I fari dell’autorità antifrode sui certificati sospetti per le mascherine

OLAF indaga sui certificati che hanno permesso a milioni di dispositivi al di sotto degli standard di entrare nel mercato europeo. Il caso sollevato da IrpiMedia con un’inchiesta

2 luglio 2020 | di Lorenzo Bodrero, Matteo Civillini

Milioni di prodotti medici e dispositivi di protezione individuale con falsi certificati di conformità sono arrivati in Europa dall’inizio della pandemia Covid-19. Un’ondata con seri rischi per la salute degli operatori sanitari e dei cittadini che li utilizzano con la convinzione di essere protetti. A lanciare l’allarme è l’Ufficio Europeo Antifrode (OLAF) che sta portando avanti un’indagine sul fenomeno insieme agli organi di polizia degli stati membri.

«La domanda per questi prodotti è aumentata e, con essa, anche il numero dei truffatori attirati dalla possibilità di fare profitti illeciti enormi,» spiega a IrpiMedia Ville Itälä, direttore generale di OLAF. «La caratteristica principale della frode consiste – specifica Itälä – nel vendere dispositivi con certificazioni ottenute da organismi che non hanno il reale potere di certificare questi prodotti».

Come un’inchiesta di IrpiMedia aveva già raccontato, l’emergenza Covid-19 ha fatto nascere un fiorente mercato grigio delle certificazioni per Dpi. Documenti che, a un occhio inesperto, danno l’impressione che si tratti di un bollino di qualità o un lasciapassare per l’esportazione in Europa. Ma, in realtà, non è così. Se, infatti, i certificati mostrano ben in vista il marchio CE – lo standard per la vendita nel mercato comunitario, poi a caratteri piccoli specificano che questo non è altro che un attestato volontario di revisione delle specifiche tecniche. Inutile quindi per garantire la sicurezza dei prodotti.

«La caratteristica principale della frode consiste nel vendere dispositivi con certificazioni ottenute da organismi che non hanno il reale potere di certificare questi prodotti»
Ville Itälä, direttore generale di OLAF

Il gran bazar delle certificazioni

A emettere questi documenti sono soggetti che non hanno le licenze necessarie per certificare dispositivi di protezione individuale. Ma che, tuttavia, con lo scoppio della pandemia hanno venduto questi pezzi di carta a centinaia di aziende cinesi che si erano riconvertite da un giorno all’altro alla produzione di mascherine.

Due società l’hanno fatta da padrone in questo bazar delle certificazioni: l’italiana Ente Certificazione Macchine (Ecm) e la polacca ICR Polska. Organismi notificati e riconosciuti dalla Commissione Europea, e dai ministeri nazionali, per la certificazione di macchine industriali, apparecchiature radio e ascensori, ma non di mascherine FFP2, FFP3 o altri dispositivi di protezione personale.

Un’inchiesta di OCCRP, e dei media partner tra cui IrpiMedia, ha scoperto che la documentazione di queste aziende è stata utilizzata per vendere Dpi in almeno 19 paesi europei. In alcuni casi, i certificati hanno permesso l’importazione di mascherine successivamente ritirate dalla vendita per non aver soddisfatto gli standard di sicurezza di test indipendenti.

In Lituania, la Kangyuan Jiangkang Technology, azienda di proprietà di un cittadino cinese, oggi latitante ricercato dalle autorità di Pechino, si è assicurata 19 contratti pubblici dopo aver mostrato certificati di Ecm. Le mascherine prodotte dall’azienda sono state segnalate come a rischio per la salute da enti regolatori in Portogallo, Estonia e Malta.

«I prodotti accompagnati da certificati falsi potrebbero essere inefficaci o persino dannosi per la salute», sottolinea Ville Itälä, direttore generale di OLAF. «Non è un problema soltanto per i singoli consumatori, ma anche per le farmacie, le case di cura e i grandi acquirenti istituzionali, come ospedali o carceri».

Non si tratta soltanto di un rischio ipotetico. OLAF spiega di aver accertato come, in almeno uno Stato membro, gli operatori sanitari siano stati infettati dal virus perché i dispositivi di protezione acquistati dagli enti pubblici erano sotto standard. In un altro caso, centinaia di migliaia di mascherine difettose sono state sequestrate poco prima che venissero distribuite a medici e infermieri. Casi su cui sono ancora in corso le indagini dell’antifrode.

Il bollino della discordia

Fondata nel 1999 in un paesino sui colli bolognesi, Ente Certificazione Macchine (Ecm) è un’azienda riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico come organismo notificato per diverse categorie di merce, ma non per i Dpi. Dallo scoppio della pandemia sono comparsi sul mercato centinaia di “attestati volontari” emessi da Ecm, e spesso spacciati per vere e proprie certificazioni di conformità CE.

Chi induce i clienti a pensare che il “bollino Ecm” valga come marchio CE sono i distributori, si difende l’azienda: «Noi facciamo un’attività di pre-verifica documentale su richiesta dei consulenti dei produttori – aveva spiegato Luca Bedonni, direttore servizi di Ecm a IrpiMedia. Il certificato viene emesso su base volontaria e non è un certificato CE, come viene scritto a chiare lettere sullo stesso».

Tuttavia, diverse autorità di vigilanza del mercato ed esperti del settore hanno censurato l’operato dell’azienda bolognese. Il 7 aprile scorso Accredia – l’ente a cui spetta vigilare sugli organismi certificatori – ha inviato una circolare agli organismi attivi in questo mercato come Ecm. Accredia ha sottolineato come le fattezze grafiche della attestazioni creassero confusione, a causa di riferimenti a Direttive e al logo CE «richiamati più o meno ad arte per ingenerare in chi li riceve l’idea di aver ricevuto un certificato del tipo valido». Successivamente, Accredia ha adottato provvedimenti sanzionatori nei confronti di Ecm.

Tuttavia, documenti ottenuti da IrpiMedia e OCCRP mostrano che Ecm ha continuato ad offrire servizi connessi alla verifica di DPI anche dopo la strigliata di Accredia. Il 27 aprile Ecm ha inviato a un importatore un preventivo per la «verifica di conformità CE di seconda parte» per delle mascherine cinesi ad uso di dispositivo di protezione individuale. Il servizio sarebbe costato 20mila euro da pagare interamente in anticipo. Dorte Kardel, consulente danese per la compliance di DPI, ha affermato a OCCRP che questa «verifica di seconda parte» non esiste secondo le regole europee.

L’ad di Ecm, Andrea Secchi, sostiene che la sua azienda ha emesso i certificati su una «base puramente volontaria» e che i suoi clienti cinesi erano pienamente consapevoli che la responsabilità di ottenere il marchio CE sarebbe ricaduta su di loro.

«La nostra azienda – fa sapere Secchi raggiunto da IrpiMedia – non è responsabile per qualsiasi uso differente, scorretto o improprio del documento o di qualsiasi sua manipolazione. Inoltre, Ecm non è responsabile per qualsiasi non-conformità presente sul prodotto, dato che il processo di produzione, le modificazioni e i difetti – conclude l’amministratore delegato – non sono sotto la nostra sorveglianza».

Quest’inchiesta è stata realizzata in collaborazione con Bayerischer Rundfunk / ARD (Germania), the Danish Broadcasting Corporation (Danimarca), Sveriges Television (Svezia), Follow the Money (Olanda), Investigative Reporting Lab (Macedonia), De Tijd (Belgio), RISE Romania, Oštro (Slovenia), Atlatszo.hu (Ungheria), Público (Portogallo), Reporter.lu (Lussemburgo) and Siena.lt (Lituania).

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