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Salvatore Giuliano: chi era e come gli hanno dato la caccia

Nell’ambito della caccia al famoso criminale siciliano gli apparati di sicurezza si accordarono con mafiosi ed esponenti di punta della sua stessa banda. Ma chi era il bandito? Qual è stata la sua parabola? E perché una delle stragi più efferate della storia d’Italia?

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19.07.24

Ciro Dovizio

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Banditismo
Sicilia

«Colonnello Luca segnala che ore 3:30 oggi, dopo inseguimento centro abitato et conflitto sostenuto da squadriglia C.F.R.B. rimaneva ucciso bandito Salvatore Giuliano punto Nessuna perdita parte nostra punto Cadavere piantonato disposizione autorità giudiziaria punto». 

Questo è il marconigramma (un telegramma trasmesso via radio) con cui da Castelvetrano, provincia di Trapani, Ugo Luca, colonnello dell’Arma dei carabinieri e comandante del Corpo forze repressione banditismo (Cfrb), comunicava alle 5:40 del 5 luglio 1950 alle autorità politiche e militari della Repubblica italiana l’eliminazione del bandito più noto a livello nazionale e forse mondiale: Salvatore Giuliano.

Nei giorni seguenti altri rapporti del colonnello fornirono la versione definitiva su quella fatidica notte, riportata nell’immediato da gran parte della stampa: stando a quella ricostruzione, Giuliano sarebbe morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri del capitano Antonio Perenze, inviati da Luca a Castelvetrano dopo che fonti confidenziali avevano dato per imminente il suo espatrio via aeromobile da un campo di fortuna ubicato in paese.

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Nel frattempo, però, vari cronisti di testate locali e nazionali (L’Ora, L’Avanti, L’Unità), e soprattutto l’inviato speciale del settimanale L’Europeo Tommaso Besozzi, scoprirono che non era vero niente e che il conflitto a fuoco era stata una montatura dei carabinieri.

Chi è Tommaso Besozzi

Nato a Vigevano nel 1903, Tommaso Besozzi è stato un giornalista italiano che ha scritto per il Corriere della Sera, L’Europeo e Il Giorno. L’inchiesta su Giuliano è stato uno dei momenti più alti della sua carriera. Sullo stesso argomento, nel 1959 Besozzi ha pubblicato il libro La vera storia del bandito Giuliano, che è stato ripubblicato nel 2017: nella prefazione, Ferruccio De Bortoli ha definito l’inchiesta una pietra miliare del giornalismo investigativo italiano.

Nel 1964, Besozzi è morto suicida a Roma. Può essere considerato una delle più illustri firme del giornalismo italiano ed è stato maestro, tra gli altri, di Enzo Biagi e Oreste Del Buono.

Delle fotografie colpì in particolare un dettaglio: il sangue sulla canottiera del bandito colava verso l’alto anziché verso il basso, segno che il corpo era stato spostato dalla posizione in cui si trovava. Altre incongruenze vennero evidenziate dalle testimonianze degli abitanti di Castelvetrano e di alcuni ufficiali del Cfrb, così come dall’autopsia. Sarebbe poi emerso che la messinscena aveva l’obiettivo di tutelare un infiltrato del Cfrb e la sua più generale strategia, sviluppatasi con l’impiego di informatori, agenti provocatori, trattative segrete con banditi e mafiosi. L’Europeo uscì il 16 luglio con un titolo destinato a fare la storia del giornalismo investigativo:

Di sicuro c’è solo che è morto.

Usciva così di scena l’uomo che, con la sua banda, per lunghi anni aveva messo a ferro e fuoco vaste aree della Sicilia occidentale – quelle intorno a Montelepre, suo paese natale – uccidendo informatori veri o presunti, esponenti delle forze dell’ordine, militanti dei partiti di sinistra, gente comune.

Era lo stesso uomo che il 1 maggio 1947, in contrada Portella della Ginestra (vicino Piana degli Albanesi, nell’entroterra montagnoso di Palermo) aveva compiuto il suo delitto più atroce, sparando con una mitragliatrice da guerra su una folla di contadini inermi, uccidendone undici e ferendone molti altri: erano socialisti e comunisti di Piana e dei paesi limitrofi che, con famiglie al seguito, celebravano la Festa del lavoro.

L’edizione de L’Europeo il 16 luglio 1950 © Wikimedia

Siamo qui all’epilogo della breve e sanguinaria esistenza del «re di Montelepre», in cui è a tutt’oggi arduo distinguere storia e mito, realtà e leggenda. Bandito-guerrigliero, bandito mediatico, bandito-fotografo delle proprie “imprese”, scrittore di lettere ai giornali, manifesti, memoriali tanto prolifico quanto sgrammaticato, Giuliano costruì con successo intorno a sé l’immagine del “bandito sociale”, del nuovo Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Non è però questo a renderne la vicenda difficile da decifrare. È più in generale la proliferazione intorno alla sua figura di mitologie anche improbabili, o che tali appaiono a gran parte degli storici: come quella del Giuliano intento a trattare con gli Stati Uniti d’America l’annessione della Sicilia, o quella della complicità nella strage di Portella della Ginestra di uomini dei servizi segreti americani e della Decima Mas di Salò.

