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Il gruppo di investitori climatici appoggiato dalle Nazioni Unite, che però investiva nel fossile

Nonostante si siano impegnati a raggiungere zero emissioni nette di CO2, i principali membri della Net Zero Asset Managers detengono miliardi di dollari in azioni di società fossili, comprese quelle coinvolte in "bombe di carbonio", mentre commercializzano i propri fondi come verdi e sostenibili

#FinanzaVerde

27.08.25

Giorgio Michalopoulos
Stefano Valentino

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Nata nel 2020 per «sostenere l’obiettivo di zero emissioni nette di gas serra entro il 2050 o prima, in linea con gli sforzi globali per limitare il riscaldamento a 1,5°C», l’iniziativa globale Net Zero Asset Managers (Nzam) comprende oltre 230 società di gestione patrimoniale, fra le quali diverse società europee come la tedesca DWS, l’olandese Robeco, la francese AXA o l’italiana Eurizon già oggetto delle nostre inchieste per via dei loro investimenti “verdi” nell’industria fossile. 

L’iniziativa aveva il supporto istituzionale della piattaforma delle Nazioni Unite “Principi per l’Investimento Responsabile“, una rete in cui i firmatari si impegnano tra gli altri obiettivi ad incorporare «le questioni Esg nell’analisi degli investimenti e nei processi decisionali», dove Esg è l’acronimo inglese di Ambientale, Sociale e Governance e indica i criteri usati per valutare la sostenibilità e l’impatto etico di un investimento.

In breve

  • L’iniziativa globale Net Zero Asset Managers (Nzam), nata nel 2020, comprende oltre 230 società di gestione patrimoniale e ha l’obiettivo di orientare gli investimenti finanziari verso la sostenibilità
  • In breve tempo, l’iniziativa è riuscita ad attirare somme importanti. A novembre 2022 gestiva già 66mila miliardi di dollari di investimenti
  • Allo stesso tempo, gli operatori di Nzam mantenevano, alla fine del 2023, ancora 25 miliardi circa di investimenti in società fossili

Net Zero Asset Managers ha avuto un riscontro mediatico importante, dando l’impressione di essere un vettore di cambiamento. «Net Zero Asset Managers raggiunge i 66 mila miliardi di dollari di asset in gestione», titolava per esempio nel novembre 2022 la rivista specializzata ESG Today. L’articolo spiegava che i firmatari si impegnavano a «trasformare progressivamente i propri portafogli di investimento per allinearli all’obiettivo di zero emissioni nette di gas serra (GHG) entro il 2050».

Anche sul sito delle Nazioni Unite l’iniziativa ha ricevuto il dovuto spazio in un articolo dell’aprile 2021 nella sezione dedicata all’azione climatica: «I principali attori finanziari sostengono l’obiettivo di zero emissioni nette», si leggeva.

Il successo mediatico e istituzionale dell’iniziativa ha consentito a un ampio numero di società di gestione del risparmio che ne facevano parte di promuoversi come orientate ad allineare gli investimenti agli Accordi di Parigi sui cambiamenti climatici e presentarsi al pubblico come attenti alla sostenibilità.

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Tuttavia, come mostrano le nostre ricerche, durante la piena operatività della Net Zero Asset Managers, ossia nell’ultimo trimestre 2023, i suoi membri detenevano nei portafogli dei loro investimenti “verdi” anche l’equivalente di 25 miliardi di dollari in azioni di aziende fossili. Non solo: questi 25 miliardi sono andati tutti in società che gestiscono anche alcune delle cosiddette “carbon bombs” – “bombe di CO2”. Coniata nel 2022 da Kjell Kuhne, attivista ed esperto presso l’ong Leave it in the ground (Lingo), l’espressione definisce progetti di estrazione di combustibili fossili che genereranno più di un gigatone di CO2 (1 GtCO₂) nel corso della loro vita residua. Secondo gli esperti questo tipo di progetti andrebbe chiuso quanto prima per rispettare gli Accordi di Parigi.

Gli investimenti nel fossile dei gestori di risparmio “net-zero” 

Abbiamo analizzato i dati della piattaforma London Stock Exchange Data & Analytics (LSEG) e i fondi “verdi” individuati sono quelli classificati ai sensi del Regolamento europeo sull’informativa di finanza sostenibile (Sfdr), in vigore dal 2021. Gli articoli 8 e 9 del regolamento disciplinano rispettivamente gli obblighi da rispettare per la promozione di prodotti con obiettivi «ambientali o sociali» e per gli «investimenti sostenibili». Le dieci società di investimento firmatarie della Net Zero Asset Managers più esposte agli investimenti nel settore fossile coprivano il 54 per cento di tutti gli investimenti NZAM in questo ramo. 

