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Chi cerca muore? Le verità sepolte sulle navi a perdere

La storia del pool che ha indagato sugli affondamenti delle imbarcazioni cariche di rifiuti pericolosi, il ruolo del capitano Natale De Grazia e la sua morte in circostanze mai chiarite che ha portato alla fine delle indagini

#NaviDeiVeleni
#ArchiviCriminali

31.01.25

Andrea Carnì

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Reggio Calabria, marzo 1994. Iniziava il procedimento penale n.2114/94 “navi a perdere”. Dopo due anni nei quali prendeva corpo per gli inquirenti l’ipotesi investigativa di una sorta di ‘terra dei fuochi’ in Calabria, il sostituto procuratore di Reggio Calabria Franco Neri, e il suo superiore, il procuratore Francesco Scuderi, mettevano in campo un piccolo pool investigativo dedicato a fare chiarezza sulle informazioni raccolte dal centro Sisde reggino (e citate anche in un esposto di Legambiente presentato presso la stessa procura a marzo 1994) circa due anni prima. 

L’ipotesi investigativa era che il clan della ‘ndrangheta della famiglia Mammoliti gestiva, sul territorio, un’attività illecita di smantellamento di rifiuti tossici e radioattivi – che arrivavano via mare nei porti della Calabria –  provenienti dall’Italia settentrionale per essere interrati in luoghi remoti dell’Aspromonte.

L’inchiesta in breve

  • Il pool di Reggio Calabria dedicato alle indagini sulle “navi a perdere”, attivo dal 1994, dopo un ottimo lavoro, ha visto le sue indagini finire in un nulla di fatto
  • Il capitano Natale De Grazia è morto nel corso di una missione che avrebbe potuto portare all’individuazione di una nave prima del suo doloso affondamento, ma la sua morte in circostanze ancora da chiarire ha bloccato quella e tutte le altre indagini
  • Per ripartire nella ricerca di una verità sulla vicenda delle navi a perdere è proprio dalla lista delle navi sospette stilata da De Grazia che si dovrebbe ripartire, per mappare i fondali marini italiani e per er avere giustizia per il capitano

Del pool, oltre ai due magistrati, facevano parte il capitano Ivano Tore e il maresciallo capo Domenico Scimone, della polizia giudiziaria, e il maresciallo Nicolò Moschitta e il carabiniere Rosario Francaviglia del nucleo operativo locale dei Carabinieri. Tra il 1994 e il 1995 due uomini – il colonnello Ledda e il maresciallo Manzi, entrambi dell’Ottava divisione Sismi – affiancano Neri e il pool nelle indagini che oltre alla Calabria coinvolgevano anche traffici sospetti (di scorie radioattive e non solo) nei porti di La Spezia, Marina di Carrara e di altri porti del Mediterraneo e del Medio Oriente.

La figura di Natale De Grazia

Agli uomini del pool, fin dai primi mesi del 1995, si aggiunse Natale De Grazia, Capitano di Corvetta promosso, post mortem, a Capitano di Fregata. Una persona con «il mare dentro», come diceva di lui la moglie, Anna Maria Vespia; un uomo che amici e conoscenti incontrati in questi anni descrivono come «un tipo con la schiena dritta».

De Grazia, nel 1995, era in servizio presso la Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. Fu chiamato direttamente da Neri che aveva avuto modo di apprezzare le qualità professionali e umane del Capitano proprio nel marzo del ‘94, nel corso di alcune indagini sulla motonave Korabi e su un sospetto smaltimento illecito in mare di scorie radioattive. Con lui, aggregato nei primi mesi del ’95, il pool era al completo.

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Con la competenza di De Grazia, la documentazione nautica raccolta poteva passare al vaglio di un tecnico. Le carte rivelavano rotte, merci e possibili coordinate di affondamento. Le indagini stavano progressivamente portando alla luce i meccanismi di questo strano fenomeno criminale che erano le “navi a perdere”: “carrette del mare”, navi con oltre venti o trent’anni di navigazione e prossime ad essere smaltite, venivano caricate di fusti o container colmi di rifiuti tossici e radioattivi per poi essere affondate.

Il guadagno era doppio: da un lato il grosso dell’affare era l’abbattimento dei costi di smaltimento dei rifiuti o – più rischioso e, anche per questo, più redditizio – delle scorie nucleari, dall’altro profitti considerevoli erano tratti dal premio assicurativo concesso alla compagnia di navigazione proprietaria della nave affondata. 

Ma chi organizzava questi traffici? Da dove provenivano i rifiuti e da dove, invece, il materiale nucleare di scarto? Cosa emergeva dalle bolle di carico? Da quali porti partivano le imbarcazioni e come è possibile che affondassero senza che nessuno vedesse nulla in uno dei mari più navigati del mondo tra gli anni Ottanta e Novanta?

