Dalla tonnellata al grammo, la rete di distribuzione europea dei Boviciani di San Luca
La rete di Sebastiano Giorgi alias “Bacetto” in Europa: dall’ingrosso al dettaglio per scalare le gerarchie del narcotraffico tra la Calabria e i maggiori porti europei
30 Giugno 2021

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni
Giulio Rubino

Èuna sera di ottobre 2018 e Sebastiano Giorgi sta ballando un lento assieme ad un compare rumeno in un elegante night club di Stoccarda. Le due escort che li accompagnano li guardano dal tavolino ingombro dei resti della cena. Ma il gruppetto ha molta meno privacy di quanto non creda. Sono infatti pedinati da agenti di polizia tedesca, che non li perdono di vista da giorni convinti che siano lì per concludere una compravendita di cocaina. In realtà, quella sera, l’attenzione era tutta sulle escort e sui balli, un giro d’affari del romeno a cui Sebastiano appariva piuttosto interessato.

Le autorità tedesche e le procure italiane infatti, tenevano sott’occhio Sebastiano Giorgi, soprannominato “Bacetto”, da anni. Personaggio emergente nella scacchiera della ‘ndrangheta transnazionale, aveva costruito la sua base operativa nella pittoresca cittadina di Überlingen sul lago di Costanza, dove gestiva un ristorante sul lungolago a due passi dalla piazza centrale.

Bacetto chiaramente era ben più di un semplice ristoratore. Secondo una operazione della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) di Torino e della polizia tedesca, battezzata Platinum, la sua vera missione a Überlingen era gestire il ramo nord-europeo di un business milionario di narcotraffico dall’America Latina all’Europa.

È a San Luca, la capitale spirituale della ‘ndrangheta, che origina la famiglia dei Giorgi “Boviciani”, nomignolo per distinguerli dagli altri Giorgi della stessa area. Da questo paesino arroccato nell’Aspromonte, stretto tra le fiumare, i monti e il mare, i Giorgi Boviciani hanno stretto alleanze strategiche con alcune delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta, formando un cartello di compratori e distributori di cocaina.

Dalla sua base tedesca Bacetto ha poi esteso la rete alleandosi con gruppi internazionali, come i rumeni e gli albanesi, che volevano entrare nell’affare.

La storia dei Boviciani getta una luce su quello che spesso è un angolo cieco nelle ricostruzioni dei giri di narcotraffico. Infatti secondo le indagini i Giorgi si occupavano tanto di distribuzione “all’ingrosso” quanto di vendite più minute, e le intercettazioni rivelano la relativa differenza di peso e rispetto accordata a ciascun cliente.

La ‘ndrangheta, oramai è noto, ha tentacoli che si estendono ben oltre l’Europa. È stretta alleata dei cartelli colombiani e messicani, ha broker in Paraguay e Uruguay e può contare sull’appoggio del Primeiro Comando da Capital in Brasile. I suoi carichi arrivano in continuazione ai porti di Anversa in Belgio, Rotterdam in Olanda e Amburgo in Germania, spesso facendo tappa sulle coste dell’Africa occidentale.

In questa serie di due puntate, firmata da IrpiMedia e OCCRP, vedremo come funziona la rete del narcotraffico della ‘ndrangheta dall’interno. Il primo capitolo racconta ciò che avviene in Europa, una volta che la cocaina è arrivata, la seconda parte invece guarda al lato più internazionale dell’organizzazione, attraverso le storie di alcuni dei suoi maggior broker, fornitori e i porti dove la corruzione permette ai narcos di non fermarsi mai.

Emerge così una rete composta da cartelli di diverse nazionalità: albanesi, rumeni, serbi, colombiani, messicani e brasiliani attivi in diversi porti come Rotterdam e Anversa che lavorano con e per la ‘ndrangheta tanto in Europa quanto in America Latina e in Africa occidentale.

Il cinque maggio scorso l’operazione Platinum della Dia di Torino, in collaborazione con la Procura di Costanza in Germania, ha portato a 32 arresti in Italia e Germania. «Una brutta giornata per il lato oscuro del potere», per dirlo con le parole del procuratore di Costanza Johannes-Georg Roth.

Per Bacetto le danze erano finite da un pezzo. Ricercato in Italia dal 2012, viveva al sicuro in Germania, ma la rete aveva iniziato a stringersi intorno a lui già quando la Dia aveva scoperto che la famiglia Giorgi stava usando la provincia di Torino come pit-stop per i viaggi tra Calabria e Germania.

