbarcazioni, ossia quasi la metà dell’intero parco pescherecci mondiale. Il governo cinese afferma che i suoi pescherecci d’alto mare, ovvero quelli che operano più lontano dalla costa, sono circa 2.600. Una ricerca dell’Overseas Development Institute, tuttavia, ne ha calcolati 17.000, molti dei quali ancora sconosciuti, come quelli scoperti di recente nelle acque nordcoreane. Per capire la dimensione del fenomeno, la flotta americana di pesca in alto mare conta meno di trecento imbarcazioni.

La Cina non è solo il più grande esportatore al mondo di prodotti ittici: la popolazione del Paese ne consuma anche più di un terzo della produzione mondiale. Avendo esaurito le risorse dei propri mari, la flotta cinese è ormai solita navigare al largo allo scopo di sfruttare altre acque territoriali, comprese quelle di regioni come l’Africa occidentale e l’America Latina, dove le autorità nazionali non hanno le risorse – o la volontà – per proteggere la propria sovranità marittima. Inoltre, le dimensioni dei pescherecci d’alto mare cinesi sono tali che in una sola settimana sono in grado di pescare tanto quanto un’imbarcazione senegalese o messicana raccoglie in un anno.

Le stime sulla reale dimensione della flotta di pescherecci cinesi variano molto. Secondo gli ultimi calcoli, si attesta tra le 200 mila e le 800 mila imbarcazioni, ossia quasi la metà dell’intero parco pescherecci mondiale

Molti dei pescherecci cinesi che setacciano le acque del Sudamerica sono a caccia dei cosiddetti “pesci esca”, ricchi di proteine e particolarmente preziosi quando utilizzati come cibo per i pesci d’allevamento. Anche i gamberetti sono stati a lungo tra i loro principali obiettivi, mentre oggi la caccia è al totoaba, una specie in via di estinzione e particolarmente ricercata in Cina per le presunte proprietà curative della sua vescica natatoria, che può essere venduta a prezzi che vanno tra i 1.400 e i 4.000 dollari.
LA DEFINIZIONE - Pesce esca e totoaba

Si definisce “pesce esca” o “pesce foraggio” l’insieme dei pesci che stanno nella parte più bassa della catena alimentare. Sono i pesci di cui si cibano gli altri predatori, soprattutto altri pesci ma anche uccelli. Fanno parte di questa categoria pesci molto comuni come sardine e acciughe. Il “pesce foraggio” è importante per l’allevamento di polli e maiali. Il totoaba, pesce simile al branzino, vive principalmente nelle acque di California e Messico. È diventato oggetto di pesca intensiva dal momento in cui ha trovato un enorme mercato in Cina.

#PiratiDelMediterraneo

Ma il vero primato della Cina riguarda i calamari. Tra il 50 e il 70% di quelli pescati in alto mare è catturato da pescherecci cinesi, circostanza che rende la flotta della Repubblica popolare il leader incontrastato nella pesca di questo mollusco. Metà dei calamari pescati dai cinesi finiscono in Europa, Asia settentrionale e Stati Uniti.

Per prenderli, i pescherecci cinesi utilizzano reti da pesca che vengono tirate tra due imbarcazioni: una pratica largamente criticata dai conservazionisti, i difensori dell’equilibrio del pianeta, poiché causa la morte di grandi quantità di altri tipi di pesce. La Cina è inoltre accusata di destinare i calamari di alta qualità al solo consumo domestico mentre quello di qualità inferiore viene esportato a prezzi gonfiati. A ciò, dicono i critici, si aggiunge il fatto che la Cina annienta ogni imbarcazione straniera che si trova nelle principali zone di riproduzione del calamaro e si trova in una posizione privilegiata per poter indirizzare a proprio favore i negoziati internazionali sulla conservazione e la distribuzione delle quote globali di calamari.

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Come far galleggiare le finanze di una flottiglia

La flotta di pescherecci cinesi non è diventata un gigante solamente con le sue forze. L’industria beneficia dei ricchi sussidi concessi dal governo, che ogni anno spende miliardi di yuan (centinaia di milioni di euro) per sostenere il settore. Le imbarcazioni cinesi possono spingersi così a largo anche grazie alle sovvenzioni per l’acquisto del diesel, decuplicate tra il 2006 e il 2011. Da quell’anno Pechino non ha più rilasciato dati pubblici a riguardo.

Nell’ultimo decennio il governo cinese ha contribuito economicamente alla costruzione di pescherecci con scafo in acciaio sempre più grandi e tecnologici. In alcuni casi, navi ospedale sono state inviate nelle zone di pesca affinché le flotte potessere rimanere in mare aperto più a lungo. Ma, soprattutto, il governo cinese supporta la flotta di pescherecci con una preziosa attività di intelligence: funzionari statali identificano le zone più pescose grazie a satelliti e navi da ricerca e trasmettono le informazioni ai pescatori.

Senza questi aiuti la pesca dei calamari sarebbe un business in perdita. A dirlo e il professor Enric Sala, fondatore del progetto Pristine Seas (Mari immacolati) della National Geographic Society americana. Secondo uno studio condotto da Sala il prezzo di vendita dei calamari non permette nemmeno di coprire il costo del carburante necessario per pescare i molluschi in mare aperto.

