• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login
irpi media

Gli investitori privati finanziano le armi con i fondi sostenibili

Da marzo 2021 a giugno 2025, Leonardo Spa ha attirato circa 788 milioni da fondi sostenibili, di cui 122 milioni da società di gestione italiane. Il settore della difesa ha sovraperformato garantendo massimi rendimenti alle società di gestione

19.12.25

Carlotta Indiano
Fabio Papetti

Argomenti correlati

Armi
Europa
Finanza verde

«Il missile terra-terra non ce l’hanno mai fatto provare, costava troppo, mentre il cannone 106 senza rinculo, quello sì, un paio di volte l’abbiamo usato», dice Ignazio La Russa, presidente del Senato ed ex ministro della difesa rievocando, durante il convegno Difesa europea. Il nostro futuro, tenutosi ad aprile a Palazzo Madama, i tempi del suo servizio militare.

Il convegno, organizzato dalla Fondazione Italia Protagonista che promuove «i valori fondanti della civiltà europea, le libertà individuali e collettive e i valori dell’occidente cristiano», ha visto succedersi numerosi interventi che hanno sollevato la necessità di investire nel settore della difesa e programmare nuovi investimenti per le armi.

L’inchiesta in breve

  • I fondi sostenibili o Esg rappresentano il 50% dei fondi totali europei. La finanza sostenibile è diventata così un settore da cui l’industria delle armi non vuole restare esclusa
  • In questo quadro si inserisce anche il governo italiano, che ha proposto di mobilitare fondi privati attraverso garanzie pubbliche
  • Dal lato europeo, il Defense omnibus package, pubblicato a giugno dalla Commissione innalza il comparto della difesa a settore strategico, sbloccando quindi fondi Esg
  • Così le società di gestione italiane sono passate dall’investire 500 milioni nel 2021 a un miliardo e mezzo nel 2025 nel settore della difesa. La società che prende di più in Italia è Leonardo Spa, in cui si investono 788 milioni globalmente, di cui 122 solo in Italia
  • Per i gestori dei fondi, il settore della difesa ha sovraperformato garantendo rendimenti molto buoni. La performance e il rendimento rimangono gli unici obiettivi di “sostenibilità” garantiti dai gestori
  • Le proposte di modifiche alle regole della finanza sostenibile avanzate a novembre hanno come obiettivo quello di allargare la platea degli investitori e consentirne l’ingresso in settori finora considerati controversi, anche a scapito della trasparenza

Programmare, infatti, significa allocare risorse, sia pubbliche che private. Gli obiettivi di riarmo europeo sono oggi estremamente ambiziosi, con una richiesta di spesa di 800 miliardi complessivi fino al 2030, e i fondi pubblici e i prestiti europei agli Stati membri non bastano.

A supportarli si chiede aiuto agli investimenti privati, alla finanza con i suoi bond, ai fondi pensione e ai fondi di investimento. La finanza tradizionale, che spinge per ottenere rendimenti immediati, non ha mai avuto problemi a finanziare la guerra, ma oggi è un compito che tocca proprio a tutti, anche a quella fascia di investimenti considerati sostenibili.

Da quando infatti la Commissione europea ha chiarito che investire nella difesa rientra nei parametri di sostenibilità promossi dalla Sustainable finance disclosure regulation (Sfdr),  regolamento europeo sugli investimenti sostenibili, l’esposizione dei fondi di investimento Esg, o “verdi”, al settore delle armi è cresciuta del 21%.

Sostieni IrpiMedia

Accedi alla community di lettori MyIrpi

Regala MyIrpi

Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.

Segnala

Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.

Oggi, l’investitore privato che vuole allocare i propri risparmi in investimenti etici e sceglie un fondo Esg, non sempre può sapere se i suoi soldi andranno o meno all’industria della difesa, ma non è una possibilità così remota. Se nel 2021, anno di implementazione della Sfdr, le società di gestione investivano globalmente circa 14 miliardi nel settore delle armi con fondi sostenibili, nel 2025 si arriva fino a 50 miliardi.

