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Soaca Enterprises srl è l’azienda di trasporti della Romania per la quale Rafi, classe 2000, pensava che avrebbe lavorato una volta raggiunta l’Europa. Voleva lasciare il suo Paese, il Bangladesh, perché «troppo religioso e conservatore e vedere posti migliori nel mondo», racconta a IrpiMedia, seduto ai tavoli di un’associazione bengalese di Torpignattara, a Roma.
Perché alla fine Rafi ha trovato impiego come lavapiatti in nero, con una paga da fame, in un Paese diverso da quello per il quale aveva inizialmente sborsato circa diecimila euro per pratiche burocratiche che avrebbero dovuto garantirgli un contratto regolare e quindi il permesso di stare in Europa. Ha venduto la terra, si è indebitato con i propri familiari e in quasi due anni – è atterrato all’aeroporto di Bucarest a luglio 2024 con altre venti persone – non è riuscito nemmeno a restituire il prestito.
L’inchiesta in breve
- Il sistema che dovrebbe far entrare legalmente i lavoratori extracomunitari nell’Unione europea è rotto. I migranti sono costretti a spostarsi dal primo Paese di ingresso, perché il lavoro promesso è una truffa. Agenzie interinali e finti datori di lavoro fanno pagare migliaia di euro per posti di lavoro inesistenti e burocrazia
- Questa distorsione riguarda soprattutto i lavoratori provenienti dal Sud-est asiatico diretti in Romania, come Rafi. Viene dal Bangladesh e oggi vive a Roma, dove lavora come lavapiatti in nero. Il suo sogno europeo era diverso: sarebbe dovuto entrare in Romania con un visto regolare per fare l’autotrasportatore
- La società romena che gli aveva promesso l’impiego dice di non cercare manodopera dal Sud-est asiatico. L’agenzia bangladese a cui ha versato 10mila euro per i documenti dice che la ricerca di un contratto non la riguarda. Una terza agenzia in Romania si dice dispiaciuta che accadano cose del genere, ma nessun altro si è mai lamentato
- Per evitare di diventare irregolare in Romania, dove Rafi rischia l’espulsione, prende un nuovo aereo per l’Italia, grazie alle facilitazioni dell’area Schengen. Per restare con un titolo valido, fa richiesta di asilo. Il suo progetto migratorio, però, è fallito: dopo due anni ancora non ha ripagato i debiti
- Chaminda dallo Sri Lanka è passato dalla Romania all’Italia, nel 2022, in un viaggio pericolosissimo. Oggi vive a Napoli, in attesa di sapere se dovrà essere rimandato in Romania, primo Paese dove ha fatto richiesta d’asilo
Nel 2024 – dato più recente disponibile – 1,1 milioni di lavoratori “stranieri” sono entrati nell’Unione europea attraverso un visto di lavoro. Il sistema di reclutamento che dovrebbe concedere loro i permessi di soggiorno, però, è un fallimento: invece di regolarità e integrazione, porta precarietà e sfruttamento.
La Romania nel 2022 ha raddoppiato la quota di lavoratori regolari “extra Ue” da far entrare nel Paese, portandola a 100mila. Il Paese – entrato in zona Schengen il primo gennaio 2025 – nel giro di pochi anni ha aumentato esponenzialmente anche le richieste di nulla osta e di permessi di soggiorno temporaneo (Trc in inglese), soprattutto per migranti provenienti dai Paesi del sud-est asiatico.

Tra il 2020 e il 2024 quelli concessi a cittadini del Bangladesh sono aumentati da 382 a 4.083, dello Sri Lanka da 1.351 a 7.039, del Pakistan da poche decine nel 2020 a 1.224. Sono gli stessi Paesi di provenienza dei lavoratori che entrano in Italia attraverso il Decreto flussi, il provvedimento che stabilisce una certa quota di migranti (stagionali e non) da far entrare in Italia ogni anno per colmare la mancanza di manodopera in alcuni settori strategici.
Quello che mostra la storia di Rafi, però, è che i problemi del sistema di ingresso in Europa tramite lavoro regolare sono “transeuropei” e i limiti del sistema in Romania finiscono per influenzare anche un altro sistema fallace: quello italiano.
