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In Sicilia la gestione post incendio si arena tra fondi e burocrazia

Incendi dolosi e gestione caotica rendono i boschi siciliani bombe pronte a scoppiare. Fondi pubblici, leggi e istituzioni non bastano a fermare il fuoco né a proteggere chi vive accanto

03.09.25

Pierluigi Bizzini
Daniela Sala
Anna Toniolo

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Il bosco di Rossella Calascibetta, pastora siciliana, si apre folto nella nebbia primaverile che aleggia sul complesso montuoso della Moarda, nel territorio di Altofonte, a circa 15 chilometri da Palermo. Superata la stalla dove circa settanta capre girgentane e messinesi belano al suo passaggio, un fitto prato colorato di giallo nasconde numerosi tronchi di alberi caduti e inceneriti. «Qui negli anni è cresciuta l’euforbia – racconta Rossella – la prima a crescere sui terreni bruciati». L’euforbia, su questo costone di montagna, è ovunque.

Cinque anni fa, la notte del 29 agosto 2020, il complesso della Moarda è stato colpito da un incendio doloso devastante. Sette inneschi, sospinti da un forte vento di scirocco, hanno raso al suolo ben 800 ettari di bosco: una distesa che equivale a circa otto chilometri quadrati, quasi quanto l’intera isola di Capri, che ne misura poco più di dieci. «La notte si è illuminata a giorno», racconta Rossella, «il fuoco è entrato di chioma e in poco tempo sono bruciati tutti gli alberi nella zona di Costa Grande, che è molto scoscesa. È stato difficile gestirlo».

L’inchiesta in breve

  • La regione più colpita d’Italia dagli incendi, la maggior parte di origine dolosa, ha anche grossi problemi nella gestione dei fondi per la prevenzione e per la gestione dei territori colpiti
  • Le norme che vietano gli interventi di ripristino dei territori colpiti dagli incendi, pensate per arginare le speculazioni, in alcuni casi finiscono per bloccare azioni atte alla loro ripresa trasformando i luoghi danneggiati in potenziali pericoli per le comunità
  • Ne è un esempio il caso del bosco della Moarda, devastato da un primo incendio doloso nel 2020 e poi, per mancanza di azioni di ripristino, colpito di nuovo dal fuoco nel 2023
  • Nel primo incendio del 2020, sono andati distrutti anche i terreni della pastora Rossella Calascibetta, che ha cercato di attivarsi dal basso, con l’aiuto della comunità, per ripristinare il bosco e proteggerlo da possibili incendi futuri
  • Fondi regionali, nazionali ed europei dovrebbero aiutare le comunità nel prevenire gli incendi e ripristinare i territori bruciati ma in molti casi sono gestiti in modo frammentato, con scarsa trasparenza e privi di una strategia di lungo periodo
  • Alle ferite del territorio si sommano quelle dei loro abitanti: nel 2023, a Trappeto, un uomo è morto a causa di un rogo. Sua figlia oggi si impegna insieme a gruppi di cittadini da tutta la Sicilia  per monitorare i roghi, chiedendo un maggiore impegno da parte delle istituzioni

La comunità di Rebuttone e di Altofonte si è subito mobilitata insieme alle forze dell’ordine, alla Protezione Civile e al corpo forestale per contenere l’incendio. L’obiettivo era salvare quanto prima gli animali in un momento di caos estremo. «A un certo punto mi sono ritrovata circondata dalle fiamme. Ho chiamato i vigili del fuoco che non erano ancora intervenuti perché non possono intervenire se non c’è la presenza di civili». In quel momento, però, la civile ad essere in pericolo era proprio Rossella che si trovava circondata dalle fiamme all’interno del suo bosco.

Punta di Morda, Rebuttone (Palermo). Rossella Calascibetta (54 anni) con i suoi cani. Calascibetta lavora come pastora: possiede circa 70 capre e nel 2022 ha acquistato un terreno con un piccolo bosco sul monte Moarda, adibito a pascolo. Il 30 agosto 2020 un incendio ha colpito la Moarda, bruciando parte del bosco di Calascibetta pochi giorni dopo. Calascibetta afferma che il fuoco si è espanso così tanto a causa della mancanza di manutenzione della foresta demaniale confinante con il suo terreno. Non ha ricevuto alcun risarcimento e non dispone delle risorse necessarie per ripristinare il bosco bruciato, liberandolo dagli alberi caduti
Punta di Morda, Rebuttone (Palermo). Calascibetta lavora come pastora: possiede circa 70 capre e nel 2022 ha acquistato un terreno con un piccolo bosco sul monte Moarda, adibito a pascolo. Il 30 agosto 2020 un incendio ha colpito la Moarda, bruciando parte del bosco di Calascibetta pochi giorni dopo © Daniela Sala
Punta di Morda, Rebuttone (Palermo). Rossella Calascibetta (54 anni) con i suoi cani. Calascibetta lavora come pastora: possiede circa 70 capre e nel 2022 ha acquistato un terreno con un piccolo bosco sul monte Moarda, adibito a pascolo. Il 30 agosto 2020 un incendio ha colpito la Moarda, bruciando parte del bosco di Calascibetta pochi giorni dopo. Calascibetta afferma che il fuoco si è espanso così tanto a causa della mancanza di manutenzione della foresta demaniale confinante con il suo terreno. Non ha ricevuto alcun risarcimento e non dispone delle risorse necessarie per ripristinare il bosco bruciato, liberandolo dagli alberi caduti
Rossella Calascibetta (qui con i suoi cani) afferma che il fuoco si è espanso così tanto a causa della mancanza di manutenzione della foresta demaniale confinante con il suo terreno. Non ha ricevuto alcun risarcimento e non dispone delle risorse necessarie per ripristinare il bosco bruciato, liberandolo dagli alberi caduti © Daniela Sala

