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Dal Kazakistan all’Italia: il petrolio che avvelena il Caspio

Il Kazakistan fornisce il 12% del greggio importato dall’Italia. Partendo da Atyrau, abbiamo seguito le sue tracce: tra immagini satellitari e campionamenti sul campo, l’inchiesta documenta l’inquinamento lasciato in eredità alle comunità locali

22.10.26

Nuri Fatolahzadeh
Teresa Di Mauro

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Inquinamento
Petrolio

Quando Galina Chernova arrivò per la prima volta ad Atyrau, nel nord-ovest del Kazakistan, un tram portava alla spiaggia del Mar Caspio. «L’acqua era calda come il latte», ricorda. «Passavamo lì intere giornate. Ho raramente provato una gioia simile».

Mentre Chernova ripercorre quei ricordi, ad Atyrau scende la sera. Alle sue spalle si accendono le insegne delle compagnie energetiche che dominano la città: Eni, Shell, TotalEnergies, ExxonMobil.

Fanno parte del consorzio North Caspian Operating Company (Ncoc), che gestisce il giacimento offshore di Kashagan, una delle principali fonti di petrolio su cui l’Europa punta per diversificare le forniture. Alla guida del consorzio c’è Giancarlo Ruiu, ex dirigente Eni.

Inchiesta in breve

  • Nel 2025 un barile di greggio su otto importati in Italia proveniva dal Kazakistan (il 12%). Ma ad Atyrau, cuore dell’industria petrolifera del Paese, l’estrazione lascia dietro di sé pesanti conseguenze ambientali
  • La nostra analisi satellitare ha individuato scie compatibili con rilasci di idrocarburi anche nelle acque della concessione petrolifera gestita da Ncoc, il consorzio di cui fa parte anche Eni. Nel 2025, complessivamente, sono state individuate 238 chiazze di petrolio nel Caspio settentrionale
  • Seguendo le denunce degli attivisti, abbiamo ricostruito il percorso dei reflui di un cantiere legato a Ncoc fino alla rete fognaria pubblica di Atyrau: per quantità e tipologia, i conferimenti non risultano conformi ai contratti
  • Ncoc riconosce che una sua subappaltatrice ha conferito alla rete pubblica 1.422 metri cubi di reflui, contro i 234 previsti dal contratto, un quantitativo sei volte superiore a quello autorizzato
  • I nostri campionamenti di acqua e suolo, condotti a ottobre 2025 e a febbraio 2026 nei bacini di Atyrau, hanno rilevato prodotti petroliferi e metalli pesanti. Gli idrocarburi presenti anche in profondità indicano una contaminazione stratificata nel tempo

Atyrau conta circa 330mila abitanti ed è il centro dell’industria energetica del Kazakistan, Paese grande nove volte l’Italia ma con poco più di 21 milioni di abitanti. Attraversata dal fiume Ural, confine convenzionale tra Europa e Asia, la città è il punto di partenza del petrolio per i mercati europei: nel 2025, un barile su otto importato in Italia proveniva dal Kazakistan (il 12% del totale). Ma è anche il luogo dove questo percorso lascia le sue tracce più profonde.

Galina Chernova è una nota ecologista e direttrice di Globus, una Ong con sede ad Atyrau, che si occupa di conservazione della biodiversità e sviluppo sostenibile. Ha condotto numerosi studi sull’ecosistema unico del Mar Caspio e per tutta la vita, da attivista, ha lottato contro le minacce ecologiche. Da anni controlla e contesta le attività di Ncoc, che l’ha portata più volte in tribunale, dove è stata più volte assolta © Danil Usmanov

Oggi il mare che Galina ricorda è quasi scomparso dietro una barriera di terminali, basi logistiche e infrastrutture petrolifere. Ex funzionaria pubblica, Chernova è una delle attiviste ambientali più conosciute del Paese e da anni ripete la stessa frase: «Stanno avvelenando il Caspio».

La città che cambia volto

Per buona parte del Novecento Atyrau viveva soprattutto di pesca. Lo storione, da cui si ricava il caviale, era il simbolo e una delle principali risorse della regione. Poi arriva il petrolio. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il Kazakistan apre il settore energetico agli investitori stranieri. Il primo passaggio arriva nel 1993 con l’arrivo di Chevron per lo sfruttamento del giacimento terrestre di Tengiz, a poche centinaia di chilometri da Atyrau. Ma è pochi anni dopo che il destino della città cambia definitivamente.