Versioni, queste, che rischiano di occultare i complotti clamorosi di cui la parabola del bandito certo non manca. Ad esempio quello che portò all’eccidio di Portella, il quale però, almeno secondo le ricostruzioni più equilibrate, non coinvolse né gli americani né tanto meno i fascisti. Oppure quello che, nell’ambito della caccia a Giuliano, vide gli apparati di sicurezza accordarsi con mafiosi ed esponenti di punta della stessa banda.

Proprio di questa seconda vicenda ci occuperemo nella serie che iniziamo con questo articolo. E lo faremo perché appare alquanto esemplificativa dei metodi usati dalle forze speciali italiane contro mafia e banditismo: infiltrati, informatori, trattative con i capi di organizzazioni criminali. Pratiche cariche di rischi e rivelatrici di significative linee di continuità tra l’età tardo-liberale, quella fascista e quella repubblicana.

Chi era Salvatore Giuliano

Ma presentiamolo, questo nostro personaggio.

Figlio di emigrati di ritorno da Brooklyn (Salvatore e Maria Lombardo), Giuliano nacque nel 1922 a Montelepre. I risparmi messi da parte negli Stati Uniti avevano permesso al padre di acquistare alcuni terreni: così, giunto alla terza elementare, Salvatore lasciò la scuola per aiutare il genitore in campagna.

Nel 1943 gli anglo-americani occuparono l’isola, la cui situazione sociale era assai grave: il sistema di distribuzione annonario, incentrato sulla consegna obbligatoria del grano agli ammassi, era fallito miseramente alimentando le proteste e un florido mercato nero. Rivolte scoppiarono in molti centri, provocando la dura reazione delle autorità.

Alla crisi degli approvvigionamenti si aggiungeva il problema dei disertori e delle rivolte contro la leva: sommate insieme, le due questioni aprirono la strada al banditismo. Quanto a Giuliano, cominciò appunto come borsanerista, contrabbandando grano e farina nei pressi di Montelepre.

Il 2 settembre 1943, però, a Quarto Mulino di San Giuseppe Jato, venne intercettato da una pattuglia di carabinieri e guardie campestri: sentitosi alle strette, aprì il fuoco con la sua rivoltella uccidendo un carabiniere. Fu il suo primo delitto, dopo il quale si diede alla latitanza, senza però allontanarsi troppo dai dintorni del suo paese: tanto che il 23 dicembre 1943, nel corso di un rastrellamento a Montelepre, assassinò un altro carabiniere a colpi di mitra.

Costituì dunque la sua banda, con parenti e compaesani che la notte di Capodanno del 1944 fece evadere dal carcere di Monreale (col sostegno, sembra, della mafia locale). Il suo gruppo era dedito a rapine, sequestri di persona, estorsioni, ma tendeva a non vessare possidenti e contadini locali, traendone in cambio rifugio, protezione, consenso.

Le sue “gesta” sarebbero rimaste confinate al mondo strettamente criminale se a un certo punto non si fosse imbattuto nel Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis).

Creato all’indomani dello sbarco degli Alleati in Sicilia da politici professionali prefascisti – personaggi come il leader Andrea Finocchiaro Aprile, già deputato nittiano e massone – il gruppo perseguiva il fine di separare la Sicilia dall’Italia. Rappresentativo delle antiche élite agrarie e di buona parte delle cosche mafiose, esso si presentò come un movimento di massa, che sosteneva di avere l’appoggio di tutto il «popolo siciliano».

Di fatto cavalcò la fase di disintegrazione istituzionale e politica immediatamente successiva allo sbarco, ad esempio strappando agli americani numerose nomine a sindaco (celebri quelle del conte Lucio Tasca Bordonaro, grande proprietario terriero, e di Calogero Vizzini, notabile e capomafia, a sindaco rispettivamente di Palermo e Villalba).

Non ebbe però l’appoggio degli anglo-americani: al contrario, i suoi capi denunciarono più volte la loro ostilità, e protestarono allorché la Sicilia passò dall’amministrazione alleata a quella del governo italiano, nel febbraio 1944. Non per questo però cessarono di millantarne il sostegno.

Il declino del Mis venne in parallelo all’emergere del progetto autonomistico di democristiani, socialisti e comunisti, che non chiedevano la secessione, ma volevano una Sicilia più autonoma, con il riconoscimento di regione a statuto speciale nel 1946.