La flotta illegale in mare fotografata al tramonto nel Mar Cinese Meridionale – Foto: The Outlaw Ocean Project

A detta dei conservazionisti, le sovvenzioni statali sono tra le cause principali dello spopolamento negli oceani, insieme alla pesca illegale e alla sovraccapacità dei pescherecci. Tuttavia, la Cina non è l’unico Paese che puntella la propria industria ittica con sussidi di questo tipo. Il Giappone guida questa speciale classifica, elargendo da solo il 20% dei sussidi globali, seguito dalla Spagna con il 14%. Più staccate Cina, Corea del Sud e Stati Uniti.

Recentemente, il governo cinese ha annunciato che porrà un freno all’espansione della propria flotta di pescherecci d’altura e nel 2017 ha dato il via a un piano quinquennale che prevede la riduzione del numero di imbarcazioni sotto le 3.000 unità entro il 2021. Secondo il biologo marino Daniel Pauly, la Repubblica popolare è genuinamente determinata a ridimensionare la propria flotta. «Che riescano a farlo è tutto un altro discorso», spiega Pauly, il quale dirige il progetto Sea Around Us (Il mare intorno a noi) iniziativa di ricerca dell’università della British Columbia, in Canada e di quella dell’Australia Occidentale.

Altri tentativi di tenere a freno la flotta si sono dimostrati poco efficaci. Progettare e implementare delle riforme è complicato poiché le leggi cinesi sono particolarmente permissive, ma non solo. La forza lavoro a bordo delle imbarcazioni è in gran parte analfabeta, molte barche sono prive di licenza oppure prive di nome o di codice identificativo, e i centri di ricerca sulla pesca sono restii a pubblicare dati in modo uniforme e condividerli sia internamente sia all’estero.

Le motivazioni al di là della pesca

Oltre alle risorse ittiche, in gioco ci sono anche le ambizioni e la grandezza della flotta peschereccia cinese. Con le aspirazioni geopolitiche della Cina sullo sfondo, i pescatori sono spesso utili come personale paramilitare de facto, le cui operazioni sono definite dal governo di Pechino iniziative private. Dietro le sembianze civili, questa flottiglia privata contribuisce ad affermare il dominio territoriale cinese. Lo fa, in particolare, allontanando i pescatori o i governi che sfidano le rivendicazioni di sovranità cinesi che si estendono su quasi tutto il Mar Cinese Meridionale.

«Quello che sta facendo la Cina è mettersi le mani dietro la schiena e usare la sua grande pancia per spingerti fuori, per sfidarti a colpire per primo», sostiene Huang Jing, il direttore del Centro sull’Asia e la Globalizzazione presso la Lee Kuan Yew School of Public Policy di Singapore.

Noti per la loro aggressività, i pescherecci cinesi sono spesso fiancheggiati da imbarcazioni della Guardia costiera nazionale, perfino in alto mare e in acque territoriali straniere. Abbiamo filmato dieci pescherecci cinesi a caccia di calamari mentre si spingevano in acque nordcoreane. Dopo essere stati avvistati, il comandante di uno dei pescherecci cinesi ha virato bruscamente nella nostra direzione, con il probabile intento di tenerci a distanza. Per evitare una collisione siamo stati costretti a cambiare rotta.

Noti per la loro aggressività, i pescherecci cinesi sono spesso fiancheggiati da imbarcazioni della Guardia costiera nazionale, perfino in alto mare e in acque territoriali straniere

Una imbarcazione fantasma abbandonata – Foto: The Outlaw Ocean Project

«Questa flotta è di fatto una forza senza uniforme e senza una formazione adeguata, fuori dalle cornici legislative del diritto marittimo internazionale, delle regole di ingaggio militari e dei meccanismi multilaterali istituiti per prevenire incidenti in mare»

Greg Poling

Center For Strategic & International Studies

La Cina ha tentato di accrescere la propria potenza marittima anche attraverso metodi più tradizionali. Per esempio, il governo ha ampliato la propria flotta navale più velocemente di qualsiasi altro Paese. Ci sono almeno tre flotte di navi militari in costruzione, mentre una dozzina di navi da ricerca tecnologicamente avanzate sono state inviate a perlustrare i mari alla ricerca di minerali, petrolio e altre risorse naturali.

Ma a livello globale la presenza cinese più aggressiva e diffusa in mare aperto resta comunque la flotta dei pescherecci. Queste imbarcazioni sono abitualmente indicate dagli analisti militari occidentali come una «milizia civile» d’avanguardia che funziona come «una forza senza uniforme e senza una formazione adeguata, fuori dalle cornici legislative del diritto marittimo internazionale, delle regole di ingaggio militari e dei meccanismi multilaterali istituiti per prevenire incidenti in mare», come ha scritto recentemente Greg Poling su Foreign Policy.

