04.10.24
Il luogo non è difficile da trovare, essendo uno dei resort esclusivi più pubblicizzati della zona. Shëngjin, in Albania, dopo la caduta del regime negli anni Novanta, si è riciclata come località turistica delle famiglie albanofone del Kosovo che hanno iniziato a riempire la baia ogni estate.
In breve
- A Shëngjin, in Albania, sono ospitati i rifugiati afgani fuggiti dai talebani che attendono un visto per gli Usa. Sono ospitati in un resort esclusivo sul mare. Ma a Shëngjin dovrebbe aprire anche uno dei due centri per migranti voluti dall’Italia sul suolo albanese
- Gli accordi con Usa e Italia sono due elementi della stessa strategia diplomatica che Rama ha posto in essere negli ultimi anni. E che, secondo i suoi oppositori è fortemente legata alle dinamiche della politica interna albanese
- In patria il sistema di potere di Rama è sotto attacco per una serie di inchieste condotte dal magistrato anticorruzione Altin Dumani e il primo ministro prova a recuperare consenso con l’attivismo sulla scena internazionale
- Oltre ai legami con Usa e Italia, Rama media tra Serbia e Kosovo, sostiene Israele e, nel 2012, ha accolto un’organizzazione di oppositori iraniani, sempre per fare un favore a Washington
- Il primo ministro si muove con molto opportunismo, poca coerenza e risultati ambigui. Nel paese, però, nonostante il boom edilizio, in molti soffrono per i problemi economici e la scarsa democrazia. E nel 2025 ci saranno le elezioni, le prime che da dieci anni Rama teme di perdere
Ne è nata un’edilizia dedicata, per tutte le tasche. E il resort Rafaelo è uno dei più noti, con le sue guardie all’ingresso, le piscine e l’accesso dedicato al mare. Ci si arriva attraversando un parco, dove non manca una riproduzione della statua della Libertà, tipica della cultura popolare albanese post-comunista.
Quello che è meno facile aspettarsi è di incontrare Sayed, ex docente di letteratura inglese all’università di Kabul.
«Quando arrivarono gli americani e la coalizione internazionale in Afghanistan, scacciando i talebani, sembrava un nuovo inizio. Accettai di collaborare con loro, come interprete e traduttore – racconta mentre controlla i due figli che si inseguono nel parco del resort – ma non avrei mai immaginato che sarebbe finita così e di dover fuggire dal paese. Ora son qui, l’Albania è un paese tranquillo, ma aspetto il visto per gli Usa. Non vedo l’ora di uscire da questa attesa e di iniziare una nuova vita».
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Sayed è uno delle migliaia di afgani che dal 2021 sono ospitati qui a spese del governo Usa. Dopo la fuga rocambolesca da Kabul, al ritorno dei talebani, chi è riuscito è volato fuori dal paese con la famiglia, nel quadro di un accordo stipulato dal governo di Edi Rama con l’amministrazione Usa.
Dopo un periodo in Albania, necessario alla richiesta di visto per gli Usa, si parte. Solo che per alcuni l’attesa dei documenti è diventata di due anni e anche più. Ne sono transitati molti, non esiste un dato preciso, ma secondo fonti locali di IrpiMedia sarebbero 800 le persone che al momento si trovano nella struttura, con vitto e alloggio pagato più un fondo spese di 50 euro a settimana per ogni singolo membro della famiglia.
Shëngjin e Gjader
Shëngjin, ancora Shëngjin. Perché uscendo dal Rafaelo, a pochi minuti a piedi, si arriva alla zona del porticciolo che è stata concessa al governo italiano nell’ambito degli accordi tra il governo Rama e quello di Giorgia Meloni.
Controlli all’ingresso, accesso negato, lavori in corso. Sorrisi, gentilezza, come se per il personale locale fosse naturale essere pazienti con i giornalisti.
