25.09.24
Argomenti correlati
MareMediterraneo
Siamo alla fine di giugno del 2024. Il profilo roccioso della Gallinara, uno scoglio lungo 500 metri, assomiglia a una tartaruga sdraiata sulle acque del Mar Ligure occidentale. A un chilometro e mezzo di distanza c’è una costa sinuosa, puntellata da centri abitati e aggredita dai primi turisti della stagione. Per le biologhe marine del Distav, il Dipartimento di scienze della terra, dell’ambiente e della vita dell’Università di Genova, l’isola e i suoi fondali sono una vecchia conoscenza.
«Abbiamo iniziato a lavorarci dai primi anni Novanta, quando si parlava di istituire un’area marina protetta che non è mai stata fatta», racconta Monica Montefalcone, che coordina un team di scienziate subacquee. Pochi giorni dopo, Montefalcone e le sue colleghe si immergono in un’altra area, questa volta tutelata: quella del monte di Portofino, sul versante opposto della costa ligure.
L’inchiesta in breve
- Il Green Deal dell’Unione Europea, lanciato nel 2020, prevede che entro il 2030 il 30 per cento dei mari e delle terre sia tutelato e un 10 per cento abbia una tutela rigorosa, ovvero non ci siano attività umane
- Sul fronte della protezione dei mari, l’Italia è molto indietro: secondo il Ministero dell’Ambiente (MASE), l’11,6 per cento dei mari è tutelato. Secondo ONG come Greenpeace, siamo attorno al 1 per cento
- Appena 29 delle 52 aree marine protette previste dalle legge quadro del 1991 sono state istituite. Per le organizzazioni ambientaliste, a bloccare gli iter è soprattutto il comparto della pesca, preoccupato dai divieti
- Il MASE ha detto a IrpiMedia che sta lavorando per gli obiettivi del 2030. Eppure la Commissione Europea, contattata da IrpiMedia, ha scritto di non aver ricevuto nessuna richiesta e dichiarazione dal governo italiano da gennaio 2023 ad agosto 2024
- Il neonato Ministero del Mare ha steso nel 2023 un Piano Mare, fortemente influenzato da esperti e stakeholder del mondo della pesca intensiva, della logistica, dell’energia fossile e della cantieristica portuale
«La differenza», spiega la ricercatrice, «è evidente: le comunità sottomarine di Portofino sono cambiate meno rispetto a quelle della Gallinara». Nell’isoletta del Ponente ligure infatti, «oltre agli effetti del riscaldamento globale e dell’inquinamento dei mari, dobbiamo aggiungere quelli legati ad ancoraggi senza controllo, alla pesca, a un’attività subacquea non controllata e al turismo intensivo, con centinaia e centinaia di barche che transitano, ormeggiano, gettano spazzatura ogni giorno».
Lenze, rifiuti, reti da pesca e ancore indeboliscono le specie bentoniche (ovvero quelle che vivono sui fondali) riducendo la resilienza ai cambiamenti climatici. «L’effetto riserva è evidente», spiega Montefalcone: «nelle aree marine protette, come quella di Portofino, gli ecosistemi sono più resistenti e lo stock ittico si rigenera».
Un obiettivo centrale se, come sottolineato sia da ambientalisti che da istituzioni internazionali, il Mar Mediterraneo è tra i più sfruttati al mondo: secondo dati delle Nazioni Unite del 2022, il 63% dei suoi, o dei nostri, pesci è pescato in modo insostenibile, contribuendo a un declino di molte specie.
Accedi alla community di lettori MyIrpi
La storia dell’isola della Gallinara è una sintesi delle precarie misure di conservazione degli ecosistemi marini italiani e mediterranei, resi sempre più fragili dall’esplosione delle temperature degli ultimi anni e da decisioni politiche oscillanti e tardive.
Immergendosi sui suoi fondali, pur ancora ricchi, le biologhe dell’università di Genova hanno trovato lenze e rifiuti, che danneggiano specie endemiche come le gorgonie, un organismo corallifero, e le posidonie, una pianta che crea habitat sottomarini cruciali per la vita di molte specie. E mentre diverse popolazioni endemiche rischiano di scomparire dai mari italiani, tra Roma e Bruxelles si gioca una partita fondamentale sul futuro dei mari.