Dei 14 ettari del bosco privato di Rossella, una grossa macchia che va dalla Costa Grande sino alla prossimità della stalla è stata vittima dell’incendio del 2020. La pastora ricorda che «quando ho preso possesso di questo terreno non era più pascolato da almeno vent’anni. Il substrato del bosco era inerte e privo di vita». La mancata cura e manutenzione del bosco – un agglomerato di conifere piantumate ben sessant’anni fa – ha esacerbato i danni del fuoco. «Un territorio in queste condizioni non lo puoi aiutare. La gran parte dei boschi siciliani sono così. Non abbiamo dei boschi, abbiamo delle bombe». 

Le lacune che alimentano il fuoco

Quando si parla di prevenzione, la mente rimanda inevitabilmente a qualcosa che arriva prima dell’evento, un’azione anticipata per evitare il problema. E così dovrebbe essere. Ma nel caso degli incendi in Sicilia, la regione italiana più colpita, che nei primi sette mesi del 2024 registrava da sola il 45% delle aree totali bruciate su scala nazionale, la prevenzione assume un significato più ampio.

Non riguarda solo le azioni intraprese prima che le fiamme divampino, ma determina in modo decisivo cosa accadrà durante l’incendio, influenzando anche le conseguenze del fuoco e le modalità con cui si potrà intervenire per limitare i danni e favorire la ripresa del territorio una volta che l’emergenza sarà terminata. Eppure, in molti casi, questo procedimento tanto importante non viene assolto dalle istituzioni. 

Rossella Calascibetta racconta che l’incendio del 2020 è partito dall’area demaniale confinante, che non era stata pulita e messa in sicurezza prima della stagione a rischio. «Lo stesso è successo anche nel 2022», spiega, quando un altro grave incendio aveva colpito la zona. Calascibetta dice che aveva mandato una Pec al Demanio forestale regionale per chiedere la pulizia del confine onde evitare che le chiome degli alberi si toccassero, «ma non è stata fatta», conclude. 

Rossella Calascibetta mostra una foto del suo bosco, a Punta di Morda, Rebuttone (Palermo), subito dopo il devastante incendio che ha colpito il monte Moarda nell’agosto 2022 © Daniela Sala

Ma anche quando le responsabilità sono evidenti, la legge spesso non è in grado di individuare chi ha mancato nei doveri di prevenzione. «Le procure della Repubblica nascono per reprimere le condotte, quindi non dovrebbero svolgere attività di prevenzione», spiega Maurizio De Lucia, procuratore capo a Palermo. Eppure, sottolinea, nel caso degli incendi le mancate attività di prevenzione facilitano il lavoro degli incendiari. Il punto critico, però, è un altro: all’interno della complessa macchina amministrativa è difficile individuare con precisione i responsabili delle omissioni. E anche quando ci si riesce, punirli diventa un’impresa. «Lo strumento della repressione penale per incentivare la prevenzione ambientale», spiega ancora de Lucia, «è inefficiente». 

Una constatazione che pesa, soprattutto in una regione come la Sicilia, dove la quasi totalità degli incendi ha origine dolosa. In questi casi la giustizia deve poter disporre di strumenti più efficaci, ma resta vero che il contrasto non può ridursi alla sola repressione: senza una prevenzione seria e capillare, il terreno continuerà a essere favorevole a chi appicca il fuoco.

L’inefficienza delle istituzioni

Non è, però, solo nella fase di prevenzione o durante l’emergenza che le istituzioni sembrano latitare: la loro inefficienza si percepisce anche nel “dopo”, quando la gestione delle aree bruciate dovrebbe essere guidata da regole chiare e da un sostegno concreto.

La legge 353 del 2000 è nata con l’obiettivo di prevenire speculazioni edilizie e le appropriazioni indebite di fondi successive agli incendi. Per questo vieta per almeno 15 anni il cambio di destinazione d’uso dei terreni boschivi e dei pascoli bruciati, e per dieci la loro edificazione, salvo autorizzazioni preesistenti. Per cinque anni dopo l’incendio sono vietati anche rimboschimenti e interventi finanziati con fondi pubblici, a meno che non vi siano rischi di dissesto idrogeologico o urgenze ambientali. Gli interventi privati di ripristino sono possibili purché senza l’utilizzo di fondi pubblici e previa autorizzazione.

