Propaganda e scontro fisico: a Lesbo il palcoscenico dell’ultra destra identitaria

Sull’isola greca al confine con la Turchia il movimento identitario europeo ha dato vita a una campagna fatta di violenza in loco e disinformazione online. Un’inchiesta svolta interamente su fonti aperte

8 Maggio 2020 | di Lorenzo Bodrero, Leone Hadavi

A cavallo tra febbraio e marzo di quest’anno almeno 18 tra attivisti ed esponenti politici riconducibili all’ultra destra europea di sei Paesi dell’Unione Europea hanno raggiunto l’isola di Lesbo, cuore del capitolo più recente della crisi migratoria. Lo scopo? Documentare la crisi in corso sull’isola, dove sono stipati oltre 20 mila rifugiati, per ribadire la necessità di difendere i confini «dall’invasione dei migranti». La strategia, già collaudata in altre zone di frontiera come Bulgaria e Sicilia, prevedeva l’uso massiccio dei social network per veicolare il messaggio del “migrante invasore”. A Lesbo sono però andati oltre: alla campagna di disinformazione si è affiancato lo scontro fisico, diretto a giornalisti, volontari delle Ong e gruppi antifascisti.

Il raduno avvenuto sull’isola è stata anche l’occasione per rinvigorire la linea politica dell’ultra destra globale sul tema migranti. Ne è una dimostrazione la partecipazione, come vedremo, di esponenti politici nazionali ed europei.

L’inchiesta, basata su fonti aperte e firmata da Bellingcat, Newsy e Lighthouse Reports, si è concentrata sul monitoraggio dei social media e ha rivelato che tra i più attivi vi erano personaggi riconducibili al movimento identitario di Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svezia e Austria. Non è passata inosservata l’assenza degli identitari italiani. Generazione Identitaria in Italia sembra infatti riscuotere sempre meno successo: dopo i flashmob anti-invasione a Calais (2016) e a Bardonecchia (2018) e dopo lo scarso successo della nave C-Star (2017), a Lesbo non è stato possibile rintracciare nessun italiano partecipare a un appuntamento tanto fondamentale per l’estrema destra identitaria europea.

L’escalation della violenza

Dal 2015 Lesbo è uno dei fronti più caldi della crisi migratoria. I dieci chilometri di acqua che la separano dalla Turchia rendono l’isola una destinazione naturale per i rifugiati che dalla Siria e dall’Afghanistan intendono raggiungere l’Europa. Da allora il flusso è continuo. L’accordo del 2016 tra Ue e Turchia, siglato con lo scopo di trattenere il flusso di rifugiati proprio in Turchia, ha però di fatto congelato la loro posizione e trasformato l’isola in un grosso campo profughi.

Il già fragile equilibrio si è rotto a metà febbraio quando le autorità greche hanno annunciato la volontà di costruire nuovi campi e di espandere quelli esistenti, inviando reparti di polizia antisommossa sulle isole di Lesbo e di Chios. Pochi giorni dopo l’isola è stata teatro di scontri tra residenti e rifugiati in cui sono stati coinvolti anche giornalisti e operatori delle Ong. La situazione è degenerata il 29 febbraio quando Erdoğan ha dichiarato che non ci sarebbero stati impedimenti all’attraversamento della frontiera con la Grecia: quasi 150 mila migranti, secondo le autorità turche, avrebbero attraversato il confine.

Il malcontento che da allora regna sull’isola è la condizione ideale da sfruttare in particolare per gli Identitari, il movimento ultra-conservatore nato in Francia e che in pochi anni ha raccolto solidi consensi in Europa e negli Stati Uniti. È in queste settimane, infatti, che a Lesbo e in altre parti lungo il confine greco-turco si registra la presenza di esponenti dell’estrema destra europea.

Estrema destra, destinazione Lesbo

Come Stefan Bauer, consigliere comunale di Rosenheim (in Baviera, la regione più conservatrice della Germania) nelle fila del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (Afd) e il cui canale YouTube è tra i più seguiti nel panorama neo-fascista in Germania [img 1]. Oliver Flesch, anche lui influente youtuber e negazionista dell’Olocausto, coinvolto negli scontri con gruppi antifascisti. Di nazionalità tedesca è anche Robert Prost, anche lui youtuber e vlogger (autore di video blog, nda). Nei suoi post è solito minacciare di morte i migranti e secondo fonti giornalistiche sarebbe tenuto sotto stretta sorveglianza dalla polizia federale tedesca per la sua predisposizione alla violenza e la passione per le armi.

