06.12.24
«Mi sento inutile e esausto», dice Dimat. «Sono nel Regno Unito da tre anni. Sono stato riconosciuto come vittima di tratta, ma sono ancora un richiedente asilo», racconta questo giovane albanese il cui nome è stato cambiato per tutelarne la privacy. Nonostante il ministero dell’Interno britannico abbia accertato che Dimat è una vittima di tratta, ha rifiutato la sua domanda di protezione internazionale.
Ora sta aspettando l’esito del ricorso, ma questa situazione lo costringe in un limbo. Il suo caso non è isolato. In situazioni simili ci sono migliaia di suoi connazionali in Regno Unito.
Le politiche migratorie sempre più dure e punitive che, negli ultimi anni, sono state varate dai governi conservatori, infatti, hanno colpito tutti i migranti. Ma, come abbiamo visto, quelli provenienti dall’Albania, sono stati particolarmente toccati da queste misure.
In breve
- Nel 2022, gli albanesi sono stati i più numerosi tra i migranti arrivati irregolarmente in Regno Unito attraverso la Manica. Il governo conservatore ha risposto con misure sempre più dure, alcune di queste tenute (invano) segrete all’opinione pubblica
- Una ha avuto come conseguenza il diniego, ingiustificato, dei permessi di soggiorno temporanei alle vittime di tratta. La pratica è stata svelata dall’azione legale di un’ong
- L’altra è stata un’iniziativa del ministero dell’Interno pensata per smaltire le domande di asilo dei cittadini albanesi, dando loro soprattutto risposte negative. È stata scoperta dal quotidiano Independent e in seguito è stata analizzata da un rapporto di un’agenzia governativa indipendente. David Neal, che guidava l’ispezione, è stato licenziato nel febbraio 2024
- L’iniziativa è stata chiamata “operazione Bridora” e, secondo l’ong MiCLU, ha permesso che a migliaia di richiedenti asilo albanesi fosse negata «un’audizione equa della loro domanda»
- Intanto, negli ultimi due anni, gli arrivi di cittadini albanesi sono nettamente diminuiti. Chi è già nel Paese, però, continua a soffrire. «Sembra che questo sistema sia progettato per punirci anziché proteggerci», dice un giovane richiedente asilo albanese
Dimat è arrivato in Regno Unito dopo aver attraversato la Manica a bordo di un gommone. Proprio come hanno fatto centinaia di migliaia di albanesi negli anni Novanta, quando si imbarcarono in pericolosi viaggi attraverso l’Adriatico, spesso su piccole imbarcazioni, cercando rifugio sulle coste italiane.
Allo stesso modo, alcuni decenni dopo, nel 2022, gli albanesi sono stati i più numerosi tra i migranti arrivati irregolarmente dalle coste francesi a quelle dell’Inghilterra meridionale. Secondo i dati del ministero dell’Interno britannico, nella maggioranza dei casi (10.699, in totale) hanno fatto domanda di asilo.
Complessivamente, in tutto il Regno Unito, quell’anno, le domande di asilo presentate da cittadini albanesi (arrivati via mare o in altri modi) sono considerevolmente aumentate, arrivando a toccare il 16% del totale.
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Si tratta comunque di una cifra che in termini assoluti non supera le 16.000 persone in un Paese di circa 68 milioni di abitanti. Ciò nonostante, per far fronte al fenomeno, i governi conservatori prima di Boris Johnson e poi di Rishi Sunak hanno reagito inasprendo ulteriormente le loro misure. E adottando delle pratiche senza comunicarle all’opinione pubblica.
In un primo caso la conseguenza è stata negare ingiustamente i permessi di soggiorno temporanei ad alcune vittime di tratta, prassi diventata di dominio pubblico solo grazie all’azione legale di una ong. In un secondo caso, si è trattato di un’iniziativa promossa dal ministero dell’Interno per smaltire con maggiore velocità le domande di asilo dei cittadini albanesi che ha avuto l’effetto di produrre molti dinieghi.