Una norma pensata per disincentivare interessi criminali ma che in alcuni casi cozza con le esigenze contingenti di chi si trova a dover ripristinare i propri beni successivamente a un rogo, come nel caso di Rossella Calascibetta. 

Ascolta il podcast di Newsroom

«Io non ho fatto una stima economica delle mie perdite», spiega la pastora, poiché dal suo punto di vista «il danno ecologico è inestimabile». In ogni caso, nel 2020, quando il suo terreno è bruciato, non era stato pubblicato alcun bando per chiedere il risarcimento dei danni subiti e, di conseguenza, non ha potuto ricevere alcuna compensazione per rimettere in sesto il suo terreno. Quello che le è rimasto, però, è una paura del fuoco che lei stessa ha definito «atavica». 

Dopo che nel 2023 un altro disastroso incendio aveva colpito il bosco della Moarda, alcuni cittadini che abitano nelle zone immediatamente sottostanti hanno dato vita al Comitato Moarda viva, verde e sicura. «Il bosco svolge un ruolo fondamentale nella protezione del territorio: previene frane, smottamenti e dissesti idrogeologici», racconta Giuseppe Marfia, membro del comitato e parte del gruppo comunale Antincendio boschivo (Aib) della Protezione Civile, «venendo meno questa sua funzione [a causa dell’incendio], gli abitanti hanno cominciato a sentirsi esposti, minacciati da possibili crolli, alluvioni e da eventi meteorologici estremi».

Secondo Marfia, infatti, dopo l’incendio del 2020, nonostante le istituzioni fossero intervenute per alcune operazioni essenziali, le azioni non erano state sufficienti a prevenire altri incendi che, in effetti, ci sono stati. Il più recente è stato l’incendio del 9 agosto del 2025 che ha interessato nuovamente il complesso della Moarda, tra Piana degli Albanesi e Altofonte.

Le aree percorse dal fuoco in Sicilia fra il 2015 e il 2024
Le aree percorse dal fuoco in Sicilia fra il 2015 e il 2024 © PlaceMarks
Palermo vista dal atellite, con evidenziata l'area dell'incendio del 2016 di monte Pellegrino
Palermo vista dal satellite, con evidenziata l’area dell’incendio del 2016 di monte Pellegrino © PlaceMarks

Nonostante Rossella Calascibetta si sia attivata con fondi privati – come la legge permette di fare – per ripristinare e controllare il territorio già colpito dalle fiamme, questo non è bastato poiché parte del terreno demaniale gestito dal dipartimento Sviluppo rurale della Regione Siciliana è stato nuovamente percorso dal fuoco nel 2023, ed è rimasto anche in questo caso senza una programmazione per il rimboschimento, né fondi stanziati per il suo ripristino. 

Giuseppe Marfia racconta che, dopo il grande incendio del 2020, lui e altri cittadini si erano rivolti all’ente gestore chiedendo interventi urgenti come l’ampliamento dei viali parafuoco e, soprattutto, la rimozione delle piante bruciate che continuavano a crollare, rappresentando un pericolo. Ma, nonostante le sollecitazioni, le loro richieste sono rimaste inascoltate.

«Avevamo già segnalato che un secondo incendio (che di fatto c’è stato nel 2023, ndr) avrebbe compromesso del tutto la vegetazione spontanea e la ricrescita naturale del bosco», continua Marfia, «purtroppo, però, non si è intervenuti». Secondo lui in casi come quello che riguarda il bosco della Moarda, «la normativa viene usata come scudo», in quanto è vero che per cinque anni dopo che il fuoco ha percorso una determinata area non si può intervenire, ma è altrettanto vero che «in caso di pubblica incolumità ed esigenze del bosco» si può agire.  

Al momento, stando al suo racconto, non esiste alcun progetto di rimboschimento o recupero delle aree che sono state percorse dal fuoco. Il dipartimento dello Sviluppo rurale e territoriale della Regione Sicilia non ha risposto alle richieste di IrpiMedia rispetto a eventuali progetti di questo tipo.  

Si tratta di una catena di eventi strettamente collegati: basta che salti un passaggio e l’intero meccanismo si blocca. In molti casi i fondi esistono, ma vengono utilizzati in maniera frammentata e caotica, spesso a causa di ostacoli burocratici, mancanza di progettualità o ritardi amministrativi.

I fondi ci sono, ma c’è confusione nell’utilizzo

In viale Regione Siciliana a Palermo, negli uffici dell’assessorato dell’Agricoltura, sviluppo rurale e della pesca mediterranea, i funzionari si barcamenano in una giungla di finanziamenti che raramente vengono destinati alla pianificazione o a interventi immediati successivi a un incendio. In molti casi queste risorse vengono allocate solo su iniziative isolate di burocrati e di attori privati, segno di una gestione del fuoco frammentata e priva di una visione sistemica.

