Per catturare il bandito Giuliano Polizia e Carabinieri non esitarono a trattare con le organizzazioni mafiose, oltre che con gli stessi banditi. I diversi corpi delle forze dell’ordine si fecero concorrenza fra loro, ma soprattutto fecero promesse in cambio di collaborazione, provando a sfruttarne rivalità e contrasti. Si spinsero però troppo oltre e, come apprendisti stregoni, furono incapaci di controllare le forze evocate. Tanto che, alla fine, la mafia ne uscì fortemente legittimata.
Anche per questo, quella che si è svolta per porre fine al “problema Giuliano” è stata definita la prima “trattativa Stato-mafia”.
Come visto nel primo episodio de #LaPrimaTrattativa, il segretario regionale del Pci Girolamo Li Causi accusò l’ispettore generale Ettore Messana e più in generale il governo di volgere la violenza banditesca contro le sinistre, d’accordo con spezzoni di mafia e forze conservatrici, allo scopo di compattare la nuova alleanza di centro-destra facente capo alla Democrazia cristiana.
Chi era Salvatore Giuliano
Salvatore Giuliano è stato il più noto bandito a livello italiano e forse mondiale. Nato nel 1922 a Montelepre, in provincia di Palermo, è morto a Castelvetrano, sempre nel palermitano, il 5 luglio 1950, per mano del suo cugino e luogotenente Gaspare Pisciotta. La sua banda era formata da parenti e compaesani, tra cui diversi evasi dal carcere Monreale di Palermo la notte di Capodanno del 1944. Tra i componenti, il citato Pisciotta e Salvatore Ferreri, detto “Fra’ Diavolo”.
Per anni, Giuliano mise a ferro e fuoco la Sicilia Occidentale, sostenne il Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis), si mobilitò in favore della monarchia per il referendum del 2 giugno 1946 ed ebbe una lunga fase anticomunista, nel corso della quale si è macchiato della strage di Portella della Ginestra: il primo maggio 1947 sparò con una mitragliatrice da guerra su una folla di contadini inermi, uccidendone undici e ferendone molti altri.
Molti furono gli agenti e i funzionari che provarono a catturarlo, tra i quali vari allievi del “prefetto di ferro” Cesare Mori, protagonista della repressione fascista della seconda metà degli anni venti. Tra questi, Ettore Messana, capo dell’Ispettorato generale della Polizia di Stato per la Sicilia a partire dal 1944. Fu lui uno dei primi a trattare con le organizzazioni mafiose, in particolare con Vincenzo Rimi, capomafia di Alcamo, in provincia di Trapani.
Stando ai social-comunisti, in quest’ottica si sarebbero spiegati gli assassini dei loro militanti e capilega, nonché il disinteresse delle autorità a che venissero perseguiti.
Le polemiche sollevate dalle dichiarazioni di Li Causi travolsero Messana che, alla fine del giugno 1947, fu destituito. Al suo posto giunsero al vertice dell’Ispettorato altri collaboratori di Mori, tra cui Vincenzo Modica e Francesco Spanò.
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Forte di un’esperienza (1942) nel Governatorato per la Dalmazia, Modica era stato alla fine degli anni Trenta questore di Palermo e nel 1943-44 aveva diretto il primo embrione di Ispettorato (Direzione regionale di Pubblica sicurezza), istituito dal Governo militare alleato sulla falsariga di quello fascista.
Al capo della polizia, Luigi Ferrari, chiese maggiore libertà e poteri di coordinamento, e l’autorizzazione a impiegare gruppi territoriali di polizia e Carabinieri. Ferrari rispose che, come da decreto istitutivo del 1945, l’Ispettorato doveva occuparsi solo di reprimere la delinquenza senza coordinare le locali forze di pubblica sicurezza. Il punto era che tra Ispettorato e carabinieri vi erano già stati diversi conflitti e bisognava evitare di provocarne degli altri.
Sul piano operativo, Modica riesumò l’antica metodologia di Mori affrontando i banditi in campo aperto, guidando vaste operazioni e concentrando i nuclei mobili in grandi raggruppamenti. Non ottenendo, però, risultati di rilievo, anch’egli fu costretto ad andarsene.