Nel 2000, nel Caspio settentrionale, viene scoperto Kashagan: uno dei più grandi giacimenti petroliferi offshore al mondo e attorno a quel progetto si riuniscono alcune delle principali compagnie energetiche internazionali. Atyrau diventa il centro operativo dell’industria petrolifera kazaka e, con il tempo, la porta d’accesso a una parte del greggio destinato ai mercati europei.

Kashagan, però, è anche uno dei giacimenti più complessi mai messi in produzione.  Sotto il fondale il petrolio è mescolato a elevate concentrazioni di idrogeno solforato (H₂S), un gas altamente tossico e corrosivo che rende ogni fase dell’estrazione e del trasporto particolarmente delicata.

«Non riescono a separarlo completamente e, mescolandosi con il metanolo, la corrosione aumenta durante il trasporto. Quando iniziarono l’estrazione persino tubature giapponesi di altissima qualità si spaccarono», racconta Arthur Shakhnazaryan, giornalista locale che segue il progetto fin dai suoi esordi.

Nel 2013, poche settimane dopo l’avvio della produzione, il giacimento viene fermato proprio a causa della corrosione. Servono altri tre anni di lavori e decine di miliardi di dollari di investimenti prima che Kashagan entri stabilmente in funzione, nel 2016.

Per Galina Chernova, però, il prezzo di quella corsa al petrolio era visibile ancora prima che il greggio lasciasse le piattaforme. «Lì c’erano le aree naturali di alimentazione degli storioni. Oggi non esiste più nulla. Questa specie, contemporanea dei dinosauri, sta scomparendo anche a causa dell’estrazione petrolifera». 

Nel solo 2025, nel Caspio settentrionale, Transparent World ha individuato 238 chiazze di petrolio attraverso le immagini radar del satellite Sentinel-1 del programma europeo Copernicus. L’organizzazione, che monitora gli sversamenti di idrocarburi, ne associa gran parte alle attività navali. 

Ma la nostra indagine ha individuato qualcosa che riguarda più da vicino le compagnie petrolifere. Esaminando le immagini ottiche del satellite Sentinel-2, abbiamo identificato anomalie sulla superficie del mare anche all’interno dell’area contrattuale del North Caspian Project, la concessione gestita dal consorzio Ncoc.

Le immagini ottiche, mostrano scie scure in prossimità delle infrastrutture offshore e delle imbarcazioni che operano nell’area. Per forma, distribuzione e caratteristiche cromatiche, risultano compatibili con rilasci di sostanze a base di idrocarburi. Non tutte, però, sembrano avere la stessa origine: alcune sono associate alla presenza di unità navali, mentre altre compaiono nelle immediate vicinanze delle strutture petrolifere.

È un elemento rilevante alla luce della risposta fornita da Ncoc ed Eni alle nostre richieste di chiarimento. Il consorzio sostiene che le chiazze segnalate nel 2025 si trovassero fuori dalla propria concessione e assicura che «dall’inizio della produzione nel 2016, non si sono verificati sversamenti di idrocarburi dalle strutture produttive di Ncoc».

Le immagini esaminate dalla nostra redazione documentano però anomalie anche all’interno dell’area contrattuale. Ncoc ha promesso una risposta specifica alle immagini che abbiamo raccolto, che pubblicheremo appena le riceveremo.

Seguire il petrolio

Negli ultimi anni, mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno riportato al centro il tema della sicurezza degli approvvigionamenti, il petrolio del Caspio ha assunto un ruolo ancora più strategico. Per Bruxelles rappresenta una delle alternative al greggio russo; per l’Italia, il Kazakistan è ormai uno dei partner energetici più rilevanti. 

Seguire questo percorso significa seguire anche le tracce dell’inquinamento. Perché è quando il greggio lascia il mare e raggiunge la terraferma che cominciano ad emergere altri interrogativi.