La struttura sembra un modellino ripreso da Lampedusa, dalle isole Canarie, da Lesbo o Samo: una parte del porto diventa invisibile agli occhi, con alte mura. All’interno, le palazzine che saranno dedicate alla registrazione e il piazzale – che si riesce a vedere dall’alto – dove manovreranno i bus.
Perché il meccanismo è quello già visto in altre zone della frontiera sud dell’Unione europea. Come nelle isole greche e spagnole, come a Lampedusa, ci sono zone del porto che vengono chiuse a tutte le altre attività e viene creato un collegamento diretto con centri in zone remote delle isole dove i migranti sono invisibili.
Questa invisibilizzazione del corpo migrante è la garanzia fornita alle comunità locali, che spesso vivono di turismo. Un’altra è l’arrivo di fondi europei nei luoghi scelti per creare queste strutture.
Una strada tortuosa porta alla ex-base militare di Gjader, un monumento alla Guerra Fredda. Piste di atterraggio, vecchie caserme, rovine e rottami in mezzo al nulla. Un pastore con il suo gregge e un paio di vecchi contadini che abitano la loro terra allargano le braccia: nessuna autorità gli ha mai detto nulla della struttura in costruzione.
Il cantiere di quello che diventerà il vero centro – ancora come in altri luoghi – sarà lontano dalla vita locale, isolato, blindato. Qui, le persone intercettate nel Mediterraneo e sbarcate a Shëngjin verranno portate in attesa dell’analisi della loro richiesta d’asilo.
A pochi chilometri di distanza, due realtà molto differenti. Sayed spiegava come il problema è la noia, la difficoltà di inserire i figli in un sistema scolastico, perché non sai mai quando parti. Però sei libero di entrare e uscire, di gironzolare per la città e per l’Albania, se si avesse un motivo per farlo.
Mentre per le persone che saranno trovate nel Mediterraneo varranno le stesse regole dei centri nelle isole greche, in Italia o in Spagna. Questo significa che tecnicamente sono centri “aperti”, ma in realtà mancano i servizi per cui, una volta portate nei centri isolati, le persone non possono far altro che una passeggiata nei dintorni e finiscono per non avere contatti con nessuno.
La scelta è d’immagine: gli Usa affittano un resort, perché c’è da raccontare una gratitudine verso gli afgani che hanno collaborato con loro; l’Italia paga la costruzione di un centro chiuso, perché non c’è nulla di dovuto per un richiedente asilo.
A unire due realtà così diverse è la volontà dell’Albania di accreditarsi come partner affidabile per la comunità internazionale.
L’accordo con gli Usa e quello con l’Italia sono due elementi della stessa strategia diplomatica che Rama ha posto in essere negli ultimi anni. E che, secondo i suoi oppositori, non è casuale, ma fortemente legata alle dinamiche della politica interna albanese.
Decolonizzare il racconto
Le differenze di trattamento riservate ad afgani e migranti possono sembrare paradossali, ma in realtà sono figlie di uno stesso approccio. Che, però, rischia di sfuggire a chi osserva con uno sguardo troppo coloniale.
Decolonizzare il racconto, invece, passa anche per liberarsi dell’idea che a contare sia sempre e solo l’agenda dei cosiddetti stati occidentali.
Certo, Rama ha parcheggiato centinaia di persone afgane a Shëngjin per assecondare i bisogni statunitensi e molte di più verranno detenute, a Shëngjin e Gjader, per compiacere gli interessi italiani. Ma quello che spesso viene sottovalutato è che queste scelte sono funzionali anche a un’agenda tutta albanese, o meglio a quella personale di Rama.
Le politiche di esternalizzazione delle frontiere Ue, infatti, non agiscono in spazi vuoti, ma usano e vengono usate anche da agende altre, che per una forma di racconto tutta eurocentrica a volte non vediamo con chiarezza.