Come spiega Angelo Di Lorenzo, responsabile della gestione del patrimonio forestale, «in questo momento (marzo 2025, ndr) si stanno avviando i progetti di manutenzione boschiva». Alla richiesta di più dettagli rispetto a questo tipo di piani e ai rispettivi fondi stanziati, l’assessorato, però, non ha fornito a IrpiMedia alcun elemento. 

Geraci, Palermo. Una collina bruciata sulla strada per Gangi. Nell’agosto 2021, un vasto incendio ha colpito Gangi, nel Parco delle Madonie, devastando ampie porzioni del territorio comunale. Le fiamme, alimentate dal caldo estremo e dai forti venti di scirocco, hanno distrutto numerose aziende agricole e allevamenti, causando ingenti perdite economiche. L’intero raccolto di cereali è andato perduto e molte abitazioni sono state evacuate per motivi di sicurezza
Geraci, Palermo. Una collina bruciata sulla strada per Gangi. Nell’agosto 2021, un vasto incendio ha colpito Gangi, nel Parco delle Madonie, devastando ampie porzioni del territorio comunale. Le fiamme, alimentate dal caldo estremo e dai forti venti di scirocco, hanno distrutto numerose aziende agricole e allevamenti, causando ingenti perdite economiche © Daniela Sala
Geraci, Palermo. Vista sui terreni di Alessandro Mocciaro, proprietario di un’azienda agricola, e sulla città di Gangi. Nell’agosto 2021, un vasto incendio ha colpito Gangi, nel Parco delle Madonie, devastando ampie porzioni del territorio comunale. Le fiamme, alimentate dal caldo estremo e dai forti venti di scirocco, hanno distrutto numerose aziende agricole e allevamenti. Mocciaro dichiara di aver subito perdite per mezzo milione di euro a causa dell’incendio
Geraci, Palermo. Vista sui terreni di Alessandro Mocciaro, proprietario di un’azienda agricola, e sulla città di Gangi. Nell’agosto 2021, un vasto incendio ha colpito Gangi, nel Parco delle Madonie. Mocciaro dichiara di aver subito perdite per mezzo milione di euro a causa dell’incendio © Daniela Sala

Una volta partiti i progetti, si attivano i circa 12mila operai che lavorano nella manutenzione: lavoratori a tempo determinato con scaglioni di tempo che vanno dai 78, ai 101 e ai 151 giorni. Soltanto 1.200 persone hanno un contratto a tempo indeterminato. L’età media di questi operai risulta di 58 anni, un’età molto elevata per i tipi di interventi effettuati, come l’abbattimento degli alberi o le costruzioni di vie tagliafuoco spesso in località scoscese e quasi inaccessibili.

«L’intero comparto demaniale è costituito da 170mila ettari di terreno boschivo», continua Sergio Alessandro, responsabile della programmazione, innovazione e supporto allo sviluppo. «Annualmente, vengono realizzati lavori di selvicoltura e ripristino, possibilmente anche in aree già colpite da incendi. Da due anni a questa parte è stata assegnata una somma soddisfacente dalla finanziaria regionale, già stanziata in bilancio a gennaio, e questo ci ha permesso di pianificare e programmare gli interventi. Cosa che, fino a qualche anno fa, non era possibile se il bilancio era solo provvisorio, come avveniva in passato: la spesa doveva essere dilazionata, e questo rappresentava un ostacolo».

Per il 2024 sono stati assegnati dalla Legge di Stabilità 2024-2026 della Regione Siciliana ben 197,3 milioni di euro al settore della forestazione, mentre per il 2025 e il 2026 la cifra è leggermente più alta: 198,3 milioni di euro. Secondo quanto riportato da Sergio Alessandro, però, la maggior parte di questi fondi serve per interventi diretti, cioè azioni concrete nella lotta contro gli incendi, come dispositivi di protezione, attrezzature, mezzi antincendi ed elicotteri.

A questi fondi, si aggiungono risorse importanti per investimenti strutturali e duraturi, 74 milioni nel 2024 e 63 milioni per ciascuno degli anni 2025 e 2026, «che coprono tutta la restante parte delle attività come la pulizia, la messa in sicurezza delle aree percorse dal fuoco e la loro valorizzazione». A detta del responsabile, però, queste cifre non bastano: «Abbiamo bisogno di oltre 300 milioni di euro per poter sviluppare pienamente tutte le attività legate alla prevenzione e alla lotta agli incendi».

Una dichiarazione che apre una contraddizione evidente. Se da un lato l’assessorato chiede più risorse, dall’altro non è del tutto chiaro come vengano impiegati i fondi già assegnati per la prevenzione. A oggi, di fatto, manca una rendicontazione trasparente sulle attività effettivamente realizzate su tutti i livelli.