L’Unione Europea ha infatti inserito tra gli obiettivi della Strategia europea per la biodiversità, uno dei pilastri del Green Deal, la tutela di almeno il 30 per cento di aree marine e terrestri, e una protezione stretta del 10 per cento. Obiettivi ribaditi e affiancati da quelli della Nature Restoration Law, in vigore dall’agosto 2024, che vanno raggiunti entro il 2030 e su cui l’Italia è indietro, più di altri paesi marittimi dell’UE.
«La partita, sulle aree marine e sul raggiungimento degli obiettivi per il 2030, è tutta politica», spiega Valentina Di Miccoli, biologa marina di Greenpeace. Se le strategie e le norme europee, sintetizzate dal Green Deal, nascono da studi e rapporti sul declino di specie e habitat naturali nel continente, accelerato dai cambiamenti climatici, il raggiungimento degli obiettivi del 2030 sembra subordinato a interessi di natura economica, e alla loro capacità di influenzare i decisori politici.
IrpiMedia è tornata a esplorare il complesso rapporto tra crisi climatica, protezione dell’ambiente e potenti conglomerati della logistica, dell’energia, del turismo e della pesca, insieme alla testata scozzese The Ferret. Europe’s Seas in Danger è una serie di pubblicazioni, tra reportage e inchiesta, che scavano in fenomeni geograficamente lontani ma accomunati dal conflitto tra le esigenze di protezione dell’ambiente e gli interessi di grandi gruppi economici, forti di legami privilegiati con governi ed enti locali.
Con quasi 8000 chilometri di coste, decine di isole, una flotta di pescherecci e navi commerciali tra le più grandi al mondo e un settore turistico fortemente legato alla fruizione di coste e ambienti marini, l’Italia è attraversata da decenni dal conflitto tra protezione dei mari e interessi di settori economici.
Obiettivi contrastanti che attraversano la stessa azione del Ministero del Mare e della Protezione Civile, creato ad hoc nel 2022 per l’ex governatore della Regione Sicilia, Nello Musumeci. E che, a partire dalla stesura del Piano Mare, corposo documento di strategia adottato nel 2023, sembrano risolversi a favore di alcuni, potenti gruppi d’interesse.
Le aree protette che non ci sono
Per secoli rifugio di eremiti, monaci e altri prelati della Chiesa e infine postazione militare strategica durante la Seconda Guerra Mondiale, poi acquisita da notabili liguri e piemontesi, l’isola di Gallinara è tornata a far parlare di sé nel pieno della pandemia di Covid-19, quando Olexandr Boguslayevun, imprenditore ucraino figlio del magnate dell’industria della difesa Vyacheslav Boguslayevun, arrestato per presunte vicinanze a interessi russi, fa una proposta d’acquisto per comprare tutte le diciotto abitazioni dell’isolotto.
La Gallinara è già una riserva naturale regionale e il Ministero della Cultura decide, a sorpresa, di esercitare il diritto di prelazione sui beni culturali e acquistare la villa più grande dell’isola. Boguslayevun rinuncia all’operazione e le cronache locali tornano ad accennare del progetto di costituire un’area marina protetta.
Quella di Gallinara è infatti una delle 52 “aree di reperimento” individuate dalla norma di riferimento per la conservazione ambientale di terre e acque italiane, la Legge quadro per le aree protette (Legge 349 del 1991), che rafforzava le Disposizioni per la difesa del mare introdotte con la Legge 979 del 1982, considerata come la prima norma per la protezione del mare in Italia.
Se la legge del 1982 prevedeva sistemi di monitoraggio in caso di sversamenti di idrocarburi e la creazione di 21 aree protette, quella del 1991 si concentrava invece sulla tutela, identificando siti con caratteristiche di biodiversità e fragilità tali da dover essere protetti, con un sistema di “zonazione” ad aree: dalle zone A di tutela rigorosa, in cui sono dunque vietate tutte le attività umane, alle zone B, C e D, con tutele decrescenti e autorizzazioni per la pesca artigianale o sportiva, per le immersioni e per le attività turistiche.