Questa operazione, chiamata Bridora, è stata svelata alla vigilia del suo inizio dalla stampa, ma la sua reale portata è stata scoperta solo diversi mesi dopo, grazie al rapporto di un ente governativo indipendente.
Permessi negati alle vittime di tratta
Asylum Aid è una storica ong che offre assistenza legale ai richiedenti asilo in Regno Unito. Grazie al suo lavoro, è emerso che il ministero dell’Interno britannico ha adottato una prassi segreta per negare il permesso di soggiorno temporaneo cui hanno diritto le vittime di tratta, schiavitù o lavoro forzato (in inglese si usa il termine modern slavery). Le persone colpite da questa misura, applicata fino ad aprile 2023, sono state almeno 1.500 e si stima che circa il 50% siano stati cittadini albanesi.
Sicuramente era un cittadino albanese il giovane ventiduenne al centro del caso sollevato da Asylum Aid. Per proteggerlo, l’ong l’ha chiamato XY, ma la sua storia è molto simile a quella di Dimat.
All’età di 16 anni, XY è stato ridotto in schiavitù in Albania da una banda criminale che ha picchiato sua madre, lo ha rapito dalla casa di famiglia e lo ha costretto a vendere droga per loro. La sua salute mentale ne è uscita molto segnata e, quando è arrivato nel Regno Unito nel 2018, ha fatto domanda di asilo. Come Dimat, è rimasto in un limbo per molti anni, senza risposte.
L’Alta Corte britannica ha stabilito che per due volte durante questo periodo, il ministero dell’Interno ha redatto lettere che rifiutavano a XY il permesso per schiavitù moderna, nonostante la sua chiara ammissibilità. Il giovane si è così ritrovato senza documenti, in una situazione di ansia e paura, nel timore di essere detenuto o rimpatriato qualora chiedesse aiuto alle forze dell’ordine o ai servizi sociali.
La mancanza di uno status sicuro, spiega ancora l’ong, «può anche causare povertà, indigenza e isolamento: senza permesso» e «questo, a sua volta, può rendere i sopravvissuti vulnerabili ad abusi, sfruttamento e nuova tratta».
Lo conferma anche Dimat, parlando di un processo «opprimente e angosciante».
«La nostra salute mentale, sia come vittime di tratta che come richiedenti asilo, è profondamente influenzata dalle esperienze traumatiche e dalle sfide che affrontiamo nella richiesta di asilo», spiega.
Il fatto che una persona straniera venga riconosciuta come vittima di tratta in Regno Unito, infatti, non porta automaticamente anche alla protezione internazionale. Si tratta di due percorsi paralleli, che procedono in maniera distinta. Per questo il permesso di soggiorno temporaneo per le vittime di tratta riconosciute è importante: perché dovrebbe garantire uno status giuridico legale alle persone che sono in attesa dell’esito delle loro richieste d’asilo.
Ma è proprio sulle richieste d’asilo che è intervenuta l’altra misura varata dal governo conservatore per far fronte alla presunta emergenza albanese.
L’Albania è davvero sicura?
Le politiche degli ultimi conservatori hanno reso molto più difficile la vita dei migranti che provengono dai paesi che il Regno Unito considera sicuri. In particolare, il Nationality and Borders Act del 2022 e l’Illegal Migration Act del 2023 hanno reso sempre più facile per lo Stato rifiutare le domande di asilo di persone provenienti o transitanti da questi stati, escludendo anche la possibilità di fare appello.
L’Albania è considerata un Paese sicuro dal 2004, due anni dopo l’introduzione della lista dei paesi sicuri decisa dall’allora governo Laburista. Secondo molte ong e alcuni accademici, però, questa definizione è problematica a fronte delle nuove e più rigide norme. Per questo, alla vigilia dell’approvazione dell’Illegal Migration Act , diverse organizzazioni hanno scritto una lettera aperta chiedendo che l’Albania venisse rimossa da questa lista.
Inoltre, secondo diversi esperti, le linee guida pubblicate dal ministero dell’Interno britannico per valutare la sicurezza del paese sono inaccurate e contraddittorie, non prendendo sufficientemente in considerazione alcuni problemi come le vendette di sangue o, appunto, la tratta e lo sfruttamento.