Ai primi di marzo sull’isola c’era anche il parlamentare svedese Jimmie Åkesson – euroscettico leader del partito di estrema destra Democratici svedesi e compagno di scranno di Giorgia Meloni al Parlamento europeo nel Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei – intento a distribuire volantini con scritto «non venite in Svezia, siamo già pieni di rifugiati e non vi daremo né soldi né casa».

I panni del giornalista li hanno vestiti anche Clément Martin e Jeremie Piano, francesi, figure di spicco di Génération Identitaire, il principale gruppo giovanile identitario.

L’uso massiccio dei social network e le interviste che conducono nei panni di “giornalisti” rientrano infatti in uno degli obiettivi del movimento identitario: informare l’Europa sull’invasione in corso.

Le nuove destre: gli Identitari

Génération Identitaire è la sintesi di un’ideologia politica presente da quasi vent’anni su entrambe le sponde dell’Atlantico. Formalizzato in Francia nel 2003, il gruppo si definisce un movimento «apolitico», parola chiave per comprendere le distanze che fin dalla nascita prende dai partiti di destra storici, come il Front National. Ma i principi in comune sono tanti. A partire dall’opposizione al concetto di immigrazione. Sul quale però gli identitari vanno oltre: l’assioma è concentrato nell’impossibilità di integrazione con i migranti. L’identità territoriale si eredita, non si acquisisce. Tra i loro obiettivi, il voler salvare l’Europa dall’imminente catastrofe: la “sostituzione etnica”.

La soluzione che propongono è molteplice: anzitutto bloccare i confini; in secondo luogo, abrogare il diritto al «ricongiungimento familiare», di fatto mutando lo status dei migranti in clandestini; quest’ultimi, infine, vanno «espulsi sistematicamente» insieme ai criminali. Una deportazione di massa su cui, suggeriscono, debba presiedere il «Ministero dell’identità, per istituzionalizzare lo spirito di riconquista».

Nel loro programma dichiarano «guerra contro tutte le persone che vogliono strapparci le nostre radici e farci dimenticare chi siamo», mentre l’immigrazione altro non è che un «meticciato imposto». Su The Atlantic, i giornalisti di IrpiMedia Lorenzo Bagnoli e Alessia Cerantola hanno raccontato il modo in cui l’ideologia identitaria in Italia abbia trovato nella Lega di Matteo Salvini il suo sbocco naturale: stessa tensione verso i valori della famiglia tradizionale, stessa concezione della migrazione come sostituzione etnica, stessa vocazione al movimentismo “anti-establishment”. Le loro battaglie comuni riguardano temi come l’aborto, il femminismo, le società multietniche, l’omosessualità, l’eutanasia. Visioni che la Lega “di governo” ha cercato di smussare ma che restano radicate nella Lega “di movimento”.

Il pensiero identitario, come raccontato da The Ground Truth Project, ha creato convergenze politiche tra le destre di tutto il mondo, la cui ascesa è stata interrotta bruscamente dalla nuova emergenza sanitaria globale del Covid-19. Il fenomeno, che negli Stati Uniti è conosciuto come alt-right (destra alternativa), ha dominato il dibattito pubblico dell’ultimo anno ed è la ragione per cui raduni informali come quelli avvenuti a Lesbo diventano tanto importanti per tracciare la mappa delle alleanze nella destra europea.

A oggi il movimento si espande in Austria, Germania, Olanda, Belgio, Svezia e Italia, in sezioni più o meno numerose.

L’inchiesta

L’inchiesta dei centri Bellingcat, Newsy e Lighthouse Reports è stata interamente realizzata analizzando le piattaforme social dei personaggi più rilevanti nel panorama dell’alt-right europeo.

Dall’analisi dei social network di Clément Martin e Jeremie Piano emerge che si trovano presso il campo profughi di Moria, a Lesbo, a partire almeno dall’8 marzo.