Le distorsioni del Decreto flussi in Italia
Il provvedimento attraverso cui il governo fissa una quota di manodopera straniera che può legalmente entrare in Italia su invito dei datori di lavoro si chiama Decreto flussi. Riguarda principalmente (ma non esclusivamente) di lavoratori stagionali e settori chiave: agricoltura, turismo, edilizia, meccanica, telecomunicazioni, alimentare, cantieristica navale, assistenza familiare e appunto logistica-autotrasporto.
L’ultimo Decreto flussi – varato a ottobre 2025 – prevede tra il 2026 e il 2028 l’ingresso di 497.550 lavoratori (164.850 nel 2026) in totale.
Nato a fine anni Novanta per programmare nuovi ingressi per lavoro, il Decreto flussi è criticato da sindacati e organizzazioni che si occupano di migranti perché solo una parte limitata delle autorizzazioni si traduce effettivamente in permessi di soggiorno. Di fatto, il sistema finisce spesso per regolarizzare situazioni già esistenti più che per governare nuovi arrivi. Funziona al contrario del modello di altri Paesi europei dove c’è un’intermediazione con agenzie del lavoro nei Paesi d’origine che permette una selezione più mirata di manodopera.
Dalla fine della prima decade del 2000, l’invio avviene durante i famigerati click day, giorni prestabiliti a seconda del settore d’impiego: la priorità è stabilita dall’ordine di arrivo delle domande, mentre quelle in eccesso restano escluse.
La campagna Ero Straniero, nel Dossier flussi 2026, ha analizzato le domande del 2024 e del 2025 effettivamente trasformate in permessi di soggiorno per lavoro, rilevando che «i numeri delle pratiche andate a buon fine restano molto bassi»: il 17%. Le altre procedure sono rimaste incomplete, nonostante avessero ottenuto il primo nulla osta.
Il caso del Bangladesh rappresenta l’esempio più evidente del fallimento strutturale del Decreto flussi: nel 2024 il maggior numero di domande, pari a 329.001 (45,6% del totale), riguardava lavoratori bangladesi, che però hanno ottenuto solo 1.262 permessi di soggiorno, corrispondenti allo 0,38%. Per ogni cento lavoratori per cui le imprese hanno presentato domanda, meno di uno ha ottenuto lavoro e permesso.
Nei confronti del Decreto flussi il governo Meloni ha avuto un atteggiamento ambiguo: da quando si è insediato sono stati approvati quasi un milione di ingressi per lavoro, però ha anche inserito restrizioni e maggiori controlli per chi proviene da alcuni Paesi (Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan dal 2024, Marocco dal 2025).
Sono i Paesi per i quali il governo afferma di aver riscontrato il maggiore tasso di “falso documentale”. In particolare, in un messaggio del giugno 2024, Meloni sottolinea che «i flussi regolari sono utilizzati in maniera fraudolenta come canale ulteriore di immigrazione irregolare». Parla di«infiltrazioni criminali» dal Bangladesh e cita il caso della Campania, dove su 157mila richieste meno del 3% di chi ottiene un visto firma poi un contratto di lavoro.
Sul tema la presidente del Consiglio ha anche presentato anche un esposto in procura, bloccato i nulla osta ottenuti, nel 2023 e nel 2024, da chi viene da quei paesi e sottoposto i nuovi rilasci a verifiche più approfondite.
Il Bangladesh rifornisce il mondo di manodopera
Ioana Cimpan è una dei due soci di Soaca Enterprises srl, l’azienda di trasporti che compare nella domanda di visto per la Romania di Rafi. Cimpan nega di aver mai fatto richiesta di lavoratori dall’Asia. Quando IrpiMedia la incalza sul caso di Rafi, però, minaccia di chiamare la polizia e riaggancia. La società dal 2024 ha un solo impiegato, secondo quanto risulta dal registro imprese romeno.
Ali Haider Chowdhury è il segretario generale del Baira (Bangladesh association of international recruiting agencies), l’associazione bengalese che rappresenta le circa 2.400 agenzie di reclutamento riconosciute dal governo, tra cui quella di cui Chowdhury è il direttore. A queste se ne aggiungono altre – non si sa quante – illegali.