Quel «gran miserabile di Spanò»
La palla passò dunque a Francesco Spanò, questore di Parma, noto sia per il suo passato di uomo di punta di Mori sia per quello di questore di Nuoro, laddove aveva inferto colpi durissimi al banditismo sardo.
Nel frattempo, la situazione siciliana restava grave: decine di bande funestavano l’area occidentale dell’isola, col sostegno della mafia e di numerosi fiancheggiatori. Sulle orme di Modica, anche Spanò chiese ai superiori facoltà di coordinare le attività degli organi locali di pubblica sicurezza.
Propose però anche una serie di misure eccezionali, tra cui il prolungamento del fermo di polizia, maggiore celerità nei processi ai banditi, il sequestro dei beni dei latitanti, il potere di inviare i favoreggiatori al confino, una migliore retribuzione al personale dell’Ispettorato.
Benché il nuovo capo della polizia, Giovanni D’Antoni, si mostrasse meno ostile di Ferrari verso le proposte di Spanò, l’azione dell’Ispettorato continuò a scontrarsi con quella di altre strutture titolari della gestione dell’ordine pubblico, come questure, comandi dei carabinieri, prefetture. Restava poi intatto il tradizionale dualismo tra Polizia e Carabinieri. Sovrapposizioni e invasioni di campo erano all’ordine del giorno.
Dal punto di vista tattico, l’arrivo di Spanò corrispose a un ritorno al sistema delle “squadriglie” mobili e al massiccio impiego di confidenti. Nello specifico, Spanò riteneva necessario rompere il fronte mafioso che appoggiava Giuliano. Così riattivò i suoi antichi contatti tra i mafiosi delle Madonie (un’area montuosa della Sicilia settentrionale), che risalivano alla campagna antimafia di Mori, nel tentativo di portarli dalla sua parte.
Elaborò un piano con il loro aiuto: si trattava di proporre a Giuliano l’espatrio in Tunisia tramite un peschereccio per arrestarlo dopo che l’imbarcazione fosse giunta in mare aperto. Il progetto sembrava procedere senza intoppi, finché, all’ultimo, una “spiata” non lo fece saltare.
Non era la prima volta che un piano del genere falliva. Poche settimane prima, alcuni confidenti avevano rivelato all’ispettore il luogo in cui il bandito era solito incontrare, allo stesso giorno e alla stessa ora, una sua amante: una fattoria della campagna di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Se non che, quando Spanò si risolse coi suoi uomini a intervenire, Giuliano non si fece trovare. Qualcuno lo aveva avvertito in tempo.
Lo stesso Spanò si lamentava delle relazioni con i Carabinieri. In una sua lettera, riportata dal figlio Aristide nel libro Faccia a faccia con la Mafia (Mondadori, 1978), spiegava che aveva teso «un tranello con elementi fiduciari e sicuri» a Giuliano in una casa alla periferia di Carini (Palermo) dove il bandito e un suo gregario solevano incontrare le rispettive amanti. Il piano, però, era saltato perché il Gruppo interno Carabinieri della zona aveva arrestato le due donne nonostante Spanò avesse ordinato loro di tenersi lontani.
«È andata così, e cercherò altre vie», concludeva amaro l’ispettore nella sua lettera.
Critiche uguali e contrarie si trovano anche sul versante opposto. Nelle sue memorie Il cavaliere e il bandito. Resoconto inedito della fine di Salvatore Giuliano, il maresciallo dei Carabinieri Giovanni Lo Bianco, tra i grandi protagonisti della caccia al bandito, accusò l’ispettore Spanò di non apprezzare i «positivi risultati che proprio in quel periodo avevamo ottenuto».
Giuliano era sostenuto da un mosaico di protezioni, che ha sempre avuto due tessere cruciali nella madre e nella sorella del bandito. Per questo, le due donne vennero più volte fermate e rilasciate e, nel dicembre del 1948, vennero mandate al confino dalla prefettura di Palermo, insieme ad altri parenti di Giuliano.