Chiamata alle armi

«La nostra priorità dovrebbe essere quella di favorire gli investimenti privati su una materia come quella della quale stiamo parlando (settore della difesa, ndr) ed è la ragione per la quale abbiamo elaborato una proposta che ricalca quello che accade attualmente con InvestEu, quindi garanzie europee per gli investimenti privati», aveva affermato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in Parlamento il 29 marzo, esprimendo difficoltà nel trovare fondi pubblici per il settore della difesa.

L’InvestEu è il programma che dà seguito al fondo europeo per gli investimenti strategici, istituito nel 2015 come incentivo agli investimenti pubblici e privati in Europa. L’idea di base è di offrire garanzie alla Banca europea per gli investimenti attraverso risorse del bilancio dell’Ue per gli investimenti considerati strategici, incoraggiando così altri investitori a partecipare.

Newsroom, il podcast settimanale di IrpiMedia

Gli episodi di Newsroom sono disponibili sul canale Spotify di IrpiMedia.

Di fronte alla proposta della Commissione europea di allocare fino a 800 miliardi per rafforzare il settore della difesa, infatti, la controproposta italiana, presentata a marzo 2025 dal ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti è di utilizzare, anche in questo settore, gli strumenti di garanzia pubblica per attirare più investitori privati. L’idea era quella di stanziare 16,7 miliardi di euro di garanzie, per attrarre fino a 200 miliardi di investimenti privati aggiuntivi.

Pur non accettando integralmente la proposta italiana, la Commissione considera gli investimenti privati essenziali per il settore della difesa, tanto che nel corso del 2025 ha approvato una serie di iniziative che hanno concesso un sospiro di sollievo anche alla presidente Meloni.

«La Commissione Europea in un recente documento ha esplicitamente dichiarato che non esiste incompatibilità tra gli investimenti nel settore della difesa e il quadro normativo della sostenibilità. Tanto è vero che l’Ue ha varato un piano, il Defence Readiness Omnibus, volto a sensibilizzare l’Europa a una pronta difesa, rafforzando la base industriale della difesa, la prontezza e l’agilità della difesa complessiva dell’Ue entro il 2030, creando le condizioni necessarie per anticipare gli investimenti nella difesa, garantendo la necessaria prevedibilità del settore e snellendo la burocrazia».

A spiegarlo a IrpiMedia non è un funzionario della Commissione, ma due società di gestione del risparmio: Anima Holding Spa, del gruppo Gruppo Banco BPM e partecipata da Poste Italiane e Kairos Partners sgr, che appartiene allo stesso gruppo, e che dall’implementazione della normativa a oggi hanno investito milioni in titoli legati al settore della difesa con fondi “verdi” o Esg.

Come ci confermano le società stesse, a settembre 2025 i titoli nel settore Aerospace & Defense nei portafogli dei fondi Esg di Anima Sgr valevano 103 milioni di euro, mentre per Kairos Partners Sgr sei milioni.

Il pacchetto Defence Readiness Omnibus quindi, include modifiche mirate ai criteri di ammissibilità del programma InvestEu, per favorire gli investimenti pubblici-privati in progetti legati alla difesa e amplia a questo settore l’accesso a fondi Esg, green bond, investimenti sostenibili e prodotti allineati con gli obiettivi di Parigi.

Secondo le stime della Commissione, con queste misure si riusciranno a recuperare tra i 42,5 e i 51,3 miliardi di euro in undici anni, di cui 26,1 miliardi solo grazie ai «chiarimenti della Commissione su come orientarsi tra gli investimenti legati alla difesa e i quadri normativi dell’Ue in materia di sostenibilità». Il vantaggio è duplice: i governi garantiscono finanziamenti all’industria della difesa senza doversi indebitare o tagliare finanziamenti ad altri settori, mentre gli investitori trovano nella produzione di armi una garanzia di rendimenti sicuri.

Le società che investono nelle armi

Dall’implementazione della Sfdr nel 2021 ad oggi, i fondi “verdi” sotto gli articoli 8 e 9 del regolamento, rappresentano quasi il 50% del patrimonio gestito nell’Ue, pari a oltre il 60% dei fondi. Inoltre l’Europa è di gran lunga il più grande mercato per questi fondi, rappresentando fino all’84% delle attività dei fondi sostenibili a livello globale. E l’Italia riflette questo trend, con un 49% di fondi Esg sul totale dei fondi.