Tre immagini dell’intera zona della Moarda: prima dell’incendio del 2020 (giugno), immediatamente dopo l’incendio e una del 2025 in cui è evidente come la vegetazione sia ancora rada e debole © PlaceMarks

Ad esempio, il 17 giugno 2025 l’europarlamentare del gruppo della Sinistra al Parlamento europeo Giuseppe Antoci ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo chiarimenti sull’efficacia delle misure contro gli incendi in Sicilia. Nonostante i fondi Ue attivati, infatti, il numero dei roghi registrati nel giugno 2025 solleva dubbi sull’efficacia della prevenzione messa in campo. 

I fondi a livello Ue e distribuzione a livello regionale

La politica forestale è principalmente di competenza degli Stati membri. Nella sua comunicazione intitolata Nuova strategia dell’Ue per le foreste per il 2030, la Commissione europea si propone di favorire un coordinamento più efficace e una maggiore coerenza tra le politiche forestali dei diversi Paesi membri. Per quanto riguarda gli incendi boschivi, il suo compito principale è quello di supportare gli Stati attraverso strumenti concreti, come i finanziamenti previsti dalla politica di sviluppo rurale e dalla politica di coesione dell’Unione Europea.

Dal 2003 le misure relative agli incendi boschivi sono finanziate nell’ambito del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr), del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e del Fondo di coesione, e dal 2020 il dispositivo per la ripresa e la resilienza (Rrf) fornisce finanziamenti aggiuntivi. 

Attraverso la dotazione finanziaria del Pr Fesr Sicilia 2021-2027, approvato dalla Commissione europea nel dicembre 2022, la Regione ha ottenuto 190 milioni di euro da allocare per potenziare la prevenzione e la lotta agli incendi, di cui 130 milioni alla Protezione civile e 60 milioni al Corpo forestale. 

Il piano per prevenire e combattere gli incendi in Sicilia era stato finanziato con altri 323 milioni di euro provenienti dal programma operativo Po Fesr Sicilia 2014–2020. 

Secondo quanto riportato dal portale del dipartimento Programmazione della Regione Siciliana su fondi Ue e nazionali, la dotazione finanziaria europea per raggiungere l’obiettivo di prevenzione e lotta ai roghi potrà eventualmente essere incrementata con ulteriori assegnazioni del Fondo sviluppo e coesione (Fsc) 2021-2027. 

Secondo un report pubblicato dalla Corte dei Conti europea nel giugno 2025, gli incendi boschivi sono solo una delle tante catastrofi naturali e gli Stati membri non sempre li segnalano separatamente alla Commissione europea quando comunicano le spese. Per questo, la Commissione non ha una visione chiara di quanti fondi Ue siano stati usati specificamente per gli incendi. 

La Corte dei conti europea ha osservato che i fondi dell’Ue destinati alla lotta contro gli incendi boschivi, provenienti da diversi ambiti di intervento, sono stati utilizzati sempre più spesso dagli Stati membri per attività di prevenzione. Tuttavia, mancano dati chiari sui risultati ottenuti, la sostenibilità a lungo termine dei progetti non è sempre garantita e sono emerse criticità nella fase di selezione degli interventi da finanziare. L’analisi più approfondita della Corte, però, si è concentrata su quattro Paesi — Spagna, Portogallo, Grecia e Polonia — escludendo l’Italia.

A fare i conti con la mancata prevenzione e con una frammentazione decisionale sia a livello regionale che nazionale, sono le piccole amministrazioni comunali. Gangi, comune del Parco delle Madonie, in provincia di Palermo, si mostra all’ultimo tornante come un alveare incastonato nella montagna. Nell’agosto del 2021, un incendio partito dal piccolo comune era arrivato fino alla località di San Mauro Castelverde, a circa 26 chilometri da Gangi.

L’attuale sindaco di Gangi, Giuseppe Ferrarello, ricorda bene l’incendio del 2021, avvenuto in una giornata di scirocco e caldo estremo. La combinazione perfetta per un disastro. «Le nostre campagne sono coltivate e fanno da muro agli incendi, ma allo stesso tempo molti terreni sono abbandonati ed è in quelle aree che si è propagato il fuoco». 

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Il sindaco spiega che in queste situazioni la tempestività è fondamentale, ma il sistema ha una serie di limiti strutturali. Per questo i Comuni, con risorse minime, cercano di intervenire autonomamente, ma il territorio è vasto e i mezzi scarsi.

«Le stazioni più vicine da dove vengono le autobotti si trovano a Geraci, Castelbuono e San Mauro Castelverde. Abbiamo anche una sezione dei vigili del fuoco a Madonnuzza, nel territorio di Petralia Soprana. Ma questa è l’unica sede operativa delle Alte Madonie». Non si può intervenire ovunque, spiega il sindaco Ferrarello. E questo fatto provoca delle beghe a livello di gestione del fuoco al limite del surreale. «L’incendio del 2021 è partito dalle nostre campagne che ricadono nel territorio della provincia di Palermo, ma molte delle aziende danneggiate si trovano invece nella provincia di Enna. Noi, in teoria, non potremmo intervenire ad aiutare, seppur prossimi». Non essendo la provincia di loro competenza, sebbene il fuoco sia a pochi chilometri di distanza, l’intervento non potrebbe partire. «È un cortocircuito, perché il fuoco non rispetta i confini comunali. È ridicolo che ci si debba fermare a certe logiche. Nei momenti di emergenza, invece di agire con prontezza, ci ritroviamo a discutere di cose assurde».