Quando si è diffusa la notizia dell’attivazione di un centro per la gestione delle domande d’asilo che l’Italia avrebbe delocalizzato in Albania, per esempio, sono nate polemiche sia da parte delle opposizioni italiane sia da parte delle organizzazioni che si occupano di diritti umani e migrazioni.
Anche nella diaspora albanese in Italia, in particolare nella generazione più giovane che sta riscrivendo la lettura dei rapporti con il vicino d’oltre Adriatico, non sono mancate le accuse di “neo-colonialismo”. Al di là di tutte le legittime e argomentate posizioni, però, bisogna anche chiedersi cosa ci guadagna il governo albanese da una decisione che ha prevedibilmente attirato polemiche.
La risposta sembra trovarsi proprio nell’agenda internazionale di Rama: il primo ministro albanese usa il suo ruolo internazionale per provare a puntellare una posizione dominante in patria, che inizia a scricchiolare.
Attacco al “sistema Rama”
«Lo sapevano tutti come funziona, da più di un decennio, il “sistema Rama”. Da un lato non si vedono alternative, dall’altro persiste nella società albanese un rapporto con il potere che risente ancora della grammatica del regime: chi si oppone paga. Perdendo il posto di lavoro, non vincendo appalti. Ed ecco che tutti tacevano», racconta una fonte di IrpiMedia, un dirigente di medio livello del Comune di Tirana che chiede di restare anonimo.
Parla in un affollato ristorante del Blloku, ex quartiere della nomenklatura comunista e oggi centro della vita notturna della capitale:
«All’improvviso qualcosa si è inceppato. La transizione al potere non aveva subito cesure: da Rama sindaco di Tirana si è passati al suo delfino, Erion Veliaj, mentre lui andava al governo. Tutto funzionava, tutti quelli che gli stavano attorno guadagnavano, fino alla nomina di Altin Dumani».
Capo della procura speciale nazionale contro la criminalità organizzata e la corruzione (Spak), istituita nel 2019, Dumani è uno dei magistrati più esposti in Albania per la lotta ai clan albanesi che si sono diffusi in Europa e, in particolare, in Italia. Li combatte colpendo dove fa male: gli interessi economici legati al riciclaggio dei proventi dei traffici illeciti.
La corruzione, per il magistrato, è l’anello di congiunzione che farebbe saltare il potere dei clan. Dumani è noto per le sue posizioni: è convinto che l’improvviso benessere del paese e il boom edilizio che ha cambiato soprattutto Tirana sono il prodotto del fiume di denaro generato dai traffici illeciti.
Per lui, come ha dichiarato spesso, bisogna colpire quegli amministratori che permettono ai capitali “sporchi” di entrare nel sistema dell’edilizia e degli appalti pubblici, diventando così “puliti”. A suo parere, senza colpire quei funzionari pubblici che agevolano questa transizione, nulla cambierà mai nel paese.
Gli ultimi anni dell’operato di Dumani e della Spak sono sembrati un attacco aperto proprio al “sistema Rama”, il cui equilibrio sembra vacillare.
Nel dicembre 2021 viene arrestato l’ex ministro dell’Ambiente, Lefter Koka, per corruzione rispetto alla costruzione dell’inceneritore di Elbasan. Fedelissimo di Rama, ex sindaco di Durazzo, è al suo fianco dal 2013. Un colpo inatteso, cui ne se seguono altri.
Luglio 2023: la Spak chiede l’arresto dell’ex vice primo ministro Arben Ahmetaj, accusandolo di corruzione, occultamento o mancata dichiarazione di beni e riciclaggio di denaro.
Marzo 2024: vengono emessi mandati d’arresto per sei alti funzionari del Comune di Tirana.
Luglio 2024: l’ex ministro della Sanità Ilir Beqaj finisce in manette per ordine della Spak, che lo accusa di aver elaborato e gestito uno schema di abusi dei fondi dell’Unione europea, attraverso fatture e appalti fittizi.
Edi Rama non commenta, oppure dichiara che un premier o un sindaco non possono controllare tutto quello che accade e scarica politicamente le persone coinvolte nelle inchieste.