«Le aree marine protette», secondo Valentina Di Miccoli di Greenpeace, «sono l’unico vero strumento di tutela efficace dei mari italiani». Ingrediente centrale, spiega, è la gestione del territorio, ovvero la presenza di regolamenti, procedure autorizzative, obiettivi di conservazione e sanzioni.
A distanza di 33 anni però, appena 29 di quelle 47 aree di reperimento originarie, diventate 52 con successive modifiche di legge, sono effettivamente protette. A queste aree vanno aggiunti i due minuscoli parchi sommersi della Gaiola e di Baia, nel golfo di Napoli.
Sono 52 le aree marine protette previste dalla legge quadro del 1991. Solo 29 sono state istituite, le restanti 23 sono indicate ancora come aree di reperimento. La lista completa è sul sito del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Tra le aree previste ma mai dichiarate, l’isola di Gallinara è in compagnia di alcune delle mete turistiche più note della penisola, dalle isole Eolie all’Arcipelago Toscano, passando per la costa di Maratea, Capri, il Conero e la costa maremmana.
Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente, spiega che gli iter istitutivi avviati nell’ultimo decennio si sono arenati a causa delle pressioni locali, riconducibili soprattutto al settore della pesca. «Siamo nelle mani di un Ministero che non pianifica, non coordina e degli interessi sia di quei pochi attori della pesca industriale che non vedono i vantaggi legati alla protezione, sia dei grandi gruppi del fossile», sostiene il responsabile di Legambiente.
Il gioco sui dati
L’Italia, come già detto, è particolarmente indietro rispetto agli obiettivi da raggiungere. Capire di quanto non è però facile.
«Innanzitutto», spiega Leonardo Tunesi, che da decenni si occupa di tutela degli ecosistemi marini per ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale, legato al Ministero dell’Ambiente, «dobbiamo capire qual è il perimetro delle acque territoriali italiane». Va insomma capito su quale superficie totale calcolare la percentuale di aree protette. Non è facile farlo nel caso delle aree marine, per cui si entra in un gioco di aritmetica dall’elevato contenuto politico e geopolitico.
Secondo le convenzioni internazionali, le acque territoriali sono quelle fino alle 12 miglia marine dalla base costiera. Esistono però le Zone Economiche Esclusive (ZEE), previste dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che possono arrivare a 200 miglia dalla linea costiera e su cui, una volta dichiarate, uno Stato può esercitare la propria sovranità sull’uso delle risorse e sul transito navale.
Anche qui, l’Italia è in ritardo rispetto ad altri paesi mediterranei ed europei. Solo nel 2021 si è dato via all’iter per definire la nostra ZEE. Le procedure per farlo sono ancora in corso a settembre 2024. A complicare la questione c’è la Zona di Protezione Ecologica del Mediterraneo nord-occidentale, del Mar Ligure e del Mar Tirreno, una sorta di ZEE dichiarata dall’Italia nel 2011, in un’area geopoliticamente meno sensibile, al confine con le acque francesi e spagnole. È da questa superficie, quella della Zona di Protezione Ecologica, sommata a quella delle acque territoriali, che ISPRA parte oggi per calcolare la percentuale di zone protette.
Non appena però, come previsto entro il 2030, l’Italia definirà i confini della propria Zona Economica Esclusiva , il calcolo dovrà, o dovrebbe, essere aggiornato.
Anche la seconda variabile del calcolo è fonte di discussione: cosa si intende per aree protette, ovvero quali superfici concorrono agli obiettivi del 2030? E cosa si intende invece per per aree a protezione rigorosa o integrale, che dovrebbero raggiungere il 10 per cento entro il 2030? Le posizioni di ISPRA e del MASE sembrano incompatibili con quelle delle organizzazioni ambientaliste.