Dalle indagini del pool emersero ventitré navi che secondo gli inquirenti erano state affondate intenzionalmente tra il 1986 e il 1993 nel Mar Mediterraneo con carichi tossici e radioattivi. Particolarmente interessati dal fenomeno erano gli spazi di mare antistanti le coste calabresi ma, con dimensioni diverse, tutto il Mediterraneo centrale e orientale si rivelava quale potenziale tomba radioattiva. 

Interessati da questi affondamenti erano sia navi battenti bandiera di paesi off-shore – come Panama, Honduras, Cipro, Malta – sia imbarcazioni battenti bandiera italiana, generalmente partite da diversi paesi mediterranei con alcuni porti italiani particolarmente inflazionati come La Spezia. 

Tra business e network criminale

Il maresciallo Moschitta e il capitano De Grazia firmano, a maggio 1995, un’informativa che cita alcuni nomi. Quello dell’imprenditore Giorgio Comerio era uno di questi. Neri richiese al Sismi se avesse della documentazione attinente questo soggetto e lo Stato Maggiore inviò centinaia di documenti che mettevano in luce la galassia societaria di Comerio e i suoi diversi ruoli in traffici internazionali di materiale strategico e di rifiuti radioattivi. Comerio, secondo Neri, era «la mente strategica» dei traffici di materiali radioattivi – fossero essi rifiuti, scarti o materiali riutilizzabili.

Oltre a Comerio, spiccavano i nomi di Gabriele Molaschi e Gerardo “Dino” Viccica. Il primo è finito più volte sotto indagine per traffici di armi, il secondo era amministratore della Compagnia Marina Mediterranea “Supermarina”, società che nel 1990 ricevette appalti per quattordici miliardi di lire dalla Società Esercizio Cantieri di Renzo Pozzo. L’impresa finì poi nelle indagini sulla cosiddetta “mala-cooperazione” in Somalia, sulla quale indagava la giornalista Ilaria Alpi, assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994. 

Molaschi, Comerio, Viccica e altri soci, secondo le ipotesi formulate dalla polizia giudiziaria e dalla procura reggina, erano componenti di una rete internazionale interessata a smaltire rifiuti radioattivi in mare, operante anche in altri traffici transfrontalieri. Secondo gli inquirenti, la ‘ndrangheta avrebbe fiutato l’affare e fornito la manovalanza criminale per alcuni di questi affondamenti, su spinta in particolare del boss latitante Giuseppe Morabito detto “U’ Tiradrittu”.

Nel maggio del 1995 vennero effettuate perquisizioni in casa di Giorgio Comerio e di Gerardo Viccica. 

Nell’abitazione del primo, la Polizia Giudiziaria di Reggio Calabria rinvenne decine di documenti su trattative con rappresentanti governativi in prevalenza di paesi africani e carteggi con avvocati commercialisti e broker finanziari – italiani e stranieri – coinvolti nello smaltimento di rifiuti radioattivi in un traffico mondiale. Secondo gli inquirenti, Comerio era uno snodo chiave di questa rete ma, pur contando su connessioni con politici di alto livello, non il più importante.

La perquisizione a casa di Viccica, invece, è descritta in un saggio scritto da Nuccio Barillà, all’epoca dei fatti uno dei principali rappresentanti di Legambiente, all’interno del documentato volume Cose storte. Documenti, fatti e memorie attorno alle “navi a perdere”.

«In quella circostanza De Grazia aveva tenuto botta alle pesanti allusioni, fatte dal Viccica, circa il presunto coinvolgimento di ammiragli e alti vertici della Marina militare, in un grosso sistema di corruzioni legato alla realizzazione di boe, con agganci anche a paesi esteri. Dalla perquisizione erano emerse in tal senso carte compromettenti», si legge nel volume. 

«Da Viccica – prosegue il testo – sarebbe a un certo punto arrivata l’esplicita minaccia al Capitano di non alzare troppo la testa, perché avendo egli molta influenza nell’ambito della Marina avrebbe potuto fargli male, stroncandogli la carriera». 

A questa vicenda attribuisce un certo rilievo anche la Relazione conclusiva della Commissione d’inchiesta che ha raccolto in merito anche la testimonianza di Francesco Neri. Dalle sue parole – anche se non vengono aggiunti altri dettagli sull’andamento dei fatti, non essendo egli presente – viene però la conferma della insolita preoccupazione generata in De Grazia da quell’episodio. Una preoccupazione che, in diversa misura, riguardava tutti. «Il messaggio neanche tanto implicito era di fermarci», dirà il magistrato in un’altra circostanza pubblica.