«Enough is enough»: l’operazione Bridora
«Quando è troppo è troppo (Enough is enough)», dice l’ormai ex primo ministro conservatore Rish Sunak in Parlamento nel dicembre 2022.
Sta tenendo un’intervento su quella che lui definisce la «migrazione illegale» e indica cinque azioni che il suo governo metterà in atto nei mesi successivi. Tra questi, ve n’è proprio una sulla valutazione delle domande di asilo.
«Dobbiamo elaborare le richieste di asilo in giorni o settimane, non in mesi o anni. Per questo raddoppieremo il numero di operatori dedicati ai casi di asilo. Inoltre, stiamo riprogettando radicalmente l’intero processo dall’inizio alla fine… Ci aspettiamo di eliminare l’arretrato delle decisioni iniziali sulle richieste di asilo entro la fine del prossimo anno», precisa il primo ministro.
Cosa significhi, in concreto, questo discorso per migliaia di persone, lo rivela The Independent nel febbraio dell’anno successivo.
«Il ministero dell’Interno ha ordinato alle unità per l’asilo di concentrarsi esclusivamente sulle richieste d’asilo albanesi nel tentativo di accelerare i rimpatri, costringendo richiedenti di altre nazionalità a tempi di attesa più lunghi», scrive il quotidiano che precisa come l’obiettivo del governo sia dichiarare «il maggior numero possibile di domande presentate da cittadini albanesi come “chiaramente infondate”».
Nonostante numerose critiche, l’iniziativa viene avviata. E prende il nome di operazione Bridora.
A ricostruirne la storia e analizzarne i risultati è un rapporto pubblicato nel febbraio 2024 da David Neal, allora Independent chief inspector of borders and immigration, in pratica un’autorità indipendente chiamata a valutare i risultati nella gestione delle frontiere e della migrazione.
Neal, sempre in febbraio, è stato licenziato con un mese di anticipo sulla scadenza del suo mandato.
«L’operazione è stata introdotta dall’ex primo ministro Rishi Sunak, che l’ha annunciata come la risposta all’aumento degli arrivi di albanesi», scrive Neal. Alcuni dirigenti del ministero hanno spiegato all’ispettore che «l’imperativo politico di realizzare l’operazione era assoluto».
Da un lato, c’era la necessità di smaltire numerose domande d’asilo arretrate, come del resto avviene anche in Italia e in altri paesi europei. Dall’altro, c’era la volontà di mandare un segnale politico chiaro, respingendo quante più richieste possibili e pensando così di esercitare una certa deterrenza nei confronti dei nuovi cittadini albanesi pronti a partire.
Tutto questo, però, è avvenuto a spese dei richiedenti asilo che hanno avuto la sfortuna di trovarsi dentro il sistema proprio in quei mesi.
Valutazioni inadeguate e inique
Il rapporto di Neal mette in evidenza molte pratiche e conseguenze problematiche dell’operazione.
La prima è l’effetto avuto sul personale incaricato di valutare le domande di asilo. Molti operatori hanno affermato che lavorare esclusivamente su nazionalità con un alto tasso di diniego ha avuto un impatto negativo sul morale, oltre che sulla loro capacità di rimanere imparziali. Uno di essi, si legge nel rapporto, «ha descritto il lavoro legato all’operazione Bridora come “demotivante” e ha affermato di essere diventato “insensibile ai casi molto rapidamente”».
Italia e Nigeria come Regno Unito e Albania: un parallelo
Nel 2017, l’Italia si trovò di fronte a una situazione simile a quella del Regno Unito con gli arrivi dei richiedenti asilo albanesi nel 2022. A sbarcare sulle coste del nostro Paese dal Mediterraneo centrale, in quell’anno, erano soprattutto cittadini nigeriani. Che ottennero in larga parte risposte negative alle loro domande d’asilo e che vennero rimpatriati in grandi numeri, su base etnica.