Per realtà come Greenpeace, Marevivo e Legambiente, l’ingrediente essenziale è la gestione. Non è insomma sufficiente dichiarare un’area come protetta perché lo sia, ma servono fondi, personale, monitoraggio e mandati chiari. E la ricetta che meglio combina questi ingredienti è appunto quella delle aree marine protette. Sostiene Di Miccoli di Greenpeace, «se consideriamo nel calcolo del 30 per cento anche i cosiddetti paper park, parchi solo sulla carta, rischiamo di vincere la partita dei dati, ma di perdere quella sulla conservazione».
A non garantire il requisito della gestione, secondo le associazioni, è una buona parte dei siti Natura 2000, istituiti in ottemperanza a due Direttive dell’Unione Europa, la Habitat del 1992, volta alla protezione di flora e fauna, e la Uccelli del 1979, il cui obiettivo è la protezione degli uccelli selvatici. La gestione dei 288 siti Natura 2000 nei mari italiani è affidata a Regioni e enti locali. Che però, soprattutto in mare, hanno pochi fondi e poco potere di definire e imporre regole e sanzioni.
Veniamo ai dati. Nel giugno 2024, ISPRA ha diffuso le sue ultime proiezioni sulla protezione dei mari italiani. Calcolando le Aree marine protette e i siti Natura 2000, l’istituto indica come protetto l’11,62% delle acque territoriali e della Zona di Protezione Ecologica del Mediterraneo nord-occidentale, del Mar Ligure e del Mar Tirreno: l’obiettivo del 30 per cento è ancora lontano, ma il punto di partenza è buono.
I ricercatori di Greenpeace raccontano una storia diversa. Nel luglio 2024, l’organizzazione ambientalista ha diffuso una mappa, con dati alternativi a quelli di ISPRA, in cui indica come realmente protetto solo lo 0,9 per cento delle acque italiane, in riferimento alla stessa superficie totale. A determinare una gran parte di questa differenza è l’assenza, dal calcolo di Greenpeace, dei siti Natura 2000 e del Santuario dei Cetacei Pelagos, creato nel 1999 da un accordo tra Francia, Italia e Principato di Monaco e definito come “Area Specialmente Protetta di Importanza Mediterranea”.
Si tratta di un enorme triangolo di mare che si estende dal nord della Sardegna alle coste toscane e francesi, inglobando tutto il Mar Ligure, areale di riproduzione di delfini, capodogli, balene e altri mammiferi marini. Nel Santuario però, l’unico divieto in vigore è quello della pesca con reti pelagiche, strumenti per altro vietati in tutta l’UE già dal 2014. Da solo, il Santuario dei Cetacei copre il 62 per cento dell’area considerata come protetta da ISPRA.
Il ministero dell’Ambiente considera come protetto l’11,6 per cento dei mari italiani, includendo il Santuario dei Cetacei nel Mar Tirreno settentrionale.
Secondo Greenpeace, invece, appena lo 0,9 per cento dei mari è sottoposto a misure di tutela efficaci.
Il ministero dell’Ambiente considera come protetto l’11,6 per cento dei mari italiani, includendo il Santuario dei Cetacei nel Mar Tirreno settentrionale.
Secondo Greenpeace, invece, appena lo 0,9 per cento dei mari è sottoposto a misure di tutela efficaci.
L’Agenzia Europea per l’Ambiente propone cifre ancora diverse. A marzo 2023, basandosi sui dati forniti dall’Italia, segnalava come il 6,9 per cento delle acque italiane fossero protette, con un 4,5 per cento riferito a forme di protezione nazionali come le aree marine protette e la quota restante a siti Natura 2000. L’Italia risultava dunque agli ultimi posti in Europa, ventitreesima su 27 paesi, in vista degli obiettivi della Strategia per la biodiversità dell’UE.
Biodiversità in pericolo
Se già l’obiettivo del 30 per cento entro il 2030 appare come estremamente ambizioso, la sfida più grande, per Leonardo Tunesi di ISPRA, è quel traguardo del 10 per cento di aree a protezione rigorosa. «L’UE le intende come no take area [ovvero aree senza nessun tipo di prelievo, che si tratti di pescato o idrocarburi, ndr] e solo le zone A e parte delle B delle aree marine protette ci rientrerebbero, ovvero meno dello 0,01 per cento delle acque nazionali», spiega. Per questo, «stiamo cercando di raggiungere un compromesso, proponendo che si considerino aree a gestione sostenibile, in cui prelievo ittico e transito siano controllati».