Alta tensione

Quelle perquisizioni segneranno un punto di non ritorno per il procedimento sulle “navi a perdere” e per De Grazia stesso, in un crescendo di tensioni, sospetti e colleghi che lasciano le indagini. 

Lo si intuisce osservando più da vicino, attraverso la documentazione acquisita, la vita professionale del Capitano. Dalla fine di agosto, infatti, De Grazia dovette sostanzialmente allontanarsi dalle indagini poiché designato a seguire impegni spesso di secondaria importanza presso la Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. Lo conferma una lettera inviata dal Procuratore Scuderi al Comandante della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria il 13 novembre 1995, dove si legge che «da oltre tre mesi detto ufficiale [De Grazia, ndr] si trova nell’impossibilità di svolgere tale attività» causando «una situazione di stallo dell’attività investigativa».

Scuderi richiede, in sintesi, un alleggerimento degli incarichi presso la Capitaneria così da poter consentire a De Grazia di riprendere le indagini sulle navi a perdere. 

Sul finire del 1995 De Grazia torna a pieno regime in Procura, ma la situazione è ormai compromessa e, dopo un ultimo sussulto negli ultimi mesi di quell’anno, le indagini finiranno sostanzialmente per bloccarsi.

A novembre secondo le persone a lui vicine, De Grazia sembrava essere preoccupato, teso, stanco. Ascoltati dalla Commissione rifiuti, alcuni parenti rivelarono che il Capitano ipotizzava esserci una talpa all’interno del pool, qualcuno che passava ai servizi segreti informazioni riservate. Ma perché ciò sarebbe dovuto accadere? Durante le indagini la Procura reggina poté contare sia sulla documentazione proveniente dal Sismi sia sulla collaborazione dei due ufficiali dell’Ottava divisione. Allora il dubbio non può che essere un altro. Forse De Grazia aveva scoperto che qualcuno stava facendo il doppio gioco o, magari, che all’interno dei servizi vi erano posizioni diverse sulle indagini. 

Non ci sono certezze in questo senso. Come non ci sono su quante e quali persone fossero a conoscenza della missione del 12 dicembre 1995 del capitano De Grazia che, secondo alcuni, avrebbe potuto contribuire ad una svolta delle indagini. 

Un altro dettaglio va considerato. L’ispettore Claudio Tassi, in servizio presso la Forestale di La Spezia che forniva appoggio collaborando nelle indagini e raccogliendo le testimonianze di “Pinocchio”, informatore la cui identità è ancora posta sotto segreto, attendeva l’arrivo di De Grazia proprio in quei giorni poiché nel porto di La Spezia era giunta una nave, la Latvia che si sospettava essere del Kgb e che, secondo le indagini effettuate, poteva essere prossima ad essere affondata.

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Aggiornata il: 31 Gennaio 2025

In sostanza, avrebbero potuto sequestrare una “nave a perdere” prima che questa affondasse, dando così concretezza alle indagini e ai sospetti fino a quel momento raccolti. 

L’ultima indagine di De Grazia

Alle ore 18.50 del 12 dicembre 1995 Natale De Grazia, Nicolò Moschitta e Rosario Francaviglia, a bordo di un’auto di servizio, partirono da Reggio Calabria. Intorno alle dieci di sera l’auto guidata da Francaviglia si fermò nella trattoria “Da Mario” a Campagna, in provincia di Salerno. Erano soli nel ristorante. 

I tre ripartirono subito dopo cena. Francaviglia si rimise alla guida con De Grazia sul sedile del passeggero e Moschitta dietro. Il Capitano sembrava essersi addormentato. Intorno a mezzanotte l’auto arrivò in prossimità del casello autostradale di Salerno. Francaviglia frenò, De Grazia chinò di colpo la testa sulla sua spalla sinistra, in un modo innaturale. Oltrepassata una galleria, Francaviglia fermò subito l’auto nella corsia di emergenza. Moschitta chiamò il 118, lanciando l’allarme. De Grazia fu disteso a terra, sull’asfalto. Francaviglia avviò una serie di massaggi cardiaci, effettuando tentativi di rianimazione attraverso respirazioni bocca a bocca.

Ma il Capitano non reagiva, non dava segni di vita. Preso di peso dai colleghi venne avvicinato al guard-rail e fatto piegare: un vano tentativo per far rigurgitare il cibo che aveva mangiato. Nulla di fatto. 

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Arrivò l’ambulanza e De Grazia fu portato all’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore ma non era già più in vita. All’Ospedale il dottor Contaldo, effettuando solo l’esame esterno del corpo, scrisse: «infarto del miocardio». La mattina del 13 dicembre venne confermata la diagnosi: infarto miocardico, arresto cardio-circolatorio. 

