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Navi dei veleni: una storia trascurata, tra economia e diplomazia

Tra la fine degli anni Settanta e durante gli anni Ottanta, il mercato della chimica nel mondo – Italia compresa – vedeva esplodere la domanda. Smaltire i rifiuti tossici, però, costava sempre di più e le aziende trovarono soluzioni

#NaviDeiVeleni
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15.11.24

Andrea Carnì

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New York, 9 giugno 1986. Un tribunale statunitense condanna Charles e Jack Colbert a tredici anni di reclusione per truffa ai danni di un’impresa di Harare, in Zimbabwe. Tramite due società che controllavano, i fratelli Colbert avevano stipulato dei contratti con un’impresa del Paese africano per la vendita di prodotti chimici e fertilizzanti, ma le avevano poi inviato dei rifiuti. Le indagini che seguirono a questa scoperta, e che portarono alla sentenza, fecero scoprire agli inquirenti una rete che trafficava rifiuti pericolosi dagli Stati Uniti d’America in vari Paesi dell’Africa già dalla fine degli anni Settanta e, in modo più corposo, nella prima metà degli anni Ottanta, con un guadagno annuo che variava tra otto e dieci milioni di dollari. Guadagno che nasceva dal risparmio sui costi di smaltimento che avrebbero dovuto sostenere negli Usa.

In breve

  • Tra il 1987 e il 1988 decine di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici prodotti dalle industrie italiane furono esportate in Paesi del sud globale, ma solo in alcuni di questi casi il governo italiano si impegnò nel recupero e rimpatrio dei fusti
  • Per la prima volta nella storia italiana, la Farnesina e il Consiglio dei Ministri dovettero affrontare delle tensioni diplomatiche causate dai traffici di rifiuti
  • Nei primi giorni di giugno del 1988 i governi libanese e nigeriano chiesero il rimpatrio dei fusti tossici esportati da una ditta lombarda
  • Il governo nigeriano attuarono misure coercitive che causarono grandi tensioni: richiamo in patria dell’ambasciatore nigeriano e sequestro della motonave Piave – e del suo equipaggio – nel porto di Lagos

Pochi anni dopo, dal carcere, i fratelli Colbert rilasciano un’intervista al programma televisivo di giornalismo investigativo Frontline dell’emittente statunitense Pbs. In uniforme color cachi, i due fratelli varcano la soglia della stanza delle visite accompagnati dalle guardie. A parlare è Charlie, con un fiero accento newyorkese:

«Fondamentalmente eravamo coinvolti in un’attività innovativa. Eravamo, in un certo senso, in anticipo sui tempi, perché quello che avevi era una definizione nell’area ambientale che non era ancora veramente definita». Di fatto, conclude Charlie senza mai parlare di traffico internazionale di rifiuti tossici, «siamo pionieri nel business della chimica in eccedenza (…) un business necessario per la società».

Le parole di Charlie Colbert aiutano a capire meglio il quadro economico e internazionale nel quale nasce il fenomeno delle “navi dei veleni” che finirà per coinvolgere anche l’Italia. Seguendo il pensiero dei Colbert Brothers, “l’economia sporca” entro cui facevano affari altro non era che la risposta alla crescente richiesta dell’industria chimica di smaltire gli scarti senza frenare lo sviluppo industriale e senza costi troppo onerosi.

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Tre fattori

Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, si generò nei Paesi industrializzati una domanda impetuosa di prodotti chimici, ma questo andava di pari passo con la necessità di abbattimento dei costi di smaltimento, che subirono un incremento nello stesso periodo.

L’aumento di produzione di scarti chimici industriali esplode. Analizzando i dati pubblicati dalle Nazioni Unite nel luglio del 1989, si passò dalla produzione mondiale annua di 7 milioni di tonnellate di rifiuti chimici-industriali alle 250 milioni di tonnellate dei primi anni Ottanta, fino ad arrivare a poco meno di 350 milioni sul finire del decennio. L’80% di questa produzione era statunitense, con un’esportazione transfrontaliera pari a 2,2 milioni di tonnellate annue.