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A luglio 2019, pochi mesi dopo la serata all’elegante locale di Stuttgart, Bacetto è stato trascinato dai carabinieri fuori da una Fiat Panda con i vetri oscurati nei dintorni di San Luca. Un parente lo aveva descritto, scherzando, come un pigro: «Si sveglia presto la mattina, poi si prende il caffè e poi si corica di nuovo». Quel giorno di luglio Bacetto era finito come un sonnambulo tra le braccia del posto di blocco.

I Giorgi alias Boviciani

Nonostante la posizione eccellente proprio di fronte alle sponde del Lago di Costanza, il ristorante di Sebastiano Giorgi, il “Paganini”, ha per lo più pessime recensioni. Online si leggono commenti del tipo “insalata terribile” o “pessimo rapporto qualità-prezzo”, anche se un cliente gli concede almeno “camerieri cordiali”.

Ma le recensioni, che posizionano su Tripadvisor il Paganini al penultimo posto su 62 ristoranti a Überlingen, sarebbero forse state meno taglienti se gli autori avessero saputo che il posto era gestito da una ‘ndrina potente e saldamente radicata su quel territorio da almeno un decennio, secondo gli inquirenti.

Mentre le famiglie rivali Nirta-Strangio e Pelle-Vottari erano state indebolite dalla faida di San Luca, culminata con il massacro di Duisburg nel 2007, i clan rimasti fuori dalla guerra erano nel frattempo diventati leader nel narcotraffico mondiale. Sopra a tutti, i Pelle-Gambazza che oggi, assieme ai Barbaro di Platì, comandando il mandamento ionico. E a seguire, sotto di loro, i Romeo-Staccu, i Giorgi-Boviciani e molti altri.

Grazie a legami di sangue con i Romeo, i Boviciani sono riusciti a salire nei ranghi della ‘ndrangheta di San Luca, e a guadagnarsi un posto di tutto rispetto nel business della droga.

I Giorgi di per sè non sono una famiglia storicamente potente, ma sono riusciti a ritagliarsi un fondamentale ruolo di ponte, di cardine, acquistando cocaina da alcuni dei più forti broker del narcotraffico in America Latina e distribuendo grandi quantità a compratori minori, che la rivendevano poi alle piazze di spaccio. Come copertura, i Giorgi avevano una rete di aziende di import-export e di ristoranti. Per trasportare la cocaina dai porti di Spagna e Olanda contavano invece su una rete di distribuzione di frutta fresca.

Il ristorante Paganini a Überlingen, in Germania – Foto: IrpiMedia

Bacetto e suo cognato Sebastiano Signati vivevano principalmente a Überlingen, mentre i suoi tre fratelli, Domenico, Francesco e Giovanni, stavano in Italia, i primi due a San Luca e il terzo in Sardegna, agli arresti domiciliari per precedenti proprio di narcotraffico.

Secondo le indagini i Giorgi importavano prodotti alimentari dall’Italia per rivenderli ad altri ristoranti in Germania, evadendo le tasse e reinvestendo i profitti nelle casse della ‘ndrangheta. Alcuni dei loro clienti approfittavano semplicemente dei bassi prezzi delle merci, altri cedevano intimiditi dal nome e dalla fama della famiglia ‘ndranghetista.

Questo racket ricorda quello praticato, sempre in Germania, dal clan Farao, che era stato colpito all’inizio del 2018 da un’operazione che si era conclusa con 170 arresti e 50 milioni di euro sequestrati.

Seppur ricercato in Italia, Bacetto si muoveva liberamente in Germania, dove aveva il compito di tenere sempre fluido il giro di contante necessario alla famiglia. Secondo gli inquirenti i Giorgi aprivano aziende di import-export, compravano merci per rivenderle in Germania, poi dichiaravano bancarotta e chiudevano le aziende in questione. Secondo il procuratore tedesco Johannes-Georg Roth questo sistema “apri-chiudi” ha prodotto oltre due milioni di euro di profitti da evasione fiscale.

Falle di sicurezza

Per comunicare fra loro, i fratelli Giorgi utilizzavano il sistema EncroChat che (fino a quando non è stato infiltrato dalle polizie europee nel 2020) rendeva impossibili le intercettazioni. Ma gli inquirenti hanno avuto un colpo di fortuna a partire dall’aprile 2018, quando Giovanni Giorgi chiede gli arresti domiciliari ad Alghero, in Sardegna. Poco prima della scarcerazione, la casa di Alghero viene riempita di microfoni, e così è stato possibile registrare tutte le conversazioni di Giovanni con amici e parenti, che facevano regolari visite al minore dei quattro fratelli, responsabile della distribuzione della cocaina ai vari clienti in Italia.

