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Tradimenti e assoluzioni: come è finita la trattativa per dare la caccia al bandito Giuliano

Salvatore Giuliano ucciso dal suo ex braccio destro, che lo aveva tradito per trattare con mafiosi e carabinieri. L’omicidio venne nascosto, la verità emerse presto, ma nessun membro delle forze dell’ordine è stato mai condannato per i metodi usati

#LaPrimaTrattativa
#ArchiviCriminali

27.09.24

Ciro Dovizio

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Banditismo
Sicilia

Dal settembre 1943, quando compì il suo primo delitto, al luglio 1950, quando venne ucciso. La caccia a Salvatore Giuliano è durata quasi sette anni. Ma perché, nonostante i mezzi spregiudicati utilizzati dalle forze dell’ordine, è stata così lunga?

Proprio a questa domanda rispose Carmelo Marzano, Questore a Palermo nella fase decisiva delle operazioni. «Questo è un fatto che va chiarito», disse di fronte alla Commissione antimafia del Parlamento, nel 1969.

A quasi due decenni di distanza dalla morte del bandito, quando ormai stampa e magistratura avevano fatto emergere molti elementi relativi ai metodi usati da Polizia e Carabinieri, Marzano si espresse in maniera schietta: «Noi non possiamo certamente rivolgerci alle suore di carità; l’importante è mantenere le mani pulite anche in questi contatti.

Non possiamo pretendere di presentarci a casa di un gentiluomo per avere informazioni su un criminale di quella fatta. Quindi, contatti con mafiosi ci sono stati: ne ho avuti anch’io. Sono stati dei contatti nell’interesse dello Stato. Contatti vi sono stati, ma non spregiudicati, e sempre tendenti a questo fine». 

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Il poliziotto Marzano non fu l’unico ad avere contatti con la criminalità organizzata, come abbiamo visto nelle precedenti puntate di questa serie, intitolata appunto #LaPrimaTrattativa.

Coi mafiosi parlarono anche i super ispettori Ettore Messana e Ciro Verdiani, con quest’ultimo che incontrò anche alcuni banditi complici di Giuliano e Giuliano stesso. Anche i Carabinieri usarono metodi simili e altrettanto controversi, con risultati migliori però. 

Il Colonnello dei Carabinieri Ugo Luca, infatti, quando era alla guida del Comando forze repressione banditismo (Cfrb), riuscì laddove i suoi predecessori avevano fallito.

E, grazie alla mediazione della mafia di Monreale e alla collaborazione del braccio destro di Giuliano Gaspare Pisciotta, fece il vuoto intorno al bandito più pericoloso d’Italia, fino alla sua fine. 

Il doppio tavolo

Luca si ritrovò a guidare la caccia a Giuliano dopo che i colleghi della Polizia avevano più volte fallito e dopo che il bandito, nel 1949, aveva ucciso sette carabinieri nella strage di Bellolampo, nei pressi di Palermo.

Luca privilegiò una dimensione di intelligence e raccolta informativa, settori di cui era esperto: sotto il regime fascista era stato nel Servizio informazioni militari e aveva diretto i servizi del corpo di spedizione fascista nella guerra civile spagnola. 

Tra gli altri, il colonnello lavorò, in particolare, con il maresciallo Giovanni Lo Bianco, che già negli anni precedenti era stato coinvolto nella caccia a Giuliano e che si era occupato anche delle indagini per la strage di Portella della Ginestra.

Su ordine di Luca, il maresciallo, che per contrasti con le altre forze dell’ordine si era messo in convalescenza alcuni mesi prima, riprese in segreto l’attività investigativa, agendo di fatto come un membro dei servizi di sicurezza. 

Lo Bianco fu il principale artefice della rete in cui caddero molti uomini di Giuliano.

D’altra parte, di banditismo e mafia se ne intendeva, avendo militato nell’Ispettorato interprovinciale fin dagli anni Trenta e operato, anche come infiltrato, in centri ad alta densità criminale come Lercara Friddi, Favara, Ribera e, ovviamente, Palermo.

Fu proprio lui a imboccare la via giusta bussando alla porta della mafia di Monreale e, segnatamente, alla cosca dei Miceli e di Benedetto “Nitto” Minasola.