Ma facciamo un passo indietro: il petrolio comincia il suo viaggio dal giacimento di Kashagan. Una rete di condotte sottomarine lo trasporta fino all’impianto di Bolashak, alle porte di Atyrau, dove il greggio viene separato dall’idrogeno solforato (H₂S). Da lì, la maggior parte entra nell’oleodotto del Caspian Pipeline Consortium (Cpc), fino al porto russo di Novorossijsk, sul Mar Nero, per poi essere caricato sulle petroliere dirette ai mercati europei. 

L’idrogeno solforato però, non resta confinato agli impianti di trattamento. Ad Atyrau, si percepisce già nelle strade e nelle case: un odore acre, persistente, simile a uova marce e metallo bruciato. Entra nelle abitazioni, impregna i vestiti, resta sui capelli per ore. Per molti abitanti, respirarlo è diventata la normalità. Per altri, invece, è stato l’inizio di una battaglia. 

Le analisi satellitari

Per individuare possibili sversamenti di idrocarburi, siamo partite dai dati radar di Sentinel-1, già utilizzati da Transparent World. Il nostro obiettivo era verificare se le anomalie rilevate dal radar fossero riconoscibili anche nelle immagini ottiche di Sentinel-2.

Ci siamo però scontrate con un limite tecnico: Sentinel-1 e Sentinel-2 sono satelliti diversi e non acquisiscono immagini della stessa area nello stesso momento. Per questo motivo non è stato possibile confrontare direttamente le chiazze rilevate dal radar con quelle visibili nelle immagini ottiche.

Per rafforzare l’analisi, abbiamo cercato un riscontro attraverso altre piattaforme di monitoraggio sia del traffico navale sia degli sversamenti. Tuttavia, i principali servizi disponibili non coprono il Mar Caspio, probabilmente a causa delle caratteristiche peculiari di questo bacino chiuso. Di conseguenza, non è stato possibile effettuare un ulteriore confronto indipendente.

«Ho cominciato a fare attivismo circa quindici anni fa perché vedevo persone tossire continuamente. Molti avevano gli occhi che lacrimavano, la gola bruciava, lamentavano mal di testa continui e la mattina ci si svegliava come se non si fosse dormito», racconta Tanat Nurumov, insegnante di karate, blogger e attivista. Seduto in un bar del centro indica la strada oltre la vetrina. «Anche adesso», dice, «l’aria là fuori è irrespirabile». 

Con il tempo, però, le sue preoccupazioni sono andate oltre quell’odore. «Ogni anno vedo aumentare il numero delle persone che si ammalano di cancro. Non ci sono abbastanza farmaci né fondi sufficienti. I medici difficilmente ne parlano apertamente, ma basta guardare i dati».

Le ricerche disponibili non consentono di stabilire un rapporto causale tra l’inquinamento prodotto dalle attività petrolifere e l’incidenza dei tumori, ma i dati del Registro nazionale dei pazienti oncologici del Kazakistan mostrano che la regione di Atyrau compare frequentemente tra quelle con gli indicatori più elevati per diverse patologie, tra cui il tumore della prostata, il tumore del pancreas e i casi di tumore al seno diagnosticati in fase avanzata.

Le testimonianze degli abitanti hanno spinto anche la comunità scientifica a cercare risposte. «Il problema è emerso quando i residenti hanno iniziato a lamentare un odore molto intenso. Molti soffrivano di mal di testa, soprattutto al mattino presto», racconta la ricercatrice Mansiya Yessenamanova. Da quelle segnalazioni nasce una rete di quindici centraline, collegate alla piattaforma pubblica Air.kz, che monitora in tempo reale la qualità dell’aria.

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I risultati ribaltano una convinzione diffusa in città: gli abitanti infatti avevano attribuito quell’odore direttamente alla raffineria di Atyrau, seguendo la distribuzione degli inquinanti, il gruppo di ricerca individua invece una delle principali sorgenti nel bacino di evaporazione di Tukhlaya Balka (letteralmente “valle puzzolente”), dove per oltre cinquant’anni sono stati accumulati reflui urbani e scarti industriali provenienti dalla raffineria.

Le autocisterne

Galina è convinta che ci sia dell’altro. Se Tukhlaya Balka rappresenta uno dei principali punti di accumulo degli scarti della vecchia raffineria, resta una domanda: da dove proviene quel tanfo acre e insopportabile che continua a impregnare altre aree della città? 