«Nessuno vuole restare escluso dalla finanza sostenibile perché sempre più clienti se ne interessano e quindi i gestori di fondi vogliono rientrare in questa categoria in aumento», spiega Andrea Baranes a IrpiMedia.

Da un lato, il vantaggio di rientrare negli investimenti Esg per il settore della difesa è quello di ampliare la platea degli investitori. Dall’altro, «il vantaggio per i sottoscrittori di un fondo è quello di cogliere opportunità di maggior rendimento in fasi di mercato, come quella recente, dove i titoli del settore della difesa hanno sovraperformato», spiegano le società Anima Holding e Kairos Partners a IrpiMedia.

Grazie ai dati di London Stock Exchange Group, una piattaforma internazionale di dati finanziari, IrpiMedia ha analizzato il trend italiano dei fondi di investimento sostenibili che finiscono nel settore della difesa. A fine 2021, le società di gestione italiane investivano circa 500 milioni nel settore della difesa, mentre a giugno 2025 investono circa un miliardo e mezzo.

Tra i vari enti, spiccano le società del gruppo Intesa San Paolo, che a giugno 2025 investiva un miliardo e 200mila euro in aziende della difesa. L’azienda su cui si punta di più in Italia è Leonardo Spa, società italiana del settore dell’aerospazio e della difesa con circa il 30% di partecipazione statale. Secondo i dati, a fine 2021 si investivano in Leonardo Spa circa 40 milioni di fondi Esg, globalmente. Nel 2025 la cifra ha superato i 788 milioni. 

Se osserviamo i titoli di Eurizon sgr, società di gestione di Intesa San Paolo, Leonardo Spa è attualmente tra i primi dieci titoli di almeno tre fondi: Eurizon Azioni Italia R con un peso di 3,4%, Eurizon Fund Italian Equity Opps R EUR Acc, dove Leonardo ha un peso del 2,74% e in Eurizon Progetto Italia 70 PIR sempre con un peso di 1,07%.

La posizione tra i primi dieci titoli è rilevante perché questi costituiscono la parte maggiore del patrimonio totale del fondo, rendendo il loro andamento determinante per il risultato complessivo. Inoltre il valore di Leonardo del fondo è aumentato nel tempo: in Eurizon Azioni Italia R a giugno 2021 la società parastatale pesava lo 0,6%, a giugno 2025, pesava il 3,8%. 

Lo stesso trend si può osservare con altre società: Banca Sella Holding, di cui fa parte la società di gestione Sella sgr Spa nel 2021 investiva poco più di due milioni nel settore della difesa, di cui un milione in Leonardo Spa, mentre a giugno 2025 investiva circa 11 milioni, di cui sei milioni e mezzo in Leonardo. La società di gestione ci conferma che ad oggi il fondo Investimenti azionari Italia in cui troviamo Leonardo tra i primi dieci titoli con un peso del 2,1% è categorizzato come articolo 8 «in quanto promuove caratteristiche ambientali, sociali e di governance». 

Il gruppo Azimut, di cui fanno parte le società di gestione Azimut Capital Management Sgr Spa con sede in Italia e Azimut Investments Sa con sede in Lussemburgo, nel 2021 investiva più di 20 milioni in società della difesa, mentre a giugno 2025, 175 milioni di euro, di cui 10 in Leonardo. 

Inserire questi titoli nei propri portafogli per le società di gestione comporta un rendimento che è andato progressivamente ad aumentare, complice anche il contesto geopolitico e la politica di riarmo europea. Prendendo come esempio Leonardo, il valore delle sue azioni tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 si aggirava attorno a 6,4 euro ad azione. Dall’invasione russa dell’Ucraina, il prezzo è iniziato a crescere, arrivando a oltre 50 euro a azione negli ultimi mesi del 2025.

Influenza positiva per il profitto

Molte delle società di gestione ascoltate da IrpiMedia sostengono di influenzare positivamente le aziende in cui investono attraverso una politica di impegno: questa attività si chiama engagement e consiste nell’esercitare il diritto di voto garantito dall’investimento per influenzare i comportamenti aziendali e aumentarne la trasparenza.

