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In Gambia, le mamme dei migranti conoscono bene il prezzo delle rimesse

I soldi della diaspora rappresentano un terzo dell’economia del piccolo Paese africano. Il rovescio della medaglia sono relazioni familiari difficili, sospese o dolorose, soprattutto tra madri e figli

#Mums

04.04.25

Luca Attanasio

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Gambia
Migranti

Adama sta cucinando un sontuoso benachin. È un piatto a base di riso e pesce, tipico del Gambia. La preparazione è lunga ed elaborata e, così, si alterna con una delle figlie perché lei deve tornare di continuo al lavoro al vicino mercato. Adama possiede una bancarella di alimentari a poche centinaia di metri dalla propria abitazione a Kerr Serign, località gambiana affacciata sull’oceano Atlantico. 

«Riesco a gestire un piccolo commercio che ci dà da vivere anche grazie a quello che ci manda Abdou», spiega, riferendosi al suo figlio maschio più grande che vive in Italia. 

In breve

  • Le rimesse, i soldi spediti dai migranti alle famiglie a casa, sono fondamentali per il Gambia. La migrazione dal Paese africano all’Europa, per via delle politiche Ue, è largamente irregolare. I viaggi sono traumatici, per i migranti ma anche per le loro famiglie, le madri in particolare
  • Il partire senza salutare, i lunghi silenzi e le comunicazioni frammentate da parte dei figli. L’attesa, l’angoscia e il malessere da parte delle madri. Sono elementi che ritornano nelle storie di migrazione dal Gambia all’Italia. Sono il prezzo delle rimesse
  • Le rimesse, nel 2024, hanno toccato circa il 30% del Pil nazionale, poco meno del turismo, il settore economico più sviluppato. Sui soldi mandati dalla diaspora fa affidamento almeno un quarto delle famiglie e quasi il 70% dei Gambiani dice di pensare in qualche modo alla migrazione
  • «Il periodo senza sue notizie non potrò mai superarlo», dice Adama riferendosi al figlio Abdou, ora in Italia. Ha lasciato il Gambia senza avvisarla e non torna a casa ormai da un decennio. «È partito perché voleva aiutarmi. Se fosse rimasto qui, non sarebbe cambiato nulla»
  • «In Gambia facevamo fatica a comprare un sacco di riso per sfamare la famiglia», racconta Abdou, che fa il meccanico in Sicilia. «Ora riesco ad avere soldi per vivere qui e per sostenere tutti a casa», aggiunge con orgoglio

I risparmi che il giovane manda alla mamma ogni mese le hanno consentito di ampliare la sua bancarella, ma anche di ristrutturare la casa in cui vive la sua famiglia, portando l’elettricità in tutta l’abitazione. Inoltre, i soldi provenienti dall’Italia potrebbero finalmente garantire a una delle sorelle di Abdou delle cure adeguate per un problema alla vista. La famiglia non se l’è mai potute permettere, a maggior ragione dopo la morte del marito di Adama. 

La donna non è l’unica a fare un forte affidamento sulle rimesse in questo piccolo Paese dell’Africa occidentale. A contare su di esse, secondo gli ultimi dati disponibili, sarebbe una percentuale che oscilla tra il 26% e il 37% delle famiglie gambiane. 

Sono risorse fondamentali, ma il cui prezzo è alto. «Ora siamo tutti più sereni, ma il periodo trascorso senza avere notizie di Abdou non potrò mai superarlo», confessa Adama, riferendosi alle sofferenze che la migrazione causa. A chi parte, ma anche a chi resta. 

