Nel 2019, 485 milioni bruciati nelle frodi sui fondi dell’Unione europea

I numeri contenuti nel rapporto dell’Ufficio europeo antifrode (Olaf). Più di duecento le indagini aperte: appalti, contrabbando e contraffazione i settori tipici. Le certificazioni ultima frontiera

20 Ottobre 2020 | di Gabriele Cruciata, Carlotta Indiano

N ell’Unione Europea le frodi sono costate 485 milioni di euro pubblici soltanto nel 2019. Lo sostiene l’Olaf, l’Ufficio Europeo per la lotta antifrode, che ha inviato raccomandazioni alle autorità nazionali degli stati membri e aperto 223 indagini sull’utilizzo fraudolento di fondi europei. Secondo l’ultimo report dell’organismo europeo, infatti, le indagini in corso alla fine del 2019 dimostrano che il numero maggiore di frodi riguarda i fondi strutturali dell’Ue (ossia i fondi usati dall’Unione per appianare le differenze economiche e sociali tra i vari paesi membri), con 88 casi registrati nel corso dell’anno. Seguono la spesa centralizzata europea, vale a dire la quota di budget europeo gestita direttamente dalla Commissione, con 82 casi, e lo staff dell’Ue, con 74 casi da spalmare tra le diverse istituzioni, organi, uffici e agenzie europee. Il più colpito rimane il Parlamento europeo, che è al centro di 16 indagini su un totale di 28 casi conclusi nel 2018.

Cos'è l'Olaf
L’Olaf è parte della Commissione Europea ma agisce in totale indipendenza nell’investigare questioni che riguardano frodi, corruzione e altri crimini che danneggiano gli interessi finanziari dell’Unione. L’Olaf indaga principalmente su fondi strutturali europei, entrate doganali, aiuti esterni e altri settori di spesa tra cui casi di corruzione e cattiva amministrazione da parte dei membri dello staff dell’Ue e delle istituzioni.

Come spiegato a IrpiMedia da Ville Itälä, Direttore Generale di Olaf, «il 2019 ha visto un aumento dei fondi da recuperare: nel 2018 erano 371 milioni. L’aumento del 2019 dimostra il crescente impegno per far sì che ogni centesimo stanziato dall’Ue sia utilizzato per ciò che è stato effettivamente determinato».

Italia secondo Paese Ue per indagini avviate

L’Italia risulta essere il secondo Paese per numero di indagini avviate riguardo l’uso nazionale e regionale dei fondi europei, con 9 casi conclusisi nel 2019. Sette dei nove si sono conclusi con una raccomandazione, vale a dire un consiglio non vincolante su come recuperare i soldi persi, emesso dall’Olaf a favore dello Stato. Davanti solo la Romania, con 11 casi.

La responsabilità dell’utilizzo dei fondi europei spetta sia alla Commissione Europea sia ai singoli stati membri. Nonostante la gestione diretta dei fondi spetti alla Commissione Europea, è dunque difficile controllarne l’uso una volta che questi arrivano all’interno dei confini nazionali. Circa l’80% dei finanziamenti dell’Ue, infatti, è gestito a livello nazionale.

Le indagini antifrode riguardano generalmente la manipolazione di procedimenti pubblici per l’ottenimento di finanziamenti europei all’interno dei confini nazionali, nonché il contrabbando e la contraffazione di beni attraverso un complesso network criminale internazionale. A questi si aggiungono frodi in materia di sovvenzioni e double-funding, cioè il rischio che uno stesso progetto possa essere finanziato due volte per le medesime finalità da più fondi Ue disponibili.

Un caso emblematico di frode nelle procedure d’appalto internazionale ha coinvolto il Fondo Regionale per lo sviluppo nel settore manifatturiero tessile e ha portato alla condanna a 16 mesi delle persone coinvolte nell’illecito da parte della corte di Bucharest, in Romania. Il caso riguardava la vendita di macchine per la produzione a maglia, comprate e poi vendute sul mercato grazie a progetti europei cofinanziati. Durante le indagini l’Olaf ha scoperto che i fornitori e i beneficiari dei fondi europei avevano ottenuto i fondi tramite tangenti e false offerte al fine di rivendere le macchine a un prezzo più alto sul mercato, compromettendo così l’intera gara d’appalto. Per il caso in questione l’Olaf ha espresso una raccomandazione finanziaria di recupero di 3,3 milioni di euro.

Frontiere bersaglio facile per il contrabbando

Le frodi doganali rimangono un grande settore di perdita per le finanze dell’Unione. Un ambito problematico è il contrabbando di tabacco, che, come spiegato dall’Olaf, «non solo mette in pericolo il business legale violando le norme su produzione, distribuzione e vendita all’interno degli stati membri, ma minaccia anche l’efficacia delle campagne antifumo».