Bacetto per lo più se ne stava tranquillo a Überlingen, ma faceva regolari viaggi in Belgio e Olanda per trattare l’acquisto di partite di cocaina con le gang romene, albanesi e colombiane che tengono sotto controllo i porti di Anversa e Rotterdam. «Dislocato in posizione di centralità rispetto alle rotte del narcotraffico in Europa, Sebastiano Giorgi fungeva da “antenna” pronto a raggiungere nel giro di poche ore i porti», ha detto a IrpiMedia Alberto Somma, capocentro della Dia di Torino.

La cittadina di San Luca, soprannominata “la mamma della ‘ndrangheta”, con il Mar Ionio sullo sfondo – Foto: IrpiMedia

Lo stress di un lavoro tanto rischioso si ripercuoteva sui rapporti familiari. In una conversazione col nipote Antonio, figlio del primogenito Domenico, Giovanni si lamentava che Bacetto riversasse i profitti nelle attività in Germania, invece che nella cassa comune. Antonio, a sua volta, aveva da ridire sui parenti in Germania, convinto che facessero una cresta di 3-4mila euro per ogni carico che trattavano, e che nonostante questo Bacetto usasse la scusa delle spese del ristorante per non contribuire alla cassa comune.

Ma per quanto i fratelli se ne lamentassero, Bacetto di fatto era l’anima del narcotraffico dei Boviciani: quello che gestiva i contatti principali in nord-Europa, spiega a IrpiMedia una fonte di polizia, e pare che lui stesso se ne vantasse senza modestia. In un’intercettazione ambientale registrata durante un giro in macchina in Germania, Sebastiano Giorgi diceva di riuscire a fare 400mila euro netti all’anno, e che mettere in piedi tutta la sua struttura di aziende in Germania non era stato semplice.

Fonti investigative ritengono infatti che tramite Sebastiano Giorgi passasse anche uno dei contatti chiave dei Boviciani, Denis Matoshi, uno dei capi del potente cartello albanese Kompania Bello. Matoshi comandava una gang attiva nei porti di Rotterdam e Anversa, il che gli garantiva un significativo controllo sugli arrivi di cocaina dal Sudamerica. Matoshi è stato arrestato a Dubai su mandato della Procura di Firenze ed estradato a settembre dello scorso anno.

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A dare un’idea della forza dei Giorgi nella distribuzione della cocaina in Europa ci sono le dichiarazioni di Giuseppe Tirintino, collaboratore di giustizia dal 2015. Tirintino forniva cocaina ai Giorgi vendendola tra i 32 e i 33 mila euro al chilo. Con Sebastiano Giorgi, Tirintino intratteneva un rapporto personale, i due si erano infatti incontrati parecchie volte per fare affari. Il collaboratore di giustizia racconta dunque che Bacetto, armato di una licenza per acquistare frutta all’ingrosso, andava personalmente con un camion frigorifero a prendere la coca in tutta Europa. «I Giorgi – spiega Tirintino agli inquirenti – hanno grosse risorse economiche a disposizione, non compravano mai meno di 30 chili per volta».

Ostaggio dei Boviciani

Bloccare il narcotraffico tramite ispezioni a tappeto nei porti è impossibile. Più di 750 milioni di container si spostano ogni anno via mare: il 90% di tutto il movimento merci globale. Di questi, meno del 2% viene controllato. Nel 2017 Anversa ha gestito 3 milioni e mezzo di container in entrata, controllandone circa l’1%. Da Anversa, la droga si muove perlopiù verso l’Olanda, dove viene tagliata e ridistribuita in tutto il continente. Per quanto pochi siano i controlli in percentuale, ogni anno decine di tonnellate di cocaina vengono sequestrate nel porto belga (oltre 60 nel 2019 e nel 2020) e altre decine vengono bloccate nei porti di partenza.

Trattandosi del più importante scalo per la frutta fresca in Europa, Anversa gestisce rotte dirette da Colombia, Ecuador, Guatemala e Panama. La frutta fresca è spesso la copertura ideale per i carichi di cocaina: in quanto prodotto deperibile, deve essere sdoganato rapidamente, e le forze dell’ordine rischiano di dover rimborsare i carichi rovinati dai controlli.