Adama inizia la preparazione del benachin insieme a sua figlia, sorella di Abdou, e a suo nipote. Gli ingredienti del benachin provengono dalla bancarella di Adama

Adama inizia la preparazione del benachin insieme a sua figlia, sorella di Abdou, e a suo nipote. Gli ingredienti del benachin provengono dalla bancarella di Adama © Federica Bonalumi

Seduta all’esterno dell’abitazione dove Adama vive con i suoi figli, la sorella di Abdou sgrana il riso jollof per la preparazione del benachin

Seduta all’esterno dell’abitazione dove Adama vive con i suoi figli, la sorella di Abdou sgrana il riso jollof per la preparazione del benachin © Federica Bonalumi

Il benachin è un piatto tradizionale gambiano che viene tradizionalmente servito in un unico tegame. Ne esistono varie versioni a base di pollo, verdure, carne o pesce

Il benachin è un piatto tradizionale gambiano che viene tradizionalmente servito in un unico tegame. Ne esistono varie versioni a base di pollo, verdure, carne o pesce © Federica Bonalumi

Abdou e Jerreh, la partenza dei figli

«Ho 25 anni. Oggi, vivo in Sicilia e faccio il meccanico», si presenta Abdou. Le treccine rasta sotto il berretto di lana, ha appena finito di armeggiare con uno scooter e racconta con orgoglio: «Lavoro e riesco a sostenere la mia famiglia. In Gambia facevamo fatica a comprare un sacco di riso per sfamare la famiglia, ora riesco ad avere soldi per vivere qui e per sostenere tutti a casa». 

Da quando ha lasciato il suo Paese d’origine non è mai rientrato, ma sa che le cose vanno meglio grazie a lui. «Era insopportabile vedere mamma lavorare tutto il giorno per provvedere al cibo per me e i miei tre fratelli, senza fermarsi mai. I problemi erano tanti anche quando ero piccolo ma poi, da quando mio padre è morto, la situazione è molto molto peggiorata», dice.

Il progetto MUMS

Mums è un progetto di Luca Attanasio con IrpiMedia, nato per raccontare la migrazione attraverso le voci delle madri di giovani che sono partiti per l’Europa. Nel corso di un viaggio in Gambia, Luca Attanasio, Federica Bonalumi e Carlotta Indiano hanno incontrato Adama, Aminata, Matou e Mariama, quindi hanno intervistato i loro figli che vivono in Italia: rispettivamente, Abdou, Lamin, Ibrahima e Jerreh.

La prima missione del progetto è stata sostenuta da Cncm – Coordinamento Nazionale Comunità per Minori. Tra i migranti gambiani in Italia, infatti, sono numerosi i minori stranieri non accompagnati. Nel 2024, la nazionalità gambiana era la terza più numerosa tra i minori presenti, dopo quella egiziana e quella ucraina. 

Ha finito di lavorare, si lava le mani e beve qualcosa di fresco in un locale vicino alla sua officina. Fin da ragazzino amava smontare e montare i motori di macchine e motorini, e ora ne ha fatto il suo mestiere. 

«Mia madre è la persona che mi ha dato tutto da quando sono nato, quindi ora tocca a me aiutarla. Non potrò mai ripagare mia madre per quello che ha fatto per me», conclude Abdou. 

Abdou ha 25 anni e vive a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. Sente una profonda responsabilità nel provvedere alla sua famiglia e dedica quasi tutto il suo tempo al lavoro. Quando riesce a ritagliarsi un momento per sé, canta: la musica è la sua passione, ciò che lo motiva e lo fa sentire vivo. Non ne parla con la famiglia, ma sogna che in futuro, riuscirà a seguire il suo sogno. Vive in un appartamento assieme ad altri ragazzi gambiani e quando è libero adora aiutare il suo amico e connazionale Ibrahima nel mixare e registrare brani rap

Abdou sente una profonda responsabilità nel provvedere alla sua famiglia e dedica quasi tutto il suo tempo al lavoro. Quando riesce a ritagliarsi un momento per sé, canta: la musica è la sua passione, ciò che lo motiva e lo fa sentire vivo © Federica Bonalumi

«Sentivo che dovevo essere io ad aiutare mia madre nel lavoro visto che avevamo molte difficoltà», racconta a sua volta Jerreh, anche lui gambiano, anche lui residente in Italia. «Sono partito un venerdì alle tre di notte», dice oggi dal paese in provincia di Reggio Emilia in cui vive da un decennio ormai.

«Avevo 16 anni», precisa. Anche Abdou era minorenne quando è arrivato nel nostro Paese. Capita spesso. Secondo gli ultimi dati del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, in Italia ci sono 1.798 minori stranieri non accompagnati provenienti dal Gambia, il terzo gruppo più numeroso.  