A maggio 2024, però, per la prima volta, viene convocato per un’audizione dalla Spak. Ne esce con il solito stile, dopo otto ore, dichiarando alla stampa di aver voluto fare una «chiacchierata tra amici». Dumani, durissimo, replica poco dopo che la Spak non ha amici, ma solo persone informate sui fatti.
Rama non manda giù, attacca il quotidiano italiano Domani che ha realizzato inchieste sulla corruzione in Albania e lo fa citando proprio il lavoro della Spak, in negativo.
Nel frattempo viene convocato anche il sindaco di Tirana Erion Veliaj mentre l’ex vice primo ministro Ahmetaj, sfuggito all’arresto e riparato a Dubai, inizia a rilasciare interviste criptiche, nelle quali minaccia i vecchi amici che lo hanno abbandonato di voler vuotare il sacco per non essere l’unico a pagare.
Mentre l’equilibrio su cui si basa il suo sistema vacilla, il primo ministro si spertica in favori con leader ben più noti e forti di lui, nella speranza che quest’attivismo fuori dai confini albanesi possa aiutarlo in qualche modo anche in politica interna.
È una politica estera che ha radici lontane.
Una nuova politica estera
Il primo episodio, infatti, risale a un’idea del predecessore di Rama, Sali Berisha. Per far un favore a Washington, nel 2006, l’allora primo ministro accettò di dare asilo a tre cittadini uiguri passati per Guantanamo, che vennero rilasciati per assenza di prove, ma che non potevano tornare in Cina.
L’esecutivo Rama ha preso esempio da questo caso e ha inaugurato un vero e proprio filone diplomatico.
Nel 2012, sempre trattando con gli Usa, aveva candidato il suo paese a risolvere la grana dei ‘Mujahiddin del Popolo’. Organizzazione politica iraniana di oppositori del regime degli ayatollah, i mujahiddin del popolo per decenni avevano avuto la loro base militare in Iraq, il campo Ashraf.
Caduto il regime di Saddam Hussein, gli Usa dovevano pensare al loro futuro e l’Albania è corsa in soccorso, fino ad arrivare alla rottura diplomatica con l’Iran. Inoltre, per anni Rama si è accreditato come mediatore fondamentale nella questione del Kosovo, che ancora divide la regione, facendo sempre leva sui suoi buoni rapporti sia con il leader kosovaro Albin Kurti sia con il presidente serbo Aleksandar Vučić, ma senza mai portare a casa dei risultati convincenti.
La diplomazia, a volte, è anche sanitaria. Nel 2020, nel pieno del ciclone Covid, Rama ha inviato una squadra di medici in Italia, per «essere vicini a chi ci ha aiutato negli anni Novanta», senza rispondere alle velenose polemiche in patria sull’assenza di gestione della pandemia e sulla sanità pubblica a pezzi.
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Poi, arrivano il 2021 e l’accoglienza degli afgani in fuga, come Sayed, e il 2023 con l’accordo con l’Italia sui centri per migranti, la cui inaugurazione è stata per l’ennesima volta rinviata e ora dovrebbe avvenire nella seconda metà di ottobre.
Buon ultimo, ecco il posizionamento sulla questione palestinese: da subito schierato su posizioni filo-israeliane, a marzo scorso il premier Rama ha reagito colpendo al volto una giornalista albanese.
La cronista gli chiedeva se per il genocidio in corso avrebbe rivisto il progetto di speculazione edilizia che Jared Kushner, l’immobiliarista genero di Trump e vicino alle istanze più oltranziste della comunità ebraica Usa, ha per l’isola di Seseno in Albania e per la Striscia di Gaza.
Cambi di posizione
Le tante iniziative di Rama gli hanno portato alcuni elogi dai partner internazionali, probabilmente utili per mantenere il consenso interno, soprattutto in quelle fasce di popolazione meno urbane e informate.