Per riempire i voli di rimpatrio finanziati da Frontex, infatti, il ministero dell’Interno scelse solo cittadini nigeriani, perché Abuja era una delle poche capitali ad avere un accordo sui rimpatri con Roma. Lo fece tramite una nota ministeriale che, secondo l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, violava il principio di non discriminazione previsto dall’articolo 3 della Costituzione. All’epoca, l’associazione definì questa pratica, «un salto di qualità delle politiche repressive». Ne sarebbero seguiti molti altri, dentro e fuori i confini italiani.
Non solo operatori più rigidi, ma anche nuove linee guida e minori controlli. Le prime sono indicate con la sigla CPIN e sono le informazioni che il ministero dell’Interno pubblica per ciascun paese. Non sono legalmente vincolanti, ma danno indicazioni importanti agli operatori. Quelle per l’Albania sono cambiate proprio durante l’operazione Bridora.
«Quando ero in vacanza è stato redatto un nuovo CPIN e sono state introdotte enormi modifiche; all’improvviso sembrava che le donne vittime di tratta potessero tornare nel loro paese dopo tutto, e che ci fosse una protezione sufficiente», spiega un operatore citato nel rapporto dell’Independent chief inspector.
I controlli rimossi, invece, sono i cosiddetti «SPoE checks», letteralmente, i controlli svolti “da un secondo paio di occhi” e cioè un ulteriore livello di verifica delle decisioni prese sulle domande d’asilo. Questo tipo di controlli, ha scritto Neal, «era stato concepito per accelerare il processo decisionale, ma comportava il rischio che venissero prese e comunicate decisioni senza aver subito un controllo formale di qualità».
«Pre-giudicare una domanda di asilo basandosi su pregiudizi riguardanti il paese di origine del richiedente è sbagliato», ha dichiarato a proposito dell’operazione Enver Solomon, direttore esecutivo della ong britannica Refugee Council.
Per approfondire
«Inoltre – ha aggiunto – mina il nostro processo di asilo, che mira a garantire esattamente il contrario: che le richieste siano valutate in base al loro merito individuale». Il rapporto di Neal fornisce sufficienti prove per dire che questo non è avvenuto e fa emergere anche un ulteriore e potenzialmente ancor più grave dettaglio.
Alcuni dei responsabili del processo di valutazione delle domande di asilo hanno detto agli autori del rapporto «che era stata presa una decisione a livello ministeriale secondo cui non più del 2% delle richieste presentate da cittadini albanesi avrebbe dovuto avere esito positivo».
Questo punto potenzialmente molto importante però nel rapporto viene citato solo in questo passaggio e non viene ulteriormente approfondito, anche perché i dati sugli esiti delle domande di asilo valutate durante l’operazione Bridora non lo confermano.
I risultati positivi, infatti, sono superiori al 2%, per quanto rimangano molto bassi in termini assoluti.
Ritiri, detenzione e rimpatri
Delle 15.955 domande analizzate durante l’operazione, tra gennaio e novembre 2023, solo 498 hanno avuto una risposta positiva, una cifra che supera di poco il 3%. Il 28% delle richieste è stata respinta, mentre ben 9.800 sono stati i ritiri (withdrawals, in inglese). Queste ultime sono decisioni amministrative per le quali la domanda di asilo viene ritirata o perché l’ufficio competente ha perso i contatti con il richiedente asilo o perché il richiedente asilo non si è presentato al colloquio durante il quale deve raccontare la sua storia personale, a volte anche per paura di essere imprigionato o rimandato in Albania.
«Senza dubbio, a migliaia di richiedenti asilo è stata negata un’audizione equa della loro domanda», ha commentato sui suoi canali social The Migrant and Refugee Children’s Legal Unit (MiCLU), un’altra ong britannica che offre tutela legale.
L’operazione Bridora
L’esito delle richieste di asilo analizzate dal ministero dell’Interno britannico tra il 9 gennaio e il 12 novembre 2023

Dati: Home office Regno Unito, 2024 | IrpiMedia | Creato con Datawrapper
Per avere un quadro completo di ciò che è stata Bridora, i dati delle domande di asilo vanno letti insieme a quelli di rimpatri e detenzione.