Ecco perché, secondo lui, è facile fregare i migranti che cercano di andare in Europa. Basta che si mettano d’accordo un datore di lavoro romeno e un intermediario bangladese. Con tremila dollari in Romania si può aprire una società fittizia. Dato che il governo non è in grado di effettuare controlli, si ottiene con facilità l’autorizzazione per richiedere permessi di lavoro. I permessi vengono poi venduti all’agenzia interinale di un socio in Bangladesh, che a sua volta rivende i documenti ai singoli lavoratori, rincarando sul prezzo.
Lo stesso Chowdhury è stato approcciato in passato da un’organizzazione di truffatori che metteva in vendita singoli permessi di lavoro per la Romania a tremila dollari ciascuno ma si è rifiutato di prendere parte al giro d’affari criminale. «All’inizio era un fenomeno enorme», ricorda, specificando che riguardava anche altri Paesi fuori dall’Ue, come la Serbia e il Kazakistan. «Ora la gente ha capito che si tratta di un business basato sull’inganno», precisa Chowdhury.
Le rimesse dei bangladesi in Italia
Con 1,7 miliardi, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, pari a quasi il 20% del totale (valori in €)
IrpiData | Dati: 2025, Banca d’Italia
Le rimesse verso il Bangladesh
Dall’estero arrivano in Bangladesh 26,8 miliardi in rimesse. Il 6% di queste proviene dall’Italia (valori in $)
IrpiData | Dati: 2025, Ufficio per il lavoro, l’occupazione e la formazione del governo del Bangladesh
Il Bangladesh è un Paese che rifornisce il mondo intero di manodopera. Ogni anno, infatti, oltre due milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro, ma il sistema economico bangladese non è in grado di assorbire completamente quest’offerta. Così, chi non può lavorare nel proprio Paese emigra.
Nel solo 2024 un milione di lavoratori è andato all’estero, soprattutto dei Paesi del Golfo. Non è un fenomeno recente: da anni l’economia del Bangladesh si fonda anche sulle rimesse dei lavoratori impiegati all’estero. Nel 2024 hanno superato i 26,8 miliardi di dollari, costituendo la seconda fonte di valuta estera della nazione, preceduta solo dall’industria tessile.
Tuttavia le truffe in fase di reclutamento – riporta il The Daily Star, principale quotidiano del Bangladesh, nel settembre del 2025 – hanno spinto alcuni Paesi a ridurre o chiudere l’accesso ai lavoratori migranti bangladesi, con il rischio che questo abbia una pesante ricaduta sia sul welfare familiare sia sull’economia dell’intero Paese.
Come funziona il reclutamento dei lavoratori
Sono 8,7 milioni i migranti bangladesi all’estero, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni del 2024. La migrazione avviene in larga parte attraverso canali formali, guidati da permessi di lavoro per manodopera a basso costo, un settore in cui il Paese compete con Filippine e Nepal.
La gestione della manodopera migrante è affidata al ministero per il Welfare degli espatriati e l’occupazione all’estero, da cui dipendono diversi organismi statali, tra cui quelli che rilasciano le licenze alle agenzie private autorizzate. Queste ultime hanno quasi tutte sede a Dacca, la capitale, e operano entro limiti di costo stabiliti dalla legge, spesso aggirati nella pratica. Intorno a loro esiste un fitto sottobosco di broker non registrati, attivo soprattutto nelle aree rurali, che rincara il prezzo delle pratiche burocratiche.
In Italia e negli altri Paesi europei, invece, la domanda di manodopera dipende dalle aziende private, che possono richiedere un numero di lavoratori entro quote stabilite dallo Stato: non si tratta quindi di un processo centralizzato e, in linea di principio, i costi di reclutamento non dovrebbero ricadere sui lavoratori.
L’effetto pratico di questi due sistemi, entrambi con molti difetti, è che per arrivare in Europa i migranti bangladesi finiscono spesso per pagare cifre molto più alte di quanto previsto dalla legge.
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Nessuno si prende la colpa
Per attrarre clienti, le agenzie di reclutamento del Bangladesh devono apparire credibili. La promozione passa soprattutto dai social media, dove si trovano anche diversi contenuti per sensibilizzare il rischio di provare a entrare attraversando il Mediterraneo.
«Ho fatto tutto questo viaggio fino in Romania proprio per voi. Spero che la nostra organizzazione mantenga la sua buona reputazione in Europa». La scritta accompagna un selfie scattato ad aprile 2024 all’aeroporto di Bucarest.