Per tutto il 2018 i Giorgi sono stati sotto il costante controllo degli inquirenti nel corso dei loro vari viaggi verso l’Olanda. La polizia tedesca li ha pedinati fino ad Amsterdam e Rotterdam, dove si incontravano con una serie di soggetti stranieri, spingendo gli agenti a sospettare che si stesse preparando un grosso carico dall’America Latina. L’uomo di contatto di Giorgi in Olanda era il rumeno Adrian Bogdan Andrei, alias Andy, che a Rotterdam aveva procurato una comoda base per gli incontri tra i Giorgi stessi e i fornitori colombiani.

A ottobre 2018 Giovanni Giorgi, intercettato nella sua casa di Alghero, parla di un incontro che sarebbe dovuto avvenire tra Bacetto e alcuni «stranieri» in Olanda, e di come ne sarebbe dovuta scaturire una fornitura di 170-180 kg di cocaina. Il mese successivo, il 18 di novembre, la polizia tedesca, grazie a una microspia piazzata nell’Audi A3, sta intercettando Bacetto in viaggio verso l’Olanda. Bacetto – in compagnia del fratello Domenico e del nipote Antonio – discutono i dettagli dell’accordo che stanno andando a stringere ad Amsterdam.

Una “transazione” di «500» – ovvero 500.000 euro. Un pagamento che doveva essere saldato entro il 25 di novembre, giorno in cui la droga sarebbe arrivata in Olanda.

Con il piano d’attacco pronto, i Giorgi si dirigono ad Amstelveen – quartiere a sud di Amsterdam – per incontrare i colombiani assieme al rumeno Andy. La polizia tedesca li segue senza dare nell’occhio, aiutata da quella olandese che però – pur conoscendo bene i colombiani in questione – non può svelare ai colleghi dettagli per proteggere una propria operazione.

L’origine esatta della cocaina resta quindi avvolta dal mistero, si presume fosse colombiana, ma non verrà mai scoperto il nome del cartello di riferimento. Quello che però è emerso dall’incontro – e appreso dalla polizia tedesca – è la logistica. Il carico sarebbe partito dal porto ecuadoregno di Guayaquil diretto a Rotterdam. E la garanzia sul carico sarebbe stato un “ostaggio”: uno dei tre colombiani presenti all’incontro sarebbe rimasto con i calabresi fino all’arrivo della merce. Un tipo di accordo usato spesso nel mondo dei narcos.

Il corso principale della cittadina di Überlingen – Foto: Alamy/Abaca Press

«Qualcuno di loro rimane con noi», dice Domenico Giorgi durante il viaggio. «Noi veniamo qui e lo teniamo con noi, noi cerchiamo una casa qui… prima gli diamo i soldi, e quando la roba è al porto….», dice Domenico Giorgi. E Bacetto ribatte: «Lui rimane da noi e solamente quando la roba è stata caricata, possiamo sentirci al telefono, ok?». E come da piano, il trentenne Luis Alberto Roldan Restrepo di Medellin viene portato da Sebastiano Signati in un B&B di Rotterdam e tenuto lì fino al 29 di novembre, data in cui i Giorgi vengono visti tornare a Amstelveen per consegnare sia l’ostaggio sia uno zaino contenente – così suggeriscono le intercettazioni – 300mila euro in contanti ai broker colombiani.

Nonostante i pedinamenti, la polizia tedesca non riesce a trovare il carico in arrivo e saranno solo delle successive conversazioni intercettate a confermare che era arrivato, anche se in quantità minore rispetto alla previsione.

Infatti, i Giorgi parlano di 124 chili acquistati a metà con i rumeni, 12 dei quali verranno trasportati in Italia dall’Olanda, a dicembre 2018.

Pochi mesi dopo, a marzo 2019, c’è un altro importante carico in arrivo. Se ne accorge la polizia di Friedrichshafen, grazie alle microspie che ha nascosto nell’appartamento di Bacetto a Seelfingen.

Sebastiano Giorgi ne parla con un partner albanese e uno romeno, entrambi residenti in Belgio. Stavolta si tratterebbe di un carico da 240 chili, la cui logistica resterebbe in capo ai partner di Bacetto, in particolare il romeno, che dirige alcune aziende di import-export a Bruxelles e che è sospettato dalla polizia belga di traffico di droga.