Anche quando i fondi ci sono, però, spesso i decisori non hanno ben chiaro come indirizzarli, a meno che non intervengano iniziative individuali. Donato Salvatore La Mela Veca, professore di selvicoltura e pianificazione territoriale all’Università di Palermo, ha spiegato a IrpiMedia che non esistono fondi automatici che arrivino subito dopo l’incendio, ma risorse destinate alla gestione forestale, la cui efficacia dipende da chi amministra il territorio colpito.

Un caso emblematico è Monte Pellegrino, di proprietà del comune di Palermo, dove nel 2016 bruciarono quasi 500 ettari di superficie boscata, corrispondente a quasi il 60% della superficie totale che è di circa 780 ettari.

Monte Pellegrino (Palermo), prima e dopo l’incendio del 2016 © PlaceMarks

Nel 2020 il docente ha promosso un tavolo istituzionale con il Comune di Palermo, l’Associazione Rangers d’Italia Sezione Sicilia, nonché ente gestore della riserva naturale, e l’Università di Palermo, sottoscrivendo una convenzione per redigere un piano di gestione forestale sostenibile delle aree boscate di proprietà comunale che erano state interessate dai roghi.

«Venivamo in questo bosco a fare esercitazioni con gli studenti già prima dell’incendio», racconta La Mela Veca mentre cammina tra le piante e gli arbusti che, lentamente, stanno ricrescendo dopo il passaggio del fuoco. Ogni volta che mettevano piede lì, lui e gli studenti si facevano sempre la stessa domanda: perché nessuno gestisce quest’area? L’assenza di manutenzione, dice, li preoccupava molto. «Temevamo che, prima o poi, un incendio sarebbe scoppiato».

E così è stato. Dopo l’incendio, La Mela Veca, insieme a studenti e altri docenti, ha iniziato a indagare l’area colpita, elaborando analisi e relazioni tecniche, fino a quando davanti all’inerzia delle istituzioni per ripristinare quell’area ha proposto al Comune di Palermo di realizzare un piano di gestione per amministrare la situazione post incendio su quell’area. 

«Il Comune di Palermo aveva dei fondi europei che doveva spendere nella città metropolitana, quindi in ambito urbano» spiega La Mela Veca, «ma non aveva intenzione di fare lavori a Monte Pellegrino, siamo noi che abbiamo indirizzato la spesa verso questo progetto». È iniziato così un lavoro di studio, ricerca e pianificazione, seguito da una pulizia del bosco dalla massa legnosa lasciata dal passaggio del fuoco e, solo successivamente, di messa a dimora di 136 mila piante e monitoraggio. 

I fondi di cui parla il professore rientrano nel programma React-Eu che il Comune aveva ricevuto dall’Unione Europea per favorire la ripresa e la sostenibilità urbana. Il problema, secondo La Mela Veca, è che nonostante ogni Comune debba seguire precise regole di pianificazione e programmazione forestale e redigere dettagliati Piani di gestione forestale in cui verrebbero decise a priori anche modalità di eventuale intervento post-incendio, molte autorità locali non adempiono a questo compito. «Il Comune di Palermo», spiega il professore, «non aveva mai fatto questo piano». 

Non solo boschi, anche persone

Anche per chi ha subito danni a causa degli incendi ottenere un risarcimento economico non è affatto semplice né immediato. Secondo quanto spiegato a IrpiMedia da Salvatore Cocina, direttore generale della Protezione civile siciliana, lo stanziamento di fondi dipende dalla ricognizione fatta sull’entità dei danni a seguito dell’evento incendiario e, «se viene dichiarato lo stato di emergenza nazionale o regionale, allora rispettivamente lo Stato o la Regione stanziano apposite somme». «L’ultima richiesta che ci è stata accordata», spiega ancora Cocina «è stata a seguito dei grossi incendi del 2023, in cui hanno perso la vita anche alcune persone».