L’autore è Shahadat Hosseinn, il titolare dell’agenzia Global Education & Immigration Services (Geis) di Dacca, in Bangladesh, la stessa che ha permesso a Rafi di raggiungere la Romania.
Contattato da IrpiMedia, Hosseinn dice di non avere niente a che fare con lo sfruttamento lavorativo: «Non mantengo contatti con i lavoratori dopo il loro arrivo in Romania. Da quel momento la gestione passa interamente al reclutatore principale». Hosseinn scarica quindi la responsabilità su una terza società rumena, un’altra agenzia di reclutamento. Si chiama SAS Enterprise e ha sede a Cluj-Napoca, in Transilvania: è specializzata nel trovare manodopera che arriva dall’Asia e, più di recente, dall’Africa.
Non risultano aziende registrate con questo nome commerciale nei principali registri imprese internazionali. Tuttavia il numero di telefono risulta collegato almeno a un’altra agenzia interinale romena. Hosseinn spiega che Geis ha interrotto i rapporti con SAS Enterprise, dopo «numerose denunce per tratta di esseri umani», di cui però non ha fornito alcuna evidenza.
Video pubblicato sui social da Shahadat Hosseinn
Una volta chiaro che il lavoro con Soaca Enterprises srl non esiste, la SAS Enterprise propone ai lavoratori del Bangladesh un nuovo datore di lavoro: Prebet Aiud Sa, un colosso dell’edilizia quotato alla Borsa di Bucarest e beneficiario di fondi europei provenienti dal Recovery fund.
Aiud è il nome del piccolo centro della Transilvania, a 400 chilometri da Bucarest, dove si trova l’impianto. Qui Rafi riesce a parlare con qualche lavoratore: gli raccontano di turni di dodici ore, sette giorni su sette, per 400 euro al mese che non arrivano nemmeno con regolarità.
«E vogliono i nostri passaporti», aggiunge Rafi. È la goccia che fa traboccare il vaso: decide di non accettare l’offerta e si reca all’ufficio immigrazione per chiedere aiuto. È in Romania da dieci giorni. Gli spiegano che per cercare un nuovo impiego ha bisogno di una lettera da parte del primo datore di lavoro, cioè la Soaca Enterprises srl, che però è irraggiungibile. Ha novanta giorni per regolarizzare la propria posizione prima di diventare un migrante irregolare e rischiare detenzione ed espulsione.
Il lavoro dentro la fabbrica Prebet Aiud
Prebet Aiud Sa non ha risposto alle richieste di commento di IrpiMedia. Lo ha fatto invece Simina Sas, rappresentante dell’agenzia SAS Enterprise. «Succedono cose del genere? Mi dispiace sentirlo», ha detto quando le è stato chiesto conto di quanto avvenuto a Rafi. Ha aggiunto di non aver ricevuto lamentele dai lavoratori collocati alla Prebet, specificando di aver regolarmente garantito a tutti un permesso di lavoro.
Rafi è arrivato nell’Unione europea da meno di due settimane e già il suo progetto migratorio è fallito. Deve spostarsi in Italia dove può contare su una rete di amici e parenti per cercare di ricominciare daccapo.
È partito come lavoratore dal Bangladesh, ma per restare in Italia deve chiedere asilo: anche se la sua domanda dovesse essere rifiutata, infatti, i tempi burocratici e lo status che ne consegue gli permettono di guadagnare tempo per cercare di stabilizzarsi. Non ha altro modo per restare se non sfruttando il sistema dell’asilo: ora lavora in nero e aspetta, nella speranza di ottenere un permesso. Come Rafi sono in migliaia a farlo e corrono tutti il rischio, comunque, di diventare irregolari e di essere rimpatriati.
I lavoratori stagionali
L’Italia fa ampio uso di migranti stagionali: oltre la metà dei 274mila lavoratori stagionali nella Ue trova impiego in Italia (146mila)
IrpiData | Dati: 2024, Eurostat
I lavoratori specializzati
I permessi di soggiorno per lavoratori stranieri specializzati sono invece al minimo: dei 78mila nella Ue, solo lo 0,8% è in Italia
IrpiData | Dati: 2024, Eurostat
«Il sistema europeo delle migrazioni è rotto»
Chaminda viene dallo Sri Lanka. Vive vicino Napoli ma anche lui è passato prima dalla Romania, dove è arrivato nel 2022 con un permesso di lavoro per fare l’assistente di magazzino. «Ci sono tante agenzie nel mio Paese che organizzano quello di cui c’è bisogno – racconta – ma ti dicono anche un sacco di bugie».