Negli stessi giorni è presente sull’isola anche Jean-Eudes Gannat, ex membro del Front National francese di Le Pen. Secondo il suo account Facebook si trovava a Lesbo il 10 marzo quando ha visitato il campo di Moria dove ha incontrato dei vigilantes locali, responsabili delle violenze contro i migranti nelle settimane precedenti, tramite un uomo chiamato Makis.

È probabile che si tratti di Makis Pavlellis, uno pseudo-giornalista i cui contenuti anti-migranti sono condivisi da molte personalità della destra greca ed europea. I due sono amici su Facebook. Gannat, in un articolo pubblicato sul magazine conservatore Breizh Info, pubblica le foto scattate dallo stesso Pavlellis [img 2-3] con le quali accusa i migranti di Moria di profanare le chiese e di uccidere le pecore dei pastori dell’isola.

Sfoglia le immagini

Di particolare rilevanza è la presenza dei tedeschi Mario Müller e Johannes Scharf (conosciuto online con lo pseudonimo “Jonathan Stumpf”). Il primo è membro degli identitari tedeschi e dell’organizzazione giovanile del Partito Nazionaldemocratico di Germania (NJ) nonché giornalista del magazine di estrema destra Compact. Il secondo, oltre a militare per l’NJ, è fondatore e presidente della Nova Europa Society, gruppo che indica nella creazione di un “etno-stato bianco” la soluzione ai problemi moderni. Anche loro sono a Lesbo in veste di “giornalisti indipendenti” e sembrano in solidi rapporti con la destra locale ed europea. Una foto [img 4] li immortala infatti insieme a due identitari di spicco austriaci: Stefan Juritz (capo editore del sito identitario dietagesstimee.at) e Fabian Rusnjak (di Generazione Identitaria Austria).

La permanenza sull’isola di Müller e Scharf è però breve: arrivano a Lesbo il 5 marzo ma sono costretti a rientrare in Germania tre giorni dopo a seguito di una ferita alla testa riportata da Scharf durante uno scontro con gruppi antifascisti [img di copertina].

I numeri e la terminologia del movimento identitario

Poco dopo l’attentato in cui il 15 marzo 2019 sono state uccise 51 persone in una moschea e in un centro islamico a Christchurch, Nuova Zelanda, il think-tank londinese Institute for Strategic Dialogue (Isd) ha avviato una ricerca per comprendere la diffusione online del movimento estremista di destra.

Lo studio, denominato The great replacement – the violent consequences of mainstream extremism (La grande sostituzione, le conseguenze violente dell’estremismo di massa) prende il nome dal manifesto circa, appunto, la grande sostituzione etnica e il genocidio bianco che da qualche anno circola tra i seguaci del movimento globale ultra nazionalista e identitario.

Secondo la ricerca sarebbero oltre 70 mila i seguaci degli account Twitter ufficiali riconducibili al movimento Génération Identitaire, 11 mila quelli su gruppi Facebook, 30 mila i membri di canali Telegram e 140 mila gli utenti registrati sui canali YouTube.

Il concetto della “grande sostituzione” fa perno sulla convinzione che le popolazioni europee stiano subendo un avvicendamento dal punto di vista etnico e culturale a favore dei migranti e delle comunità minori. In particolare, la comunità musulmana (ma non solo) è vista come incompatibile con la vita della maggior parte dei Paesi occidentali. L’espressione «genocidio bianco» ne è una diretta conseguenza: un lento sterminio, appunto, dell’etnia “bianca” causato dai fenomeni quali la migrazione, l’integrazione e l’aborto. Le due ideologie sono spesso affiancate all’espressione “Eurabia” – utilizzata in più occasioni anche dal terrorista norvegese Anders Breivik – secondo cui l’Occidente sta lentamente passando sotto il dominio islamico. La soluzione proposta è riassunta invece nella «ri-emigrazione», una deportazione di massa delle comunità migranti verso i rispettivi Paesi di origine, con l’intento di ritornare a una società omogenea dal punto di vista etnico. Di fatto, scrivono i ricercatori di Isd, una «pulizia etnica legalizzata».

«Oggi – chiosa il think tank di Londra – il concetto di “grande sostituzione” è centrale nell’ideologia e nelle campagne promosse da Génération Identitaire».