Da un lato, gli albanesi sono stati la nazionalità più comune a entrare nei centri di detenzione britannici per migranti nel 2022 e 2023 e, ancora lo scorso marzo, rappresentavano il 36% di tutte le persone detenute. Secondo una ricerca condotta proprio da MiCLU, la detenzione verrebbe usata in modo improprio, con gli albanesi sovrarappresentati nella percentuale di persone che ottengono la libertà su cauzione e vengono rilasciate da un giudice dell’immigrazione rispetto a tutte le altre persone che tornano libere.
Dall’altro lato, ci sono i rimpatri, sempre più numerosi. Nel 2023, i cittadini albanesi sono stati il gruppo più rimpatriato dal ministero dell’Interno: 50 voli charter hanno deportato 2.251 persone, pari al 40% di tutti i rimpatri. Bridora però ha contribuito in maniera molto limitata. Nel periodo dell’operazione, sono stati rimpatriati solamente 245 cittadini albanesi la cui domanda di asilo era stata rifiutata.
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Un apporto trascurabile, che ha portato l’ispettore Neal «a interrogarsi se l’allocazione delle risorse su questo gruppo, a scapito del lavoro sul resto dell’arretrato storico, abbia effettivamente fornito i benefici attesi».
Complessivamente, quindi, le risorse pubbliche sarebbero state usate non solo in maniera inefficace, ma anche dannosa. «La nostra esperienza ci insegna che il rifiuto di accedere a un processo di asilo equo (aggravato dalla mancanza di accesso alla rappresentanza legale) consegna persone vulnerabili direttamente nelle mani dei loro trafficanti», ha scritto sempre MiCLU.
Dai conservatori ai laburisti
I rimpatri verso l’Albania, intanto, proseguono anche con il nuovo governo, guidato dal Laburista Keir Starmer dopo anni di esecutivi Tories. Anzi, Starmer è sembrato interessato anche a replicare l’accordo tra Roma e Tirana siglato da Meloni e Rama.
Un altro compito che spetta all’esecutivo laburista è quello di nominare il nuovo Independent chief inspector of borders and immigration. David Neal, infatti, è stato sollevato dall’incarico lo scorso febbraio, dopo che i dettagli di alcuni rapporti critici nei confronti del governo allora in carica erano apparsi sui media. Ad oggi c’è un sostituto ad interim.
Già nel 2023, prima di essere licenziato, Neal aveva scritto un pezzo di opinione sul Guardian a seguito della pubblicazione di un report d’indagine sulle condizioni di un centro di detenzione. Secondo l’allora ispettore indipendente, il ministero dell’Interno invece di prendere seriamente i risultati della ricerca, si era «fissato sulla narrazione di abusi del sistema da parte dei detenuti e dei loro legali».
Nei fatti, quindi, il ministero dell’Interno già da tempo ignorava le osservazioni di Neal e dei suoi collaboratori.
Viene da chiedersi se questo approccio colpevolizzante nei confronti dei migranti, che ha penalizzato in particolare i cittadini albanesi, cambierà con la nuova stagione politica che si è aperta con le elezioni dello scorso luglio. Difficile immaginarlo.
Quel che è certo è che, oggi, gli albanesi non sono più tra le nazionalità più numerose ad attraversare la Manica. Nei primi sei mesi di quest’anno, i primi cinque paesi di provenienza sono stati Afghanistan, Iran, Vietnam, Turchia e Siria.
Gli albanesi già arrivati in Regno Unito, invece, continuano a soffrire.
«Non riesco più a dormire la notte», racconta un richiedente asilo albanese. Si chiama Granit e l’abbiamo incontrato insieme a Dimat, entrambi sono vittime di tratta riconosciute, entrambi sono in attesa di una risposta alla domanda d’asilo ed entrambi hanno nomi di fantasia. «Mi hanno prescritto pillole antidepressivi, ma ho sempre una preoccupazione assillante in testa, la paura di non farcela, la paura di essere deportato», aggiunge.
«Sembra che questo sistema sia progettato per punirci anziché proteggerci», conclude amaramente.
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