Per il Forum per la finanza sostenibile, un’arena che mette insieme operatori di mercato interessati alla sostenibilità, «tramite l’engagement è possibile chiedere alle aziende la riduzione della propria esposizione a settori critici», tanto che «l’engagement strategico e il voto consapevole rendono la finanza una leva di sostenibilità e responsabilità».

Per capire come questa leva abbia agito su Leonardo, durante un evento online sulla responsabilità degli investitori sostenibili organizzato da Eurizon sgr in collaborazione con il Forum per la finanza sostenibile, abbiamo chiesto che tipo di contributo hanno apportato gli investimenti della sgr sull’attività dell’azienda, ma la nostra domanda non è stata letta.

Successivamente, un portavoce di Eurizon ci ha risposto via mail affermando che la società «ha partecipato a diverse assemblee degli azionisti di compagnie attive nel settore della difesa, dimostrando così la nostra volontà di essere parte attiva nella vita di queste aziende». Un’attività, quella della presenza alle assemblee, che non include nessuna presa di posizione pubblica o intervento sulla gestione aziendale, né sulla produzione di armi. 

Dal canto suo, Banca Sella, precisa invece che «ha incontrato i rappresentanti di Leonardo per affrontare diversi aspetti legati alla sostenibilità, tra cui lo stato del percorso di decarbonizzazione, con particolare attenzione agli obiettivi e ai progressi nella riduzione delle emissioni Scope 3 – che rappresentano circa il 95% delle emissioni totali nel settore Aerospace & Defence – e le politiche di benefit non monetari pensate per attrarre giovani talenti e trattenere personale qualificato in un settore in rapida crescita». Anche su questo aspetto va fatta una precisazione. La riduzione delle emissioni rappresenta solo uno degli impatti “positivi” che il fondo Esg può generare. 

Secondo Arianna Magni, responsabile clienti istituzionali e internazionali della società di gestione Etica sgr, che da sempre esclude le armi dai propri portafogli, «le attività del settore della difesa sono diverse: una società produce armi, l’altra giubbotti per l’esercito, un’altra ancora i veicoli su cui si trasportano le armi. La finanza sostenibile non necessariamente valuta tutti questi elementi allo stesso modo. Una società può ridurre al minimo le emissioni di CO2 o il consumo di acqua ma vietare ai propri dipendenti di unirsi in organizzazioni sindacali, in quel caso risponde solo a uno dei criteri Esg e sarebbe comunque da escludere». 

Sul tema, Anima Holding e Kairos partners hanno inviato a IrpiMedia direttamente i loro documenti di politiche di impegno in cui si legge che «l’attività di dialogo con le società in cui investono viene intrapresa con l’obiettivo principale di tutelare e incrementare il valore dei portafogli gestiti», chiarendo che anche l’obiettivo di engagement per queste società è principalmente il rendimento.

La newsletter  mensile  con le ultime inchieste di IrpiMedia

Iscriviti

E, infine, il gruppo Azimut ha risposto di non avere «commenti da fornire», inviandoci una comunicazione datata 15 settembre 2025 con cui la Commissione dà ufficialmente il via libera agli investimenti sostenibili nella difesa e nelle armi. La comunicazione della Commissione condivisa da Azimut chiarisce che «il quadro della finanza sostenibile non stabilisce limitazioni al finanziamento di alcun settore, compreso quello della difesa, e incoraggia la valutazione caso per caso degli investimenti nel settore della difesa, come avviene per qualsiasi altro settore».

Il prezzo della pace

Pur garantendo alti rendimenti nel breve periodo, i titoli della difesa rimangono però volatili perché legati all’attualità.

«L’abbiamo visto poco tempo fa all’affacciarsi dell’ennesimo timido piano di pace in Ucraina. I titoli coinvolti in questo settore sono scesi. Si tratta di un trend di breve periodo che non è compatibile con l’orizzonte temporale di un investimento sostenibile», spiega a IrpiMedia Arianna Magni. 