Proprio la gestione della pesca è un tema delicato, a livello politico come ambientale. Nel 2014 la Commissione UE diffonde dati allarmanti: nel Mediterraneo, il 96 per cento dei pesci di superficie e il 71 di quelli di profondità erano sovrapescati. La pesca intensiva stava insomma svuotando il Mediterraneo.
Sostienici e partecipa a MyIrpi
Nell’ultimo decennio, strategie, rapporti e documenti si susseguono e accavallano, con alcuni denominatori comuni: gli ecosistemi marini vanno ripristinati, fondali inclusi, le aree protette espanse e la pesca controllata, limitando fortemente quella a strascico. Sul fronte della pesca, l’ultimo arrivato è il Piano d’azione per «proteggere e ripristinare gli ecosistemi marini per una pesca sostenibile e resiliente», adottato nel 2023, che prevede un progressivo taglio sull’uso di reti a strascico, indicate come «una delle attività più diffuse e dannose per i fondali marini e i relativi habitat», partendo da un divieto totale nelle aree protette.
Un’ipotesi che ha scatenato una serie di proteste dei pescatori italiani, sostenuti dal ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida. Secondo Coldiretti, il 35 per cento del pescato italiano è frutto di pesca a strascico.
Per Domitilla Senni, presidente di Med ReAct, organizzazione creata nel 2014 da ambientalisti e studiosi spagnoli, greci, francesi e italiani, «il prelievo ittico tramite strascico è una tecnologia medievale: distrugge fondali e ne riduce la capacità di assorbire CO2, ovvero di attenuare gli effetti della crisi climatica».
Med ReAct ha lavorato al contrario per l’istituzione di una FRA – Fishery Restricted Area (Area proibita alla pesca), tra Italia e Croazia, la Fossa di Pomo. Istituita nel 2017, la FRA è riuscita in pochi anni a fermare una riduzione vertiginosa dello stock ittico in quel tratto di Mar Adriatico. «Eppure», sostiene Senni, «le centrali della pesca industriale hanno grande influenza a livello governativo».
Se la pressione di alcuni comparti della pesca ostacola la creazione di nuove aree marine protette, chi lavora in zona tutelate parla di una perdita di biodiversità drammatica, accelerata dal cambiamento del clima.
Lorenzo Merotto, biologo dell’area marina protetta di Portofino, racconta che «dal 2022, con temperature dell’acqua che hanno raggiunto i 28 gradi fino a 15 metri di profondità, abbiamo assistito a morìe di massa di gorgonie: nelle nostre acque c’è stato un massacro». Organismi della famiglia dei coralli, le gorgonie sono una specie strutturante tipica del Mar Mediterraneo. Creano foreste sui fondali, in cui vivono e si riproducono diverse specie, come dentici e cernie.

Creata nel 1999, l’area marina protetta di Portofino, in Liguria, è una delle prime in Italia.
«Nell’arco degli ultimi tre anni», continua Merotto, «c’è stato un cambiamento che ci aspettavamo in dieci anni». Secondo uno studio di vulnerabilità ai cambiamenti climatici, condotto dall’area marina protetta di Portofino, spiega Merotto, «entro il 2100 gran parte delle specie chiave dell’AMP rischia di scomparire».
Maurizio Spoto, che dirige invece l’area marina protetta di Miramare, gestita da WWF nel golfo di Trieste, denuncia lo stesso fenomeno «stiamo vivendo un’accelerazione potentissima: nella nostra riserva gli organismi coralligeni, le spugne e altre specie dei fondali stanno scomparendo». Oggi, sostiene Spoto, queste piccole aree protette non bastano, serve «creare una rete di aree protette: dei corridoi ecologici marini che permettano alle specie di circolare, gestendo la pesca in alcune zone».