Allo stesso tempo, l’avvento delle prime normative che definirono, categorizzarono e regolamentarono i rifiuti tossici e i metodi di trattamento e smaltimento. Negli Stati Uniti d’America, il Resource Conservation and Recovery Act formulò una prima definizione della pericolosità del rifiuto nel 1976 mentre, sul fronte europeo, due anni dopo, venne approvata la direttiva relativa ai rifiuti tossici e nocivi. Solo nel 1982 l’Italia recepì il provvedimento comunitario, arrivando per la prima volta a categorizzare i rifiuti in urbani, speciali e tossico-nocivi, ma finendo per aspettare ancora altri due-tre anni i decreti attuativi che portarono all’avvio delle prime indagini in materia di traffici nazionali e internazionali.

La ratifica di nuove norme e la mancata compensazione in termini di nuove strutture e impianti, ridusse gli spazi di trattamento e smaltimento dei rifiuti pericolosi in diversi Paesi industrializzati, inclusa l’Italia. Ed eccoci a un terzo elemento: la riduzione delle strutture idonee allo smaltimento dei rifiuti in questione sul territorio di produzione.

Crescono i prezzi

Questi tre fattori causarono una crescita esponenziale dei costi che nei Paesi produttori di rifiuti sul finire degli anni Settanta, in linea di massima, si attestava tra i 100 dollari per tonnellata, con un massimo di 250 dollari per lo smaltimento in discarica e intorno ai 500 dollari per l’incenerimento. Nella seconda metà degli anni Ottanta, agli elementi citati, si aggiunse il tentativo di alcuni Stati di frenare la produzione degli hazardous waste, aumentandone la tassazione.

Sforzi che contribuirono ad una maggiore restrizione e a un prevedibile aumento dei costi. Si arrivò a un massimo di 2.000 dollari per tonnellata di rifiuto pericoloso smaltito e a oltre i 2.500 dollari in caso di incenerimento. Il prezzo dello smaltimento per la medesima tipologia di rifiuti in Guinea, come in Libano, in Nigeria come in Venezuela, aveva invece un costo variabile tra i 2,5 e i 40-50 dollari per tonnellata.

Questo divario di costi portò le aziende a cercare soluzioni, dentro e fuori i confini nazionali, leciti o illeciti.

Per approfondire

#NaviDeiVeleni
Serie

Navi dei veleni, una “storia di storie”

Aggiornata il: 31 Gennaio 2025

Soffermandosi sui dati della Commission on Human Rights delle Nazioni Unite, tra la seconda metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, circa il 15% della produzione globale di rifiuti pericolosi fu smaltito in un Paese diverso da quello di produzione. Il 90% di questa merce era movimentata verso Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), privilegiando quelli confinanti o facilmente raggiungibili nel continente, anche a seguito di accordi governativi bilaterali.

Dalla seconda metà degli anni Ottanta, in particolar modo dal 1987, si ravvisa una tendenza in aumento nell’utilizzo di rotte marittime con destinazione in Paesi non appartenenti all’Ocse, fino a stimare uno smaltimento tra il 10% e il 20% dei rifiuti pericolosi esportati dai Paesi industrializzati.

Il fenomeno delle “navi dei veleni”, che indicano esclusivamente il fenomeno italiano, e in generale quello delle ships of death, che in generale indicano la più ampia movimentazione globale di rifiuti tossici dai Paesi del Nord del mondo verso il Sud globale, si inscrive in questo contesto internazionale.

A riassumerlo perfettamente sono le parole del deputato portoghese Carlos Pimenta al Parlamento europeo, nel maggio 1988. Di professione ingegnere chimico, Pimenta è stato un ambientalista prima di darsi alla politica nelle fila del partito socialdemocratico e di arrivare a ricoprire anche il ruolo di ministro dell’Ambiente nel suo Paese.

All’Europarlamento, in un intervento appassionato, disse: «È vergognoso, da parte dell’Europa o delle altre nazioni industrializzate dell’Occidente e dell’Oriente, aver permesso che i Paesi dell’Africa, del Pacifico e dei Caraibi abbiano raggiunto un tale stato di povertà e di dipendenza economica da essere costretti ad accettare una misera somma di denaro come compenso per l’accettazione dei rifiuti che gli inviamo».