Il Mis era già isolato quando, nell’aprile 1945, optò per l’insurrezione armata creando un Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis), che nel settembre reclutò Giuliano col grado di colonnello nel corso di un incontro coi leader separatisti in una proprietà di Lucio Tasca Bordonaro. Cosa promisero in cambio costoro? Difficile dirlo, eccezion fatta per la cancellazione dei numerosi reati di Giuliano e dei suoi.

Cominciò così la seconda fase della sua “carriera”. In ottobre il governo rispose alla sfida facendo arrestare Finocchiaro Aprile e gli altri capi del movimento.

Il bandito appoggiò la causa secessionista con una micidiale sequenza di assalti alle caserme dei carabinieri e di attacchi alle colonne di soccorso. Fece affiggere a Montelepre e dintorni un suo manifesto nel quale campeggiava una Sicilia legata da una catena sia all’Italia che all’America, col bandito intento a spezzarne il tratto che la univa alla prima. Eloquente la didascalia: «A morte i sbirri succhiatori del popolo siciliano e perché sono i principali radici fascisti, viva il separatismo della libertà. Giuliano». Alla guerriglia alternava comunque rapine contro treni e autocorriere, sequestri di persona, omicidi di confidenti o supposti tali.

La strage di Portella della Ginestra

Se non che, il Mis a un certo punto lo scaricò. Nel febbraio 1946 i carabinieri esclusero la responsabilità dei suoi capi nell’insurrezione armata e gli stessi capi presero pubblicamente le distanze da quelle azioni militari. Il movimento rientrava insomma nella legalità.

In vista del referendum del 2 giugno, Giuliano si mobilitò a sostegno della monarchia – per cui parteggiava gran parte del Mis – che in Sicilia vinse di misura, specialmente nelle grandi città e nelle aree costiere. Diverso il caso delle province e dell’entroterra, laddove le lotte bracciantili e per la terra incoraggiate dai decreti per il riparto del prodotto e per l’assegnazione alle cooperative delle terre incolte e mal coltivate (i cosiddetti decreti Gullo, dal nome del ministro comunista dell’Agricoltura del governo di unità nazionale, Fausto Gullo) rafforzarono l’opinione di sinistra e dunque il voto repubblicano.

Non bisogna dimenticare naturalmente che contro il movimento contadino la grande proprietà terriera e i suoi sodali mafiosi dispiegarono lo strumento terroristico, assassinando decine di sindacalisti e capi-lega socialisti e comunisti.

Quanto alle elezioni per la costituente, in Sicilia il Mis si fermò al di sotto del 10% mostrando di non rappresentare affatto gran parte del popolo siciliano. Nel gennaio 1947 il Mis si divise in due tronconi, l’uno monarchico e maggioritario diretto da Finocchiaro Aprile e Tasca, l’altro repubblicano, guidato dall’avvocato Antonino Varvaro. Giuliano, a differenza di quanto fatto anni prima,  scelse il secondo, credendolo forse più in sintonia col disegno (velleitario) di unificare la Sicilia agli Stati Uniti. 

Nelle aree sotto il suo controllo, alle elezioni regionali del 20 aprile 1947, il bandito chiese ai cittadini di votare per la corrente di Varvaro. Ma questo non bastò a evitargli un clamoroso insuccesso e a scongiurare l’affermazione dell’area variegata della destra (monarchici, qualunquisti, liberali), che ottenne il 40%. Uniti nel Blocco del popolo, comunisti e socialisti conquistarono invece il 30%, la Democrazia cristiana si fermò al 20%.

Più che la vittoria delle sinistre, le elezioni prefiguravano la convergenza della Dc con la destra.

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Il 1° maggio la banda Giuliano sparò a Portella della Ginestra contro i contadini festanti, e il 22 e 23 giugno assaltò le sedi del Partito comunista e quelle delle Camere del Lavoro di Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi. Era cominciata la terza fase della carriera del bandito, quella anticomunista.

A seguito dell’attacco a Partinico a colpi di mitra, bombe a mano e bottiglie incendiarie, Giuliano affisse un manifesto che chiamava i siciliani a raccolta nella battaglia antibolscevica. 

La strage di Portella della Ginestra provocò enorme impressione nel Paese. In seguito, sarebbe stata assunta a «madre di tutte le stragi», ovvero a prima manifestazione della cosiddetta “strategia della tensione”, in base all’idea di un improbabile filo rosso che dal 1947 porterebbe al 1969, anno dell’eccidio di Piazza Fontana a Milano, compiuto dalle cellule venete di Ordine Nuovo con l’assenso di settori degli apparati di sicurezza. 

Il ministro dell’Interno dell’epoca, il democristiano Mario Scelba, in Parlamento, si affrettò a definire la strage un episodio di comune banditismo senza alcuna connotazione politica. Eppure, non è da escludersi l’esistenza di mandanti politici.