Purtroppo, però, c’è una strutturale mancanza di finanziamenti per le AMP. A differenza dei parchi nazionali, le aree marine ottengono infatti contributi su base annuale, che non possono essere usati per assumere personale. La gestione è dunque affidata a associazioni o consorzi di enti locali.
«Non abbiamo garanzia del finanziamento da un anno all’altro», spiega Spoto, «quindi per sopravvivere dobbiamo ricorrere a progetti europei e ad altre forme di sostegno, che però limitano la programmazione».
Scorrendo le tabelle annuali del MASE, l’oscillazione dei finanziamenti salta subito all’occhio. Nel 2021, il governo aveva stanziato 15,2 milioni di euro per le 29 AMP, più i due parchi sommersi di Gaiola e Baia. Nel 2022, la cifra si contrae, arrivando a 11,3 milioni, che diventano 10,5 nel 2023. Nell’ultima annualità, il 2024, siamo a meno della metà della cifra del 2021: 7,2 milioni, per lo stesso numero di aree protette.
In risposta a una richiesta stampa di IrpiMedia, il Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica (MASE) ha scritto che «gli stanziamenti per le Aree marine protette, che sono stati rimodulati annualmente dalle Leggi di Bilancio, sono oggetto dell’attenzione di questo Ministero».
Il Piano Mare e l’hub energetico
Pur se gli obiettivi europei sembrano irraggiungibili, il governo italiano è apparso ottimista. Nel luglio 2024, intervenendo a una sessione del G7 su scienza e tecnologia, Gilberto Pichetto Fratin, titolare del MASE, illustrava alcuni dei piani del Ministero:
«Intendiamo dare urgente impulso all’istituzione di nuovi siti della Rete Natura 2000 entro le acque territoriali e nella Zona di Protezione Ecologica fuori dalle acque territoriali, oltre che all’istituzione di nuove Aree Marine Protette.E partiremo con l’approvazione del nuovo Elenco Ufficiale delle Aree Protette, che rappresenta il quadro ufficiale delle aree protette in Italia».
L’Elenco citato da Pichetto Fratin è il documento che, filtrato da ISPRA, il Ministero invia all’Agenzia per l’Ambiente dell’Unione Europea, per comunicare i dati ufficiali sulle aree protette.
Contattata da IrpiMedia, la Direzione Generale per l’Ambiente della Commissione Europea, ha però fatto sapere che da gennaio 2023 ad agosto 2024, non ha ricevuto nessuna richiesta di riconoscere nuove aree marine protette, né nessuna dichiarazione d’impegno per la creazione di aree protette o a protezione rigorosa, all’interno della Strategia per la biodiversità e degli obiettivi del 2030.
Rispondendo a una successiva richiesta stampa, il MASE ha comunicato d’altra parte che «le attività relative all’Obiettivo 30/30 della Strategia Europea e Nazionale Biodiversità sono state avviate e comprenderanno tra le aree protette considerate anche le aree marine protette, le OECM [Other Effective Conservation Measure, ovvero misure di protezione previste dalla Convenzione ONU sulla Diversità biologica] e i siti Natura 2000.»
Sempre il MASE, ha sottolineato come «per l’istituzione delle AMP non si può parlare di un vero calendario: le istruttorie preliminari all’istituzione hanno una durata – e un esito – non prevedibile».


Nell’ultimo biennio l’assetto governativo si è arricchito di un nuovo soggetto: il Ministero del Mare e della Protezione Civile, affidato, senza portafoglio, all’ex governatore siciliano Nello Musumeci. Il risultato principale del Ministero è la stesura del Piano Mare, pubblicato nell’ottobre 2023 dopo alcuni mesi di consultazioni con centinaia di portatori d’interesse.
Le centinaia di pagine del documento offrono uno scorcio sulla visione del mare del governo guidato da Giorgia Meloni in totale contrasto con gli obiettivi di conservazione e ripristino degli habitat marini. Al centro infatti, ci sono le posizioni delle lobby dell’energia fossile, della pesca e della logistica, il cui input è stato centrale per la stesura del Piano.