«Un giorno – riprende a raccontare Jerreh – ho saputo che alcuni miei amici partivano e ho pensato fosse la mia occasione. Ricordo che mi chiusi in una stanza per tutto il giorno a riflettere, alla fine decisi di andare per il bene di tutta la mia famiglia».

A causa della mancanza di visti garantiti dai Paesi europei e delle politiche Ue di esternalizzazione delle frontiere, Jerreh e Abdou sono entrati in Europa irregolarmente, pagando dei trafficanti. Per entrambi, il viaggio è stato quello lungo, pericoloso e violento che passa per Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Libia e poi per le acque del Mediterraneo, fino alle coste italiane.

Jerreh è partito di nascosto. «Per tanto tempo non ricevevo notizie e mi convinsi che era morto», dice sua mamma Mariama in un coloratissimo robbu, un vestito tipico. Vive a Brikama, una delle principali città del Paese, a sud della capitale Banjul.

Anche lei riceve le rimesse che il figlio invia grazie al suo lavoro da operaio. Con i soldi che manda regolarmente a casa, Jerreh sostiene la vita quotidiana della famiglia e inoltre contribuisce alla costruzione di una casa per sé. I lavori sono a buon punto e vengono supervisionati da uno zio del giovane. 

La caduta di Jammeh e le speranze riposte in Barrow

Jerreh è partito nel 2015. Abdou nel 2016. Il primo anno è importante per l’Europa perché, con oltre un milione di arrivi, segna il momento di picco della cosiddetta “crisi dei migranti”. Il secondo anno è importante per il Gambia perché, a dicembre, il presidente-dittatore Yahya Jammeh viene cacciato in maniera tanto clamorosa quanto pacifica: alle elezioni di quell’anno, infatti, a trionfare in modo del tutto inaspettato nonostante brogli e intimidazioni, è Adama Barrow.

Mariama raccoglie l’acqua dal pozzo nel cortile della sua abitazione a Brikama

Mariama raccoglie l’acqua dal pozzo nel cortile della sua abitazione a Brikama © Federica Bonalumi

Imprenditore all’epoca cinquantenne, Barrow era ritornato in patria dal Regno Unito nel 2006 per fare fortuna nel mercato immobiliare ed era poi diventato il leader di una colazione democratica anti-Jammeh. 

Il dittatore era arrivato al comando del Paese nel 1994 grazie a un colpo di Stato e, da quel momento, ha regnato incontrastato tra forte corruzione e arricchimento personale. In quel periodo, chi lasciava il Gambia non fuggiva solo dalla povertà, ma anche da un regime che aveva ristretto ogni forma di libertà, imprigionando, torturando e facendo sparire gli oppositori politici, i giornalisti e le persone considerate diverse, in particolare quelle omosessuali.

Jammeh si è sempre schierato contro la migrazione, negandone le motivazioni. «Inveire contro il sogno occidentale e invitare i giovani gambiani a rimanere patriotticamente nel Paese è rimasto un leitmotiv per i ventidue anni di autoritarismo di Jammeh», scrive l’antropologo dell’Università di Bologna Paolo Gaibazzi.

Ancora alla vigilia delle elezioni 2016, il dittatore spiegava all’agenzia Afp che «la migrazione è una scelta. In questo Paese non è a causata dalla povertà». La realtà però era un’altra e, complice l’inasprirsi della repressione, il peggiorare delle condizioni di vita e il crescere esponenziale delle partenze, il tema migratorio è diventato centrale nella campagna elettorale che ha portato all’uscita di scena di Jammeh.

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L’inaspettata vittoria elettorale di Adama Barrow, giunta dopo anni di elezioni farsa vinte in maniera scontata sempre da Jammeh, fece esplodere festeggiamenti in tutto il Paese e innescò inevitabili speranze di libertà, ripresa economica e redistribuzione delle ricchezze. Anche nel campo della migrazione, ci si aspettavano cambiamenti, arrivati solo in parte. 