Per trovare una risposta decide di passare le notti lungo le strade della zona industriale. Tra il 2020 e il 2022, insieme ad altri attivisti, osserva il traffico delle autocisterne, fotografa i mezzi, annota le targhe e segue gli spostamenti dei camion che trasportano reflui e rifiuti liquidi provenienti dagli impianti petroliferi.

È durante uno di questi appostamenti che nota qualcosa di insolito. Molti camion non imboccano la strada verso Tukhlaya Balka. Deviano in un’altra direzione e raggiungono un diverso bacino di evaporazione, conosciuto come Kvadrat, dal nome della sua forma geometrica. «Quando ci siamo avvicinati al tubo di scarico», racconta, «abbiamo visto che non usciva la tipica acqua reflua urbana. Era nera. E aveva l’odore inconfondibile dei prodotti petroliferi».

Secondo la documentazione pubblica, nel Kvadrat confluiscono le acque reflue domestiche convogliate dalla rete fognaria gestita dalla municipalizzata Atyrau Oblysy Su Arnasy, comprese quelle provenienti da attività produttive autorizzate, purché rispettino i limiti fissati dalla normativa ambientale. Attraverso richieste di accesso agli atti, Galina ricostruisce la filiera dello smaltimento dei reflui.

La ricerca la porta al nome di Petrofac-ISKER LLP, società coinvolta nella costruzione di un nuovo impianto di trattamento delle acque reflue per conto di Ncoc. Secondo la sua ricostruzione, le acque reflue domestiche non depurate prodotte dai bagni chimici del cantiere venivano trasportate da Nasar Solutions LLP, un’altra società subappaltatrice del consorzio, agli impianti del servizio pubblico di gestione delle acque reflue KGP “Atyrau Region Su Arnasy”.

La documentazione visionata da IrpiMedia conferma questa ricostruzione. In una risposta ufficiale del febbraio 2023, firmata dal responsabile ambientale del consorzio, Ncoc dichiara che, tra aprile 2021 e febbraio 2022, Petrofac-ISKER aveva affidato a Nasar Solutions il trasporto delle acque reflue domestiche del cantiere.

Dal marzo 2022, prosegue la risposta, i reflui dei contraenti vengono invece trasportati all’impianto di trattamento di Samal, dove le acque depurate sono successivamente smaltite in vasche di evaporazione. Da qui però, la ricostruzione di Galina e la versione fornita dal consorzio cominciano a divergere.

Secondo l’attivista, quei camion non avrebbero trasportato soltanto reflui domestici, ma anche acque che derivano dal lavaggio di apparecchiature industriali e dalle operazioni di collaudo degli impianti, che avrebbero dovuto essere trattate (portando quindi gli inquinanti sotto la soglia di legge) prima dello smaltimento. Ncoc respinge questa ricostruzione.

I campionamenti di suolo effettuati sul campo per due volte, a ottobre 2025 e a febbraio 2026, nella “Valle Puzzolente”. La terra e l’acqua prelevate sono state poi analizzare da un laboratorio indipendente di Atyrau
I campionamenti di suolo effettuati sul campo per due volte, a ottobre 2025 e a febbraio 2026, nella “Valle Puzzolente”. La terra e l’acqua prelevate sono state poi analizzare da un laboratorio indipendente di Atyrau © Danil Usmanov

Il consorzio ribadisce che «l’appaltatore dell’Ncoc ha trasferito acque reflue domestiche provenienti dai bagni a compostaggio dei cantieri alle reti di servizi pubblici comunali di Atyrau Oblysy Su Arnasy su base contrattuale e nel rispetto della legge» e precisa che «si trattava di acque reflue domestiche provenienti dall’appaltatore, non di acque reflue di produzione». Galina insiste, e mette in dubbio non solo la natura dei reflui, ma anche i quantitativi.

Ncoc riconosce che nel solo 2021, attraverso Nasar Solution, sono stati conferiti alla rete pubblica 1.422 metri cubi di reflui. Sei volte più del consentito. Secondo i permessi e la documentazione, infatti, il contratto tra Su Arnasy e Nasar Solution autorizzava conferimenti solo fino a 234 metri cubi l’anno. «È illegale», ricorda Chernova. «Non esiste alcuna giustificazione tecnica».