Costruito attorno alla visione dell’Italia come hub energetico europeo, il Piano impegna l’Italia a definire la propria Zona Economica Esclusiva entro il 2024. Ai pochi e vaghi accenni alla protezione del mare, sono affiancati capitoli dedicati a idrocarburi, pesca d’alto mare, crocieristica e cantieri.
Se le crociere vanno sostenute, toccando anche scali e isole minori, su gas e combustibili fossili il Piano dice che: «la fase di transizione ecologica non potrà prescindere dal contributo delle fonti fossili». Sarà dunque indispensabile ricorrere a navi rigassificatrici e a sistemi di stoccaggio del gas, «preservare la competitività della flotta cisterniera» e favorire «una strategia industriale di lungo periodo per lo sviluppo di una flotta gasiera». Proprio l’estrazione, il trasporto e il consumo di gas naturale liquido sono però associati a emissioni di CO2 che accelerano il cambiamento climatico.
Non ultimo, il Piano dà voce ai «pescatori allarmati da una politica che potrebbe portare alla eliminazione dello strascico in tutti gli spazi marini», descrivendo i fondali marini come «campi coltivati in cui svolgono il loro ciclo vitale una serie ridotta di specie adattate alle condizioni perturbate, quelle di fatto su cui la pesca si basa, e che possono essere oggetto di una corretta gestione su base scientifica».
A scorrere la lista degli esperti che hanno redatto il Piano, questi richiami a tecnologie invasive e inquinanti non sorprendono. Tra i dieci esperti che hanno affiancato Musumeci troviamo infatti alti funzionari di Assonautica, Confitarma e Assarmatori, associazioni che riuniscono i grossi nomi del trasporto passeggeri, della crocieristica e della cantieristica navale italiana, e un consigliere della Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine, spin-off del colosso del comparto difesa Leonardo Spa.
Tra gli esperti non c’è nessun rappresentante di associazioni ambientaliste, va poco meglio quando si guarda agli stakeholder consultati: tra i 133 soggetti elencati a margine del Piano, quasi un quarto fa riferimento al comparto pesca, almeno 13 rappresentano grossi gruppi del mercato dell’energia fossile, tra cui ENI, SNAM e SAIPEM, mentre il 30 per cento è riferito a grossi attori della logistica portuale, della cantieristica navale e del trasporto marittimo.
Sono appena sette le organizzazioni ambientaliste coinvolte. Non è andata meglio per una serie di consultazioni successiva all’adozione del Piano, che ha durata triennale: tra le oltre 60 realtà che hanno presentato osservazioni nella primavera del 2024, l’unica del mondo ambientalista è Greenpeace.
Proprio Greenpeace ha partecipato a una consultazione su Risorse biologiche marine – Pesca, Acquacoltura, Ecosistemi e Aree Marine Protette in vista della redazione del Piano Mare, nel maggio 2023.
«Eppure, cosa singolare, all’incontro non era stata invitata nessun rappresentante che potesse parlare a nome delle Aree Marine Protette», ricorda Valentina Di Miccoli, biologa dell’organizzazione. Il tema della protezione sembra insomma lontano dall’agenda del Ministero del Mare, che ha rifiutato una richiesta di intervista di IrpiMedia.
Sulla protezione dei mari si gioca una partita squilibrata tra grandi società, fiancheggiate dal governo, realtà ambientaliste e comunità costiere. Tra le prossime scadenze da tenere d’occhio in Italia, c’è la proposta di una Legge quadro sulla Blue Economy, che il ministro per l’Impresa e il Made in Italy, Adolfo Urso, ha promesso per l’autunno.
Sul fronte dell’Unione europea, la presidente della Commissione, Ursula Von Der Leyen, per la prima volta ha designato un Commissario europeo per la pesca, scorporato da quello dell’ambiente. Il cipriota Costa Kadis, la cui nomina è stata ben accolta da Europȇche, potente lobby della pesca che, negli ultimi anni, si è espressa più volte contro gli obiettivi 2030.
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.