Barrow, infatti, da un lato ha valorizzato la diaspora gambiana che ha contribuito alla sua elezione e che è cruciale per le rimesse. Dall’altro, però, ha seguito le richieste dell’Unione europea di porre freni ai flussi irregolari. «La nuova fase di esternalizzazione delle frontiere ha coinciso con l’ascesa del Nuovo Gambia nel 2017», sostiene Gaibazzi, che cita i progetti realizzati nel Paese in materia di formazione e soprattutto rimpatri, grazie al Fondo fiduciario di emergenza dell’Ue per l’Africa (Eutf). 

Rimpatri e visti

Fin dai primi anni della presidenza di Adama Barrow, quello dei rimpatri dei migranti gambiani dall’Europa è stato un argomento spinoso. Da un lato, il presidente deve fare i conti con la pressione dell’Unione europea che vuole aumentare i ritorni attraverso voli charter appositi, che consentono numeri più alti rispetto ai voli di linea. Dall’altro lato, Barrow deve tenere a bada l’opinione pubblica gambiana, che vede di cattivo occhio i rimpatri in grandi numeri, sia per l’importanza delle rimesse sia per il timore di instabilità legata alla presenza di troppi giovani senza lavoro o prospettive. 

Il risultato di queste due forze ha generato un tira e molla continuo, a causa del quale i voli charter per i rimpatri sono atterrati a Banjul a singhiozzo. Una crescita a partire dal 2018, uno stop nel 2019, poi una ripresa e un ulteriore alt nel 2021 per volere del presidente Barrow che ha impedito gli atterraggi dei voli nell’aeroporto della capitale. Quindi, a fine dell’anno successivo, è arrivata la reazione dell’Unione europea: le regole per l’ottenimento di visti sono state inasprite e il costo del rilascio è salito a 120 euro, una cifra fuori dalla portata di molti gambiani che ha ulteriormente ristretto le già limitatissime possibilità di accesso legale in Ue.

«La decisione è una risposta alla mancanza di un miglioramento sostanziale e duraturo della cooperazione in materia di riammissioni con il Gambia», si legge in un comunicato del Consiglio dell’Unione europea del dicembre 2022. 

Intanto, anche l’Italia si muove. Nel marzo 2023, il Gambia è stato inserito nella lista dei cosiddetti “paesi di origine sicuri”. Da allora, le domande di protezione internazionale presentate dai cittadini gambiani vengono esaminate con una procedura accelerata che, di fatto, garantisce minori tutele. Inoltre, ad inizio dello scorso anno, Roma e Banjul hanno siglato un nuovo accordo per rafforzare la collaborazione nella «gestione delle frontiere e dell’immigrazione». È sembrato un segno della ritrovata volontà dell’amministrazione Barrow di collaborare con i suoi partner europei, anche nell’ambito dei rimpatri. 

Ad aprile 2024, infatti, l’Ue ha deciso di cancellare la tariffa di 120 euro per ottenere i visti dal Gambia e tornare a quella standard di 80 euro. «Il Gambia – si legge in un nuovo comunicato stampa del Consiglio dell’UE – ha migliorato in modo sostanziale e duraturo la sua cooperazione in materia di riammissioni per quanto riguarda l’organizzazione dei voli e delle operazioni di ritorno».

Il nuovo presidente, si legge ancora nei lavori dell’antropologo Gaibazzi, «ha ereditato uno Stato con prospettive finanziarie fosche, una sicurezza delicata e una popolazione giovane che, passata l’euforia per la fine della dittatura, si è ritrovata di nuovo nella realtà della disoccupazione e della lotta quotidiana per arrivare a fine mese».

Per questo, Barrow, riconfermato alle elezioni del 2021, non può permettersi di tirare troppo la corda con l’Ue quando si discute di migrazione: ha bisogno di un più ampio pacchetto di aiuti europei dai quali dipende (ed è dipesa fin dal suo arrivo al potere) la sua legittimità interna e la sua stessa sopravvivenza. 

E, infatti, lo scorso febbraio, in occasione del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese dal Regno Unito, il capo di Stato è tornato ad affrontare la questione, dicendo che troppi giovani si avventurano nella migrazione irregolare. «Lasciate che vi assicuri che il mio governo è solidale con voi e che siamo determinati a creare diversi percorsi per il vostro successo qui, a casa vostra», ha detto Barrow. «Siamo tutti insieme in un viaggio di trasformazione. Nessun gambiano – ha aggiunto – deve sentirsi abbandonato!».