A confermarlo è il giurista internazionale Fabio Marcelli: «Affidare a un subappaltatore la gestione di rifiuti o acque reflue non esclude, di per sé, la responsabilità della società committente», spiega. «Gli standard internazionali in materia di imprese e diritti umani indicano che un’azienda deve prestare attenzione anche agli impatti negativi collegati ai propri rapporti commerciali, compresi quelli con i subappaltatori». I Principi guida delle Nazioni Unite e le Linee guida Ocse richiedono infatti di «individuare i rischi, prevenirli e intervenire per mitigarli», anche se «non comportano automaticamente una responsabilità giuridica».

Nel frattempo il gruppo di monitoraggio analizza anche le plume maps, le mappe che ricostruiscono la dispersione degli inquinanti nell’atmosfera. È così che Galina ottiene un’altra conferma: «Mostrano chiaramente che una delle sorgenti è l’area del Kvadrat», dice Chernova.

Quando la vicenda diventa pubblica, la risposta non arriva con nuove analisi, ma nelle aule di tribunale. Nasar Solution cita Chernova per diffamazione. «Mi accusavano di aver danneggiato la loro reputazione, di aver diffuso informazioni false e contestavano quello che avevo pubblicato sul Kvadrat», racconta.

La foce del fiume Ural nel Mar Caspio, dove il livello dell’acqua è diminuito drasticamente negli ultimi anni, rendendo necessari lavori di dragaggio del fondale per consentire il passaggio delle imbarcazioni © Danil Usmanov

Dopo l’assoluzione in primo grado, la società ricorre in appello. Assistita da avvocati specializzati nella tutela dei diritti umani, Galina ottiene anche in secondo grado il rigetto delle accuse. «Ho pensato alle famiglie che vivono a poche centinaia di metri dal bacino. È lì che ho capito che non potevo fermarmi, anche quando hanno cercato di intimidirmi. Ho passato un anno in tribunale come se fosse un lavoro a tempo pieno».

La verifica sul campo

Le immagini satellitari mostrano le chiazze di petrolio nel Caspio. I documenti raccolti da Galina ricostruiscono il percorso dei reflui. L’università individua una delle principali sorgenti dell’idrogeno solforato. Resta però una domanda: che cosa raccontano oggi l’acqua e il terreno attorno ai bacini indicati dagli attivisti?

Per verificarlo, tra ottobre 2025 e febbraio 2026, abbiamo effettuato sul campo una nuova campagna di campionamenti ambientali nelle due aree finite al centro delle denunce di Galina Chernova e delle ricerche coordinate da Mansiya Yessenamanova.

I prelievi di acqua e suolo sono stati analizzati da Source International, organizzazione indipendente che fornisce assistenza tecnico-scientifica alle comunità colpite da inquinamento industriale. I risultati confermano la presenza di un inquinamento direttamente riconducibile alle attività petrolifere.

 «Nelle acque emerge chiaramente una forte contaminazione organica» (vale a dire la presenza indesiderata di idrocarburi), spiega Flaviano Bianchini, fondatore e direttore di Source International. «Si rilevano cloruri, solfati, ma anche prodotti petroliferi. Il valore del Bod, cioè la richiesta biochimica di ossigeno, è particolarmente elevato: indica una concentrazione batterica tipica di acque reflue non trattate». Non si tratta di un’anomalia isolata.

Anche i campioni analizzati da Galina Chernova nel 2021 mostravano livelli di inquinamento molto superiori ai limiti consentiti. Nei campioni erano presenti anche prodotti petroliferi, cloruri e fenoli, con concentrazioni che in alcuni casi superavano da decine a centinaia di volte i limiti previsti dalla normativa. 

È però il terreno a restituire il quadro più significativo. Le analisi evidenziano concentrazioni di prodotti petroliferi fino a 2,53 milligrammi per chilogrammo, valori che la letteratura scientifica internazionale associa a suoli contaminati da attività petrolifere.

«Le concentrazioni sono elevate e, soprattutto, gli idrocarburi non si trovano soltanto in superficie», osserva Bianchini. «Li ritroviamo anche in profondità. Questo suggerisce una contaminazione stratificata nel tempo, incompatibile con un singolo episodio di sversamento».