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La crisi diplomatica con la Nigeria

La crisi diplomatica si apre ai primi di giugno 1988. Le cinque navi dei veleni dirette in Nigeria erano partite tutte da porti toscani, e in particolare tre dalla Darsena di Pisa. Qui, alcuni studenti nigeriani che frequentavano l’università cittadina, leggono la notizia di rifiuti illegalmente scaricati nel loro Paese e avvisano i media locali.

Il 2 giugno il governo nigeriano, all’epoca guidato dal dittatore Ibrahim Babangida, invia una prima nota di protesta a quello italiano. Il 5 giugno, il quotidiano nigeriano The Guardian pubblica un articolo su Sunday Nana, un cittadino di Koko che, per soli 100 dollari al mese, stoccava rifiuti per conto di soggetti italiani sul suo terreno. Roma non risponde e allora l’esecutivo di Abuja approva una legge sui rifiuti pericolosi e il loro smaltimento.  


Intanto, emergono i nomi delle società responsabili dell’invio dei rifiuti: Jelly Wax e S.I. Ecomar. La prima, con sede a Opera (Milano), è una società produttrice di paraffine autorizzata dalla Giunta regionale della Lombardia ad effettuare attività di stoccaggio e trattamento di rifiuti speciali e tossico-nocivi.

La seconda è una società di intermediazione marittima, che ha sede a Novi Ligure (Alessandria) e ha, tra i suoi amministratori, l’imprenditore edile Gianfranco Raffaelli. Raffaeli amministra anche la Iruekpen Construction Company, con sede a Lagos, in Nigeria, che stando ai documenti di accompagnamento della merce, è l’impresa che ha ricevuto i rifiuti. In sostanza, uno dei mittenti era anche socio della ditta destinataria dei rifiuti. E fu proprio grazie a questa sovrapposizione di società e amministratori che fu possibile esportare rifiuti tossici dall’Italia e garantire la documentazione attestante, fittiziamente, lo smaltimento.

“Per mare. Storie di merci, destini di uomini, disuguaglianze globali” (a cura di Andrea Carnì e Andrea Pappalardo)

Tra le storie di economie sporche raccontate in Per mare, libro recentemente pubblicato da Castelvecchi, c’è spazio anche per un approfondimento sulle “navi dei veleni”. Il volume, infatti, indaga i cortocircuiti della globalizzazione portando l’attenzione su disuguaglianze, costrizioni sociali, violazione dei diritti umani, sfruttamento ambientale, economie predatorie e processi criminali, che spesso caratterizzano il rapporto tra Nord e Sud globale.

Seguendo le imbarcazioni di migranti, i pescherecci con schiavi a bordo, i sottomarini carichi di droga, i cargo oceanici con in stiva flora o fauna in via di estinzione e, appunto, le “navi dei veleni”, gli autori tentano di proiettare lo sguardo su Paesi e continenti solo apparentemente lontani, in un orizzonte segnato da scompensi e ingiustizie. 

Il Governo italiano, però, sulla vicenda, mantiene un silenzio che diventa sempre più assordante. Il 9 giugno, per convincere Roma a recuperare i rifiuti portati nel Paese, le autorità nigeriane impediscono la partenza della Piave, una nave battente bandiera italiana ormeggiata al porto di Lagos. L’imbarcazione e l’equipaggio vengono, di fatto, sequestrati, mentre, lo stesso giorno, l’ambasciatore di Abuja a Roma viene richiamato in patria. 

A metà luglio lo stallo si sblocca. Esponenti del Governo italiano assegnano ad Ambiente Spa. – società del gruppo Eni – il compito di recuperare i fusti di rifiuti pericolosi portati in Nigeria dalle aziende italiane, bonificare l’area dove erano stati scaricati, riportarli in Italia e procedere al loro conferimento e smaltimento. 

Grazie ai fondi della Cooperazione allo Sviluppo italiana, il 25 luglio i lavori di rimozione dei rifiuti prendono il via. La crisi diplomatica si avvia alla conclusione e anche la malcapitata Piave può riprendere il largo. Presto la seguiranno anche le navi cariche di veleni che, almeno per questa volta, faranno rotta verso l’Italia.

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Crediti

Autori

Andrea Carnì

Editing

Christian Elia

Foto di copertina

Claudio Cappellini

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