La percezione di molti suoi concittadini però sembra diversa. 

Un nuovo, vecchio Gambia

«In tempo di elezioni si ricordano di noi, il governo promette di esserci per le donne ma appena salgono non contiamo più niente», dice Mariama, accusando anche Barrow di essersi comportato in questo modo.

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Secondo un sondaggio realizzato da Afrobarometro nel 2024 su un campione di oltre mille gambiani, il 76% crede che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, con un dato leggermente superiore tra le donne. 

Tra le madri dei migranti con cui abbiamo parlato, sia in contesti urbani sia in piccoli centri, molte lamentano di non avere nessun aiuto dallo Stato e la loro vita non sembra essere molto migliorata con la fine della dittatura di Jammeh. Le rimesse dei figli pesano molto di più dei cambiamenti avvenuti nel Paese in questi anni. 

L’attuale classe dirigente al potere lo sa e, in vista delle elezioni presidenziali del 2026, prova a rivendicare i risultati ottenuti. «Per vedere i primi segnali di ripresa socioeconomica ci vorranno anni, forse decenni.

Ma intanto possiamo osservare il raggiungimento di una piena libertà e il miglioramento delle infrastrutture e del sistema sanitario», spiega Momodou Sabally, economista e consigliere speciale del presidente Barrow.

Parla con IrpiMedia in un bar sulla spiaggia di una zona turistica della città di Serrekunda. Dista solo pochi chilometri dalla casa di Adama che è più verso l’interno, ma il contesto è completamente diverso. Qui ci sono resort, ristoranti, spa e mercati di souvenir, soprattutto per visitatori occidentali. Insieme all’agricoltura, il turismo è uno dei settori principali dell’economia gambiana, che negli ultimi anni si è molto sviluppata. Infatti, con l’oceano alle sue spalle, Sabally sottolinea come il Paese faccia parte delle «economie a crescita più veloce del mondo».

Nel maggio 2024, la Banca mondiale ha scritto che «in seguito alla transizione democratica avvenuta nel 2017, il Gambia ha registrato una crescita resiliente e un aumento positivo della produttività» mentre, secondo il Fondo monetario internazionale, lo scorso anno il Paese è stato il ventiduesimo al mondo per crescita del Pil reale.

Le ultime previsioni, pur essendo state leggermente riviste al ribasso, confermano anche per quest’anno una crescita del prodotto interno lordo da record, sopra il 5%. 

Gli avversari di Barrow non contestano questi numeri, ma si chiedono chi si sia «accorto di questa crescita in Gambia». «Solo pochissimi privilegiati», risponde a IrpiMedia Abdoulie Jammeh, leader del National United Party, uno dei principali partiti di opposizione (nessun legame di parentela con il vecchio dittatore, ndr). 

La Banca mondiale ha stimato che quasi il 42% dei gambiani tra i 15 ei 35 anni non ha un lavoro (dati 2023). Inoltre, più della metà della popolazione è povera, cioè non è in grado di far fronte al costo di base della vita stimato in circa 20 euro mensili (dati 2020/2021).

La povertà è mediamente molto più diffusa nelle aree rurali del Gambia, ma molte persone in questa condizione vivono anche in insediamenti urbani densamente popolati. Uno di questi, da solo, ospita il 48% di tutte le persone povere dell’intero Paese. È Brikama, la località in cui vive Mariama, il luogo da cui è partito suo figlio Jerreh. 

La casa di Mariama è piena di persone. Bambini, donne, amici e familiari si muovono tra i portici colorati: c'è chi gioca, chi svolge le faccende quotidiane, chi chiacchiera animatamente. Mariama si ritrova spesso con altre donne della comunità per organizzare collette di mutuo aiuto, un'iniziativa di solidarietà reciproca per sostenere chi si trova in difficoltà

La casa di Mariama è piena di persone. Bambini, donne, amici e familiari si muovono tra i portici colorati: c’è chi gioca, chi svolge le faccende quotidiane, chi chiacchiera animatamente. Mariama si ritrova spesso con altre donne della comunità per organizzare collette di mutuo aiuto © Federica Bonalumi

Adama e Mariama, l’attesa delle madri

«Sono il più grande di otto figli, quattro maschi e quattro femmine», riprende a raccontarsi Jerreh. Suo padre è morto quando era piccolo e lui ha frequentato poco la scuola, iniziando a lavorare da bambino. Ciononostante, «a volte mamma non riusciva a comprare da mangiare per noi figli», ricorda. 