Tra queste vi sono la tedesca DWS, le statunitensi JP Morgan, BlackRock,  Northern Trust e AllianceBernstein, la francese Amundi, l’olandese Robeco, la norvegese Storebrand, l’italiana Eurizon, che insieme detenevano poco più di 14 miliardi di dollari nelle industrie fossili.

Nel 2023 molte di queste società di investimento utilizzavano etichette che menzionano concetti come “sostenibilità” e “innovazione” nei fondi che detenevano azioni nelle industrie  fossili. Ad esempio un fondo che conteneva le parole «sustainable climate» offerto dalla finanziaria statunitense State Street investiva 7 milioni di dollari nel gigante Exxon,  «Europe Climate Action», un altro fondo venduto dall’asset manager Amundi, investiva 18 milioni tra Aker, BP, Equinor e TotalEnergies.

Nell’ultimo anno però le nuove linee guida dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), hanno posto dei chiari limiti all’utilizzo di parole legate alla sostenibilità nei nomi di fondi che investono nel fossile. 

Tuttavia, come abbiamo mostrato nei precedenti articoli di questa serie, sono ancora molte le società di gestione del risparmio che investono nelle industrie fossili con i fondi che dovrebbero promuovere caratteristiche ambientali e sociali e fondi sostenibili, pur dichiarando nei prospetti destinati agli investitori di avere approcci di investimento sostenibile ed Esg.

Complessivamente, le dieci società fossili che hanno attratto la maggior quota di investimenti “verdi” totalizzano 18 miliardi di dollari. Secondo Lingo queste sono operative in 82 progetti estrattivi definiti “carbon bombs” da Kjell Kuhne. Secondo quest’ultimo, «la quantità di emissioni che generano [le “carbon bombs”] è superiore a quella emessa in un anno dall’intera Germania, un Paese altamente industrializzato e fortemente dipendente dai combustibili fossili». 

Si capisce quindi che gli investimenti del gruppo Net Zero Asset Managers non sono serviti a convincere i beneficiari nell’industria fossile a bloccare queste 82 “bombe di CO2”. Spesso infatti le società di investimento sostengono di poter influenzare l’industria verso la transizione grazie alla loro partecipazione nelle assemblee societarie e ai voti che lì avvengono. Inoltre tutte le dieci società di investimento menzionate sono firmatarie anche dei Principi per l’Investimento Responsabile promossi dalle Nazioni Unite (UN PRI), nonostante continuino ad investire nel fossile. 

In un rapporto pubblicato nel Novembre 2024 la UN PRI scrive infatti che i decisori politici dovrebbero indicare agli attori dei mercati finanziari di «mettere in atto misure efficaci di mercato e accelerare l’eliminazione completa ed equa dei sussidi ai combustibili fossili, ed elaborare piani e obiettivi chiari per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili non compensati, in linea con percorsi credibili per limitare il riscaldamento a 1,5°C.»

«Queste aziende stanno attivamente creando queste nuove bombe di CO2. Quando il clima è già in pericolo e sta andando fuori controllo, non creare nuove bombe di carbonio dovrebbe essere la massima priorità», commenta Kuhne.

«Un investimento verde non dovrebbe fornire alcun denaro ad aziende coinvolte nella catena di approvvigionamento dei combustibili fossili. Dovrebbe essere “senza fossili”, e questo per me è un criterio fondamentale per potersi definire verde, sostenibile e rispettoso del clima», aggiunge l’esperto di Leave it in the ground: «Oggi queste aziende sono il più grande ostacolo al progresso verso la sostenibilità. Se vendevi un fondo verde mentre investivi in Exxon, stavi semplicemente ingannando i tuoi clienti».

Abbiamo sollecitato Net Zero Asset Managers per un commento alle nostre rivelazioni, senza ottenere risposta da parte loro.

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con Voxeurop; fa parte di un ciclo di inchieste sulla finanza verde e realizzato con il sostegno dello European Media and Information Fund (Emif). 

La responsabilità di qualsiasi contenuto sostenuto dal European Media and Information Fund è esclusivamente degli autori e non riflette necessariamente le posizioni dell’Emif e dei partner del Fondo, la Calouste Gulbekian Foundation e l’European University Institute.

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Crediti

Autori

Giorgio Michalopoulos
Stefano Valentino

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

© Fred Dufour/Getty

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