Nel caso di Chaminda, riguardava la paga per l’impiego in Romania, molto più bassa di quanto prospettato all’inizio. Per questo motivo ha cambiato lavoro ma la nuova compagnia nel giro di pochi mesi ha fallito, lasciandolo in mezzo a una strada, senza rinnovare il suo permesso di soggiorno temporaneo.
Questo processo in Romania è completamente responsabilità del datore di lavoro, che deve seguire una complessa procedura burocratica. Se passano novanta giorni, il migrante diventa illegale e non ha più alcun modo di tornare in una situazione di regolarità.
Come Rafi, anche Chaminda ha deciso allora di andare in Italia. Era il 2022, la Romania non faceva ancora parte dell’area Schengen, quindi viaggiare aveva delle difficoltà maggiori di oggi. «Un trafficante – ricorda – mi ha chiesto circa quattromila euro. Io non ce li avevo e quindi mi sono organizzato da solo».

Dopo aver superato a piedi il confine in Ungheria, è stato fermato dalla polizia ungherese che lo ha costretto a presentare domanda di asilo in Romania e gli ha ordinato di raggiungere il centro di detenzione per immigrati a Timișoara. Chaminda allora è fuggito di nuovo, questa volta camminando nei boschi seguendo il percorso del fiume Mureș. Ha raggiunto l’Ungheria e poi, via autobus, l’Italia.
Dopo due mesi a Roma, ha deciso di tentare la fortuna in Belgio, per una posizione lavorativa trovata su Facebook, salvo presto realizzare che anche in quel caso si trattava di una truffa. Ha denunciato alla polizia locale, che lo ha espulso nuovamente in Italia. Qui ha presentato una domanda d’asilo, ma vista la precedente procedura aperta in Romania, l’Italia ha inviato una richiesta di “take back”, “ripresa in carico”.
È una procedura secondo cui la richiesta di asilo deve essere presa in carico dal primo Paese Ue dove viene depositata. Gli ultimi dati disponibili sull’Asylum information database – banca dati che raccoglie informazioni su domande d’asilo e procedure di detenzione in 24 Paesi europei, non solo Ue – nel 2024 indicano che su 697 richieste dall’Italia di “riprese in carico”, la Romania ha risposto positivamente a 342 ma solo in un caso il migrante è stato trasferito dall’Italia alla Romania (sono 13 i trasferimenti totali dall’Italia).
Viceversa, l’Italia ha ricevuto 15 richieste di “ripresa in carico” dalla Romania, tre sono state accettate ma nessuna è stata effettuata.
Intanto Chaminda si è spostato a Sorrento, dove lavora prima in un ristorante, poi come badante, vale a dire proprio quei lavori per cui esiste il decreto flussi italiano. «Se ci fosse un lavoro legale in Romania, tornerei subito – confessa –. In Sri Lanka no, ho una serie di debiti da pagare». Sta ancora aspettando: sia l’esito della sua richiesta d’asilo, sia un lavoro regolare.
«Il sistema europeo delle migrazioni è rotto, si basa su politiche altamente obsolete», è la conclusione di Siraiul Amin, amministratore delegato di Hcm Infinity, un’agenzia di reclutamento bengalese riconosciuta che opera in circa sessanta Paesi.
Secondo lui il problema è duplice: da un lato c’è la difficoltà di ottenere degli impieghi regolari a cui si legano i permessi di soggiorno per motivi di lavoro; dall’altro però c’è la discrepanza tra salari all’interno dell’Ue.
«I lavoratori migrano legalmente verso Paesi dell’Europa dell’Est a basso salario, come quelli dei Balcani, per poi trasferirsi illegalmente in Paesi a più alto salario, come Italia, Germania o Norvegia – conclude –. Un meccanismo per cui i Paesi europei finiscono per sottrarsi a vicenda i lavoratori, lasciando irrisolto il problema della carenza di manodopera». E lasciando gli stessi lavoratori migranti nell’irregolarità.
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