Tra le motivazioni che lo hanno spinto a partire, quindi, c’è anche aiutare la famiglia. E, in particolare, la madre, che però, al momento della partenza, decide di non salutare. «Ero sicuro che, se glielo avessi detto, non sarei mai riuscito ad andare via. Le lacrime, la sofferenza… Sapevo che ci sarebbero stati, ma se l’avessi visto, non ce l’avrei fatta. Sono scappato di notte e per tanto tempo ho evitato anche di chiamarla perché sapevo che sentirla piangere mi avrebbe fatto abbandonare il mio progetto», dice Jerreh. 

Il prezzo delle rimesse

Abdou fa il meccanico e vive a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. Quando è partito alla volta dell’Europa, nel 2015, aveva 16 anni

«Il periodo senza sue notizie non potrò mai superarlo», riflette sua madre Adama. «Abdou è partito perché voleva aiutarmi. Se fosse rimasto qui, non sarebbe cambiato nulla».

«Sono africano»

È il titolo della canzone scritta da Ibrahima. Come Lamin, vive a Barcellona Pozzo di Gotto da sette anni e lavora in un negozio di Kebab.

La narrazione dell’Europa che viene fatta dai gambiani della diaspora a chi è rimasto nel Paese africano risulta ancora molto diversa dalla realtà.

Ibrahima parla di «razzismo», spiega che quando cammina «alcune persone cambiano strada», per evitarlo.

Anche Ibrahima apre alla possibilità di tornare, «per emergere con la musica», la sua grande passione.

Mariama, la madre, racconta che per tre o quattro mesi non ha avuto nessuna notizia del figlio, fino a che un amico del giovane l’ha chiamata dicendole che Jerreh era arrivato in Europa. La donna non riusciva a crederci, ma la telefonata si è conclusa senza la possibilità di parlare con lui. «Non capivo dove era. Non mangiavo, non dormivo, avevo paura», ricorda.

La chiamata successiva è di Jerreh stesso, «da un numero strano (italiano, ndr)». Conferma di essere arrivato in Italia, ma non racconta a Mariama il terribile viaggio in mare e i rischi corsi. Le telefonate proseguono e, piano piano, si ristabilisce una minima comunicazione col figlio che però continua a dire poco perché non vuole far preoccupare la madre. «Io non posso fare niente, soltanto pregare», dice Mariama, ricordando i pianti e il cuore battere all’impazzata in quei giorni.

Jerreh spiega che è partito «per cercare un futuro migliore» e per non vedere più sua mamma «fare il lavoro pesante in campagna». 

Chi non ce la fa

«La nostra cara vicina è stata settimane, mesi senza sapere nulla. Poi, un giorno, è arrivata una chiamata: il suo ragazzo era morto in mare», racconta Mariama indicando l’abitazione accanto alla sua. Sono scene che si sono ripetute con grande frequenza negli ultimi anni. 

Secondo i dati raccolti da alcuni attivisti gambiani, nel 2024, sarebbero oltre 1.600 i migranti provenienti dal Paese africano ad aver perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa. Di questi 1.557 sono morti in mare mentre una cinquantina sulla terraferma.

In Gambia, ad avvisare le famiglie delle vittime, spesso dopo lunghe attese, sono solitamente i compagni di viaggio dei migranti morti. Sopravvivono a esperienze fortemente traumatiche e poi si ritrovano a dover svolgere anche questo drammatico compito, dovendo in molti casi comunicare la notizia della morte a parenti o vicini di casa, persone che conoscono bene e con cui hanno condiviso molto. 