La loro presenza sull’isola non era un segreto: Dimitrios Papageorgiou, altro pseudo-giornalista di base ad Atene, nel pubblicare una foto di un gruppo di Identitari impegnati a Evros, provoca un commento di Dimitris Grillas il quale assicura, e la data è 4 marzo, che «un’altra squadra sta arrivando a Mitilene», ossia nella zona del porto di Lesbo [img 12]. Chi è Grillas? E come fa sapere dell’arrivo della coppia Muller-Scharf a Lesbo il giorno dopo?

Dal suo account Facebook, molto privato, risulta che Grillas viva vicino ad Atene ma che sia nato a Berlino e che sia proprietario di Werewolf Europa Streetwear, negozio online per la vendita di magliette dal chiaro stampo apologetico. Il suo nome scritto in caratteri greci porta alla luce la sua militanza tra le fila del Fronte Nazionale ellenico, per cui è stato anche candidato nelle elezioni europee del 2014 [img 7-8]

Identitari italiani, i grandi assenti

Degli Identitari italiani, però, a Lesbo non c’è traccia. Generazione Identitaria (GI), gruppo nato nel 2015 dalla casa madre francese, è la grande assente sull’isola. «È un movimento prettamente nord-europeo, in Italia non ha molto seguito», spiega Elia Rosati, autore di Casa Pound Italia – Fascisti del terzo millennio e docente a contratto di storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano. «È un modello che da noi non funziona, ci sono già realtà, come per esempio CasaPound, che sono in grado di dare rifugio politico ai neo-fascisti. I nuclei forti sono in Belgio, Olanda, Francia e Germania perché, diversamente che da noi, lì l’apologia del fascismo è meno grave di quanto non lo sia in Italia».

L’assenza fisica dei militanti italiani lungo il confine greco-turco è però compensata da un trampolino ideologico offerto alle nuove destre europee. Un’ispirazione intellettuale, per la transizione dalla tradizione del fascismo storico a quella della nuova destra sociale.

Punto d’incontro tra il vecchio e il nuovo è Roma, dove il 28 febbraio di ogni anno una cerimonia e una marcia ricordano l’uccisione di Mikis Mantakas, militante greco del Fronte universitario d’azione nazionale ucciso nel 1975 nella Capitale. È qui che insieme a militanti provenienti da tutta la penisola troviamo, tra gli ospiti d’onore, Giannis Nikolopoulos – figura cardine del Fronte Nazionale greco – e Hervé van Laethem – presidente del partito belga Nation [img 5-6].

Nation è anche promotore della creazione di gruppi informali per facilitare la presenza di estremisti di destra e Identitari lungo il confine greco-turco durante le settimane più calde della crisi. Ne sono un esempio i comitati Europa Azione Solidarietà che si prefiggono di «aiutare i patrioti greci che si oppongono all’invasione del loro paese e il nostro continente» inviando «attivisti europei per organizzare varie attività in loco» Tra i loro obiettivi figura il dover «informare l’opinione pubblica su ciò che sta realmente accadendo in Grecia in relazione all’invasione migratoria».

Generazione Identitaria, ramo italiano, nasce poco dopo la sua controparte francese e ottiene popolarità in breve tempo. Altrettanto velocemente segue, tuttavia, una rapida perdita se non di consensi certamente di partecipazione. Nel 2017, GI prende parte alla missione marittima del progetto Defend Europe con la nave C-Star che per cinque giorni naviga le acque antistanti la Libia per dissuadere le navi delle Ong dal salvare i migranti del mare [img 9-10]. È il momento di maggiore popolarità del movimento.

Da allora, del braccio italiano degli Identitari comincia a perdersi traccia. L’anno successivo organizza un flashmob sul confine Italia-Francia per impedire ai migranti di attraversare il confine alpino, a cui partecipano poche decine di militanti. Sempre del 2018, a febbraio, è una conferenza stampa organizzata al Parlamento Europeo, su invito dell’europarlamentare Mario Borghezio e dell’allora eurogruppo Europa delle Nazioni e della Libertà, a cui assiste uno sparuto numero di giornalisti. L’ultimo post del sito web di GI è datato luglio 2019. IrpiMedia ha contattato GI per chiedere un commento ma senza successo.

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