Nonostante le richieste di Moschitta e della famiglia del Capitano, nel frattempo giunta a Nocera, di effettuare un esame autoptico, questo non venne svolto. La palla passò al Sostituto Procuratore di Nocera Inferiore, Giancarlo Russo, secondo cui l’esame autoptico non era necessario e non ascoltò neanche i proprietari della trattoria presso cui De Grazia e i colleghi avevano cenato. Il Capitano venne seppellito e, il giorno stesso del suo decesso, la Latvia riprese il largo. 

A Nocera arrivò la richiesta di accertamenti sul corpo del Capitano da parte della Procura di Reggio Calabria e questo cambiò le carte in tavola. Il corpo del Capitano fu esumato e il 19 dicembre, il giorno del suo trentanovesimo compleanno, venne effettuato l’esame autoptico.

La dottoressa Simona Del Vecchio – consulente medico legale per la Procura di Nocera – confermò la morte naturale. Solo nel 2012, mentre la dottoressa Del Vecchio era stata condannata a due anni e undici mesi dalla Cassazione per autopsie fantasma, la Commissione rifiuti della sedicesima legislatura affidò al dott. Giovanni Arcudi, allora direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Roma “Tor Vergata”, l’incarico di esaminare gli atti acquisiti e le consulenze effettuate. Arcudi ipotizzò la morte per avvelenamento del Capitano e giudicò gli accertamenti della Del Vecchio come condotti in maniera «superficiale con incomprensibili carenze e contraddizioni che rendono i risultati tutti incerti, poco affidabili». 

Natale De Grazia sarebbe morto per avvelenamento, sarebbe stato ucciso. Arcudi concluse la sua consulenza scrivendo che «si può riconoscere solo la causa tossica» ma «quale essa potrà essere stata, e se c’è stata, non lo si potrà più accertare». Il caso «dal punto di vista medico legale deve essere», secondo Arcudi, «considerato chiuso». 

È evidente, però, che questo caso sia tutt’altro che chiuso. Negli ultimi anni, infatti, sono emerse nuove ipotesi che vanno verso la pista della morte violenta.

Fine di un’indagine

La morte del Capitano Natale De Grazia segnò la sostanziale fine delle indagini sulle navi a perdere presso la Procura di Reggio Calabria.

Il Maresciallo Moschitta, a seguito di precarie condizioni di salute, fu messo a riposo. Il pool fu sciolto e il 27 giugno del 1996 il procedimento fu trasmesso alla Dda di Reggio Calabria.

A trent’anni di distanza dalle indagini sulle navi a perdere e dalla morte di De Grazia, la ricerca della verità continua e restano intatte quelle domande che l’8 marzo del 1997 Anna Maria Vespia, moglie del Capitano, mise nero su bianco in una lettera inviata alla Procura di Nocera Inferiore nella speranza di ricevere «verità e giustizia» sul «nostro Natale».

Oggi restano ancora intatti  molti interrogativi sia sulla morte del Capitano sia su ciò che riposa nei fondali dei nostri mari. Negli anni molti nomi e numeri di affondamenti sospetti e di presunte “navi a perdere” sono stati citati, raccolti e collocati su mappe. Ma manca una lista definitiva.

Il Sismi ha stilato un elenco di centocinquanta imbarcazioni affondate in modo sospetto tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. Un numero monstre emerso da una lista che include, tra gli altri, anche affondamenti di navi in porto o di tipologie di imbarcazioni che, per stazza e tipologia, non avrebbero potuto essere usate per trasportare scorie nucleari da seppellire nei fondali marini. 

Personalmente, dopo diversi anni di ricerca, credo che nel corso degli anni l’etichetta di “navi a perdere” sia stata assegnata a eventi molto diversi tra loro, e non sempre in maniera appropriata. 

Ha riguardato casi di navi che affondarono senza dolo alcuno, causando infatti morti e dispersi. Casi di imbarcazioni il cui affondamento era stato solo denunciato, ma che mai videro il fondo del mare. Casi di cargo che sarebbero dovuti arrivare a destinazione avendo a bordo un carico sì clandestino, ma non di scarto. E, certamente, casi di imbarcazioni fatte affondare per occultare materiale nucleare di scarto, le vere e proprie “navi a perdere”. 

Era su queste che stava indagando De Grazia, quando è avvenuta la sua morte probabilmente violenta. A rileggere le carte, sembra chiaro che il Capitano avesse trovato una traccia che legava diversi casi. Molti meno di quelli elencati dal Sismi, ma con coordinate di affondamento precise che andrebbero passate al vaglio, negli archivi come nei fondali marini.

Per nuovi studi e nuove indagini sulle “navi a perdere”, è da qui che bisogna ripartire. 

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Crediti

Autori

Andrea Carnì

Editing

Christian Elia

Foto di copertina

Claudio Capellini

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