A novembre 2025, infatti, il Sole 24 Ore annunciava una «pioggia di vendite sui titoli europei della difesa», con Leonardo ai livelli più bassi da inizio settembre. A penalizzare il settore sono stati proprio gli annunci di pace sul fronte ucraino dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva dichiarato di essere pronto a lavorare sul piano sostenuto dagli Stati Uniti per porre fine alla guerra. Per le società di gestione ascoltate «il settore della difesa non presenta un rischio finanziario particolarmente diverso dalle aziende appartenenti a settori diversi».

Ma secondo il presidente di Fondazione Finanza Etica, le oscillazioni basate sullo stato di avanzamento di una guerra, rappresentano una tendenza pericolosa che assegna un vero e proprio «prezzo alla pace», soprattutto da parte dei fondi dei privati «per cui adesso conviene che ci siano dei conflitti in corso se gli investitori che puntano al ritorno immediato vogliono guadagnare», spiega Baranes.

«Non è possibile che il mio fondo pensione, o la possibilità di avere un rendimento decente, dipenda dal fatto che ci siano delle guerre nel mondo, stiamo assistendo alla finanziarizzazione della guerra attraverso i fondi privati e anche ammesso che dobbiamo armarci, non può avvenire attraverso la finanza privata», conclude.

Fondi pubblici di Leonardo Spa

Anche a livello europeo è stata fatta pressione per sbloccare diversi fondi che si riservavano il diritto di non includere nel loro portafoglio di investimento le attività della difesa. Il principale bersaglio delle pressioni è stata la Banca degli investimenti europea (Eib), la cui politica di esclusione per il settore delle armi contrastava con il rinnovato interesse europeo a investire sul settore bellico.

Lo scorso marzo, il consiglio di amministrazione della Eib ha allargato i criteri di eleggibilità per gli investimenti nella sicurezza e nella difesa. Pur restando escluse le armi e munizioni, la Eib ha affermato che la sicurezza e la difesa sono priorità strategiche per la Banca, così da allargare il campo degli investimenti anche a infrastrutture ed equipaggiamento militare e tecnologico.

Il trend è stato poi rafforzato lo scorso giugno, quando la Eib ha deciso di aumentare il tetto massimo degli investimenti per il 2025 a 100 miliardi di euro, includendo un 3,5% in più di investimenti nel settore europeo della difesa, per un totale di 12,8 miliardi di euro per il solo 2025.

«Il sostegno unanime dei nostri azionisti, i 27 Stati membri, alle nostre proposte di fornire finanziamenti record per la difesa, la sicurezza energetica e la leadership tecnologica, dimostra il ruolo chiave della Eib nel sostenere le priorità strategiche dell’Europa», ha affermato Nadia Calviño, presidente del Gruppo Eib. 

Di questi fondi per la difesa l’Italia ne ha già tratto dei benefici: sempre a giugno di quest’anno, la Eib ha fornito al governo italiano 107 milioni di euro per poter acquistare degli elicotteri per le sue forze armate, un settore in cui Leonardo fa da padrone.

Ma la società italiana già in passato aveva avuto a disposizione i finanziamenti della Eib. Tra il 2018 e il 2022 Leonardo aveva ottenuto finanziamenti incentrati sulla crescita sostenibile pari a 760 milioni di euro utilizzati per lo sviluppo del settore tecnologico. Infine, nel 2023, Leonardo aveva vinto un totale di 18 appalti per programmi legati alla ricerca e sviluppo attraverso l’European defence fund (Edf) per 614 milioni di euro, vale a dire il 74% del totale dei fondi allocati dal fondo.

Ma non è solo una questione etica. La finanza sostenibile non è, o non dovrebbe essere, uno strumento fine a sé stesso «ma uno strumento per fare una finanza con un impatto positivo nella società e sull’ambiente», ricorda Arianna Magni. Nel lungo periodo questa rincorsa a finanziare gli armamenti porta a ripercussioni sociali ed economiche.