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Inchiesta

Perché in Sicilia gli incendi sono un problema senza soluzione

30.10.24
Anziano, Coluccini, Olivelli
Monte Pellegrino (Palermo). Un membro del Corpo Forestale cammina tra gli alberi di Monte Pellegrino. Nel 2016 un grande incendio ha distrutto metà della foresta. Nel 2021 è partito un importante progetto di riforestazione guidato dall’Università di Palermo. L’iniziativa, finanziata con 5 milioni di euro, mira a ripristinare 460 ettari di foresta gravemente danneggiati dall’incendio del 2016. Saranno piantati oltre 152.000 alberi e piante autoctone per ricostituire la vegetazione originaria
Monte Pellegrino (Palermo). Un membro del Corpo Forestale cammina tra gli alberi di Monte Pellegrino. Nel 2016 un grande incendio ha distrutto metà della foresta. Nel 2021 è partito un importante progetto di riforestazione guidato dall’Università di Palermo. L’iniziativa, finanziata con 5 milioni di euro, mira a ripristinare 460 ettari di foresta gravemente danneggiati dall’incendio del 2016. Saranno piantati oltre 152.000 alberi e piante autoctone per ricostituire la vegetazione originaria © Daniela Sala
Monte Pellegrino (Palermo). In occasione della Giornata Internazionale delle Foreste, il professore universitario Donato Salvatore La Mela Veca guida un gruppo di rappresentanti del Corpo Forestale della Regione Sicilia e Carabinieri Forestali su Monte Pellegrino, illustrando i risultati degli sforzi di riforestazione avviati nel 2021, dopo l’incendio che nel 2016 aveva distrutto metà della foresta del monte
Monte Pellegrino (Palermo). In occasione della Giornata Internazionale delle Foreste, il professore universitario Donato Salvatore La Mela Veca guida un gruppo di rappresentanti del Corpo Forestale della Regione Sicilia e Carabinieri Forestali su Monte Pellegrino, illustrando i risultati degli sforzi di riforestazione avviati nel 2021, dopo l’incendio che nel 2016 aveva distrutto metà della foresta del monte © Daniela Sala

Una volta dichiarato lo stato di emergenza e stanziate le somme straordinarie per far fronte ai danni causati dagli incendi, è la Protezione civile a coordinare la prima fase operativa: effettua la ricognizione dei danni, definisce i criteri di intervento e individua, in collaborazione con le istituzioni locali e regionali, le modalità di assegnazione delle risorse. A questo punto, la gestione tecnica e finanziaria passa a Irfis–FinSicilia, la finanziaria regionale incaricata di pubblicare gli avvisi pubblici, raccogliere le domande, valutarne l’ammissibilità e procedere alla distribuzione dei contributi ai soggetti colpiti. 

Il caso del 2023 è emblematico: i fondi sono stati stanziati, ma, come emerge da un documento del dipartimento regionale della Protezione civile datato agosto 2024 e visionato da IrpiMedia, lacune istituzionali e ritardi burocratici hanno rallentato l’intera procedura, con conseguenze dirette per le persone colpite. Nel marzo 2024 era stato stanziato un primo fondo di 6,1 milioni di euro per realizzare interventi urgenti destinati a superare la fase emergenziale, parallelamente a una ricognizione sul territorio per programmare ulteriori azioni utili per risarcire cittadini e imprese. Tuttavia la macchina amministrativa si è inceppata. Diverse amministrazioni comunali non avevano rispettato l’obbligo di aggiornare i catasti incendi con i dati relativi all’annualità 2023, passaggio indispensabile per accedere alle risorse. Questa mancanza aveva costretto il dipartimento regionale della Protezione civile ad approvare solo in parte il Piano degli interventi, rallentando di fatto l’intero iter procedurale per l’utilizzo dei fondi.

Su sollecitazione dello stesso dipartimento, molti dei Comuni coinvolti avevano successivamente sanato l’irregolarità, ma non tutti. Alcune amministrazioni sono rimaste inadempienti, con la conseguenza che gli interventi previsti nei loro territori sono stati dichiarati inammissibili.

Ciò che resta

Al di là delle difficoltà economiche e dei ritardi burocratici, ci sono poi storie personali segnate da un dolore ancora più profondo.

In una soffocante mattina di primavera a Trappeto, comune a circa 45 chilometri da Palermo, Andreina Albano osserva l’orizzonte con crescente angoscia, attenta a individuare ogni possibile colonna di fumo e capirne la provenienza. La paura è talmente grande che anche il fumo che proviene da un barbecue è sufficiente per farla scattare.

«Da quel giorno non sono più la stessa», racconta. Il 22 settembre 2023, suo padre ha perso la vita nel tentativo di mettersi in salvo da un rogo partito da una discarica abusiva a poca distanza dalla sua abitazione. Le fiamme si sono propagate velocemente, alimentate non solo dal vento e dalle alte temperature, ma anche dall’incuria delle aree verdi circostanti. Permettendo al fuoco di agire indisturbato per chilometri e a una velocità indomabile.

«La mattina dell’incendio mio padre si stava scambiando alcuni messaggi con mia sorella», racconta Andreina, «le ha mandato un audio in cui le diceva che stava andando tutto a fuoco, compresa la macchina» e poi, da lì, il silenzio. Salvatore Albano è stato ritrovato esanime dai soccorritori, proprio davanti al cancello, nel tentativo – secondo la figlia – di salvare almeno l’automobile.

«Da lì è stato tutto un susseguirsi di eventi», continua Andreina. Secondo il referto, il padre sarebbe morto a causa di un malore, ma lei non accetta questa versione e sottolinea che il corpo riportava evidenti segni di ustione. A suo parere, l’uomo avrebbe inalato il fumo provocato dall’incendio, e questo gli sarebbe stato fatale. Tuttavia, le autorità non hanno disposto l’autopsia, e i dubbi di Andreina Albano sono rimasti senza risposta.