Alla vigilia dell’eccidio, Giuliano ricevette una lettera, che lesse ai suoi annunciando «l’ora della nostra liberazione» e che bisognava sparare ai comunisti a Portella della Ginestra. Quindi la bruciò, senza rivelare chi gliela avesse inviata. Probabile che i mandanti si trovassero nell’area composita della destra regionale.

Gli esponenti di quest’area erano alla ricerca di una nuova collocazione politica all’indomani del crollo separatista e avrebbero potuto vedere favorevolmente uno scontro frontale con le sinistre perché avrebbe alzato la posta della loro collaborazione con la Dc.

Da questo punto di vista, la strage rappresentò effettivamente un tentativo di strategia della tensione, che fallì perché il Pci restò saldamente nella legalità. D’altra parte, non va dimenticato che Piana degli Albanesi era un paese di antiche tradizioni “rosse” e che nel dopoguerra precedente la mafia di Ciccio Cuccia (giunto a ricoprire la carica di sindaco) aveva assassinato diversi dirigenti socialisti.

Nemmeno però è da escludere che Giuliano agì in autonomia, nel tentativo di proporsi (o riproporsi) ai conservatori come campione dell’anticomunismo.

La caccia al bandito

Intanto gli apparati repressivi si mobilitavano nella caccia a Giuliano. A coordinare la lotta al banditismo era dal 1944-45 l’Ispettorato generale della Polizia di Stato per la Sicilia, evoluzione dell’Ispettorato interprovinciale creato dal regime all’inizio degli anni trenta. Si trattava di una polizia speciale interforze, nella quale collaboravano polizia e carabinieri. 

Alla sua testa venne posto Ettore Messana, siciliano, già protagonista della repressione del movimento contadino culminata l’8 ottobre 1919 nella strage di Riesi, che in seguito era stato a Palermo come capo della direzione servizi speciali di polizia contro la «delinquenza associata», cioè la mafia.

Veniva peraltro da un’esperienza di ufficiale e di questore di Lubiana e Trieste nel 1941-43, laddove si era distinto per azioni feroci contro la guerriglia slovena. Nel contrasto al banditismo Messana combinò i metodi che erano già stati del “prefetto di ferro” Cesare Mori, protagonista della repressione fascista dal 1926, e dei suoi predecessori a quelli dell’Ispettorato interprovinciale. Da un lato, vi era l’uso della violenza e, dall’altro, il massiccio impiego di informatori, individuati tra le file delle cosche mafiose legate alle bande o anche delle stesse bande.

Salvatore Giuliano © Wikimedia

Proprio nell’ambito delle indagini sul bandito polizia e carabinieri si mostrarono fra loro in competizione. Messana cominciò trattando col capomafia di Alcamo, provincia di Trapani, Vincenzo Rimi, il quale però era in contatto anche con i carabinieri. Dunque ripiegò, sempre attraverso Rimi, su uno dei luogotenenti di Giuliano, Salvatore Ferreri, detto Fra’ Diavolo, fornendogli peraltro un biglietto di riconoscimento a sua firma che lo autorizzava a circolare liberamente per la Sicilia, come avrebbe dimostrato la sentenza del processo di Viterbo del 1952 per la strage di Portella.

Identico biglietto sarebbe stato consegnato a Gaspare Pisciotta, braccio destro di Giuliano. È probabile che Ferreri conducesse un rischiosissimo doppio gioco, promettendo all’Ispettorato la testa del suo capo senza però negare il suo contributo alle azioni della banda. A un certo punto accadde che Fra’ Diavolo venisse catturato – quasi sicuramente per una soffiata di Rimi – a seguito di un conflitto a fuoco con i carabinieri e che, portato in caserma, venisse ucciso nel corso di una colluttazione con l’ufficiale comandante. 

Si apriva insomma il denso capitolo delle relazioni tra apparati e mafia nella caccia al bandito, di cui ci occuperemo nelle prossime puntate e che esemplifica un caso da manuale (il primo nella storia dell’Italia repubblicana) di «trattativa Stato-mafia».

Proprio a questo proposito, il 15 luglio 1947 il segretario regionale del Pci, Girolamo Li Causi, all’Assemblea costituente, disse queste parole: «Si ha, in altre parole, questa precisa situazione, che il banditismo politico in Sicilia è diretto proprio dall’ispettore Messana: e l’ispettore di pubblica sicurezza, il quale dovrebbe avere per compito quello di sconfiggere il banditismo – il suo compito veramente sarebbe quello di sconfiggere il banditismo comune e non già quello politico – l’ispettore di pubblica sicurezza, dicevo, diventa invece addirittura il dirigente del banditismo politico».

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Gaspare Pisciotta e Salvatore Giuliano © Wikimedia

Crediti

Autori

Ciro Dovizio

Editing

Paolo Riva

Foto di copertina

Claudio Capellini

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