Nel 2019, grazie a una fitta rete di informatori e collaboratori internazionali l’Olaf è riuscito a sequestrare più di 250 milioni di sigarette. Si stima che il mancato pagamento delle tasse legato al business del contrabbando di tabacco  si attesti intorno ai 14 milioni di euro.

Nel 2019 un’approfondita analisi dell’Olaf ha mostrato come un’ingente quantità di tabacco entrata in Europa attraverso un Paese terzo fosse stata stoccata in una zona franca e apparentemente distrutta su richiesta del proprietario. Seguendo la pista del tabacco distrutto, nel maggio 2019 gli investigatori hanno scoperto e sequestrato 85 tonnellate di tabacco. Stessa sorte per 9 tonnellate ritrovate in altri due stati membri e 15 in un Paese fuori l’Ue. Al momento Olaf non ha reso noti i paesi coinvolti in questi casi.

Le frontiere risultano così essere un obiettivo facile per il contrabbando. Ad esempio l’operazione “Postbox II” condotta da Olaf e dalla dogana belga ha portato allo smantellamento di un gruppo online di trafficanti di droga attivi anche nel mercato di beni contraffatti (tra cui anche medicine ) e nel contrabbando di animali e piante rare. L’operazione ha richiesto il supporto di esperti da 22 stati membri e si è concentrata su traffici avviati all’interno del dark web, portando a 2.320 sequestri, l’apertura di 50 fascicoli e l’identificazione di 30 sospetti.

In una fase iniziale dell’operazione le autorità doganali controllavano le mail e il servizio di consegna per articoli vietati. Le indagini hanno rivelato che una piattaforma di e-commerce asiatica era responsabile per la maggior parte delle vendite di beni contraffatti. Più di 500 pacchi sono stati così sequestrati in Belgio, 304 in Irlanda e 460 in Italia.

L’affare dei gas refrigeranti

Un’altra recentissima operazione ha visto coinvolte proprio le autorità doganali italiane in collaborazione con gli investigatori dell’Olaf. I funzionari della dogana di Livorno hanno sequestrato 3,7 tonnellate di gas refrigeranti stoccati in 300 bombole di provenienza cinese. Le bombole contenevano idrofluorocarburi (HFC) a effetto serra e idroclorofluorocarburi (HCFC). Si tratta di gas fortemente impattanti sull’ambiente e per questo soggetti a particolari restrizioni e obblighi.

Dalla verifica è emerso che la ditta importatrice, con sede nel Lazio e operante nel settore ricambi ed accessori auto, non risultava assegnataria delle necessarie quote per l’importazione del gas, ossia i permessi necessari per l’importazione. La collaborazione dell’Olaf ha consentito di risalire al coinvolgimento di altri soggetti a livello internazionale nel traffico illecito.

«La lotta alle importazioni illegali di idrofluorocarburi nell’Ue – ha dichiarato a IrpiMedia Ernesto Bianchi, direttore delle investigazioni di Olaf – è una delle priorità del nostro ufficio e va di pari passo con il Green Deal europeo e l’ambizione della Commissione europea di fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. L’impatto ambientale di queste importazioni illegali – conclude Bianchi – può essere devastante».

Un momento del sequestro di gas refrigeranti – Foto: Olaf

Covid e frodi sanitarie

Accanto all’impegno nel settore ambientale, Olaf sta fronteggiando anche nuovi trend criminali derivanti dalla crisi legata alla pandemia da Covid-19. Il Direttore Generale Ville Itälä ha spiegato che «il contesto emergenziale causato dal Coronavirus ha determinato grande improvvisazione. Ciò – specifica Itälä – ha dato ad alcune aziende lo spazio per fare profitti in modo illecito soprattutto in ambito sanitario». Tra i prodotti più colpiti ci sono mascherine chirurgiche, gel sanificanti, respiratori e medicinali.

Come ha dimostrato anche un’inchiesta di IrpiMedia, il settore delle certificazioni è particolarmente delicato. Lo scorso maggio, infatti, IrpiMedia ha svelato il modo in cui un’azienda bolognese aveva certificato come conformi a normative Ue delle mascherine di tipo Ffp2 provenienti dalla Cina. Ma l’azienda – riconosciuta anche dal Ministero dello Sviluppo Economico come organismo notificato – non aveva la licenza per certificare questo tipo di dispositivi di protezione individuali (Dpi).

L’inchiesta ha svelato la nascita di un fiorente mercato grigio di certificazioni di Dpi e ha generato un intero filone di inchieste da parte di Olaf proprio relative a questo settore. Il direttore generale di Olaf Ville Itälä aveva spiegato a IrpiMedia che «la domanda per questi prodotti è aumentata e, con essa, anche il numero dei truffatori attirati dalla possibilità di fare profitti illeciti enormi,» aggiungendo che «la caratteristica principale della frode consiste nel vendere dispositivi con certificazioni ottenute da organismi che non hanno il reale potere di certificare questi prodotti».

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