All’inizio, voleva andare fino in fondo, decisa a dimostrare la responsabilità delle istituzioni nella morte di suo padre. «Poi ho capito che non sono i soldi che me lo ridanno», racconta con amarezza, «ma è la prevenzione, il non far scoppiare più gli incendi. Questo è quello a cui penso giorno e notte».

Trappeto, Palermo. Andreina Albano, 31 anni, ha perso il padre Salvatore (68 anni) in un incendio che ha colpito la loro abitazione a Trappeto il 22 settembre 2023. Albano afferma che suo padre è stato lasciato solo nella lotta contro le fiamme. Salvatore Albano non è mai stato ufficialmente riconosciuto come vittima degli incendi. Andreina ribadisce che secondo lei padre sarebbe morto a causa dell’inalazione di fumo e non per un improvviso malore. Le autorità non hanno disposto un’autopsia, pertanto i dubbi di Andreina Albano sono rimasti senza risposta
Trappeto, Palermo. Andreina Albano, 31 anni, ha perso il padre Salvatore (68 anni) in un incendio che ha colpito la loro abitazione a Trappeto il 22 settembre 2023. Albano afferma che suo padre è stato lasciato solo nella lotta contro le fiamme. Salvatore Albano non è mai stato ufficialmente riconosciuto come vittima degli incendi. Andreina ribadisce che secondo lei padre sarebbe morto a causa dell’inalazione di fumo e non per un improvviso malore. Le autorità non hanno disposto un’autopsia, pertanto i dubbi di Andreina Albano sono rimasti senza risposta © Daniela Sala
Trappeto, Palermo. Giovanna Loiacono e Andreina Albano durante un pranzo domenicale a casa di Andreina, insieme ad altri membri dell’associazione Fenice Verde. Dopo la morte del padre nell'incendio di Trappeto del 2023, Andreina ha creato un gruppo WhatsApp intitolato “Segnalazioni incendi Sicilia”, che consente ai cittadini di condividere tempestivamente informazioni sugli incendi attivi. Nel 2023 ha inoltre deciso di unirsi all’associazione Fenice Verde
Trappeto, Palermo. Giovanna Loiacono e Andreina Albano durante un pranzo domenicale a casa di Andreina, insieme ad altri membri dell’associazione Fenice Verde. Dopo la morte del padre nell’incendio di Trappeto del 2023, Andreina ha creato un gruppo WhatsApp intitolato “Segnalazioni incendi Sicilia”, che consente ai cittadini di condividere tempestivamente informazioni sugli incendi attivi. Nel 2023 ha inoltre deciso di unirsi all’associazione Fenice Verde © Daniela Sala

È da quel momento che ha deciso di trasformare il dolore in impegno concreto, attivandosi dal basso per evitare che tragedie come la sua possano ripetersi. Ha creato gruppi WhatsApp molto partecipati, spazi in cui cittadine e cittadini possono segnalare incendi in tempo reale, coordinarsi per chiamare i soccorsi e monitorare l’avanzamento dei roghi. In estate, i messaggi si moltiplicano, in un flusso continuo che racconta quanto il fuoco continui a minacciare il territorio. 

In questo percorso Andreina ha trovato anche Fenice Verde, un’associazione nata dalla volontà collettiva di prevenire gli incendi e costruire ecosistemi più resilienti. «Questo mi ripaga di tutto», dice oggi, pur ammettendo che la ferita per l’assenza di un riconoscimento ufficiale resta aperta. Nessuna autorità ha collegato formalmente la morte del padre all’incendio, nessuna responsabilità è stata assunta. «Ho dovuto chiedere io una targa commemorativa per mio padre», aggiunge, con la voce carica di delusione. E così il silenzio delle istituzioni rimane, mentre il fuoco continua a lasciare cicatrici profonde, nei boschi e nelle persone, tornando in un moto che sembra perpetuo.

Mentre Andreina Albano cammina lungo la discarica abusiva da cui era partito l’incendio in cui ha perso la vita suo padre, di nuovo ricolma di rifiuti di ogni genere, sospira consapevole che quel luogo è una minaccia latente per l’innesco di un altro rogo, lasciato all’incuria e all’abbandono soprattutto da parte delle forze dell’ordine e delle istituzioni che non si attivano, nonostante le segnalazioni dei cittadini, per ripulire le aree ricoperte dai rifiuti. Tre mesi dopo quella passeggiata, il 16 giugno 2025, la discarica ha di nuovo preso fuoco, «era solo questione di tempo», dice Andreina rassegnata.

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Crediti

Autori

Pierluigi Bizzini
Daniela Sala
Anna Toniolo

Editing

Giulio Rubino

Fact-checking

Giulio Rubino

Visuals

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Foto di copertina

Le conseguenze dell’incendio a Monte Pellegrino (Palermo) di agosto 2023 © NurPhoto/Getty

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