Il dato modifica anche la prospettiva temporale dell’inquinamento. Non racconta un incidente, racconta un processo. Una contaminazione che, secondo le analisi, si è accumulata nel corso degli anni. E che potrebbe non rimanere confinata al terreno. «Con le precipitazioni», prosegue Bianchini, «i prodotti petroliferi possono infiltrarsi nel sottosuolo e raggiungere la falda, contribuendo alla contaminazione delle acque».

Tukhalaya Balka è una discarica di rifiuti domestici e industriali della raffineria di Atyrau, gestita da KazMunayGas, società che fa parte del consorzio internazionale Ncoc insieme a colossi come ExxonMobil ed Eni. Il sito è una fonte di acido solfidrico (H₂S), un gas tossico che causa problemi respiratori © Danil Usmanov

Le analisi rilevano inoltre la presenza di metalli pesanti. Tra questi il cadmio, un elemento che presenta un’elevata capacità di bioaccumulo. «Il cadmio tende a biomagnificarsi», spiega Bianchini. «La sua concentrazione aumenta man mano che si risale la catena alimentare. Se quest’acqua viene utilizzata per l’agricoltura o per l’allevamento, il contaminante può arrivare fino agli alimenti destinati al consumo umano, come latte e carne».

La battaglia continua

Le iniziative di Galina Chernova non si fermano alle denunce pubbliche o agli appostamenti lungo le strade industriali. Da anni la sua battaglia prosegue anche nelle aule di giustizia.

Il 15 aprile 2021 il tribunale di Atyrau aveva ordinato di interrompere gli scarichi di acque reflue non trattate nel bacino del Kvadrat. Secondo la ricostruzione dell’attivista, però, quella decisione è rimasta a lungo inattuata: la municipalizzata Atyrau Oblysy Su Arnasy avrebbe ottenuto, per diversi anni, diverse proroghe dell’esecuzione della sentenza.

La situazione cambia tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, quando il tribunale cittadino e la Corte regionale respingono definitivamente le richieste di rinvio, rendendo esecutivo il provvedimento. Nel frattempo, attraverso la sua associazione Globus, Galina Chernova e un’altra attivista promuovono un nuovo procedimento civile contro Su Arnasy, sostenendo che la società abbia gestito il bacino senza controlli adeguati e abbia accettato reflui contenenti prodotti petroliferi.

Il 9 febbraio 2026 il Tribunale di Atyrau approva un accordo transattivo che impone alla municipalizzata una serie di obblighi: analizzare gli scarichi ogni quindici giorni, consentire ai tecnici del Centro Globus di effettuare campionamenti direttamente nei punti di scarico prima che le acque raggiungano il Kvadrat e avviare un programma congiunto di monitoraggio per impedire l’immissione di prodotti petroliferi e di altre sostanze inquinanti. L’accordo è vincolante e può essere eseguito coattivamente in caso di inadempienza.

Secondo Chernova, dopo l’intesa, anche il dipartimento di Ecologia ha avviato verifiche sull’attuazione delle misure, mentre un ufficiale giudiziario ha sanzionato Su Arnasy per il mancato rispetto degli obblighi imposti dal tribunale.

«La ruota ha finalmente iniziato a girare», dice. Ma per lei il risultato più importante non coincide con una sentenza: è aver cambiato il modo in cui la città guarda ciò che accade attorno ai bacini. «Per la prima volta siamo riusciti a far sapere ai cittadini chi sta avvelenando i residenti della città».

Per Galina, il prezzo della contaminazione che avvolge Atyrau e il Mar Caspio si misura in un mare e in una terra che non riconosce più. «Durante la fioritura dei tulipani, la steppa era uno spazio aperto che si estendeva oltre l’orizzonte, tutto in fiore. E aveva quell’odore: non solo di libertà, ma di volontà. La volontà della Grande Steppa». Oggi, ogni volta che passa accanto al Kvadrat, continua a rallentare. L’odore è diverso da quello che ricorda. «Sento l’odore della verità», dice. «E fa male».

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Crediti

Autori

Nuri Fatolahzadeh
Teresa Di Mauro

Editing

Giulio Rubino

Fact-checking

Giulio Rubino

Foto di copertina

Il bacino di evaporazione non depurato noto come “Kvadrat” (“quadrato”), parte del sistema fognario cittadino © Danil Usmanov

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