Una volta che i carichi sbarcano in Europa, tocca ai Giorgi distribuirli. Nascosti nei loro camion di frutta, fanno prima diversi scali in Germania per poi dirigersi verso Torino, dove possono contare sull’appoggio logistico di alcuni parenti. È stato proprio nel capoluogo piemontese che le autorità italiane hanno notato, per la prima volta, i movimenti sospetti della famiglia.

Il gioco dei numeri

In Italia i Giorgi vendevano la cocaina principalmente a Torino e Milano, ma anche in Sardegna e Sicilia tra i 33 e i 57 mila euro al chilo, a seconda della qualità del rapporto col cliente e delle quantità acquistate. I principali clienti erano altri calabresi, ma i Boviciani rifornivano anche alcuni referenti per le piazze di spaccio come quella di Alghero.

Questi ultimi, come ad esempio alcuni proprietari di bar o ristoranti, pagavano i prezzi più alti. In un’intercettazione i fratelli di San Luca parlano addirittura di prezzi all’etto, che andrebbero fra i 5 e i 7 mila euro. Secondo le indagini, i Giorgi erano abbastanza ben organizzati da poter garantire consegne settimanali, ma non abbastanza potenti da poter gestire direttamente i porti di ingresso. Per questo aspetto, dovevano contare su gruppi sudamericani, albanesi, oppure su broker di ‘ndrangheta meglio connessi di loro.

Completato lo scarico, la coca si muoveva su strada. Nascosta dentro i camion di frutta, i cui autisti prendevano un extra di 3 mila euro a viaggio, partiva verso destinazioni insospettabili, in genere aziende vere e proprie che aspettavano una consegna di frutta fresca. I Giorgi spiegano agli autisti che i camion non possono abbandonare il percorso prestabilito dal satellitare, e quindi lungo il percorso un’auto dovrà raggiungere il camion e farsi consegnare il carico.

Il sistema garantiva un giro di soldi costante, almeno 200 mila euro a settimana, stando alle intercettazioni ambientali. Bacetto contava molto su altri parenti e conterranei che gestivano le aziende G&S Gastro e GSG Food in Germania, aziende proprietarie dei ristoranti, compreso il Paganini di Überlingen, che è spesso passato di mano in mano, ma che è comunque sempre rimasto nelle mani della famiglia. Secondo una fonte della polizia tedesca, l’analisi del flusso finanziario del ristorante è risultato «criminale al 100%».

Secondo una fonte della polizia tedesca, l’analisi del flusso finanziario del ristorante Paganini di Überlingen è risultato «criminale al 100%».

Ma al di là dei reinvestimenti in aziende o nel mercato immobiliare, una buona parte dei profitti veniva nascosta anche nel più tradizionale dei modi: a casa, a San Luca, sotto terra. Giovanni dava ordini al fratello Francesco di seppellire 400 mila euro in contanti, con la raccomandazione di dividerli e nasconderli in posti diversi, non tutti insieme. «Meglio perdere due-tre ore a scavare, che il lavoro di una vita», chiosa Giovanni. Altre intercettazioni indicano che ci sono altri “tesori” sepolti nelle montagne di San Luca, fino a cinque milioni di euro, mentre c’era un gruzzolo di «liquidità» di almeno 500 mila euro.

L’irraggiungibile club dei grandi narcos

Secondo le carte dell’inchiesta Platinum i Giorgi mantenevano un rapporto privilegiato con un importante broker sempre di San Luca: Giuseppe Romeo, detto Maluferru da chi lo teme, più spesso chiamato “il nano”, anche dai Giorgi.

Giuseppe Romeo è il figlio di uno dei boss più importanti di San Luca, Antonio Romeo detto Centocapelli, uno dei capi del clan Romeo-Staccu oggi al 41-bis. Maluferru ha rapporti chiave «in tre porti d’Europa» (Rotterdam, Anversa e Amburgo) e garantiva la continuità dei carichi per i Giorgi, dando regolarità alle loro consegne.

Ma il rapporto non era privo di attriti: Giuseppe Giorgi si lamenta spesso che i prezzi di Romeo sono alti: «Quando il Nano tipo a noi diceva che quando comprava a 27 con i soldi nostri… il Nano comprava a 24 e si rubava già 3 punti», si lamenta col nipote Cesare Marvelli.

Ma il nano era una certezza, per cui le lamentele rimanevano in privato. Procurava sia cocaina sia hasish, e a detta di Giovanni «ha tutto lui in Olanda».