Per approfondire
La reazione del “re di Montelepre” fu immediata: il 16 dicembre un attentato provocò la morte di un vicebrigadiere di Polizia e il ferimento di tre Carabinieri, e lo stesso giorno una botte di esplosivo, destinata a colpire un mezzo dell’Arma, venne rinvenuta lungo una strada. Giuliano non mancò di spedire una furiosa lettera di rivendicazione al ministro dell’Interno democristiano Mario Scelba e all’Ispettorato:
«Gran miserabile di Spanò e gran cornuto di Scelba», scrisse nel suo italiano stentato, «vi comunico per rassegnarvi di quanto è successo che sono stato io Giuliano, quindi non fate come sempre, al solito, di incolpare chi non centra. Quello che li può interessare a fare questo sono io e vi comunico che ancora non avete visto niente».
Nel periodo in cui si occupò di Giuliano, Spanò si accorse di essere pedinato e riuscì a sventare due attentati ai suoi danni. Non riuscendo a catturare il bandito, però, anch’egli venne sostituito.
L’ispettore della trattativa: Ciro Verdiani
Al posto di Spanò venne nominato un vecchio funzionario, il romano Ciro Verdiani. Il suo profilo era assai diverso da quello dei suoi predecessori perché, essendo stato nella vigilanza della famiglia reale e questore di Roma, non aveva né trascorsi siciliani né significative esperienze sul campo.
Il passato controverso di Ciro Verdiani
All’inizio della Seconda guerra mondiale, nella Croazia occupata dai nazi-fascisti, Verdiani ebbe l’incarico di costituire l’unità locale della polizia politica del regime, l’Ovra, dunque si distinse nella repressione del movimento partigiano jugoslavo, sostenendo il governo collaborazionista degli ustascia (movimento nazionalista croato filonazista) di Ante Pavelić.
Nel 1943 collaborò sia con la Repubblica sociale italiana – fu tra l’altro alle dipendenze del capo della divisione della polizia politica fascista, Guido Leto – sia, segretamente, con il Comitato di liberazione nazionale alta Italia, ovvero la Resistenza.
In quei tempi convulsi, gestì la custodia dell’archivio della Direzione di polizia, trasportato da Guido Leto a Valdagno (Vicenza) alla nascita della Repubblica sociale italiana (Rsi). L’archivio conteneva documenti riservati sulle maggiori personalità dei partiti antifascisti italiani. Nel dopoguerra Verdiani venne reintegrato nella polizia repubblicana, probabilmente anche in forza del potere ricattatorio di quelle carte.
Sotto il nuovo comando, l’Ispettorato tornò a prediligere maxi operazioni e rastrellamenti. A un certo punto, Verdiani ordinò di far esplodere cariche di dinamite nelle grotte dell’area compresa tra Montelepre, Monte Sagana e Borgetto, nel tentativo di sottrarre alla banda di Giuliano i suoi rifugi; dopo di che fece circondare e perquisire il convento di Romitello, presso Borgetto, suscitando la dura reazione dell’arcivescovo di Palermo, il cardinale Ernesto Ruffini.
La strategia si rivelò non solo inutile ma controproducente, perché i banditi risposero con le rappresaglie. Il culmine si ebbe il 19 agosto 1949, quando in contrada Bellolampo, nei pressi di Palermo, una bomba anticarro fece esplodere un automezzo dei carabinieri. Disastroso il bilancio: sette morti e vari feriti. Il clamore che ne seguì impose al governo non solo di rimuovere Verdiani, ma anche di sciogliere l’Ispettorato.
Nonostante il trasferimento, Verdiani non si fece realmente da parte. Sul finire del suo mandato in Sicilia, aveva avviato dei rapporti confidenziali con la mafia di Monreale e Borgetto. L’ipotesi è che il funzionario non abbia agito di sua iniziativa, ma che avrebbe potuto sviluppare queste relazioni con l’appoggio di qualche vertice degli apparati di polizia.
Di certo Verdiani continuò a coltivare questi rapporti anche in seguito alla sua destituzione, in maniera segreta.
I metodi di Verdiani e di altri super investigatori che si occuparono di Giuliano furono definiti «eccezionali ed abnormi» dalla sentenza sulla strage di Portella della Ginestra, emessa nel 1952 dal Tribunale di Viterbo.
Durante il processo emerse anche che Verdiani aveva mantenuto con Giuliano una corrispondenza epistolare e che l’aveva anche incontrato di persona. L’occasione fu poco prima del Natale del 1949, il 23 dicembre, in un casolare nei pressi di Castelvetrano, nel trapanese. Verdiani incontrò Giuliano e il suo braccio destro Gaspare Pisciotta insieme ad alcuni mafiosi, emissari del bandito e mediatori della trattativa (capomafia monrealese Ignazio Miceli, e il boss di Borgetto Domenico Albano).