Dal 2014 ad oggi, secondo il progetto Missing Migrants dell’Oim, nel Mediterraneo centrale sono morti almeno 31.766 migranti. Sono cifre sottostimate e non suddivise per nazionalità, ma la rotta che passa per quelle acque è una delle più battute dalle persone che lasciano il Gambia. Un’altra via è quella che porta alle Canarie, una tratta molto pericolosa perché più lunga e in aperto oceano: sempre dal 2014 a oggi, su questa rotta sarebbero morti non meno di 5.359 migranti. 

La partenza senza salutare, i lunghi silenzi e le comunicazioni frammentate da parte dei figli. L’attesa, l’angoscia e il malessere da parte delle madri. Sono elementi che ritornano nelle storie di migrazione dal Gambia all’Italia. «Nel momento in cui ho saputo che era già sulla strada per la Libia, mi è venuto un mezzo infarto. E poi, ogni volta che sentivo le notizie dei barconi che si rovesciavano e c’erano morti, piangevo tutta la notte», dice Adama in merito al viaggio del figlio. 

Mariama nel cortile della sua abitazione

Mariama nel cortile della sua abitazione
© Federica Bonalumi

Adama si ripara dal sole all’interno della casa

Adama si ripara dal sole all’interno della casa
© Federica Bonalumi

A caro prezzo

I giovani partono spesso di nascosto, ma le madri sono consapevoli della probabilità che i loro figli partano, dal momento che il viaggio verso l’Europa è diventato quasi un rito di passaggio per i gambiani tra l’adolescenza e l’età adulta. Le mamme sono sempre più a conoscenza anche dei pericoli che le rotte irregolari comportano nel deserto e attraverso il Mediterraneo centrale, così come nelle acque dell’oceano Atlantico verso le isole Canarie. 

Da un lato, quindi sono coscienti e preoccupate. Dall’altro, sanno bene  che un figlio in Europa può significare un miglioramento delle condizioni di vita della loro famiglia altrimenti impensabile. «Abdou è partito perché voleva aiutarmi. Se fosse rimasto qui, non sarebbe cambiato nulla», riflette Adama. Per questo in tanti vogliono ancora lasciare il Paese. 

La dittatura in Gambia non c’è più, l’Europa è sempre più fortezza, ma quasi il 70% dei gambiani dice di pensare in qualche modo alla migrazione. Più della metà ci pensa “molto”, sempre secondo Afrobarometro. Tra chi considera l’idea di partire, il nostro continente rimane la metà più gettonata, con il 28% delle preferenze. E, infatti, le richieste di asilo di gambiani nei Paesi Ue nel complesso e in Italia nello specifico sono tornate a salire.

Nel 2021, complice la pandemia, avevano toccato il minimo dell’ultimo decennio: 2.085 di cui 190 in Italia. Lo scorso anno sono diventate rispettivamente 4.645 e 1.735. 

A crescere sono anche le rimesse. Nel 2024, i trasferimenti hanno toccato i 776 milioni di dollari, pari al 31,5% del prodotto interno lordo gambiano. Rivaleggiano con il turismo, in larga parte occidentale, da cui l’economia del Paese dipende per circa un terzo del suo Pil. Il Gambia di oggi non può quindi fare a meno delle risorse economiche spedite in patria da una diaspora che conta circa 200mila persone in tutto il mondo.

Sono una ricchezza enorme, di cui raramente si vede il rovescio della medaglia: le relazioni difficili o sospese tra chi parte e chi resta; la mancanza di affetto o comunicazioni tra i migranti e le loro famiglie; i traumi vissuti da un figlio che viaggia e quelli da sua mamma che lo aspetta a casa.

I silenzi di Jerreh, le notti insonni di Mariama, i pianti di Adama e i quasi dieci anni passati da Abdou senza mai tornare a Kerr Serign. È questo il prezzo delle rimesse. 

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Crediti

Autori

Luca Attanasio

Editing

Paolo Riva

Fact-checking

Paolo Riva

Visuals

Lorenzo Bodrero

Con il supporto di

Cncm – Coordinamento Nazionale Comunità per Minori

Foto di copertina

Adama ha una bancarella dove vende prodotti alimentari agli abitanti di Kerr Serign © Federica Bonalumi

Foto e video

Federica Bonalumi

Musica

Maka boy ft Mad gang – I’m on my way
Maka boy – Sono africano

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