La cooperazione si articolò in una serie di trappole, organizzate secondo uno schema-base: i Miceli indicavano a Minasola i banditi da consegnare e questi, d’accordo con Lo Bianco, organizzava di volta in volta un tranello ad hoc, nel quale lo stesso maresciallo si presentava con una finta identità.

Emblematica, in tal senso, fu la trappola in cui caddero due membri di punta della banda come Castrense «Titti» Madonia e Nunzio Badalamenti.

Lo Bianco si procurò un camion della legione dei Carabinieri, lo verniciò di rosso e sostituì la targa dell’Esercito con quella di una macchina della provincia di Messina; dunque mise nel cassone due grandi ceste di agrumi, privandole del fondo e disponendole in colonna, in modo che, una volta entrati, i malviventi non potessero muoversi.

In seguito, si recò sul posto concordato con Minasola. I banditi intuirono la trappola, ma dopo qualche resistenza vennero convinti da Lo Bianco e Minasola a salire sul cassone e a infilarsi nelle due ceste: nonostante fossero armati, in quella posizione non potevano più muoversi.

Così Lo Bianco poté giungere rapidamente al comando della legione e consegnare i banditi ai suoi colleghi. 

In una prima fase, Lo Bianco trattò con la mafia autonomamente e solo in seguito informò i suoi superiori, tra cui il colonnello Luca. Inoltre, il maresciallo si assicurò che stampa e magistratura non venissero a sapere dell’arresto dei banditi perché in caso contrario, la sua strategia sarebbe saltata.

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Dovizio

Intanto, però, come visto nelle precedenti puntate, i mafiosi di Monreale coinvolti nella trattativa stavano giocando su due tavoli. Quello di Lo Bianco e quello di Verdiani, finendo per fomentare ulteriormente la competizione tra le diverse forze dell’ordine coinvolte.

Verdiani bruciò diversi confidenti dei Carabinieri, arrestandone anche alcuni e arrivò persino a far perquisire lo studio fotografico del padre di Lo Bianco e trattennerlo per un giorno perché gli era arrivata la notizia, vera, che il maresciallo usasse il negozio paterno per incontrare i mafiosi con cui trattava.

Il tradimento di Pisciotta

Giuliano, che nel frattempo si era spostato a Castelvetrano, nel trapanese, cominciava però a nutrire i primi sospetti. Anche perché all’appello mancavano ormai molti uomini della sua banda.

In particolare, il bandito iniziava a dubitare dei Miceli e di Minasola, a causa di alcune confessioni fatte da altri mafiosi fermati dagli uomini di Luca e Lo Bianco nel corso di altre trappole.  

Il bandito decise così di agire. Insieme al suo braccio destro Pisciotta, si recò a Monreale e sequestrò Minasola, che fu costretto a confessare i suoi maneggi coi Carabinieri e a spiegare che fine avevano fatto i banditi irreperibili. Giuliano andò quindi a cercare gli altri mafiosi coinvolti nella trattativa, i Miceli e gli Albano.

Voleva giustiziarli nella piazza del comune palermitano, ma non riuscì a trovarli. Lasciò però Minasola con Pisciotta, e qui arrivò il colpo di scena che decretò la sua fine. 

Davanti al racconto di Minasola, capendo che per la banda non c’era più niente da fare, Pisciotta scelse di tradire il suo capo e cugino e si fece mettere in contatto col maresciallo Lo Bianco.

Cominciò così una nuova fase.

Sempre tramite Minasola, seguirono diversi incontri: prima tra Lo Bianco e Pisciotta, dunque tra Pisciotta e Luca. Al bandito furono promessi l’espatrio, la taglia di cinquanta milioni per la testa di Giuliano, poi anche la libertà, nonostante fosse colpito da decine di mandati di cattura per omicidio, per la strage di Portella e per altri reati.  

Quando i collaboratori di giustizia non esistevano 

Per dare la caccia al bandito Giuliano, le forze dell’ordine si fecero concorrenza. Alla fine, a raggiungere l’obiettivo furono i Carabinieri, con il Colonnello Ugo Luca. Ma con quali mezzi?

Negli anni della caccia al bandito Giuliano, la figura del collaboratore di giustizia non era prevista dall’ordinamento. Le legge che introdusse questa figura anche per gli appartenenti ad associazioni mafiose venne infatti approvata nel 1991.