In quell’occasione, Verdiani, i banditi e i mafiosi consumarono panettoni e liquori, portati dallo stesso ispettore. Inoltre, prosegue la sentenza del ‘52, Verdiani avrebbe raccomandato a Giuliano e Pisciotta di «essere dei bravi e buoni figlioli» e in cambio l’ispettore si sarebbe adoperato presso il procuratore generale di Palermo», Emanuele Pili, per far sì che «Maria Lombardo, madre del capo dei banditi, fosse ammessa alla libertà provvisoria».
La scarcerazione in effetti avvenne nei primi mesi del 1950 e ci fu chi la attribuì al tandem Verdiani-Pili.
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Infatti, secondo una lettera di Giuliano a Verdiani, parte dei documenti del processo, il bandito incontrò anche lo stesso procuratore Pili.
«La verità del fatto della Ginestra la so solo io, ma la colpa non è però mia, è stato un errore quello che è successo, perché l’obbiettivo non era quello di colpire quelli che disgraziatamente capitarono, ma ben altro, tutto ciò sempre per colpa dei comunisti stessi perché sono stati loro che hanno costretti a fare ciò. Io per ora non le dirò niente, ma se lei riconosce che sia necessario anche a farlo sentire a Sua Eccellenza Pili può dirglielo e se egli vuole incontrarmi di nuovo, mi farebbe piacere perché sarebbe di grande conforto», scrive Giuliano.
Infine, venne a sapersi anche che, nel giugno 1950, a processo già avviato, Giuliano consegnò a Verdiani un memoriale su Portella, poi trasmesso dal funzionario proprio al procuratore Pili.
La sentenza del 1952 fu coraggiosa perché nonostante i tempi di generale subalternità della magistratura al governo (il Consiglio superiore della Magistratura nacque solo nel 1958) censurò i metodi d’indagine di Verdiani e degli altri superpoliziotti. Tuttavia, negò il carattere politico della strage di Portella della Ginestra, elemento che oggi è considerato accertato dagli storici.
Tradire Giuliano
Da un lato, Giuliano trattò con chi lo voleva arrestare perché era interessato a ottenere l’impunità per sé e la libertà per i suoi famigliari. Dall’altro, non si può escludere che Verdiani, a sua volta, trattò per dissuadere il bandito dal compiere altri attentati e, in una seconda fase, giungere alla sua cattura.
Secondo la sentenza del 1952, però, Verdiani seguì metodi d’indagine censurabili. Insomma, per i giudici di Viterbo la trattativa tra Verdiani e il bandito Giuliano fu inaccettabile:
«Era certamente l’ispettore Verdiani colui che non doveva proporre ed accettare che un convegno avesse luogo, perché tra i due doveva ergersi un’insuperabile muraglia costituita dai cadaveri dei non pochi agenti di pubblica sicurezza che, in adempimento del dovere promanante dall’esercizio della propria funzione, avevano trovato la morte nel tentativo di stroncare l’attività della banda e del capo», si legge nella sentenza.
In conclusione, la condotta di Verdiani fu a dir poco spregiudicata e configurava alcuni reati, come il favoreggiamento e la violazione degli obblighi inerenti la pubblica funzione. A Viterbo i giudici condannarono severamente il suo operato e quello di altri investigatori, ma non emisero giudizi penali nei loro confronti perché il processo era alla banda Giuliano e non alle forze dell’ordine.
In effetti, la Corte di appello di Palermo avrebbe in seguito incriminato Verdiani per favoreggiamento, ma nel 1954 la sua sezione istruttoria avrebbe dichiarato di non doversi procedere essendo i reati a lui ascritti estinti per avvenuto decesso (Verdiani era morto nel marzo 1952).
Resta agli atti, però, che nell’agosto 1949 il presidente della regione Sicilia Restivo (futuro ministro dell’Interno) aveva inviato a Verdiani una lettera di apprezzamento per il lavoro svolto alla testa dell’Ispettorato e che il successivo 6 settembre il capo della Polizia aveva fatto il suo nome per una ricompensa al valor militare.
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