Non c’è nessun posto dove la flotta peschereccia cinese sia più onnipresente che il Mar Meridionale Cinese. Si tratta di una delle aree più contese al mondo, dove si scontrano rivendicazioni storiche e persino morali di Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei, Taiwan e Indonesia. Oltre ai diritti di pesca, gli interessi in queste acque derivano da un intricato mix di orgoglio nazionale, lucrosi giacimenti sottomarini di petrolio e gas e il desiderio politico di controllare una zona dalla quale passa un terzo del commercio marittimo mondiale.

A catalizzare l’attenzione internazionale nel Mar Cinese Meridionale sono state le Isole Spratly: qui il governo cinese ha trasformato scogliere e secche in isolotti, poi militarizzati con piste di atterraggio, porti e apparecchiature radar. I pescherecci cinesi sostengono gli sforzi del governo, affollandosi nell’area e intimidendo potenziali rivali. Un chiaro esempio di questa strategia collaterale lo si è visto nel 2018: 90 pescherecci sono stati inviati a mollare gli ormeggi alcune miglia al largo dell’isola filippina di Thitu Island, dopo che il governo di Manila aveva iniziato a fare dei lavori infrastrutturali sull’isola.

La zona di azione nel Mar Cinese Meridionale

Le rivendicazioni di Pechino corrono su quella che viene definita la «linea dei nove trattini»: una teoria che si basa su una storica mappa delle aree di pesca che attribuisce una vasta porzione del Mar Cinese Meridionale alla Cina. Tra i media occidentali c’è la tendenza a incolpare la Cina per le stesse azioni di cui Stati Uniti o Paesi europei sono stati colpevoli in passato. In parte perché la Cina ignora la maggior parte delle critiche e in parte perché la Cina è economicamente dominante sulla scena globale. Definire cosa sia giusto o sbagliato nel Mar Cinese Mediterraneo non è un compito semplice ma la maggior parte degli storici e degli esperti legali sostengono che la «linea dei nove trattini» non abbia fondamento nelle leggi internazionali. Nel 2016 una sentenza del tribunale internazionale ha dichiarato la teoria «non valida».
La linea dei nove trattini

Le rivendicazioni di Pechino sul Mar Cinese Meridionale cominciano nel 1947, due anni prima della nascita della Repubblica popolare cinese. È da allora che la Cina ha iniziato a pretendere di avere la sovranità su questa enorme porzione di mare – 3,5 milioni di chilometri quadrati – senza mai formalizzare chiaramente quali sarebbero i confini di quest’area né su cosa si basi questa rivendicazione. Allora la linea contava addirittura undici trattini. La linea attuale, scesa a nove dopo le concessioni agli alleati del Vietnam del Nord negli anni Cinquanta, corre lungo le acque territoriali di Indonesia, Brunei, Filippine, Vietnam e Malesia, erodendo loro parte della sovranità marittima. La porzione di mare è contesa perché ricca di possibili giacimenti petroliferi e molto pescosa. Il confine disegnato dai cinesi (con il supporto di Taiwan) è stato portato davanti a tribunali internazionali dalle Filippine, che hanno ottenuto sempre un riconoscimento delle loro richieste contro Pechino. La Repubblica popolare cinese non ha tuttavia rinunciato, ciclicamente, a schierare i propri assetti navali per presidiare il territorio.

Ma il Mar cinese meridionale non è l’unico teatro di scontri. Giappone e Cina sono ai ferri corti anche nell’area intorno alle isole Senkaku, piccolo arcipelago disabitato a nord-est di Taiwan, soprannominate dai cinesi le “isole della pesca”. Nel marzo 2016, inoltre, la guardia costiera argentina ha aperto il fuoco contro un’imbarcazione cinese per evitare che entrasse in acque internazionali. Dopo un tentativo di speronamento fallito, la Lu Yan Yuan è stata rovesciata dalla nave argentina. L’equipaggio cinese è poi sfuggito all’arresto trovando riparo su un altro peschereccio asiatico.

Dalle acque della Corea del Nord al Messico, passando per l’Indonesia, le incursioni ci pescherecci cinesi sono diventate più frequenti oltre che più sfrontate e aggressive. E il passo da un semplice scontro tra navi civili a una crisi militare tra due Paesi potrebbe rivelarsi più breve di quanto si pensi. Questo tipo di conflitti solleva, inoltre, preoccupazioni dal punto di vista dei diritti umani nel momento in cui i pescatori vengono utilizzati come merce di scambio/rappresentano un danno collaterale. Per non parlare della questione ambientale, con politiche marine sempre più aggressive e mari sempre più depredati. Quel che è certo è che le ripercussioni e le ambizioni della Cina sulle acque internazionali dimostrano che il reale prezzo del pesce raramente è quello che appare sul menu di un ristorante.

Ian Urbina è un giornalista investigativo vincitore di un premio Pulitzer. Precedentemente al New York Times, oggi Urbina dirige The Outlaw Ocean, un’organizzazione non profit che si concentra sui diritti umani, del lavoro e lo sfruttamento ambientale del  mare. In Italia, nel 2020, Urbina ha pubblicato con Mondadori Oceani fuorilegge, libro che raccoglie cinque anni di reportage e inchieste in giro per il mondo.

CREDITI

Autori

Ian Urbina

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

The Outlaw Ocean Project
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