L’associazione Avviso Pubblico spiega che il provvedimento venne preso «su impulso di Giovanni Falcone, all’epoca direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia» e introdusse  «un sistema “premiale” per i collaboratori di giustizia per i delitti di stampo mafioso, in analogia a quanto disciplinato in passato con riferimento ai reati di terrorismo». Non si tratta di un dettaglio secondario.

Il fatto che non ci fosse alcuna legge in materia significa che mancava un sistema per rendere legale e disciplinare i rapporti tra confidenti e autorità, come i tanti intrattenuti dalle forze dell’ordine con mafiosi e banditi durante la trattativa per arrivare a Giuliano.

Per esempio, nonostante su Pisciotta pendessero una trentina di gravi capi d’accusa, i Carabinieri lo ospitarono a casa di un agente, lo accompagnarono per commissioni e, soprattutto, gli fornirono un tesserino da confidente. Non erano attività lecite, ma vennero considerate tali perché necessarie a raggiungere l’obiettivo di fermare il bandito. 

Da quel momento in poi, secondo la versione di Lo Bianco, lui e altri carabinieri coinvolti nelle indagini vennero estromessi, anche Minasola venne messo da parte e il Colonnello Luca condusse l’ultima fase delle operazioni in prima persona.

Monreale, manifesto del ministero dell’Interno annuncia la taglia per la cattura dei banditi Salvatore Giuliano e Rosario Avila © Federico Patellani

Accanto a lui, operò il capitano Antonio Perenze che, come venne ricostruito in seguito, ospitò Pisciotta nella sua casa di Palermo e lo accompagnò in una clinica e in diversi negozi di abbigliamento.

Quindi, arrivò il fatidico 5 luglio 1950. 

Pisciotta fu prelevato dai Carabinieri a Montelepre, a casa della madre, e condotto a casa di un avvocato locale, dove Giuliano si era rifugiato.

Qui aspettò che il capo-banda si addormentasse, e lo uccise con due colpi di pistola. Dopo di che, il capitano Perenze raggiunse l’abitazione e coi suoi uomini organizzò la messinscena: il cadavere venne rivestito, trascinato giù per le scale,  lasciato nel cortile sottostante, e poi colpito con alcune raffiche di mitra, in modo da simulare un conflitto a fuoco. 

Così scrisse Luca nella relazione per Scelba: «Ne affidai la cattura a un ristretto numero di animosi militari intervenendo poscia io stesso all’azione, meticolosamente preparata e cautelata nei più minuziosi particolari. Fu così che alle ore 3 della notte sul 5 luglio 1950, veniva operata un’improvvisa irruzione nel predetto abitato di Castelvetrano. Vistosi scovato ed inaspettatamente al cospetto dei Carabinieri, il bandito reagiva col fuoco delle proprie armi. Ultimo vano tentativo perché pochi minuti dopo – erano esattamente le 3.30 – egli – Giuliano – rimaneva freddato dal fuoco concentrico del drappello che lo aveva stanato».

Dopo la messinscena

Pochi giorni dopo aver scritto quella relazione, il 19 luglio 1950, Luca fu promosso Generale per «benemerenze d’istituto» e per l’eccezionale lavoro svolto a capo del Comando forze repressione banditismo (Cfrb) che venne sciolto il 15 settembre, nella convinzione che il suo mandato fosse esaurito.

Nel frattempo, la versione ufficiale sulla morte del bandito, elaborata dai Carabinieri e confermata in più occasioni da Scelba, crollava sotto i colpi delle inchieste giornalistiche, in particolare quella di Tommaso Besozzi dell’Europeo, e degli attacchi delle opposizioni al governo.

Mentre tutto ciò accadeva, al tribunale di Viterbo si svolgeva il processo a Giuliano e la sua banda per la strage di Portella della Ginestra.

Il procedimento fece emergere i mezzi «non convenzionali» utilizzati nel contrasto al banditismo: relazioni spregiudicate con mafiosi, banditi e confidenti di ogni genere, che spesso sfociavano in azioni che configuravano diversi reati come il favoreggiamento e la violazione degli obblighi inerenti la pubblica funzione.