Maluferru è «un fantasma», dicono i Giorgi. In effetti, nonostante lavorassero con lui almeno dal 2018, non avevano idea di dove si trovasse, e immaginavano di sue “apparizioni” in Brasile, Olanda e Messico, travestito da prete missionario: «È sceso in aeroporto vestito da prete, tipo monaco e con la bibbia sotto il braccio. Con il saio e con il cappellino quello a coppola», dice Giovanni Giorgi.

Ma tramite il nipote e socio Walter Marvelli, che vicino a Torino gestisce il ristorante It’s Time da Cesare, hub dello smercio di cocaina, i Giorgi sono riusciti a entrare in contatto con dei broker ancora più potenti di Maluferru: Nicola Assisi e suo figlio Patrick.

Gli Assisi, prima dell’arresto nel 2019, sono stati due super-narcos dell’ hinterland torinese, per anni latitanti in Brasile, dove avevano costruito una solida alleanza con il più potente cartello del Paese, il Primeiro Comando da Capital (PCC) e con il loro capo Marcos Willians Herbas Camacho, detto “Marcola”. Marvelli ha fatto di tutto per trovare il contatto degli Assisi, sapendo bene che questi ultimi accettavano di trattare solo con un giro ristretto e selezionato.

Ma a inizio settembre 2018, gli investigatori hanno un nuovo colpo di fortuna. Nonostante i Giorgi usino ancora il sistema criptato EncroChat, non si trovavano particolarmente a loro agio con la complessa tecnologia. Dalle intercettazioni ambientali a casa di Giovanni in Sardegna, si sentono Giovanni e i nipoti leggere ad alta voce alcuni dei messaggi criptati, o addirittura svelare le password.

Fino a che avviene l’impensabile: Giovanni e Cesare cominciano a leggere ad alta voce i messaggi EncroChat mandati da Patrick Assisi, messaggi che senza fronzoli svelano tutti i dettagli della logistica dei carichi in arrivo.

«La salita ce l’abbiamo sia in Perù che in Venezuela», Marvelli legge il messaggio in arrivo di Patrick allo zio. E continua facendo così capire agli inquirenti che per questa volta però, gli Assisi avrebbero un carico pronto al porto di Santos, in Brasile, che potrebbe partire immediatamente arrivando ad Amburgo.

La coca degli Assisi, per lo più inviata in forma liquida, sarebbe stata nascosta in sacchi da due chili e mezzo e spedita in un container di un non meglio specificato“minerale”, facente parte di una spedizione di sei container. Non avendo un contatto per gestire lo “scarico” in un porto europeo, i Giorgi però si vedono costretti a far entrare il Nano nell’affare dato che Assisi si sarebbe occupato solo della “salita”. La spedizione minima che gli Assisi avrebbero trattato era di 500 chili. Carichi più grandi garantiscono infatti profitti maggiori, visto che le tangenti da pagare lungo la strada sono costi fissi.

Grazie alle cimici, la polizia tedesca era pronta a intercettare il carico, ma alla prima ispezione ad Amburgo a ottobre 2018 non trova nulla. Un mese dopo però, nascosto dentro un container di cotton-fioc, trovano un carico da 300 chili di cocaina, che sospettano sia stato mandato dagli Assisi ai Giorgi.

Ma a dicembre 2018, i rapporti fra i Giorgi e gli Assisi arrivano a uno stallo, tanto che Marvelli vorrebbe andare in Brasile di persona a incontrare Patrick. Il Nano nel frattempo, però, aveva già scavalcato i Boviciani, sfruttando il gancio offerto per il carico di ottobre, e entrando in contatto così direttamente in affari con gli Assisi e tagliando fuori i Giorgi. Assisi stesso sembra preferire Maluferru, meglio connesso nei porti europei.

Nonostante il loro impegno, i Giorgi sembravano destinati a restare solo degli abili distributori, con poche speranze di scalare le gerarchie della ‘ndrangheta.

Nessuno di loro però poteva ancora immaginare che fossero in arrivo tempi duri anche per Romeo e gli Assisi, e per tutta la struttura del narcotraffico che aveva fatto la loro fortuna.

Nella prossima puntata: la connessione in Costa D’Avorio, i porti dell’America Latina e i grandi boss delle rotte intercontinentali

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni
Giulio Rubino

Ha collaborato

Luis Adorno
Nathan Jaccard
Benedikt Strunz
Koen Voskuil

Illustrazioni

Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Brian Fitzpatrick
Luca Rinaldi

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