La newsletter  saltuaria  dedicata a un tema di attualità

Iscriviti

Come nota l’ultimo report pubblicato nel 2024 dal progetto Sbilanciamoci, investire solo nell’industria militare rischia di minare i restanti settori produttivi e di creare le condizioni di dipendenza verso un singolo investimento, mentre sul piano politico il settore militare acquista maggior potere decisionale, andando così a pesare sulle decisioni dei singoli governi e aprendo la strada a nuovi conflitti.

Economia di guerra

In un recente intervento pubblico, il direttore generale di Forum per la finanza sostenibile ha dichiarato che se si vuol includere le armi negli Esg «bisogna mettere mano a tutto l’impianto». Una manomissione che sembra già in atto.

Già a marzo, infatti, nel White Paper for European Defence Readiness 2030, la Commissione affermava di voler «eliminare gli ostacoli relativi all’accesso ai finanziamenti, compresi gli investimenti Esg» e di «proporre misure di semplificazione normativa e una maggiore disponibilità di capitale di rischio e opportunità commerciali».

Il 20 novembre la Commissione Europea ha presentato una proposta di modifica della Sfdr, secondo la quale non ci sarà più la classificazione dei fondi in base agli articoli 6, 8 e 9, nati con lo scopo di delineare i confini tra gli investimenti sostenibili e non. Saranno introdotte tre nuove categorie aperte: Esg base, transizione e sostenibilità. Secondo la Commissione, «l’etichettatura per i fondi causava confusione tra gli investitori e aumentava il rischio di greenwashing e di vendita scorretta».

Secondo l’esecutivo europeo «il regolamento non ha raggiunto pienamente i suoi obiettivi di supportare il settore finanziario europeo nell’allocazione dei capitali verso le priorità di sostenibilità dell’Unione», mentre ora le norme modificate produrranno informazioni più semplici e più utilizzabili per gli investitori, consentendo loro di prendere decisioni più consapevoli.

Di fatto, la proposta secondo diversi esperti genera problemi di trasparenza, sia per le nuove categorie che per le società di gestione. Il possibile cambiamento eliminerà il concetto di «investimento sostenibile» e allargherà le maglie dei fondi prima regolati dall’articolo 9: prima infatti, questi erano legati ad una percentuale di sostenibilità pari al 100%, mentre ora si potrebbe ridurre al 70%. Inoltre, si prevede l’eliminazione degli obblighi di informativa sui “principal adverse impacts” (pai), che sono degli indicatori in grado di mappare in modo sistematico gli impatti negativi degli investimenti.

Oltre agli effetti negativi degli investimenti scelti, i pai consentono anche di capire quali sono gli impegni assunti dalla società di gestione insieme alle imprese in cui investono. Infine, non sarà più obbligatorio per i gestori dei fondi rendere pubblico il loro allineamento con la tassonomia verde europea.

Da una prima analisi fatta dal Forum per la finanza sostenibile emerge che «la rimozione degli obblighi di rendicontazione costituisce un passo indietro nelle procedure interne e nella trasparenza degli operatori finanziari». Gli effetti di questa semplificazione sono ancora tutti da vedere, ma, nelle volontà della Commissione, dovranno contribuire ad aumentare gli investimenti privati nel settore della difesa.

Questa inchiesta collaborativa è stata coordinata da Voxeurop, in collaborazione con El País, IrpiMedia e Mediapart. La produzione di questa inchiesta è sostenuta da un grant del fondo IJ4EU.

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Carlotta Indiano
Fabio Papetti

Editing

Giulio Rubino

In partnership con

Voxeurop
El Pais
Mediapart

Con il supporto di

IJ4EU

Foto di copertina

© Valeria Mongelli/Getty

Condividi su

Potresti leggere anche

#FinanzaVerde
Feature

Lussemburgo meta prediletta dei fondi green

12.09.25
Borri, Ciraolo, Soldà
#Srebrenica30
Feature

Da Srebrenica a New York: il filo rosso che lega le Nazioni Unite al concetto di genocidio

20.08.25
Elia
#FinanzaVerde
Feature

La parabola di BlackRock. La rinuncia alla sostenibilità

01.08.25
Michalopoulos, Valentino
#FinanzaVerde
Feature

Dietro l’etichetta verde dei fondi di investimento

25.07.25
Borri

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube

Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}