Nel febbraio 2024, per esempio, il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha visitato Tirana e ha elogiato pubblicamente Rama, sia per le sue chiare posizioni filo-Ucraina sia per l’imminente apertura della base aerea Nato nella regione di Kucova, nel centro del paese. Dal canto suo, il primo ministro ha ribadito la sua idea per cui quello tra Stati uniti e Albania è un rapporto speciale.
Lo stesso concetto Rama l’ha fatto valere per l’Italia.
«Questo è un accordo esclusivo con l’Italia perché noi amiamo tutti, ma con l’Italia abbiamo un amore incondizionato», ha dichiarato in un’intervista a Euronews a proposito dell’intesa sui centri per migranti.
«Altri governi europei non dovrebbero considerare l’Albania come un possibile partner per un accordo simile. L’intesa non è un modello trasferibile per la gestione delle richieste d’asilo, ma piuttosto una manifestazione di responsabilità come vicini e amici. Abbiamo deciso di fare questo accordo sulla base del senso di responsabilità come vicini, come europei», ha spiegato Rama.
Queste dichiarazioni, da un lato, hanno portato ad altri elogi, quelli di Giorgia Meloni.
«Sono molto soddisfatta del lavoro che abbiamo fatto. Voglio ancora ringraziare il primo Ministro, il mio amico Edi Rama», ha detto la presidente del Consiglio presentando l’accordo sui migranti.

Dall’altro lato, però, le parole di Rama sono sembrate chiudere la porta a possibili nuovi accordi con altri paesi e anche giustificare posizioni diverse prese in passato. E qui il riferimento è ai rapporti diplomatici con le autorità britanniche.
La politica estera a fini interni di Rama, infatti, negli ultimi anni sembra aver avuto una sola battuta d’arresto, proprio con quel Regno Unito verso cui molti cittadini albanesi sono emigrati e ancora oggi emigrano.
In un’occasione, il premier albanese ha attaccato pesantemente il governo di Londra, accusandolo di razzismo mentre, in un’altra e ben più rilevante, ha rifiutato l’offerta britannica di aprire sul territorio albanese dei centri per migranti.
«L’Albania non sarà mai un paese dove degli stati molto ricchi costruiscono dei campi per i loro rifugiati. Mai», dichiarò nel 2021 a uno dei più importanti canali televisivi albanesi.
Due anni dopo è arrivato l’accordo con l’Italia, praticamente per lo stesso tipo di strutture.
Quando rifiutò la proposta di Londra, probabilmente Rama si sentiva forte in patria. Ora, invece, secondo le opposizioni che in Albania sono soprattutto nella società civile, l’intesa con Meloni è un segnale di come abbia bisogno di accreditarsi all’estero, a causa della sua debolezza interna. A confermare questa tesi vi è stata, nel maggio 2024, la visita dell’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron che Rama ha accolto cambiando prontamente linea e toni.
Rama, insomma, si muoverebbe con molto opportunismo, poca coerenza e risultati ambigui, facendo scelte che pensa vadano a suo vantaggio, ma che non incidono positivamente sulla realtà del paese.
«Il malessere economico e la mancanza di una governance democratican hanno spinto molti giovani albanesi a espatriare: secondo i dati Eurostat, dal 2008, sono 700mila quelli che sono partiti per l’Europa occidentale», racconta un duro articolo di BalkanInsight sul “sistema Rama”.
Intanto, la Spak, la Procura speciale nazionale contro la criminalità organizzata e la corruzione del magistrato Dumani, continua ad indagare. Nei prossimi mesi si capirà se la sua lotta alla corruzione danneggerà ancora di più il primo ministro, arrivando a toccarlo direttamente o andando ad eroderne il consenso. E se le relazioni internazionali tessute in questi anni lo aiuteranno.
Nel 2025, in Albania, sono in programma nuove elezioni: da più di dieci anni, sono le prime che Rama teme di perdere.
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