E, infatti, pur non essendoci tra gli imputati forze dell’ordine e rappresentanti dello Stato, i magistrati di Viterbo usarono parole inequivocabili per mettere sotto accusa il loro operato, parlando di metodi «eccezionali ed abnormi».

In aula emerse anche l’asprissimo dualismo tra Polizia e Carabinieri.

A confermarlo, ancora una volta e persino dopo la morte di Giuliano, fu a fine 1950 l’arresto a Montelepre di Pisciotta, voluto dall’allora questore di Palermo Marzano. Sciolto il Cfrb, infatti, l’ex luogotenente di Giuliano non godeva più della protezione dei carabinieri e così Marzano approfittò del momento per assestare un duro colpo al prestigio dei Carabinieri, coi quali i rapporti erano sempre stati difficili. 

Nell’aprile 1951, Pisciotta consegnò alla Corte di Viterbo un memoriale in cui ammetteva l’omicidio di Giuliano, sostenendo di averlo pattuito con i Carabinieri e il ministro dell’Interno.

Sempre in tribunale, Luca fu obbligato ad avallare la versione dell’ex braccio destro di Giuliano: riconobbe di averlo assunto come confidente e munito dell’attestato di benemerenza con la firma di Scelba.

Queste rivelazioni destarono profondo sconcerto tra le forze d’opposizione socialiste e comuniste perché mostravano come le strutture repressive dello Stato, da un lato, venissero a patti con mafiosi e banditi e dall’altro, invece, usassero il pugno di ferro contro le lotte dei contadini e degli operai, in Sicilia come altrove.

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I metodi «eccezionali ed abnormi» usati nella caccia al bandito Giuliano

30.08.24
Dovizio
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Va ricordato, infatti, che tutto ciò avveniva in un contesto nazionale e internazionale segnato dalla guerra fredda, che spingeva le autorità ad assumere posizioni intransigenti nei confronti del conflitto sociale e delle mobilitazioni di sinistra.

Le sentenze

Il processo di Viterbo si concluse nel 1952, indicando come unici responsabili della strage di Portella della Ginestra Giuliano e la sua banda, tra cui Pisciotta, che fu condannato all’ergastolo e fu avvelenato due anni dopo in carcere, all’Ucciardone di Palermo.

Lì morì dopo aver bevuto un caffè alla stricnina, una morte che lascia aperti ancora oggi molti interrogativi. 


Chiuso un procedimento, se ne aprirono però altri, che videro questa volta imputati i membri delle forze dell’ordine che trattarono con banditi e mafiosi. 

Luca e i suoi uomini affrontarono un primo processo militare per falsa testimonianza. La commissione di Generali chiamata a giudicare gli imputati sostenne che la messinscena dei Carabinieri a Castelvetrano sarebbe stata giustificata dall’obbligo di proteggere il loro infiltrato Pisciotta e quindi, non ritenne di ravvisare alcunché di penalmente rilevante.

Il secondo procedimento, invece, si concluse nel settembre 1954 alla Corte d’appello di Palermo, chiamata ad esprimersi sull’omicidio di Giuliano. Le accuse rivolte ai Carabinieri coinvolti erano straordinariamente gravi: favoreggiamento continuato e aggravato del latitante, violazione dei doveri d’ufficio, falso, frode personale aggravata.

Ma, anche in questo caso, la decisione fu che il comportamento «illegale» delle forze dell’ordine non configurava alcun reato, in quanto era stato dettato da uno «stato di necessità» volto a tutelare l’incolumità dell’informatore Pisciotta e a portare a termine l’operazione.  

Per la prima trattativa, quindi, non vi furono condanne. 

Al contrario, il Colonnello dei Carabinieri Luca concluse la sua carriera come Generale e vicecomandante dell’Arma. E i metodi usati da lui e dalle altre forze dell’ordine nella caccia a Giuliano, che discendevano dal fascismo o dall’età liberale, proseguirono anche in età repubblicana. Non solo.

Nei decenni successivi, al culmine del contrasto al terrorismo e alle mafie, finirono per trovare un impiego sistematico e anche una qualche forma di disciplinamento.

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Crediti

Autori

Ciro Dovizio

Editing

Lorenzo Bagnoli
Paolo Riva

Foto di copertina

Claudio Cappellini

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